“Bello il nuovo look [del blog], ma… non scrivi da un mese???!!!”
Ops. Vero. E chi se ne era accorto. E sì che è stato un mese intenso.
Per esempio questa cosa del blog da cambiare ce l’ho in canna da mò, ma poi tra una cosa e l’altra ci ho perso un sacco di tempo inutilmente. È che dicevo: “Marito, ti piace così?” e lui: “Mmm… sfigato”, e io: “E così?” e lui: “No, troppo sminchiasminchia”, e io: “Adesso?” e lui: “Peggio mi sento”. Perciò ho fatto di testa mia. (Ora però se ci fosse qualcuno in grado di aiutarmi nel cambio di manteiner per il dominio io gli sarei eternamente grata, che c’ho provato a chiedere a Aruba e mi hanno risposto una cosa che me la stanno traducendo a Palo Alto, e non so se ne verrò a capo. Grazie infinite).
Poi (cioè subito prima, ieri e l’altro ieri, insomma) c’è stato un week end de paura. 14 famiglie di blogger in agriturismo: c’erano tutti i presupposti perché diventasse un incubo, e invece è stato sublime. La cosa bella è che le protagoniste sono state davvero le famiglie, e per una volta la blogosfera non è stata per niente autoreferenziale.
Siccome non era un segreto, ecco i personaggi e interpreti:
Jolanda, mitica perché ha organizzato il tutto e per il ruolo chiave che ha ricoperto la sua famiglia nell’animazione della due-giorni. È anche l’unica a cui dedico una menzione speciale, perché se no ‘sto post diventa autoreferenziale lui; Veronica, Linda, Elisabetta, Anna, Chiara, Chiara, Valentina, Lorenza, Cecilia, Yummy, Flavia, Farmacia Serra. Bella la cumpa, no? E senza sponsor :D
[N.d.r. metto i link solo di chi so che non ha problemi, gli altri eventualmente li aggiungerò man mano. Le privacy policy sono una cosa moooolto delicata!]
Stringendo molto: i bambini (una trentina, dai 2 ai 13 anni) hanno razzolato in semilibertà, gli adulti hanno mangiato, giocato, suonato (percussioni, cimbali, chitarra, e perfino un karaoke professionale), cantato (se no che ci stava a fa’ il karaoke?), ballato. E se proprio dovessi definirlo con una parola, questo week end, lo definirei il week end dei talenti. Quelli veri, che stanno fuori dalla vita pubblica di ciascuno di noi. Insomma, impagabile.
Quindi week end fichissimo. Preceduto da.
Basilicata costi-quel-che-costi per una tre giorni e due notti vissuti precipitosamente, al seguito di un cliente straordinario e parecchio impegnativo. Mi porto a casa, come sempre quando vado da quelle parti, una valigia di pensieri che avrei voluto condividere qui ma non ce la facevo fisicamente. Però ho tenuto un falco in mano. Lo accarezzavo e lui mi guardava con un’intensità incredibile. E poi ho (ri)conosciuto, tra i convenuti, una collega che non immaginavo quanto fosse collega, e che bello di nuovo che esistano i blog se no.
Venezia, a parlare alla Digital Week. Di creatività partecipativa, insieme ad altri mille interventi strainteressanti. Lo confesso: ne ho approfittato per fare uno shopping velocissimo in un negozio di vestiti vintage, con la scusa che non c’erano indicazioni per andare da un posto all’altro della manifestazione e tra campi e calli ci si perde facilmente. Anche qua, un sacco di riflessioni, ma è passato troppo tempo.
Roma, non mi ricordo più il motivo preciso, ma mi ricordo il nome del posto dove Flavia mi ha portato a mangiare: Come magnava mi’ nonno. Nomen omen. Il consiglio di amministrazione di TTV si è tenuto tra un’amatriciana, una gricia e una cacio e pepe. Di che far rosicare tutti i Marchionne del mondo.
Milano, incontro in Mister Baby. 15 mamme fichissime che hanno detto: “Ma lo volete capire che quando una è mamma da poco ha bisogno di sentirsi adulta, non bambina?”. Ecco, io le avrei baciate in bocca, queste donne qui, da quanto le amo quando dicono queste cose.
Ora. Ciascuno di questi pezzi avrebbe meritato non un post, di più. Ed è inutile che dica che mi rimetterò in pari perché so già che non è così. Però questi viaggi e passaggi non passano invano, mai. Si porta in cascina, e si prende quando ce n’è bisogno.
Visualizzazione post con etichetta viaggi-e-miraggi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta viaggi-e-miraggi. Mostra tutti i post
lunedì, maggio 16, 2011
giovedì, febbraio 17, 2011
Minimiti: le capacità oracolari della funzione shuffle dell'iPod
Non ho creato playlist nel mio iPod, nonostante l’agghiacciante accozzaglia di musica che lo popola.
Il mio iPod ha iniziato a popolarsi molto tempo fa, quando avevo accesso a certi server che ufficialmente neanche esistevano. E per essere inesistenti erano belli zeppi. La mia politica era: tiriamo su tutto, c’è sempre tempo per scremare. Chiaro che a un certo punto mi sono ritrovata così tanta roba da rendere scoraggiante qualunque tentativo in questo senso.
Poi è arrivato l’iPhone. E allora mi sono detta: ecco, adesso scremo. Cosa che ho fatto. Ma poi l’iPhone medesimo non si aggiornava dal mio pc, e ho chiesto aiuto ad un amico col Mac. E il suo Mac mi ha chiesto: ti carico anche la musica del tuo amico? Io ho risposto sì. Lui ha omesso di dirmi che la musica del mio amico era anche più incasinata della mia, e comprendeva anche quella della figlia preadolescente. Perciò sono al punto di prima.
Ciononostante non ho creato playlist, perché credo ciecamente nelle capacità oracolari della funzione shuffle dell'iPod.
La funzione shuffle dell’iPod ha 3 capacità oracolari:
1. L’orientamento
2. La predizione
3. L’interpretazione
Di seguito alcuni esempi tratti da un’esperienza raccapricciante durante un viaggio in treno.
1. L’orientamento
La capacità di orientamento è quella per cui l’iPod in modalità shuffle è capace di darti delle indicazioni precise sul tempo e lo spazio in cui ti trovi.
Sono in treno, di rientro da una giornata in trasferta sulla direttrice adriatica. Nevica, e le meravigliose Ferrovie dello Stato si muovono con una media di 80 minuti di ritardo, se non prendi una Frecciarossa. La mia freccia è bianca, ahimè, perciò non si sfugge. Alle 23.42, ferma alla stazione di Parma, alle mie orecchie viene ammannita Round About Midnight di Ella Fitzgerald e Count Basie. Che non è Round Midnight e basta, la quale si palesa giustamente alle 00.24, all’altezza di Piacenza o giù di lì. Una delle 5 versioni custodite nel ventre ipertrofico dell’iTunes, non ricordo quale. Poi sono così cotta che lui decide che è arrivato il momento di spararmi De Gregori nel canale sinistro – è sempre così soprattutto nelle canzoni vecchie, ed è l’unico, che gli altri invece sembrano arrivarti alle spalle. Recupero l’orientamento. Sono a Lodi. Tra mezz’ora a casa.
2. La predizione
La capacità di predizione si spiega da sé: l’iPod sa che cosa succederà nel prossimo futuro. Le possibilità di sbagliare sono pochissime.
Sono a Lodi, quindi. Però nell’orecchio mi suona Stormwarning con la voce di Hilary James, e un po’ comincio ad allarmarmi. Sta ancora nevicando? Questi finestrini sono luridi, non si vede una ceppa. Snow, mi confermano i Red Hot Chili Peppers, magari presi un po’ più letteralmente del dovuto. Non può essere così drammatica, mi ripeto, è solo suggestione. Ma quando sono quasi a Rogoredo attacca As Cool As It Comes di Enrico Pieranunzi e ok, mi metto il cuore in pace: per il momento niente agognato calduccio di casa. Non solo: mentre finalmente scendo dal treno arriva la mazzata: Milano is Burning (Debauched). Si è fatta l’una, e sono pur sempre a Milano, la metropoli tentacolare, la città dell’Expo, che cosa potrà mai capitare ancora?
3. L’interpretazione
L’ultima capacità oracolare della funzione shuffle dell’iPod è quella di interpretare le emozioni che stai provando nel preciso momento in cui le provi, dandoti anche delle chiavi di lettura degli eventi e a volte addirittura spunti sulle possibili soluzioni.
Esco dalla stazione che mi sento… come mi sento? L’iPod interpreta: uno Zombie, che cos’altro? Lo dicono anche i Cramberries. Prendo le scale invece dei tapis roulant per arrivare prima alla fermata dei taxi, ma arrivata in fondo mi rendo conto che le porte della stazione sono sprangate. Cerco a destra e sinistra, continuo a trovare porte chiuse. Ma come cazzo faccio a uscire da questa merda di stazione???!!! Torno su, prendo uno dei favolosi corridoi luminosi, una galleria e poi l’altra, dopo 5 minuti sono ancora lì che cerco un’uscita insieme a un manipolo di ex compagni di viaggio. Usciamo, andiamo alla fermata dei taxi. La coda è lunga un chilometro, fa il giro tre volte nell’enorme piazzale. Arriva una macchina ogni tre minuti. Di nuovo le cuffiette danno voce al mio stato di prostrazione. Lascia ch’io pianga, Handel, suggerisce Lui. Mica pizza e fichi. Passa mezz’ora. Sempre no taxi. Freddo boia. Nella fila siamo vicini vicini, alla faccia dello spazio vitale. Arriva il suggerimento, e me lo da il Boss in persona: Dancing in The Dark. Certo. Sono le due. E io e i miei vicini di coda balliamo per scongiurare l’assideramento incipiente. Alle due e un quarto finalmente è il mio turno. Entro in taxi. Giorgio Gaber parla al tassista per me: Porta Romana.
Perciò, perché mai dovrei creare delle playlist?
Il mio iPod ha iniziato a popolarsi molto tempo fa, quando avevo accesso a certi server che ufficialmente neanche esistevano. E per essere inesistenti erano belli zeppi. La mia politica era: tiriamo su tutto, c’è sempre tempo per scremare. Chiaro che a un certo punto mi sono ritrovata così tanta roba da rendere scoraggiante qualunque tentativo in questo senso.
Poi è arrivato l’iPhone. E allora mi sono detta: ecco, adesso scremo. Cosa che ho fatto. Ma poi l’iPhone medesimo non si aggiornava dal mio pc, e ho chiesto aiuto ad un amico col Mac. E il suo Mac mi ha chiesto: ti carico anche la musica del tuo amico? Io ho risposto sì. Lui ha omesso di dirmi che la musica del mio amico era anche più incasinata della mia, e comprendeva anche quella della figlia preadolescente. Perciò sono al punto di prima.
Ciononostante non ho creato playlist, perché credo ciecamente nelle capacità oracolari della funzione shuffle dell'iPod.
La funzione shuffle dell’iPod ha 3 capacità oracolari:
1. L’orientamento
2. La predizione
3. L’interpretazione
Di seguito alcuni esempi tratti da un’esperienza raccapricciante durante un viaggio in treno.
1. L’orientamento
La capacità di orientamento è quella per cui l’iPod in modalità shuffle è capace di darti delle indicazioni precise sul tempo e lo spazio in cui ti trovi.
Sono in treno, di rientro da una giornata in trasferta sulla direttrice adriatica. Nevica, e le meravigliose Ferrovie dello Stato si muovono con una media di 80 minuti di ritardo, se non prendi una Frecciarossa. La mia freccia è bianca, ahimè, perciò non si sfugge. Alle 23.42, ferma alla stazione di Parma, alle mie orecchie viene ammannita Round About Midnight di Ella Fitzgerald e Count Basie. Che non è Round Midnight e basta, la quale si palesa giustamente alle 00.24, all’altezza di Piacenza o giù di lì. Una delle 5 versioni custodite nel ventre ipertrofico dell’iTunes, non ricordo quale. Poi sono così cotta che lui decide che è arrivato il momento di spararmi De Gregori nel canale sinistro – è sempre così soprattutto nelle canzoni vecchie, ed è l’unico, che gli altri invece sembrano arrivarti alle spalle. Recupero l’orientamento. Sono a Lodi. Tra mezz’ora a casa.
2. La predizione
La capacità di predizione si spiega da sé: l’iPod sa che cosa succederà nel prossimo futuro. Le possibilità di sbagliare sono pochissime.
Sono a Lodi, quindi. Però nell’orecchio mi suona Stormwarning con la voce di Hilary James, e un po’ comincio ad allarmarmi. Sta ancora nevicando? Questi finestrini sono luridi, non si vede una ceppa. Snow, mi confermano i Red Hot Chili Peppers, magari presi un po’ più letteralmente del dovuto. Non può essere così drammatica, mi ripeto, è solo suggestione. Ma quando sono quasi a Rogoredo attacca As Cool As It Comes di Enrico Pieranunzi e ok, mi metto il cuore in pace: per il momento niente agognato calduccio di casa. Non solo: mentre finalmente scendo dal treno arriva la mazzata: Milano is Burning (Debauched). Si è fatta l’una, e sono pur sempre a Milano, la metropoli tentacolare, la città dell’Expo, che cosa potrà mai capitare ancora?
3. L’interpretazione
L’ultima capacità oracolare della funzione shuffle dell’iPod è quella di interpretare le emozioni che stai provando nel preciso momento in cui le provi, dandoti anche delle chiavi di lettura degli eventi e a volte addirittura spunti sulle possibili soluzioni.
Esco dalla stazione che mi sento… come mi sento? L’iPod interpreta: uno Zombie, che cos’altro? Lo dicono anche i Cramberries. Prendo le scale invece dei tapis roulant per arrivare prima alla fermata dei taxi, ma arrivata in fondo mi rendo conto che le porte della stazione sono sprangate. Cerco a destra e sinistra, continuo a trovare porte chiuse. Ma come cazzo faccio a uscire da questa merda di stazione???!!! Torno su, prendo uno dei favolosi corridoi luminosi, una galleria e poi l’altra, dopo 5 minuti sono ancora lì che cerco un’uscita insieme a un manipolo di ex compagni di viaggio. Usciamo, andiamo alla fermata dei taxi. La coda è lunga un chilometro, fa il giro tre volte nell’enorme piazzale. Arriva una macchina ogni tre minuti. Di nuovo le cuffiette danno voce al mio stato di prostrazione. Lascia ch’io pianga, Handel, suggerisce Lui. Mica pizza e fichi. Passa mezz’ora. Sempre no taxi. Freddo boia. Nella fila siamo vicini vicini, alla faccia dello spazio vitale. Arriva il suggerimento, e me lo da il Boss in persona: Dancing in The Dark. Certo. Sono le due. E io e i miei vicini di coda balliamo per scongiurare l’assideramento incipiente. Alle due e un quarto finalmente è il mio turno. Entro in taxi. Giorgio Gaber parla al tassista per me: Porta Romana.
Perciò, perché mai dovrei creare delle playlist?
mercoledì, maggio 26, 2010
Cena stralunata di un lunedì sera a Milano
Esterno notte.
Piazza San Carlo, Milano, ore 23 circa. Un caffè con i tavoli all’aperto sta chiudendo: un paio di camerieri hanno appena iniziato a togliere le sedie. Un gruppo di persone si avvicina, circospetto ma deciso a sedersi.
“Ci fermiamo qui?”
“Sì, che a quest’ora…”
Un cameriere dall’andatura non particolarmente sicura ci viene incontro mentre iniziamo a prendere posto, e sposta tavolini per farci sedere tutti.
Corso Vittorio Emanuele è semideserto. Non ci sono più neanche i ragazzi che vendono le eliche che si lanciano in cielo e si illuminano. Silenzio nella strada, rumore di tavoli e sedie che vengono spostati nella piazzetta. Un paio di barboni, anche, sotto i portici, che si sta preparando il giaciglio.
“Però abbiamo solo toast e pizze”
“Toast e pizze va bene per tutti?”
“Ok”
“Ok”
“Ok”
Siamo tutti seduti, adesso.
Il cameriere dall’andatura strana e dalla parlata strana, più che straniera (dell’est? Magari no, forse è sardo, o di Gorizia. Insomma, non si capisce) si avvicina e con un gesto autoritario prende la parola.
“Abbiamo dei sandwich. Ve li faccio vedere”
(“In che senso?”)
“Eccoli, questo è il norvegese, col salmone” e cala sul tavolo un vassoio con su due o tre panini. “Chi prende il norvegese?”. Aderiamo in due all’offerta. È chiaro però che questo dopoteatro si annuncia all’altezza del prima.
E infatti.
“Questi, guardateli, sono con la bresaola”
Stesso rito: ce li mostra, raccoglie le ordinazioni.
E poi stessa cosa con le piadine: “Ci sono queste con crudo e mozzarella, volete vederle?”, e così via con un paio di varianti.
I vassoi roteano sul tavolo, sopra le teste, e planano al centro, lui illustra, prende le prenotazioni e passa al vassoio successivo.
Finiamo le ordinazioni. Qualche temerario ha preso la pizza. Ora, io credo che ci siano poche cose rischiose come prendere la pizza in un bar del centro di Milano. Perciò lodi a chi ha avuto questo coraggio.
Simone, il marito di Silvia, decide di festeggiare il suo compleanno con un ricco toast. Sono sicura che ha avuto feste più eccitanti.
“Quanti siete?”
Ci contiamo rapidamente.
“21”
“Allora ok”
E fa per andarsene.
“Scusi, e da bere?”
“Ah, certo, da bere”
“Eh”
Stavolta non ci mostra niente. Prende l’ordinazione velocemente, a un certo punto abbiamo la sensazione che non voglia portarci dell’acqua, vai a capire perché.
Appena si allontana iniziamo a ridere.
Cioè, c’è questo che è proprio strano, che ci ha messo mezz’ora per prendere le ordinazioni ma si vede che ha voglia di chiudere, e il centro di Milano deserto, e le romane che sfottono i milanesi, e io e altri, punti sul vivo, che diciamo: “Il centro non è zona di uscita, si va a Brera, sui Navigli… e poi il lunedì a Milano non si esce”. “Il lunedì a Milano non si esce? Madò, se siete strani! E poi per uscire, giustamente, non andate mica in centro, no, partite per le periferie…”. Ci rendiamo conto che è strano, e in effetti io non ci avevo mai pensato, a quanto sia singolare questa cosa del centro reietto e del lunedì negletto, perciò non so cosa rispondere e mi metto a ridere. E anche i romani. E i genovesi. E i reggiani e i bolognesi.
Il nostro amico cameriere ci porta due bicchieri alla volta. Vuole sapere quanti berranno dell’acqua, esattamente, e dove sono posizionati nel lungo tavolo da 21 persone. Gli diamo una cifra a caso, naturalmente, che ormai è partita la ridarola.
La birra è sgasata e calda. Cioè, non ho mica chiesto una Guinness. Insomma, se prendo una birra si presume che vado sul sicuro, una birra alla spina non si può sbagliare come un cocktail, e invece no, fa veramente schifo.
La birra imbevibile non impedisce le chiacchiere, però. Nel nostro pezzo di tavolo ammorbo Silvia e Serena parlando di donne e di diritti, Serena mi racconta come mai vive a Stoccolma e a me viene il magone, Chiara parla dello spettacolo, l’altra Silvia mi offre una golosa complicità, Valentina vuole conoscere i retroscena.
Io ho un panino, mio marito la pizza. Mangiamo in differita, naturalmente, perché tra le due consegne c’è una ventina di minuti di distanza, ma quello è il meno. È che la pizza… è paragonabile solo ad un’altra pizza mangiata anni fa a Brera, in uno di quei locali per turisti dove fanno anche gli “spaghetti bolognaise”. Fetente. Molle. Col formaggio di plastica, che fai fatica a pensare che sia mozzarella.
Il cameriere ogni tanto fa capolino, turbina tra i tavoli deserti, barcolla con i vassoi di prelibatezze che non abbiamo ordinato, entra ed esce. E a un certo punto decide che è proprio ora di chiudere.
In due o tre invadono la piazza per ritirare sedie, impilare tavoli, spegnere luci. Mentre noi ci guardiamo senza parole, in fondo mezzanotte è passata da poco.
Va detto, perché la giustizia (oltre all’amore) trionfi, che il caffè di piazza San Carlo, secondo me, è quello in cui si beve il caffè migliore di Milano, che puoi aggiungerci anche la panna, che è panna vera e non quella delle capsule.
Ah, e va detto anche che prima di questa assurda cena eravamo stati a teatro, al Nuovo, allo spettacolo della Mannino, quello che abbiamo contribuito a scrivere. Sì, ecco.
La prossima volta però, piuttosto si va da MacDonald’s.
Piazza San Carlo, Milano, ore 23 circa. Un caffè con i tavoli all’aperto sta chiudendo: un paio di camerieri hanno appena iniziato a togliere le sedie. Un gruppo di persone si avvicina, circospetto ma deciso a sedersi.
“Ci fermiamo qui?”
“Sì, che a quest’ora…”
Un cameriere dall’andatura non particolarmente sicura ci viene incontro mentre iniziamo a prendere posto, e sposta tavolini per farci sedere tutti.
Corso Vittorio Emanuele è semideserto. Non ci sono più neanche i ragazzi che vendono le eliche che si lanciano in cielo e si illuminano. Silenzio nella strada, rumore di tavoli e sedie che vengono spostati nella piazzetta. Un paio di barboni, anche, sotto i portici, che si sta preparando il giaciglio.
“Però abbiamo solo toast e pizze”
“Toast e pizze va bene per tutti?”
“Ok”
“Ok”
“Ok”
Siamo tutti seduti, adesso.
Il cameriere dall’andatura strana e dalla parlata strana, più che straniera (dell’est? Magari no, forse è sardo, o di Gorizia. Insomma, non si capisce) si avvicina e con un gesto autoritario prende la parola.
“Abbiamo dei sandwich. Ve li faccio vedere”
(“In che senso?”)
“Eccoli, questo è il norvegese, col salmone” e cala sul tavolo un vassoio con su due o tre panini. “Chi prende il norvegese?”. Aderiamo in due all’offerta. È chiaro però che questo dopoteatro si annuncia all’altezza del prima.
E infatti.
“Questi, guardateli, sono con la bresaola”
Stesso rito: ce li mostra, raccoglie le ordinazioni.
E poi stessa cosa con le piadine: “Ci sono queste con crudo e mozzarella, volete vederle?”, e così via con un paio di varianti.
I vassoi roteano sul tavolo, sopra le teste, e planano al centro, lui illustra, prende le prenotazioni e passa al vassoio successivo.
Finiamo le ordinazioni. Qualche temerario ha preso la pizza. Ora, io credo che ci siano poche cose rischiose come prendere la pizza in un bar del centro di Milano. Perciò lodi a chi ha avuto questo coraggio.
Simone, il marito di Silvia, decide di festeggiare il suo compleanno con un ricco toast. Sono sicura che ha avuto feste più eccitanti.
“Quanti siete?”
Ci contiamo rapidamente.
“21”
“Allora ok”
E fa per andarsene.
“Scusi, e da bere?”
“Ah, certo, da bere”
“Eh”
Stavolta non ci mostra niente. Prende l’ordinazione velocemente, a un certo punto abbiamo la sensazione che non voglia portarci dell’acqua, vai a capire perché.
Appena si allontana iniziamo a ridere.
Cioè, c’è questo che è proprio strano, che ci ha messo mezz’ora per prendere le ordinazioni ma si vede che ha voglia di chiudere, e il centro di Milano deserto, e le romane che sfottono i milanesi, e io e altri, punti sul vivo, che diciamo: “Il centro non è zona di uscita, si va a Brera, sui Navigli… e poi il lunedì a Milano non si esce”. “Il lunedì a Milano non si esce? Madò, se siete strani! E poi per uscire, giustamente, non andate mica in centro, no, partite per le periferie…”. Ci rendiamo conto che è strano, e in effetti io non ci avevo mai pensato, a quanto sia singolare questa cosa del centro reietto e del lunedì negletto, perciò non so cosa rispondere e mi metto a ridere. E anche i romani. E i genovesi. E i reggiani e i bolognesi.
Il nostro amico cameriere ci porta due bicchieri alla volta. Vuole sapere quanti berranno dell’acqua, esattamente, e dove sono posizionati nel lungo tavolo da 21 persone. Gli diamo una cifra a caso, naturalmente, che ormai è partita la ridarola.
La birra è sgasata e calda. Cioè, non ho mica chiesto una Guinness. Insomma, se prendo una birra si presume che vado sul sicuro, una birra alla spina non si può sbagliare come un cocktail, e invece no, fa veramente schifo.
La birra imbevibile non impedisce le chiacchiere, però. Nel nostro pezzo di tavolo ammorbo Silvia e Serena parlando di donne e di diritti, Serena mi racconta come mai vive a Stoccolma e a me viene il magone, Chiara parla dello spettacolo, l’altra Silvia mi offre una golosa complicità, Valentina vuole conoscere i retroscena.
Io ho un panino, mio marito la pizza. Mangiamo in differita, naturalmente, perché tra le due consegne c’è una ventina di minuti di distanza, ma quello è il meno. È che la pizza… è paragonabile solo ad un’altra pizza mangiata anni fa a Brera, in uno di quei locali per turisti dove fanno anche gli “spaghetti bolognaise”. Fetente. Molle. Col formaggio di plastica, che fai fatica a pensare che sia mozzarella.
Il cameriere ogni tanto fa capolino, turbina tra i tavoli deserti, barcolla con i vassoi di prelibatezze che non abbiamo ordinato, entra ed esce. E a un certo punto decide che è proprio ora di chiudere.
In due o tre invadono la piazza per ritirare sedie, impilare tavoli, spegnere luci. Mentre noi ci guardiamo senza parole, in fondo mezzanotte è passata da poco.
Va detto, perché la giustizia (oltre all’amore) trionfi, che il caffè di piazza San Carlo, secondo me, è quello in cui si beve il caffè migliore di Milano, che puoi aggiungerci anche la panna, che è panna vera e non quella delle capsule.
Ah, e va detto anche che prima di questa assurda cena eravamo stati a teatro, al Nuovo, allo spettacolo della Mannino, quello che abbiamo contribuito a scrivere. Sì, ecco.
La prossima volta però, piuttosto si va da MacDonald’s.
giovedì, luglio 02, 2009
Ordinarie Odissee
Sono a Parma, devo raggiungere Milano. Ho perso il treno delle 18, sono circa le 18.25. in biglietteria chiedo di cambiare il mio biglietto: c’è un treno alle 18.43.
“No”.
“…”
“Questo biglietto non glielo posso rifare”
“Ok. Come faccio allora?”
“…”
“Insomma, io a Milano ci devo proprio andare”
“…”
“Mi ci faccia arrivare”
“Ci sarebbe un treno alle 19.43”
“Come, alle 19.43??? Ce ne sono altri due, prima”
“Sì, ma sono diversi da quello che lei ha perso”
“Cioè, quello delle 18 che ho perso lo recupererei?”
“No”
“…”
“…”
“Quindi?”
“Le faccio un nuovo biglietto”
“Per quale treno?”
“Quello delle 18.43”
“…”
(l’omino fa il biglietto)
“18.50”
“Ma non era 18.43?”
“Euro”
“Ah”
Pago.
Sono le 18.40. Sul binario il monitor annuncia un ritardo di 15 minuti per il treno diretto a Piacenza, che ancora deve passare. Mi faccio due conti: come fa un treno ad arrivare e ripartire in due minuti circa? Vabbè, non è un mio problema, basta che mi fate tornare a Milano, dopo quello che mi è costato.
Detto fatto, il treno per Piacenza arriva e se va. Ci mette evidentemente più di due minuti. Una volta partito, il monitor si aggiorna: il treno per Milano ha 30 minuti di ritardo. Mi faccio di nuovo due conti: in biglietteria dovevano saperlo, e mi hanno fatto lo stesso il biglietto da treno figo di farmene uno da 8 euro per il treno che parte dal binario vicino, sulla stessa banchina, alle 19.05. Il treno lento è già qui, bello fresco, ma no. Aspetterò, visto che ho pagato intendo fare meno fermate possibile.
Fa caldo. Molto. Vado a prendermi da bere. Torno al binario. Il monitor si è aggiornato di nuovo. Il ritardo annunciato è ora di 35 minuti. Quasi quasi… No. È una questione di principio: prenderò il treno figo, l’altro si ferma in tutte le stazioni. Solo a Milano ne fa tre, di fermate. Figuriamoci fino a lì. Quasi quasi… Tanto arrivo più o meno alla stessa ora.
Entro nel treno lento. Vediamo un po’, se il ritardo del treno figo diminuisce, scendo e passo dall’altra parte. Ovviamente non diminuisce. Si siede vicino a me un’allegra compagnia fatta di mamma-circa-50-tenuta-molto-bene, figlia maturanda, ragazza australiana in Erasmus, giovane biologa belga bellissima, in Italia per amore. Cerco di capire le relazioni, ma a parte quella tra mamma e figlia, forse non ci sono: si sono incontrate sulla banchina e sono unite nel dolore di questo cavolo di treno, che intanto è arrivato a 40 minuti di ritardo.
Ok, ovviamente sono partita con il treno lento, in cui mi trovo adesso. Non è neanche così male, anche se non c’è il tavolino e la presa per attaccare il computer, così fra un po’ la batteria si scaricherà e addio. In compenso c’è in atto un allagamento: pare che si tratti dell’impianto di condizionamento che perde. La signora che mi parla di fianco, quella molto bella e tenuta molto bene, dice però che c’è un tubo che perde copiosamente. Dice proprio così, “copiosamente”. E il liquido odora vagamente di sapone. Boh.
Lo so, questa storia non è ancora finita ed è già trita.
“No”.
“…”
“Questo biglietto non glielo posso rifare”
“Ok. Come faccio allora?”
“…”
“Insomma, io a Milano ci devo proprio andare”
“…”
“Mi ci faccia arrivare”
“Ci sarebbe un treno alle 19.43”
“Come, alle 19.43??? Ce ne sono altri due, prima”
“Sì, ma sono diversi da quello che lei ha perso”
“Cioè, quello delle 18 che ho perso lo recupererei?”
“No”
“…”
“…”
“Quindi?”
“Le faccio un nuovo biglietto”
“Per quale treno?”
“Quello delle 18.43”
“…”
(l’omino fa il biglietto)
“18.50”
“Ma non era 18.43?”
“Euro”
“Ah”
Pago.
Sono le 18.40. Sul binario il monitor annuncia un ritardo di 15 minuti per il treno diretto a Piacenza, che ancora deve passare. Mi faccio due conti: come fa un treno ad arrivare e ripartire in due minuti circa? Vabbè, non è un mio problema, basta che mi fate tornare a Milano, dopo quello che mi è costato.
Detto fatto, il treno per Piacenza arriva e se va. Ci mette evidentemente più di due minuti. Una volta partito, il monitor si aggiorna: il treno per Milano ha 30 minuti di ritardo. Mi faccio di nuovo due conti: in biglietteria dovevano saperlo, e mi hanno fatto lo stesso il biglietto da treno figo di farmene uno da 8 euro per il treno che parte dal binario vicino, sulla stessa banchina, alle 19.05. Il treno lento è già qui, bello fresco, ma no. Aspetterò, visto che ho pagato intendo fare meno fermate possibile.
Fa caldo. Molto. Vado a prendermi da bere. Torno al binario. Il monitor si è aggiornato di nuovo. Il ritardo annunciato è ora di 35 minuti. Quasi quasi… No. È una questione di principio: prenderò il treno figo, l’altro si ferma in tutte le stazioni. Solo a Milano ne fa tre, di fermate. Figuriamoci fino a lì. Quasi quasi… Tanto arrivo più o meno alla stessa ora.
Entro nel treno lento. Vediamo un po’, se il ritardo del treno figo diminuisce, scendo e passo dall’altra parte. Ovviamente non diminuisce. Si siede vicino a me un’allegra compagnia fatta di mamma-circa-50-tenuta-molto-bene, figlia maturanda, ragazza australiana in Erasmus, giovane biologa belga bellissima, in Italia per amore. Cerco di capire le relazioni, ma a parte quella tra mamma e figlia, forse non ci sono: si sono incontrate sulla banchina e sono unite nel dolore di questo cavolo di treno, che intanto è arrivato a 40 minuti di ritardo.
Ok, ovviamente sono partita con il treno lento, in cui mi trovo adesso. Non è neanche così male, anche se non c’è il tavolino e la presa per attaccare il computer, così fra un po’ la batteria si scaricherà e addio. In compenso c’è in atto un allagamento: pare che si tratti dell’impianto di condizionamento che perde. La signora che mi parla di fianco, quella molto bella e tenuta molto bene, dice però che c’è un tubo che perde copiosamente. Dice proprio così, “copiosamente”. E il liquido odora vagamente di sapone. Boh.
Lo so, questa storia non è ancora finita ed è già trita.
domenica, agosto 10, 2008
In volo!
14.18.02 02/08/2008 Ti penso molto... Mandami sms se noti qualcosa di cui informarmi prontamente!
Ecco, la mia amica mi mostrava così la sua solidarietà per questa strana impresa quotidiana: il volo inaugurale su un aeroporto aperto da poche ore e non ancora completamente in servizio, effettuato da una compagnia di cui nessuno aveva mai sentito parlare. E io l'ho presa in parola. Ho documentato il viaggio con gli sms che man mano le inviavo, a cui ho aggiunto qualche foto e appunti presi in volo.
17.05.56 02/08/2008 Preso al volo il Malpensa Express, modalità relax. Ti aggiorno strada facendo, per documentare. Baci!
L'sms mancante è quello in cui specifico che nel tabellone delle partenze di Malpensa, alla voce "Salerno" seguita del numero del mio volo, non c'è il nome né il logo della compagnia. Cominciamo bene!
17.52.09 02/08/2008 Fatto il check in, unico banco vuoto, la compagnia si chiama oasis, non sono previsti ritardi... 18.34.05 02/08/2008 All'imbarco ci sono altri che fanno foto...
Già. Apprendo che voleremo in 60 - l'aereo ha 94 posti. La persona che svolge le operazioni di imbarco è la stessa che si trovava al check-in. Qualcuno azzarda l'ipotesi che sarà anche il pilota...
19.02.32 02/08/2008 Si parte! A dopo...

Dagli appunti presi in aereo
"Ehi, sono in aereo!"
"Dai, stai già partendo?"
"Sì, in orario!"
"Uau!"
"Quest'aereo ha 20 file, è buffo..."
"Voli con l'aereo dei puffi?"

Ci si guarda sorridenti, un po' complici un po' orgogliosi, cosa rara per un volo nazionale. Qualcuno con la macchina fotografica più piccola di altri - come me - anche con un po' di invidia.
Sono emozionata. Anche altri passeggeri lo sono. Due ragazzi dal pullmino che ci portava all'aeromobile hanno chiamato il loro amico: "Ernesto, c'è il comitato di accoglienza? Le collane di fiori?"
L'hostess che legge il papiro sulla sicurezza ogni tanto balbetta, forse è emozionata anche lei. Magari è al suo primo giorno di lavoro. Speriamo non sia così anche per i piloti.
L'aereo ha 20 file, 5 posti per fila. E' un BAE-146 della Orion Air, una compagnia spagnola. Più tardi, con calma, cercherò di capirci qualcosa di più.

Stiamo per decollare. Ecco, adesso sarebbe il momento di postare. O almeno avere Twitter, che se no questi momenti volano via anche loro. Al mio compleanno mi regalo un bel telefonino tuttofare, altro che Wii.
Il mio posto è sul lato destro dell'aereo, vedrò il mare.
Chi è nato a Milano non pupò capire. Non può capire che significhi quando "andare a casa" vuol dire trascorrere un'intera giornata in un carro bestiame su rotaie o con le ginocchia in bocca in un pullman. Chi è nato a Milano, con 12 ore di aereo, può arrivare dall'altra parte dell'oceano. Per questo sono emozionata. Perchè sono uscita di casa alle 16.30 e tra un'ora sarò vicina alla casa della mia famiglia più o meno quanto ieri sera, a cena da amici, ero lontana da casa mia. Un'oretta.
Il signore del check-in era lo stesso dell'imbarco. Era solo e non aveva le phisique du role. Il pilota non si è ancora manifestato, magari è davvero la stessa persona. In compenso offrono da bere. Peccato che non ci sia lo champagne. Bisognerebbe brindare.
L'aereo che vola così basso ti fa vedere cose stupende, diverse. Gli Appennini così, mai nella mia vita.
Tramonto sul mare a 10.000 piedi - sul mare di Napoli. Sopra Capri, per essere precisi. Il comandante fa dello spirito: "...Alla vostra sinistra vedete Napoli e l'aeroporto di Napoli. Aeroporto di Napoli che non ci serve più, perché ora abbiamo quello di Salerno". I salernitani applaudono. Sotto, a destra, sfilano le isole. Tutti vogliono fotografare Capri, le hostess continuano a dire "No camaras, no camaras por favor...". Sono emozionate anche loro.

20.58.44 02/08/2008 Atterrata! Baci e grazie!
Ecco, la mia amica mi mostrava così la sua solidarietà per questa strana impresa quotidiana: il volo inaugurale su un aeroporto aperto da poche ore e non ancora completamente in servizio, effettuato da una compagnia di cui nessuno aveva mai sentito parlare. E io l'ho presa in parola. Ho documentato il viaggio con gli sms che man mano le inviavo, a cui ho aggiunto qualche foto e appunti presi in volo.
17.05.56 02/08/2008 Preso al volo il Malpensa Express, modalità relax. Ti aggiorno strada facendo, per documentare. Baci!
L'sms mancante è quello in cui specifico che nel tabellone delle partenze di Malpensa, alla voce "Salerno" seguita del numero del mio volo, non c'è il nome né il logo della compagnia. Cominciamo bene!
17.52.09 02/08/2008 Fatto il check in, unico banco vuoto, la compagnia si chiama oasis, non sono previsti ritardi... 18.34.05 02/08/2008 All'imbarco ci sono altri che fanno foto...
Già. Apprendo che voleremo in 60 - l'aereo ha 94 posti. La persona che svolge le operazioni di imbarco è la stessa che si trovava al check-in. Qualcuno azzarda l'ipotesi che sarà anche il pilota...
19.02.32 02/08/2008 Si parte! A dopo...
Dagli appunti presi in aereo
"Ehi, sono in aereo!"
"Dai, stai già partendo?"
"Sì, in orario!"
"Uau!"
"Quest'aereo ha 20 file, è buffo..."
"Voli con l'aereo dei puffi?"
Ci si guarda sorridenti, un po' complici un po' orgogliosi, cosa rara per un volo nazionale. Qualcuno con la macchina fotografica più piccola di altri - come me - anche con un po' di invidia.
Sono emozionata. Anche altri passeggeri lo sono. Due ragazzi dal pullmino che ci portava all'aeromobile hanno chiamato il loro amico: "Ernesto, c'è il comitato di accoglienza? Le collane di fiori?"
L'hostess che legge il papiro sulla sicurezza ogni tanto balbetta, forse è emozionata anche lei. Magari è al suo primo giorno di lavoro. Speriamo non sia così anche per i piloti.
L'aereo ha 20 file, 5 posti per fila. E' un BAE-146 della Orion Air, una compagnia spagnola. Più tardi, con calma, cercherò di capirci qualcosa di più.
Stiamo per decollare. Ecco, adesso sarebbe il momento di postare. O almeno avere Twitter, che se no questi momenti volano via anche loro. Al mio compleanno mi regalo un bel telefonino tuttofare, altro che Wii.
Il mio posto è sul lato destro dell'aereo, vedrò il mare.
Chi è nato a Milano non pupò capire. Non può capire che significhi quando "andare a casa" vuol dire trascorrere un'intera giornata in un carro bestiame su rotaie o con le ginocchia in bocca in un pullman. Chi è nato a Milano, con 12 ore di aereo, può arrivare dall'altra parte dell'oceano. Per questo sono emozionata. Perchè sono uscita di casa alle 16.30 e tra un'ora sarò vicina alla casa della mia famiglia più o meno quanto ieri sera, a cena da amici, ero lontana da casa mia. Un'oretta.
Il signore del check-in era lo stesso dell'imbarco. Era solo e non aveva le phisique du role. Il pilota non si è ancora manifestato, magari è davvero la stessa persona. In compenso offrono da bere. Peccato che non ci sia lo champagne. Bisognerebbe brindare.
L'aereo che vola così basso ti fa vedere cose stupende, diverse. Gli Appennini così, mai nella mia vita.
Tramonto sul mare a 10.000 piedi - sul mare di Napoli. Sopra Capri, per essere precisi. Il comandante fa dello spirito: "...Alla vostra sinistra vedete Napoli e l'aeroporto di Napoli. Aeroporto di Napoli che non ci serve più, perché ora abbiamo quello di Salerno". I salernitani applaudono. Sotto, a destra, sfilano le isole. Tutti vogliono fotografare Capri, le hostess continuano a dire "No camaras, no camaras por favor...". Sono emozionate anche loro.
20.58.44 02/08/2008 Atterrata! Baci e grazie!
lunedì, luglio 28, 2008
Vivere pericolosamente
Problema
Devo andare a Potenza il prossimo week end, ma naturalmente ormai non c'è posto su nessun mezzo conosciuto. Che tradotto significa:
1) pullman - il mezzo ideale, ci sono almeno tre autolinee che fanno la linea Milano-Potenza e ritorno, sia di giorno che di notte. Il vantaggio impagabile è che non ci sono cambi da fare, sali a Milano e scendi a Potenza, e viceversa, ma ti ci vogliono 12-13 ore come minimo, e all'arrivo tendi a sentirti un po' anchilosata;
2) treno - il più ecologico, ma privo di senso ai fini della praticità: si cambia a Foggia o a Roma, in orari assurdi e con coincidenze o troppo vicine (tipo 10 minuti, che sono più le volte che la manchi che quelle che riesci a prenderla) o troppo lontane (un paio di ore); da Foggia a Potenza, inoltre, ci sono 100 km, percorsi da una sudicia littorina diesel in due ore e mezza. Tempo totale impiegato con questo mezzo, a prescindere dalla linea: da 9 a 13 ore;
3) aereo - volando su Napoli o Bari, poi rimangono 200 km da affrontare, anche in questo caso con pullman o treni che portano il tempo totale Milano-Potenza a un minimo di 8 ore.
Opportunità
Il 2 agosto apre l'aeroporto di Salerno. Lo scopro per caso da mia sorella, ma insomma c'è una tratta anche per Milano. E il biglietto costa intorno ai 60 €. Pare, così dice la pubblicità, che peraltro qui a Miilano non si è vista. Il vantaggio, impagabile, è che dall'aeroporto a casa mia ci sono 40 minuti di strada (magari un po' di più visto che c'è un ponte chiuso, ma insomma, sempre meglio delle 2 ore di base da Napoli).
Dalla corriera all'aereo
Mi informo su Internet. Il sito dell'aeroporto di Salerno non mi dice niente, ma trovo il sito di Volasalerno, che a quanto pare è la compagnia che vola su questo aeroporto. E che, manco a dirlo, non è una low cost, ed è sconosciuta. In compenso scopro che il mio sarà il primo volo ad atterrare a Salerno. Bene.
Mi confronto (1) con i miei colleghi ("lo prendereste il primo volo di una compagnia che atterra in un aeroporto al suo primo giorno di vita?"). I commenti vanno da un apocalittico "Anno bisesto, anno funesto" a un professionale "Uau! Tu sì che sei una early adopter!". Sapevo già di volerlo fare, ma sento che farò questo volo.
Mi confronto (2) con il forum di Lucania Lab: magari qualcuno ne sa qualcosa. No, a quanto pare nessuno ne sa niente, ma Elena mi incoraggia. Al ritorno da pranzo, come prima cosa faccio il mio biglietto (da un sito a sua volta sconosciuto, Flightonline). Il dado è tratto.
La promessa
Ci sarà un reportage di questo volo. Su Lucania Lab, ma anche qui.
Ditemi in bocca al lupo!
Devo andare a Potenza il prossimo week end, ma naturalmente ormai non c'è posto su nessun mezzo conosciuto. Che tradotto significa:
1) pullman - il mezzo ideale, ci sono almeno tre autolinee che fanno la linea Milano-Potenza e ritorno, sia di giorno che di notte. Il vantaggio impagabile è che non ci sono cambi da fare, sali a Milano e scendi a Potenza, e viceversa, ma ti ci vogliono 12-13 ore come minimo, e all'arrivo tendi a sentirti un po' anchilosata;
2) treno - il più ecologico, ma privo di senso ai fini della praticità: si cambia a Foggia o a Roma, in orari assurdi e con coincidenze o troppo vicine (tipo 10 minuti, che sono più le volte che la manchi che quelle che riesci a prenderla) o troppo lontane (un paio di ore); da Foggia a Potenza, inoltre, ci sono 100 km, percorsi da una sudicia littorina diesel in due ore e mezza. Tempo totale impiegato con questo mezzo, a prescindere dalla linea: da 9 a 13 ore;
3) aereo - volando su Napoli o Bari, poi rimangono 200 km da affrontare, anche in questo caso con pullman o treni che portano il tempo totale Milano-Potenza a un minimo di 8 ore.
Opportunità
Il 2 agosto apre l'aeroporto di Salerno. Lo scopro per caso da mia sorella, ma insomma c'è una tratta anche per Milano. E il biglietto costa intorno ai 60 €. Pare, così dice la pubblicità, che peraltro qui a Miilano non si è vista. Il vantaggio, impagabile, è che dall'aeroporto a casa mia ci sono 40 minuti di strada (magari un po' di più visto che c'è un ponte chiuso, ma insomma, sempre meglio delle 2 ore di base da Napoli).
Dalla corriera all'aereo
Mi informo su Internet. Il sito dell'aeroporto di Salerno non mi dice niente, ma trovo il sito di Volasalerno, che a quanto pare è la compagnia che vola su questo aeroporto. E che, manco a dirlo, non è una low cost, ed è sconosciuta. In compenso scopro che il mio sarà il primo volo ad atterrare a Salerno. Bene.
Mi confronto (1) con i miei colleghi ("lo prendereste il primo volo di una compagnia che atterra in un aeroporto al suo primo giorno di vita?"). I commenti vanno da un apocalittico "Anno bisesto, anno funesto" a un professionale "Uau! Tu sì che sei una early adopter!". Sapevo già di volerlo fare, ma sento che farò questo volo.
Mi confronto (2) con il forum di Lucania Lab: magari qualcuno ne sa qualcosa. No, a quanto pare nessuno ne sa niente, ma Elena mi incoraggia. Al ritorno da pranzo, come prima cosa faccio il mio biglietto (da un sito a sua volta sconosciuto, Flightonline). Il dado è tratto.
La promessa
Ci sarà un reportage di questo volo. Su Lucania Lab, ma anche qui.
Ditemi in bocca al lupo!
Iscriviti a:
Post (Atom)