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giovedì, ottobre 27, 2011

Horcrux e socialcosi



Una persona che non sento da tanto tempo mi manda un messaggio su Facebook con cui mi comunica che il nostro comune amico Lino non è più fra noi. Lino era il nostro capo scout, ci ha fatto da mentore in quel momento molto delicato in cui siamo quasi adulti e non più adolescenti, ma che cosa faremo della nostra vita ancora non lo sappiamo con chiarezza. Io sono andata via, e da allora credo di aver incontrato Lino solo una volta o due, per caso, ma ogni tanto mi arrivavano sue notizie. Come oggi, ma di solito erano più belle.

Allora, sull'onda di chi c'è e chi non c'è, sono andata a guardare il profilo di un ex collega, di cui pochi giorni fa ho saputo che ha fatto la sua ultima corsa in moto ormai un bel po' di tempo fa. E non ci ho creduto, ho detto ma no ti confondi, non può essere lui, scherzi, l'avrei saputo. E come avrei potuto, anche lui era finito nel campo degli ex colleghi, che possono essere ritrovati per caso, ma cercarli no. Il suo ultimo aggiornamento su Facebook risale al 2008. Motivo in più per credere che abbia solo deciso che Facebook non fa per lui, e che invece se ne va sereno a scorrazzare in moto su e giù per il mondo, o anche solo per Milano. Mi riprometto mentalmente di verificare, ma so anche che non lo farò, se mi dicessero che è proprio lui quello che si è schiantato sarebbe troppo dolore.

Ho ripensato però ad una conversazione avuta a pranzo con una mia amica. Le raccontavo di aver visto La versione di Barney in tv, e che mi era piaciuto moltissimo. E dopo un po’ che ne parliamo, lei mi fa: adesso ti faccio una domanda che non c’entra ma c’entra. Le tue password le ha qualcun altro oltre a te?

Segue un silenzio più breve di quanto non meriterebbe la domanda. No, nessuno ha le mie password. Se proprio dovesse essere necessario, confido dell’abilità di marito, che se vuole arrivare da qualche parte ci arriva, non saranno mica un paio di password in amicizia che gli bloccheranno la strada. Perciò - è là che volevamo arrivare - che muoia tutto con me.

Faccio mentalmente il censimento dei miei horcrux (in fondo è un po’ così, no?): l’account Twitter, al quale sono sempre più affezionata; Facebook, che ancora agevola carrambate e contatti che se no non ci sarebbero (ed eventualmente fa passare notizie, come oggi); LinkedIn, che non seguo con la cura che meriterebbe; Friendfeed, ma non ci sto quasi più (e un giorno mi piacerebbe spiegare perché in un post); la mia libreria di aNobii, curata in modo maniacale all’inizio e con un po’ di distacco più tardi, quando ho preso coscienza della dipendenza che stavo sviluppando; Flickr, aperto per un motivo e tenuto in vita per altri; il sito aziendale, per il quale mi prendo meno sgridate di quelle che meriterei dalla mia socia; e naturalmente questo blog e quell’altro, che tante soddisfazioni mi hanno dato e mi danno. E il risultato è che sono tanti pezzettini di me, ciascuno con la sua parte di anima, ciascuno che deve rimanere inviolabile.

Perciò che io sia visibile agli amici che mi contatteranno dopo 40 anni per dirmi ti ricordi?, a quelli che sfoglieranno i miei libri per far crescere la loro libreria, alle persone che se lo sono chiesto spesso ma non hanno mai osato formulare la domanda: che cosa significa Forbiceverde?, a chi leggerà Hai voluto la carrozzina? e, per un eccesso di entusiasmo, andrà a curiosare nei blog delle autrici. E un giorno non ci arriverà più nessuno. Ma sarà morte naturale, e non suicidio per mano di qualcun altro.

(Sì, un sacco di bei pensieri, non c'è che dire).

lunedì, luglio 25, 2011

Mi faccia il pieno. Di bellezza, grazie

Alla fine in vacanza non ci volevo più andare. Tutto il tira e molla andiamo-non andiamo, il dove-chissà, i ti-faccio-sapere, ecco, mi avevano messo male. Me ne sarei stata volentieri in ufficio a lavorare. Ma il week end a Potenza per portare il pupo dai nonni non si poteva saltare in ogni caso. E allora lunedì vado al parco a fare colazione con Catepol, intenzionata a fermarmi a lavorare lì, e passa Paola. Paola non è un’amica qualunque. Siamo state insieme al liceo, e poi all’Università, dividendo sempre la stanza. Una convivenza paragonabile a quella con mio marito, dunque, con il quale ci accingevamo a festeggiare 10 anni di matrimonio (da cui la vacanza). E insomma io Paola la dovevo vedere, quella mattina, ma più tardi. non sapevo che anche lei fa parte della schiera di potentini che al mattino vanno a correre-camminare-allenarsi al parco.

Exit Catepol, entra Paola. Le racconto della vacanza che manderei volentieri al diavolo, poi passiamo a parlare di noi, come se fossimo al tavolo di cucina di una qualunque delle nostre case bolognesi. E a un certo punto ci raggiunge marito.

Non ho lavorato niente. Sono stata al parco dalle 8 all’una e mezza. E all’una e mezza Paola ha fatto l’ultima telefonata, prenotandoci un albergo a Maratea.

Sia Paola che Maratea fanno parte di un’altra vita, per me. Di quando l’estate prendevamo la mia Panda azzurro puffo e andavamo ad organizzare il Marajazz, glorioso e fugace festival del jazz. Per dire, nella Panda hanno posato le artistiche chiappe tipi come Roberto Gatto, Maurizio Giammarco, Rita Marcotulli, Palle Danielsson, gente così. Che venivano prelevati all’aeroporto di Napoli e trasportati fino alla costa perché si esprimessero sul piccolo palco di Parco Tarantini. E poi si andava a cena da Cesare a Cersuta, e poi al porto, in un bar che ha cambiato gestione, a tirare mattina. E poi si ricominciava, ogni giorno una spiaggia diversa, e l’aeroporto, e così via: la Panda era in servizio 24 ore su 24.

Quando Maratea è entrata nella mia vita “da sposata” è stato invece molto diverso. Gabriele aveva 10 mesi e fingeva di non saper camminare da solo per farsi portare per mano da tutta la famiglia. C’erano i nonni e la zia e non c’erano i musicisti. C’era una bellissima terrazza con una vista da paradiso in terra e le cicale e i profumi nell’aria, e c’era una spiaggia, quella di Fiumicello, bella ma sempre la stessa. Marito era diventato insofferente dopo poco. L’idea di prendere la macchina anche per andare a comprare le sigarette, del paese in cima al bricco, di spiagge alternative dove la distanza “in linea d’aria” era sempre in verticale; tutto questo lo faceva andare fuori di testa.

Per questo quando Paola se n’è uscita, lunedì scorso, con un candido: “Andate a Maratea! Vi mando da un mio cliente” (Paola fa la mercantessa d’arte. Io li amici che fanno, chessò, gli impiegati, proprio non mi sono mai capitati), io devo aver assunto un’espressione ambivalente. Da una parte mi sentivo luccicare gli occhi, dall’altra mi sentivo in colpa per il solo aver pensato di infliggere a marito quello che già sapevo essere un supplizio. Ma a Paola non si dice di no facilmente. E la mattina dopo eravamo in viaggio verso Maratea.

Ho instagrammato un sacco, quindi quanto è bella non lo racconto neanche. Ma non potevo instagrammare me.

La bellezza, secondo me, è un fatto etico prima che estetico. Modifica e migliora il nostro modo di stare al mondo, perché migliora il mondo. La bellezza ci nutre, non ha bisogno di spiegazioni, ignora il senso della parola praticità.

Ho provato a spiegarlo a marito, un giorno in cui avevo provato a portarlo in una spiaggia (la Darsena) dove però il mare grosso aveva lasciato solo scogli e sparute passerelle, e per un attimo ho temuto che lui mi avrebbe volentieri buttato di sotto. Ho provato a spiegargli che dopo 7 anni avevo bisogno di quel paesaggio, di quel modo così selvatico di darsi di quella costa, di quel silenzio, di quei profumi, di quei colori, di quella luce, di quegli scogli, di quelle grotte: di tutto quanto, insomma. Per i prossimi 7 anni, diciamo. Ci ho provato e non so se ci sono riuscita. Suppongo di no, visto che mi ha mandato a quel paese, in modalità anniversario, certo, ma mi ci ha mandato.

Sono stata egoista, lo so. L’ho voluto per me, non per noi. Ma adesso ho un pieno di bellezza addosso, e questa bellezza mi renderà migliore. Anche per lui.

Alcune info pratiche
Maratea si estende lungo i 30 km di costa lucana sul Tirreno, nel golfo di Policastro. Il paese si trova in alto, a circa 500 m. sul livello del mare. Le spiagge vere e proprie sono poche, mentre abbondano le calette, raggiungibili in macchina ma che richiedono delle belle scarpinate, spesso in verticale, appunto. Quindi se avete lo spirito delle capre di montagna va benissimo, e meglio andare al mare con le scarpe da tennis piuttosto che in ciabatte.

Io ho soggiornato all’Hotel Martino, a Marina. Il paesaggio che si gode da lì è veramente straordinario, si vede anche il Cristo Redentore che domina il golfo, con tutti i suoi tornanti sospesi nel vuoto, e sotto il golfo tutto intero. È pieno di piante e l’unico rumore che si sente è quello delle cicale. Un paradiso. Il servizio è discreto, ma non c’è una grande cura per i dettagli. Evitate accuratamente la colazione e non vi rovinerete la giornata.

La sera a Maratea non c’è niente. Nel senso di niente. Si può fare una passeggiata in paese o bere qualcosa al porto, ma non vi aspettate nessuna movida. Però si mangia piuttosto bene, e si beve meglio: i ristoranti del posto hanno scoperto alcune etichette della regione molto valide, che possono stupirvi. Per i bambini va bene solo se sono proprio piccoli, e in questo caso meglio scegliere posti come Acquafredda o Fiumicello, che hanno spiagge più ampie e attrezzate e soprattutto una discesa a mare accessibile direttamente dal parcheggio. Quando diventano più grandi meglio cambiare costa per qualche anno, perché servizi per loro non ce ne sono.

Infine, mi corre l’obbligo di ringraziare di cuore Arianna di Officina 27, la mia trainer, Margherita, la mia partner, e naturalmente il signor Pilates: a tutte queste persone va la mia infinita gratitudine per avermi fatto affrontare la prova bikini 2011 con grande disinvoltura :)

mercoledì, maggio 18, 2011

Quando on e off line sono parole vuote

Se dovessi definire con una parola il week end appena passato, direi che è stato il week end dei talenti. Abbiamo scoperto cantanti, ballerini e musicisti tra le persone che ci circondano più o meno quotidianamente e che abbiamo relegato in ruoli da cui il talento è immune. Abbiamo trovato animatori, orientalisti e cacciatori di lucciole che hanno allargato le nostre prospettive verso dimensioni insospettabili. Tutte persone che non andranno mai in tv, ma che sono meglio della tv e della radio e anche di internet e degli eventi organizzati.

Abbiamo condiviso riflessioni di ogni tipo in gruppi sempre diversi, abbiamo parlato di politica e di città, di scuole e di bambini, di sesso e di amore, di rete e blog. Per dirla in una parola, abbiamo intessuto relazioni, quelle dove on e off line sono parole vuote, perché sono relazioni e basta, tra persone che si scelgono per i loro contenuti.

Scegliersi per i contenuti
Se qualcuno mi avesse detto che avrei amabilmente chiacchierato a colazione di Cirillo e Metodio mi sarei messa a ridere. E non solo perché a mala pena so chi siano, Cirillo e Metodio, ma soprattutto perché “nell’ambiente che frequento” nessuno avrebbe da dire alcunché al proposito.

Allo stesso modo, mai e poi mai mi sarei sognata di farmi spiegare un pezzo di Kama Sutra da una pedagogista esperta in balli di gruppo: tra le persone che frequento non ci sono pedagogisti, né esperti di balli di gruppo, e a dirla tutta, è assai difficile che ci si scambi dei consigli sul Kama Sutra.

Ma anche, che la mia amica e compagna di viaggio Flavia canta bene lo sapevo – l’ho sentita sussurrare più volte in macchina, durante le code sulla Colombo – ma che potesse farmi venire i brividi quando intona Grande, grande, grande, questo proprio no, non me lo immaginavo.

E così via.

Non tenevo conto di una cosa: l’ambiente che frequento non è – solo – quello degli amici storici, o comunque di quelli che prima di scambiarsi una parola ci si è almeno stretti la mano fisicamente, dicendosi “piacere”. L’ambiente che frequento è fatto anche di persone di cui non ho mai stretto la mano, e non per questo le frequento meno. L’ambiente che frequento è fatto anche di persone con le quali prima di stringermi la mano ho dialogato a lungo, e allora incontrarsi e stringersi la mano è stato un ri-conoscersi. Che parte dalle cose che ci siamo detti e arriva ovunque, a Cirillo e Metodio, al Kama Sutra, al karaoke, perfino.

Il fatto è che ci sono molti modi per scegliersi. Ci si sceglie per prossimità (i vicini, i compagni di scuola, i genitori degli amichetti dei figli), per convenienza (i colleghi, l’estetista, la sciura del negozio di intimo), perché amici-degli-amici. Oppure ci si sceglie per i contenuti. Per quello che ciascuno ha da dire e condividere, per le opinioni, per gli atteggiamenti. E poi ci si incontra, anche: non si troverà prossimità, la maggior parte delle volte, né convenienza, ma è facile che ci si trovi ad essere amici-degli-amici, e soprattutto è facile che poi sia tutto facile.

La straordinaria ricchezza dell’eterogeneità
Spesso faccio un gioco: vedo le persone al ristorante e mi immagino che tipo di relazione ci sia tra di loro (a volte, se posso, ascolto anche i loro discorsi, ma questa è un’altra storia). Saranno amici, colleghi, una coppia un po’ stanca, lui ne vuole da lei ma lei no, si vedono per la prima volta, sono parenti: le possibilità sono infinite. E più la situazione offre elementi di eterogeneità tra le persone, più il gioco è divertente (per me, raramente anche per chi è con me, se non condivide l’approccio).

Se penso ai miei amici storici, vedo persone con le quali condivido molte cose: l’educazione, a volte gli studi, oppure il lavoro, e/o certi interessi. Tutto sommato, se siamo tutti insieme c’è una certa omogeneità nell’insieme che formiamo. Se mi metto ad osservarci dal tavolo vicino, è facile capire la relazione.
Meno facile sarebbe vedendo un gruppo come quello da cui mi sono appena separata. E quindi? Che meravigliosa ricchezza mi sono portata a casa? Che meravigliosa ricchezza mi porto a casa la volta che riconosco una persona da un badge, e mi trovo, supponiamo, nel castello di Melfi? O tutte le volte che chatto via Skype con una persona che non ho mai visto, o che mi stupisco per una foto, o che scopro una voce?

E allora, siamo sicuri che on e off line abbiano un senso, se parliamo di relazioni?

sabato, luglio 24, 2010

Basilicata coast to coast e le cose importanti

Ho visto Basilicata coast to coast, il film di Rocco Papaleo, regista esordiente più grande di me. E ho capito alcune cose.

1.    Non devo perdere le speranze. Se uno può esordire a 52 anni, vuol dire che io ho ancora 9 anni a disposizione per organizzarmi.

2.    Questo giretto me lo voglio fare anch’io. Perché è un sacco di tempo che dico (a mio marito, per esempio) che la Basilicata è piena di posti belli da vedere, ma poi quando si andiamo ci facciamo risucchiare dal vortice famiglia-amici-cose da fare e non andiamo mai da nessuna parte. Ora, so anche che a mio marito non interessa granché. È una persona straordinaria, ma è anche straordinariamente campanilista, e allora qualunque cosa io gli proponga, di autoctono per me, c’è sempre qualcosa di autoctono per lui che è meglio (fanno eccezione le mozzarelle e le salsicce). Per anni questa cosa mi ha fatto soffrire, ora me ne sono fatta una ragione. Perciò voglio andare a (ri)vedere la Basilicata che mi piace, quella dei due mari e delle montagne in mezzo, dei paesi fantasma e dei falchi e delle poiane, dei profumi e dei boschi. Fregandomene di chi la può apprezzare: lo farò io.

3.    Questo film leggero è stato una specie di segno per una cosa che invece è molto profonda per me. Voglio fare una cosa che sia importante per me, e che non finisca una volta finito il viaggio. Qualche giorno prima di andare al cinema, ho incontrato a pranzo una persona molto speciale, con la quale, tra le altre mille chiacchiere, abbiamo parlato della musica e di quello che significa per chi la fa. Mi è rimasto dentro, quel discorso (anche tutte le altre chiacchiere, ma in modo diverso). E poi quando ho visto il film mi sono resa conto che io a questo ho rinunciato, e che è proprio brutto che io l’abbia fatto. Perciò sono andata a casa, ho tirato fuori da sotto il letto del bimbo una tastiera elettronica ereditata qualche mese fa da un nonno che non era il mio, ma priva di alimentatore, e sono andata a cercarmi l’alimentatore. E adesso funziona. E quindi non mi rimane che comprare qualche spartito nuovo, e, chissà, magari anche prendere qualche lezione, che sono più di 20 anni che non suono davvero. Perché il lavoro sì, è importante, ma serve per mettere qualcosa a tavola, mentre le passioni sono quello che ti serve per nutrirti veramente, per farti respirare a pieni polmoni, per darti un motivo vero per alzarti ogni mattina.

Ovviamente non credo che Papaleo immaginasse che il suo esordio da regista potesse diventare qualcosa di così profondo per qualcuno, ma è stato così e di questo lo ringrazio. Del resto, le cose che ci cambiano la vita arrivano sempre inaspettate e da direzioni inimmaginabili. Perciò, che il viaggio abbia inizio.

giovedì, settembre 06, 2007

1 anno di MiC

Mamma in Corriera compie un anno!

In quest’anno ci sono stati alti e bassi, momenti di grande produttività e momenti di stasi, post belli e post brutti, ma in fondo il solo fatto di non aver mollato è già un dato positivo. Tanto più che mollare è sempre più difficile.

Col tempo ho iniziato a vivere certe situazioni pensandole in forma scritta, per così dire: una modalità del pensiero che mette già in ordine, rimugina, costruisce, per essere poi trasferita direttamente qui dentro. Cosa che raramente accade, a onor del vero, ma che è bella da provare.

È d’uopo ringraziare tutti quelli che sono passati di qua, e in particolare quelli che hanno lasciato una traccia. Alcuni di loro mi sono abituata a considerarli amici, e loro lo sanno. Mi immagino i loro commenti man mano che le cose succedono, e di volta in volta mi piace pensare a cosa ne direbbero.

Ad esempio: sto facendo la coda in posta e una vecchietta mi salta davanti: che farebbe Annachiara, energica e dalla lingua puntuta com’è? E Graziella come descriverebbe questo paesaggio così bello da essere commovente, sul quale mio figlio si è appena impastato addosso una pizza grande come la sua maglietta? Oppure: per questo tipo di acciacchi ci vorrebbe proprio La Bella Addormentata, lei sì che mi rimetterebbe in piedi. Titti vive praticamente nella scrivania di fronte a me, con la sua lucidità e la sua saggezza, mentre Antonio si affaccia ogni tanto alla porta per farmi cucù e ricordarmi che c’è sempre un’alternativa. Topozozo mi riporta alla realtà con il suo sguardo un po’ ruvido, mentre la Coniglia mi fa pensare con nostalgia a quando avevo la sua età. Chiara invece ha questa vita un po’ loft newyorkese un po’ mulino bianco, che mi fa ridere un sacco. E poi c’è Copyman con la maledizione di ICQ che ci perseguita entrambi da qualche tempo e ci condanna alla modalità fermo posta. Ma come non desiderare di andare almeno una volta da Maurice, a mangiare ma anche a parlare, perché tanto lui di parlare non si stanca mai. E poi, ciliegina sulla torta, pOpale, che mi ha insegnato un metodo di sopravvivenza allae riunioni assolutamente esclusivo: immaginarsi i partecipanti in mutande (dovresti vedere quelle del mio AD!).

Eccoli, in ordine sparso e senza voler essere esaustiva, alcuni dei miei amicicci di blog, come li chiama mio marito: tutte persone che prima non c’erano nella mia vita, e che non avrei mai avuto la fortuna di conoscere se un anno fa non avessi preso il coraggio a due mani e non avessi detto “Proviamo”.

Perciò, in quest’epoca per me di compleanni, buon compleanno Mamma in Corriera!

lunedì, giugno 18, 2007

MilleMiglia in bianco

Lei: “A destra! A destra!”
L’autista: “Non posso!”
Lei: “Vacci lo stesso!”
Derapata, freccia, a destra.
Lui: “Azz… No, torna indietro, dovevamo andare dritti”
L’autista: “…”
Lei: “Ora, ora, gira, gira! Esci dal controviale!”

Dietro la Saab che balla la rumba attorno al semaforo di un cavalcavia, ci saranno sette o otto macchine, che a loro volta fanno quello che possono. Se ne possono sentire i commenti.

Audi: “E no, bello, se credi di lasciarmi qua ti sbagli. E tu (rivolta a una Punto che sbuca a destra e vorrebbe mettersi davanti a lei) stanne fuori, che c’entri tu?”
Quasi si baciano, l’Audi e la Punto. L’autista della Punto è più confuso che arrabbiato. Il suo sguardo vaga nell’ingorgo che sta raggiungendo dimensioni ragguardevoli, e si posa sugli abitanti delle macchine. Elegantissimi.

Lancia: “Ti sto attaccato al culo – ce l’ha con una Mazda per l’occasione priva di capote – non ci penso nemmeno a mollarti”

L’ingorgo è sempre più inestricabile, volano parole grosse, gestacci, imprecazioni, clacsonate che è una meraviglia. Del resto per essere una domenica pomeriggio, nel pieno centro di Milano, c’è da dire che la situazione è notevole. Finché la Saab riparte con una sgommata, e come per incanto tutte la seguono.

Io: “Miiiiii, se è seduta, ‘sta macchina!”
Mia sorella: “Che significa?”
Io: “Che non si muove. Zero ripresa. Un bradipo. Guarda (quarta, terza, accelero, lei si muove ma non è sufficiente per guadagnare i 20 metri che ci separano dalla macchina che ci precede). Capito il problema?” (terza, seconda, terza, quarta).
Mia sorella: “…”

Imbocchiamo corso Sempione più assatanati che mai. Il problema è che non tutti sono riconoscibili, quindi ciascuno di noi si sceglie un compagno e gli sta addosso. Se qualcun altro si frappone fra due macchine, la lotta per buttarlo fuori è priva di ogni regola, del codice della strada come della buona educazione.

Mi affianca uno ad un semaforo rosso. È F. Abbassa il finestrino. Faccio altrettanto.
F: “Sto seguendo T. Lei conosce bene la strada, quindi non la mollo”
Io: “Io sto dietro a G. Anche lui la conosce…”
Il verde ci impedisce di continuare la conversazione. Partiamo come se fosse questione di vita o di morte. Ora siamo, nell’ordine: G (che conosce la strada e che io sto seguendo), T (che conosce la strada ed è l’inseguito di F), io, F. T non mi riconosce, accosta per farmi passare e tornare in contatto con F, che però non ha fretta. Il balletto dura tre o quattrocento metri, poi do gas, supero, mi ricongiungo a G. che passa col giallo una volta di troppo, lasciandomi ferma dietro di lui. Imbocco l’autostrada per ultima, perché il convoglio che ci viaggiava nei pressi ha preso una scorciatoia. Quindi corro, corro come una forsennata. Ecco la colonna, benissimo, ora la risalgo. Alla velocità della luce sono in testa. Mi fermo solo quando sono alla prima macchina, la Saab con l’autista. Mi metto dietro di lei e torno a velocità più umane.

Una trentina di chilometri più tardi scendiamo dalle auto nello splendido parcheggio della cascina che i miei amici hanno scelto per il banchetto nuziale. Tiriamo un sospiro di sollievo. Non ero mai stata a un matrimonio con MilleMiglia.

lunedì, giugno 11, 2007

Polterabend L

Ci siamo. Sabato la mia amica si sposa. E potevano forse, le sue amiche, sottrarsi all'addio al nubilato? Neanche per sogno. E poi io avevo un sassolino nella scarpa di cui liberarmi. Non sono stata all’altezza, ma del resto non era cosa facile, essendo stato il mio addio al nubilato un prodigio di coordinamento e creatività malefica.

Ed ecco il sassolino. Si era creata, all’epoca del mio matrimonio, una pericolosissima alleanza tra le tre bionde del mio seguito: L., appunto, che sta per perdere il suo stato di donna che vive nel peccato, E., che nel peccato continua beatamente a viverci, ma non per questo è meno attiva sul fronte del rendere felici le amiche che fanno scelte diverse dalla sua, e infine D., famigerata svampita, la prima persona frequentata a Milano, profetessa di quanto sarebbe accaduto con Alberto in tempi non sospetti, e in parte anche per questo mia testimone di nozze.

(Qui è d’obbligo aprire una parentesi. D. è una persona assai particolare. Ci siamo amate e ignorate a stretto giro, nel corso degli anni. Nel momento in cui ci frequentavamo di più abbiamo condiviso un simil-fidanzato, convinto che non sapessimo niente l’una dell’altra, con conseguenze – sul piano del gossip o auto-gossip, se si può dire – che si possono facilmente immaginare. I nostri trascorsi, tuttavia, non le hanno impedito di sparire dalla mia vita, facendovi ogni tanto irruzione con uno stralunato SMS che recita più o meno sempre la stessa cosa: “G, non ci puoi credere! Mi stanno succedendo un sacco di cose, quando torno dall’India ci dobbiamo assolutamente vedere! Baci D”. Ecco, all’incirca ogni 4-5 mesi succede questa cosa – l’India è naturalmente solo una delle mete esotiche da cui si fa viva. Da un paio d’anni ho smesso di rispondere, visto che dopo l’SMS non riesco comunque più a parlarle. Peccato.)

Le tre bionde, per la prima volta insieme, si erano rivelate un cocktail esplosivo. Perché la sera convenuta successe quanto segue. Mi viene dato un appuntamento davanti a un locale da aperitivo fighetto, dove, oltre alle bionde, trovo altre 6 o 7 sgallettate. Si fa l’aperitivo fighetto. Insistono per farmi calare anche il terzo Negroni (all’epoca ce la facevo). Nel frattempo loro, a turno, si mettevano al telefonino per brevi comunicazioni, con fare da servizio d’ordine (stesso atteggiamento, stessa segretezza, stessa esibizione di efficienza: mancavano solo gli occhiali da sole), e si scambiavano occhiate da giocatori di briscola. La cosa continua per tutta la durata della tappa successiva: un sexy shop sfigatissimo (scopro dopo che una delle telefonate avvertiva che quello in cui avevano deciso di portarmi era chiuso), dove dopo un rapido giro mi mettono in mano un ricordino della serata. Che non è ancora finita, però. D. mi prende per un braccio e mi tira fuori: “Via, via, non c’è più tempo, via!”. E mi ficcano in macchina, partendo con una sgommata nella notte milanese.

Non mi è dato di conoscere la meta della folle corsa, ovviamente, perciò mi ritrovo, un po’ stordita, sulla porta del Lili la Tigresse, un night all’epoca famoso per la lap dance, e, sempre al telefonino, mi trascinano dentro. C’è un tizio disteso sul bancone vicino a uno dei pali; occupato, il palo, da una pitonessa con cosce da costrictor in strass e paillettes che sventola come un trofeo la mutanda di lui, miracolosamente in bilico sulle zeppe che, da altitudini insondabili, sorreggono la di lei patata (si può dire patata in un blog?) a una distanza allarmante dalla faccia del cazzone ai suoi piedi. “Madonna mia, che cazzone!” penso infatti come prima cosa. Poi mi avvicino. Il cazzone è il mio futuro marito. Non riesco a staccargli gli occhi di dosso, e lui, ridanciano, mi guarda e mi riconosce. Si rivolge alla pitonessa: “Ehm… ti presento… mia moglie”. La pitonessa diventa bordò solo per un attimo, poi con grande presenza di spirito mi guarda e fa: “Piacere, Silvia”. E si abbassa ulteriormente sulle ginocchia per stringermi la mano.

Dietro di me c’è un boato da stadio o da concerto del Primo Maggio. Le mie amiche si sono moltiplicate: ora anche tutti i maschietti sono lì, che guardano la scenetta e ridono come matti, e fanno il tifo per me, per Alberto, per Silvia (“Piacere…”), che ancora non è scesa dalla faccia del mio fidanzato ma che ci tiene a farmi sapere che le mutande gliele ha tolte senza toccargli i pantaloni, tagliandole con un paio di forbici (tecnica interessante, ma lì per lì non mi viene voglia di approfondire).

Il resto è storia. Fatto sta che, nella testa della mia nubenda di questo giro, io non aspettavo altro che un’occasione di vendetta. Complici gli anni, il momento di superlavoro e uno stato d’animo non proprio festaiolo, vendetta non c’è stata.

In sintesi, l’abbiamo portata a vendere preservativi colorati al gusto tropicale sui navigli, e, una volta finita la mercanzia, costretta a farsi firmare la maglietta da tutti i maschi della zona. Abbiamo permesso al fidanzato (e ai suoi amichetti) di raggiungerci mentre lei vendava l'ultimo condom a uno con la maglietta da Superman che, intanto, le si dichiarava sul cuore "Ciuppa ciuppa". L’innocenza, insomma.

giovedì, maggio 17, 2007

A Simone che sta per diventare papà

Simone è un mio collega. Ha trent’anni (cosa che lo aiuterà molto a fare carriera) ed è molto bravo (cosa che non necessariamente lo aiuterà a fare carriera), e soprattutto sta per diventare papà.

Per le mamme c’è un ricchissima letteratura che ti dice cosa fare e cosa non fare quando arriva un bebé a scapigliarti la vita; molto meno per i papà. Lungi da me l’idea di colmare questa carenza di informazione. Vorrei solo dargli qualche insight da parte di una mamma.

Caro Simone,

abbiamo chiacchierato spesso di cosa significhi diventare genitori, ma so che ci sono cose che non hanno alcun valore quando riportate da altri, perché essere genitori è un’esperienza talmente personale che ognuno la vive in modo diverso. Però volevo dirti due cose così, da amica, anzi da mamma, che non riuscirò a dirti durante le pause pranzo e men che meno alla macchinetta del caffé. Tu però prendile per quello che sono: la trascrizione sotto forma di consiglio, del punto di vista di una che si è fatta cogliere impreparata dall’arrivo di una persona nuova in casa, con conseguenze non sempre esaltanti.

Quando arriverà il tuo bambino, succederà una cosa strana: tua moglie, quella che è stata la tua fidanzata, la tua amante, ecc. ecc., di colpo diventerà un’altra cosa, la madre di tuo figlio. Ecco, questa cosa falla durare il minimo indispensabile, il tempo di farle un regalo. Consono, mi raccomando. Poi basta, che torni ad essere tua moglie, e tu suo marito. E guardala, non lasciare che sia sola ad affrontare le cose straordinarie e catastrofiche (nel senso etimologico, di profondo cambiamento, di rottura) che avverranno nella sua testa, nel suo corpo, nella sua vita.

Forse ti sentirai trascurato, succede a molti neopapà. Non è che una mamma lo faccia apposta, è che c’è una persona che ha bisogno di lei per fare tutto e una che può fare da sola. Tu come ti regoleresti? Ma attento, perché lei non può fare da sola, anzi, non è giusto che faccia da sola. Una cosa che molti padri dimenticano in fretta sono i bei discorsi del periodo precedente la nascita, quando si dice che “il bambino si fa in due”. Beh, mi dispiace, ma dopo quasi sempre queste belle parole volano via. Fai in modo che non succeda anche a te. Fortunatamente tua moglie non fa il nostro mestiere, per cui riuscirà ad essere – mediamente – meno sotto pressione di te, sul lavoro. Il che non significa, però, che debba rinunciare alle sue aspirazioni e ai suoi interessi. A meno che tu non possa mantenerla (ammesso che a lei stia bene essere mantenuta), non chiederle di sacrificare la sua vita professionale per permetterti di procedere nella tua. Il figlio è di tutti e due.

Un’altra cosa che spesso accade, quando si diventa in tre sotto un tetto, è che di colpo si dà tutto per scontato, perché lei ci sarà sempre per suo figlio, e quindi anche per te. Beh, non è esattamente così. Il matrimonio e la maternità sono due passaggi bellissimi nella vita di una donna, ma possono diventare una prigione. Magari d’oro, ma sempre una gabbia, dove in alcuni momenti ti sembra di essere un criceto nella ruota. Quindi tienilo bene a mente: anche i criceti possono stufarsi, prendere su – eventualmente – i cricetini, e andare per la loro strada. Un figlio non è la garanzia di un rapporto di coppia eterno, è solo un rallentamento dei riflessi, per lo più temporaneo, che ti porta a rimandare, se ne hai, i progetti di latitanza. Rimandare, non cancellare.

Una cosa importantissima: lei e tuo figlio sono più importanti del tuo lavoro. Infinitamente più importanti. E quando ti capiterà di mettere avanti il lavoro – perché ti capiterà, stai tranquillo – assicurati almeno che loro possano fare a meno di te. Non costringerli ad aspettarti, se farai tardi la sera. Che se ne vadano in vacanza, se possono. Magari dai nonni, così è una vacanza anche per lei. Ma poi non dimenticarti di chiedere loro perdono.

Ecco, le vacanze sono un altro momento topico nella vita di una coppia con bimbo. Non servono a niente se non ti riposi, e se non ti diverti – addirittura! – almeno un poco. Quindi sceglietele con cura, usate i nonni, i fratelli, gli amici, insomma, fate che non siano la semplice trasposizione della vostra vita di sempre in una località di villeggiatura, per bella che sia. Se no tanto vale non farle.

Simone, vorrei dirti ancora un sacco di cose, ma credo di averti ammorbato abbastanza per il momento. Il resto lo scoprirai, lo scoprirete, da soli.

E adesso piantala di leggere cazzate e lavora!

Il tuo Senior

lunedì, maggio 07, 2007

Le cozze del Naviglio

Per fortuna c’è Labelladdormentata. Che gira l’Italia e ci mette attorno a un tavolo così ci guardiamo in faccia e scopriamo le nostre voci al di là dei reportages più o meno diaristici che ci vedono protagonisti.

La nostra seratina milanese è iniziata sotto la pioggia e nel traffico. Il fatto è che, per una congiunzione astrale che si ripete tutte le settimane, il venerdì è il giorno della settimana in cui c’è più casino per le strade, quella in cui i tempi di percorrenza vengono impietosamente incrementati. Se poi piove, come venerdì, la sosta in coda è assicurata. E se, oltre a tutto ciò, c’è lo sciopero dei mezzi, non rimane che affidarsi alla buona stella degli automobilisti per imboccare una qualsivoglia strada rotabile all’ora di punta. Ecco, ci siamo impantanate anche noi, impiegando tre quarti d’ora per fare al massimo un paio di chilometri, ma stavolta senza problemi, perché intanto ce la raccontavamo. Ho anche avvisato Anna Paola che Marcello (aka Copyman) era intrattabile: lui che di solito è così carino e simpatico, venerdì via ICQ era quasi possibile vederlo, verde e rabbioso, isterico. Poi la sera no, si era chetato, per fortuna.

Il resto è storia: ape e cena, e poi giro di accompagnamento. Durante il quale, mentre Labelladdormentata ci aggiorna su cosa ne ha fatto delle uova che le hanno regalato a Pasqua, Copy ci racconta la storia surreale di una pizza che gli è stata regalata, ancora da cuocere, e noi lì ad immaginarci questa povera pizza tutta sola nell’ufficio chiuso.

È che uno non riesce ad immaginarselo, se non ci si trova dentro, perché sembra una cosa da adolescenti o da scapoli in crisi di mezza età. Conoscere delle persone “in Internet” è una cosa che, nella testa di chi in Internet non ci va, fa rima con chat, al massimo, quando non sfora in attività illegali di varia pruriginosa natura. E invece vai a spiegarglielo, a queste persone, che non è così. Vàglielo a spiegare che bella cosa sono i blog. Dove tu leggi (più o meno) tutti i giorni gli scritti di qualcuno, inizi a conoscerlo, ad immaginarti quali commenti lascerà sulla tua pagina, a vederlo vivere attraverso la sua. E, se vuoi, una sera ti incontri. A mangiare cozze a Milano.

Grazie, Bella Addormentata, e alla prossima!

martedì, aprile 10, 2007

Questioni di famiglia

Lo ammetto. Non sono mai stata una fan della famiglia. Al contrario, ho sempre creduto più validi i legami in cui le persone si scelgono, piuttosto che quelli di sangue, così perniciosamente affidati al caso. Mea culpa. E tuttavia negli ultimi anni ho rivalutato il tutto, alla luce di eventi lieti e meno lieti che hanno visto come protagonista la famiglia. Solo che ora lo sguardo è molto più critico, essendo stato acquisito in età adulta (dopo un lungo rifiuto durante gli anni dell’educazione). Perciò oggi ho le idee piuttosto chiare su quello che posso aspettarmi e sul valore da dare a certe relazioni familiari. In questa mia visione della famiglia ci sono, in forma piuttosto atipica, anche gli amici, o per lo meno certi amici, per la maniera in cui mi sono stati vicini e io sono stata vicina a loro.

Intendiamoci, non è che ne faccia una questione di do ut des. Al contrario, è una questione di relazioni: che devono essere coltivate, secondo me, per avere valore; se no sono finte, e allora non vedo perché considerarle. Sangue o non sangue. Per esempio, un familiare che vive a 30 km da casa mia (il che ne fa il familiare più vicino) e che è sempre troppo occupato con i figli adolescenti per passare a vedere se siamo vivi o morti, anche in situazioni particolari, tipo bimbo o marito in ospedale. Ovviamente il fatto che nostro figlio è piccolo non ci ha mai impedito di fare la nostra gita periodica per andarli a trovare. Ecco, un familiare così, detto fuori dai denti, non lo considero granché familiare. Più che altro una voce nell’asse ereditario. Nello specifico, di mio marito.

È proprio come con gli amici: uno può essere grande amico per anni, condividere tutto, e poi a un certo punto sparire dalla circolazione. Io ho un’amica così: una o due volte l’anno si palesa con un messaggino in cui dice qualcosa di piuttosto criptico, del tipo “ci dobbiamo vedere assolutamente ti devo raccontare ti chiamo appena torno da india tre settimane”; che più o meno dovrebbe significare che si trova in India e che fra tre settimane torna e ci vediamo. Di solito la prima cosa che faccio è chiamarla lo stesso, ché magari è ancora in aeroporto, e lei non risponde o mi dice in modo concitato: “G non puoi capire, sta succedendo di tutto! Ci dobbiamo assolutamente vedere! Ti chiamo io! Ora devo scappare! Ciao!”, tutto così, pieno di punti esclamativi. Moltiplicato per dieci anni, con molto dispiacere non la chiamo più. Se al ritorno da uno dei suoi viaggi vorrà vedermi mi chiamerà. Se non avrò impegni sarà bello chiacchierare con lei.

Una forte commistione tra amici e famiglia si è verificata anni fa, quando avevo iniziato a frequentare Alberto. Venivo da un periodo piuttosto animato, sentimentalmente parlando: per essere più espliciti, il sentimento non c’entrava proprio niente. Mi divertivo e basta, e pure parecchio. Finché non è arrivato Alberto. Che in una sera mi ha messo in riga.
A quel punto i miei amici non sapevano cosa pensare. Così un pomeriggio mandarono un’emissaria, L., che mi convocò per un aperitivo, con aria di urgenza. Mi presentai puntuale all’aperitivo, e lei era piuttosto imbarazzata. La prendeva alla larga, del tipo: “Allora, coma va?” e io “Bene!” e così via. Dopo il primo Negroni le si sciolse la lingua.

“Giuliana, ci siamo visti e…”
“Vi siete visti chi?”
“Tutti. Io, F., G., E…. Insomma tutti. Il fatto è che siamo un po’ preoccupati”
“Preoccupati?”
“Sì. Insomma, noi ti conosciamo da tanto tempo, e devi ammettere che questa cosa, adesso… Insomma, questo fidanzamento… Sarà sicuramente una brava persona, però…”
“L., mi stai dicendo che avete paura che mi sia messa in casa un maniaco?”
“Beh, proprio un maniaco… Però sì, insomma. Che ne sappiamo noi? Anche tu, mica puoi conoscerlo così bene…”

Ha parlato abbastanza a lungo da farmi capire che la sua, la loro ansia era reale, e che non era certo per ficcare il naso nelle mie cose. L’ho convinta che Alberto non era un maniaco, e neanche uno perseguitato dalla legge, che era (in maniera accettabile) sano di mente e che io ero molto felice. Dunque non c’era niente di cui preoccuparsi. E però li ringraziavo molto del loro interessamento.

Era vero. Neanche per un attimo ho vissuto questa intromissione dei miei amici nella mia vita privata come una mancanza di discrezione. Al contrario, mi sono sentita protetta. E mi ha fatto un gran bene sapere che attorno a me c’erano persone su cui contare. Sangue o non sangue.

lunedì, marzo 12, 2007

Lettera a un'amica

Quando è stato che hai smesso di guardarti allo specchio? Non me la spiego diversamente la tua faccia: le borse sotto gli occhi, i capelli bianchi che ti incorniciano in un’aureola che urla vendetta, i solchi che mettono tra parentesi la tua bocca. Lo so quando è successo. Era sera, tardi, e non è che tu ti fossi divertita, ma proprio non ce la facevi a struccarti e metterti le tue cremine, per cui sei passata oltre. E la mattina dopo, uscita dalla doccia, eri troppo di fretta per idratarti. E avanti così: ogni sera e ogni mattina, c’era sempre un buon motivo per non curarti. Poi lo specchio è diventato superfluo, e anzi adesso mi pare di vederti, quando ci passi vicino e lo eviti.

Ecco, ora che ti ho detto come la penso su come stai trattando il tuo corpo, mi sento già più leggera. Non che mi interessi molto, il tuo corpo, a dir la verità, ma ho la sensazione assai sgradevole che tu ti stia comportando allo stesso modo con la tua anima. Che tu la stia maltrattando. Dici di no? E allora dimmi un po’: da quanto tempo non ti fai una risata, di quelle crasse, di cuore, con le lacrime? Da quanto tempo non ascolti la tua musica? Da quanto tempo non suoni? Dici che non ti interessa più. A quale parte di te non interessa più? Alla testa? Al cuore? Non ti manca l’aria, quando sei in apnea nella quotidianità?

Quanto spesso dici di sì pensando “preferirei morire”, o rinunci a una cosa (una cosa qualunque, un oggetto da comprare, una serata con gli amici, un piatto al ristorante) dicendo che non è importante e poi però rimani lì a pensarci? Non hai mai calcolato quanto ti costa tacere un’opinione in nome del (più) quieto vivere? Dev’essere per questo che hai messo la bocca tra parentesi.

So cosa vuoi dire: riprendere le fila di tutto questo significa fare scelte dolorose, non solo per te ma anche per le persone che ti stanno attorno. Oppure no. Oppure significa solo ricordare a queste persone come ti hanno comprata, specchio e tutto, e far loro notare che era quella la persona che avevano scelto, non l’ombra che sei diventata.

C’è stato un periodo molto doloroso, in un passato abbastanza recente, in cui spesso ho sentito di stare vivendo la vita di un’altra persona. Non c’è niente di più pesante, frustrante, brutto e basta, che sentirti fuori da te, vederti vivere e non condividere quello che fai, avere i tuoi desideri in un altro luogo, che non sei tu, che non è dentro di te. Acquisire abitudini che non ti appartengono, dire cose che non pensi, perfino preoccuparti per situazioni che non ti spaventano: ogni azione è una negazione, tu sei una negazione, vivere è negazione. Di questo passo si finisce in manicomio, e speriamo che ci sia qualcuno a portarti una rosa.

Allora adesso io non vorrei che anche tu arrivassi a questo. Non vorrei che tu iniziassi a vivere la vita di un’altra persona. Non lo vorrei proprio, perché poi dovrei venire a trovarti e regalarti una rosa, e a me gli ospedali fanno veramente schifo.

Vedi, amica mia? Si comincia dal rimmel e si finisce al festival di Sanremo. Quindi, mai sottovalutare il rimmel.

Con affetto
Giuliana

lunedì, marzo 05, 2007

Voci e volti

Dopo Maurizio, Marco, Antonio, Simone e Marcello, questa volta è Anna Paola ad avere finalmente un volto.

Ci siamo incontrate a Milano, dove lei era impegnata per un corso, e siamo riuscite a stare insieme solo un’oretta, ma fitta fitta di chiacchiere.

Anna Paola è una signora deliziosa ed estremamente interessante, con la quale si è parlato di tutto: il suo lavoro, il mio lavoro, le nostre città e lo spirito delle città in generale, insomma tutte quelle cose che servono a contestualizzare le persone per iniziare a conoscerle anche dietro la loro voce via blog. Confesso che sarei rimasta con lei molto più a lungo, ma questo week end la mia situazioni casalinga era decisamente incasinata, e così abbiamo rimandato una cena e una passeggiata per la Milano con la quale lei ha meno familiarità ad una prossima volta.

Anna Paola, è stato un piacere.

E poi toccherà al gruppo dei romani…