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lunedì, febbraio 13, 2012

Se l'arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescoviscostantinopolizzasse... E se lo facessero i blogger?


Se l'arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescoviscostantinopolizzasse, ti disarcivescoviscostantinopolizzeresti tu? 
No, io non mi disarcivescoviscostantinopolizzerei mai se l'arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescoviscostantinopolizzasse!
Leggo il post di Gianluca Diegoli Perché i blogger non esistono, e mi viene in mente questa filastrocca. Sono passati pochi anni da quando dei blogger hanno iniziato ad essere corteggiati dalle aziende – ricordo tra le prime Barilla e Danone – e questa figura ha già al suo attivo un’automitobiografia di tutto rispetto. Che vive su una grande contraddizione, che cercherò di illustrare.

Il blogger è, nella sua accezione originaria, qualcuno che scrive per sé in uno spazio personale. Questo spazio rimane personale anche se usato a scopi professionali – lo stesso Gianluca è un esempio di questa affermazione: minimarketing non è una testata giornalistica, non vive di pubblicità, non è il mestiere di Gianluca, anche se i temi che tratta sono di carattere professionale. Un blog è uno spazio personale, quindi, perché, tendenzialmente, non si riceve alcun compenso da quanto ci si scrive; non solo: le incursioni delle aziende sotto forma di richieste di recensioni, di diffusione di informazioni, di partecipazione ad eventi, hanno nel tempo creato una forte spaccatura tra chi accetta questa presenza tra le sue pagine di buon grado e anzi volentieri, e chi invece la considera un bieco tentativo di non pagarsi la pubblicità, sfruttando gli editori.
Quindi, punto primo: il blog è sempre uno spazio personale, le cui politiche di pubblicazione dei contenuti, a prescindere dalla fonte, sono del tutto lasciate al libero arbitrio del suo autore.

È probabile che un blogger che parla di qualcosa in particolare, però, voglia che il suo blog sia per lui uno strumento di promozione. Che vuol dire che attraverso il blog condivide le sue competenze e la sua professionalità, per mostrarle (oltre che a chi è interessato/appassionato della materia) a chi può avere interesse verso la persona del blogger medesimo. Una specie di CV o di portfolio vivente, insomma. Che cosa succede all’idea di “spazio personale” quando le cose stanno così? Niente. Di fatto, quello che fa un blogger è disintermediare l’informazione, che lo faccia per lui o per un brand: se mi sto informando su un prodotto, è assai probabile che prima di andare sul sito ufficiale del medesimo io mi faccia un giro sui blog delle persone che ne hanno parlato, perché per definizione mi fido più di un mio pari che di un’azienda. Attenzione, però: bisogna che i blog a cui mi rivolgo siano indipendenti, se no siamo da capo a 12.
Secondo punto: un blog ha un valore nella misura in cui disintermedia l’informazione azienda-consumatore (o, per estensione, head hunter-candidato). Ma per fare questo deve essere indipendente.

Quando le aziende hanno scoperto i blog questi assiomi hanno iniziato a scricchiolare sotto il peso di domande sui massimi sistemi: “Questa cosa mi interessa davvero, ma se faccio un post-marchetta la mia reputazione ne sarà intaccata?” che vuol dire “I miei lettori continueranno a fidarsi di me?”. Dalla mia esperienza, più che di blogger, di lettrice di blogger, mi viene da dire che è un falso problema. Se sei davvero interessato alla cosa di cui stai parlando i tuoi lettori capiranno che la passione che ci metti è sempre la stessa. Quindi vai tra e stai scialla. Altri, invece, intravedono in questo un’opportunità professionale tout court, per cui quello di blogger può diventare un mestiere in sé.
E qui si apre la grande contraddizione: quando il blogger vuole essere riconosciuto professionalmente (che non è il caso di chi si pone le domande di cui sopra), l’equilibrio tra i contenuti “spontanei” verso quello dei contenuti “provocati” si sposta sensibilmente in favore di questi ultimi (parlo a livello globale, non di singolo blog), e viene meno, secondo me, la funzione di disintermediazione. E non perché il singolo blog non sia più indipendente di per sé, ma perché abbiamo di fatto trasformato i blog (l’insieme dei blog) in un ulteriore strumento di intermediazione dell’informazione. Che così diventa un percorso del tipo: brand/azienda-agenzia-blogger-consumatore, dove il blogger e il consumatore non sono necessariamente la stessa cosa.
Da cui il terzo punto, la grande contraddizione: se i blog diventano strumento dell’azienda/brand, si introduce un livello ulteriore di intermediazione, e i blogger si trasformano in PR (aka BraccioArmatoDell’UfficioStampa).
Ma, IMHO, non sono più blogger.

Per rispondere a Gianluca. I blogger esistono, ma non sono quelli a cui pensano le aziende. Peccato, poteva essere bello.

lunedì, novembre 28, 2011

Una dieci cento identità: il digital PR


Il digital PR è, a rigore, un’attività. Siccome però chi fa le PR si chiama PR, non vedo perché chi fa le digital PR non si possa chiamare digital PR. A mio insindacabile giudizio, pertanto, battezzo digital PR tutti quelli che nella vita svolgono attività di digital PR.

Il digital PR è di solito un blogger, o in alternativa (o in aggiunta) un socialcosidipendente.

Il digital PR blogger  può essere, in alcune fortunate situazioni, un blogger d’annata che a un certo punto ha iniziato a frequentare i socialcosi (tipicamente il suo socialcoso preferito è Friendfeed, forse perché è frequentato solo da digital PR). Essendo un blogger d’annata, però, è uno di quelli che appena postano “sto mangiando pasta e fagioli” ricevono 65 like e 36 commenti. Che spesso comprendono ricette di pasta e fagioli le più varie e istruzioni per coltivare i fagioli sul terrazzo di casa. I più versati nell’ecotrend arrivano a ricevere interessanti how to per farsi la compostiera a casa.

Il digital PR socialcosidipendente è messo peggio. A volte fa fatica a ricordarsi il suo nick originario, perché continua a frequentare il mondo con 30 profili diversi, e ogni tanto si perde. È facilmente ricattabile per questo: se gli mandi in bomba il suo gestore di password è rovinato, anni di lavoro gettati nel cestino. Letteralmente.

Il digital PR può essere maschio o femmina.

Il digital PR maschio ha la barba, abbina i colori come se fosse daltonico e indossa t-shirt estate e inverno. Quando è l’ospite ad un evento, la t-shirt è stirata.

Il digital PR femmina ha un taglio di capelli sempre nuovo di trinca, che sembra uscito da “Coiffure”, e ha una fashion blogger come personal shopper e curatrice di outfit.

Il digital PR può essere bravo, non bravo, bravissimo.

Il digital PR bravo ha una rubrica ricchissima e legge il reader tutti i giorni, tira su 30 blogger specializzati in alberi a camme in 3 ore e li convince a frequentare un campo di lavoro Fiat in Africa centrale senza rimborso spese, e loro torneranno contenti.

Il digital PR non bravo fa confusione tra i blogger, invita stuoli di fashion alle presentazioni di yogurt e i technofreak ai dibattiti sui diritti dei procioni. Un disastro. Ogni tanto qualche blogger lo porta fuori a bere, per fargli dimenticare di aver appena mandato 20 mamme blogger a fare un corso di guida sportiva con le Porsche al circuito di Varano de’ Melegari. Loro non sanno perché e hanno accettato l’invito senza fare domande. Vorrei vedere voi.

Il digital PR bravissimo è una specie molto rara. È l’unico che riesce a ricordarsi tutte le password di tutti i suoi profili, e gestisce tutte le sue identità come un’ape regina gestisce operaie e soldati. Una volta ogni due o tre giorni posta qualcosa, sul suo blog o su un socialcoso, risponde ai primi 150 commenti e poi non si concede per i successivi due giorni. In realtà passa la maggior parte del suo tempo scrivendo email, e ad ogni email spezza un cuore, femminile o maschile non importa, non dipende neanche dal suo sesso, proprio innamora tutti. Tutti credono che il/la digital PR legga i loro blog, li segua sui socialcosi, abbia occhi solo per lui/lei. Ovviamente non è così, ma è bello pensarlo.

Il digital PR riceve a volte richieste altamente sconvenienti in special modo per la sua etica. Per esempio gli chiedono di classificare i suoi contatti in base ai seguenti parametri: page rank, numero di commenti medi per post, numero di post per settimana, numero di amici su Facebook, numero di follower su Twitter, numero di scarpe e colore dei capelli. In questi casi il bravo svolge il suo compito ma si rifiuta di chiedere il numero di scarpe, il non bravo ha un prestampato che ripropone ogni volta cambiando solo il nome, il bravissimo risponde solo su scarpe e capelli, ma riesce a convincere il cliente che sono i soli dati essenziali per il successo della campagna.

Il digital PR ha un sogno nel cassetto, e aspetta solo il momento di realizzarlo. Non lo confessa a nessuno, ma desidera con tutto il suo essere un giorno intero senza connessione. Sono 3 anni che non ce l’ha, ma prima o poi vedrete.

Gli altri personaggi della galleria di mestieri della comunicazione sono qui.

martedì, settembre 27, 2011

Tre anni e dimostrarli orgogliosamente: il Momcamp



Appena mi vede, sabato scorso, al Quanta Sport Village (possinammazza’, che fatica arrivarci in macchina!), Jolanda mi fa: “Che bello, presenti Letti Gemelli? un po’ di pepe…”. Ho dovuto deluderla, peccato. Eppure ci poteva stare, in fondo credo che uno dei futuri possibili per le mamme (della rete e non solo) sia quello di pensare alla parola “mamma” come a uno dei tanti aggettivi possibili da associare alla propria persona, e non il nome proprio che è. Ma questo è il mio punto di vista, comprendo, assai discutibile.

Ma torniamo al Momcamp. Quando, insieme a Domitilla e a Mariela, ci siamo imbarcati per la prima volta in questa avventura, è così che ci immaginavamo che sarebbe diventato, a tre anni di distanza: grande, pieno di gente, una festa in cui ci si ritrova e si fa il punto. Quindi, prima di tutto, bravi Fattore Mamma che ha raccolto il testimone e grazie Hagakure, che si sempre sbattuto dietro le quinte.

Il primo anno le mamme della rete si sono incontrate. Il secondo si sono fatte sentire. Il terzo, questo, hanno raccontato quello che sono diventate.

Nei tantissimi interventi questa evoluzione si è sentita forte e chiara: molte delle persone che hanno preso la parola ci hanno fatto vedere come si diventa azienda. E non mi riferisco solo a chi ha avviato un’attività imprenditoriale, ma anche alle altre: a chi parlato di progetti, di storie, di libri. La sensazione forte è stata che gli intervenuti avessero un posizionamento, nel senso proprio in cui questo concetto è usato nel marketing e nella comunicazione. I territori sono tracciati, riempiti di senso e restituiti al mondo con o senza slide, ma compiutamente. Come in un consiglio d’amministrazione, ma molto più allegro.

Ecco, per me il Momcamp di quest’anno è significato questo: vedere queste mamme (quelle che sono state le mie mamme) diventare grandi, sicure, organizzate e consapevoli dei propri obiettivi. E sono contenta di averle viste nascere.

P.S. Ho notato, en passant, che molte avevano tacchi vertiginosi. L’ho interpretato come un segno anche questo: una volta (ri)messi i tacchi, sono già fuori dallo stereotipo. E magari l’anno prossimo ci sarà posto anche per Letti Gemelli.

More about Hai voluto la carrozzina?
P.P.S. Se non ci fosse stata una serie incresciosa di contrattempi, io avrei presentato un libro, scritto giustappunto da 15 mamme blogger e curato da Barbara Sgarzi, che si intitola “Hai voluto la carrozzina? Spunti di sopravvivenza da 15 mamme che pedalano sul web”  . È la mia ultima creatura, di cui sono orgogliosissima. Ci sarà un post a parte, naturalmente. Nel frattempo, la mia recensione è su aNobii.

lunedì, settembre 12, 2011

Perché mi è piaciuto un sacco partecipare al #Romagnacamp

Al Romagnacamp non c’ero mai andata, nonostante io sia ormai un’affezionata frequentatrice di Marina Romea. Quest’anno però ho detto ma sì, famolo. Se poi mi annoio, almeno mi do una lucidata all’abbronzatura, che dopo due settimane è già sfranta.

Non mi sono annoiata, e comunque una messa a punto all’abbronzatura ci è scappata lo stesso, durante la pausa pranzo di sabato e la mattina di domenica.

Non mi sono annoiata perché il Romagna camp, diversamente dalla maggior parte dei barcamp degli ultimi anni, non è un camp tematico. Ora.

Un barcamp non tematico dovrebbe essere obbligatorio per tutti (almeno per tutti quelli che fanno l’internet di lavoro), perché fa una cosa preziosa: ti dà l’idea dello stato dell’arte e ti mostra l’agenda del mondo social.

Ti dà lo stato dell’arte perché tanti argomenti diversi vengono trattati da tante persone con il massimo della contaminazione tra le specializzazioni, e allora è facile sia capire a che punto siamo nelle diverse nicchie di interesse, sia aprire scenari sugli sviluppi di ciascuna di esse. Per esempio io mi sono intrippata molto in una presentazione che parlava dell’etologia come disciplina di riferimento per la definizione delle strategie social (intervento che ha manifestato la presenza di almeno due semiotici sulla spiaggia, che faceva l’1% della popolazione del Romagna camp, molto di più di quello che succede normalmente), e in una sul tango come compendio delle regole per lavorare bene (grazie alla quale non credo che inizierò a ballare il tango, non quest’anno, ma che mi ha fatto venire in mente un’altra cosa che veniva presentata in contemporanea a Milano e che da questa può trarre un sacco di spunti e ispirazioni).

Ti mostra l’agenda del mondo social perché fa emergere solo le cose veramente interessanti al momento. Questo può essere un po’ traumatico per quelli di noi che hanno a che fare con clienti che ancora credono che il massimo della relazione per un’azienda sia fare un concorso online. Per esempio, mentre la Gabanelli ci mette in guardia da Facebook, si scopre che c’è già chi si immagina una socialità delle cose, da cui si potranno prima o poi trarre le informazioni che oggi, appunto, possiede Facebook basandosi sulla socialità delle persone; o anche che c’è una possibile lettura in chiave social del quotidiano (inteso come giornale), che manda all’aria tutti i discorsi sull’opportunità di chiudere l’ordine dei giornalisti, per dire.

A me pare che sia abbastanza. Se poi si aggiungono il sorriso delle persone, la luna piena e il profumo della pineta, beh, ecco, meno male che ci sono andata. Grazie Alessandra.

lunedì, agosto 29, 2011

È nato Letti gemelli!



Domenica mattina, interno giorno, lei è in cucina davanti al pc, con addosso la t-shirt viola che usa per dormire. Sul tavolo una tazzina da caffè usata e un posacenere con dentro una cicca.


Lui entra in cucina.

Lei: “Buongiorno” (continua a scrivere)
Lui: “Buongiorno. Che fai?” (inizia a farsi il caffè)
Lei: “Sto scrivendo un post sul capezzolo. Lo fai anche a me il caffè?”
Lui: (arrossendo dietro l’abbronzatura) “Sul capezzolo? Mi ci raccapezzolerei”
Lei: “Mica tanto. Sei arrossito”
Lui: “…”

Lei sono io, lui è marito. E il post sul capezzolo lo sto scrivendo davvero. Ma non vedrà la luce qui. Finirà su Letti gemelli, il blog a due mani nato a ferragosto, sapientemente imbastito da un Maurice iperattivo e inseguito (causa pessime connessioni dai luoghi di vacanza) dalla sottoscritta.

Com’è iniziata ormai è storia. Dopo il post sul negozio di lingerie (dove a breve si effettuerà l’incursione di blogger annunciata all’ormai mitica Annamaria, che adesso è tutta contenta, ma poi chissà), è partita una fitta corrispondenza con Maurice, appunto, sull’eventualità di aprire un blog insieme per parlare di sesso e dintorni.

Ora, dice: ma una mamma blogger non può parlare di sesso, le mamme sono angeli. Col cavolo, dico io, che poi se sento l’espressione mammablogger mi viene l’orticaria, ma per l’appunto ho avuto l’accortezza di andare altrove ad esercitare la mia attività scribacchinica. Prendendola anche come una sfida, per dirla tutta. Cioè. Io non credo di essere capace di scrivere di sesso. Sono troppo bacchettona, troppo poco introdotta alla letteratura di genere, non trovo le parole, e se le trovo arrossisco da sola, proprio come mio marito quando gli ho buttato lì un capezzolo insieme al caffè. Perciò mi sono detta dai, provaci, magari scopri che è divertente e le parole vengono da sole, oppure no, non ce la fai, e allora pace, non sarà mica il primo blog che muore bambino.

Ho scoperto però che mi diverte. Che mi mette davvero alla prova, in un territorio che per me è totalmente vergine (giusto per stare in argomento). Che piano piano mi viene voglia di osare un po’ di più – tipo, appunto, dare consigli ai maschietti su come maneggiare i capezzoli di una signora. E mi dico che prima o poi mi sciolgo.

Lei: “Io non sono capace di scrivere di queste cose. Troppa…”
Lui: “Pruderie”
Lei: “Sì. E poi non ho nessuna cultura in materia. Tu non avevi dei libri erotici? Li avevo visti, nella libreria…”
Lui: “Sì, ma sono tra quelli che abbiamo portato via. Se vuoi qui ho la trilogia dei vampiri maiali”
Lei: “Ma che schifo. E comunque hai visto mai, magari salta fuori che ho del talento. Metti che si scopre…”
Lui: “… Che ho una moglie maiala?”
Lei: “…”
Lui: “Ma no, lo so, lo so, non scrivete cose maiale. Dicevo alla toscana”
Lei: “Ah, ok, allora…”

Allora facciamo così. Voi venite a trovarci di là, e dateci anche qualche consiglio, che la linea editoriale è abbastanza definita ma molto flessibile. E ditemi anche se trovate che proprio non sia cosa mia, così deciderò se continuare a provarci o mollare il colpo (magari subappaltando il mio account a qualcuna più capace. Scherzo, Maurice!).

Buona lettura!

mercoledì, maggio 18, 2011

Quando on e off line sono parole vuote

Se dovessi definire con una parola il week end appena passato, direi che è stato il week end dei talenti. Abbiamo scoperto cantanti, ballerini e musicisti tra le persone che ci circondano più o meno quotidianamente e che abbiamo relegato in ruoli da cui il talento è immune. Abbiamo trovato animatori, orientalisti e cacciatori di lucciole che hanno allargato le nostre prospettive verso dimensioni insospettabili. Tutte persone che non andranno mai in tv, ma che sono meglio della tv e della radio e anche di internet e degli eventi organizzati.

Abbiamo condiviso riflessioni di ogni tipo in gruppi sempre diversi, abbiamo parlato di politica e di città, di scuole e di bambini, di sesso e di amore, di rete e blog. Per dirla in una parola, abbiamo intessuto relazioni, quelle dove on e off line sono parole vuote, perché sono relazioni e basta, tra persone che si scelgono per i loro contenuti.

Scegliersi per i contenuti
Se qualcuno mi avesse detto che avrei amabilmente chiacchierato a colazione di Cirillo e Metodio mi sarei messa a ridere. E non solo perché a mala pena so chi siano, Cirillo e Metodio, ma soprattutto perché “nell’ambiente che frequento” nessuno avrebbe da dire alcunché al proposito.

Allo stesso modo, mai e poi mai mi sarei sognata di farmi spiegare un pezzo di Kama Sutra da una pedagogista esperta in balli di gruppo: tra le persone che frequento non ci sono pedagogisti, né esperti di balli di gruppo, e a dirla tutta, è assai difficile che ci si scambi dei consigli sul Kama Sutra.

Ma anche, che la mia amica e compagna di viaggio Flavia canta bene lo sapevo – l’ho sentita sussurrare più volte in macchina, durante le code sulla Colombo – ma che potesse farmi venire i brividi quando intona Grande, grande, grande, questo proprio no, non me lo immaginavo.

E così via.

Non tenevo conto di una cosa: l’ambiente che frequento non è – solo – quello degli amici storici, o comunque di quelli che prima di scambiarsi una parola ci si è almeno stretti la mano fisicamente, dicendosi “piacere”. L’ambiente che frequento è fatto anche di persone di cui non ho mai stretto la mano, e non per questo le frequento meno. L’ambiente che frequento è fatto anche di persone con le quali prima di stringermi la mano ho dialogato a lungo, e allora incontrarsi e stringersi la mano è stato un ri-conoscersi. Che parte dalle cose che ci siamo detti e arriva ovunque, a Cirillo e Metodio, al Kama Sutra, al karaoke, perfino.

Il fatto è che ci sono molti modi per scegliersi. Ci si sceglie per prossimità (i vicini, i compagni di scuola, i genitori degli amichetti dei figli), per convenienza (i colleghi, l’estetista, la sciura del negozio di intimo), perché amici-degli-amici. Oppure ci si sceglie per i contenuti. Per quello che ciascuno ha da dire e condividere, per le opinioni, per gli atteggiamenti. E poi ci si incontra, anche: non si troverà prossimità, la maggior parte delle volte, né convenienza, ma è facile che ci si trovi ad essere amici-degli-amici, e soprattutto è facile che poi sia tutto facile.

La straordinaria ricchezza dell’eterogeneità
Spesso faccio un gioco: vedo le persone al ristorante e mi immagino che tipo di relazione ci sia tra di loro (a volte, se posso, ascolto anche i loro discorsi, ma questa è un’altra storia). Saranno amici, colleghi, una coppia un po’ stanca, lui ne vuole da lei ma lei no, si vedono per la prima volta, sono parenti: le possibilità sono infinite. E più la situazione offre elementi di eterogeneità tra le persone, più il gioco è divertente (per me, raramente anche per chi è con me, se non condivide l’approccio).

Se penso ai miei amici storici, vedo persone con le quali condivido molte cose: l’educazione, a volte gli studi, oppure il lavoro, e/o certi interessi. Tutto sommato, se siamo tutti insieme c’è una certa omogeneità nell’insieme che formiamo. Se mi metto ad osservarci dal tavolo vicino, è facile capire la relazione.
Meno facile sarebbe vedendo un gruppo come quello da cui mi sono appena separata. E quindi? Che meravigliosa ricchezza mi sono portata a casa? Che meravigliosa ricchezza mi porto a casa la volta che riconosco una persona da un badge, e mi trovo, supponiamo, nel castello di Melfi? O tutte le volte che chatto via Skype con una persona che non ho mai visto, o che mi stupisco per una foto, o che scopro una voce?

E allora, siamo sicuri che on e off line abbiano un senso, se parliamo di relazioni?

lunedì, marzo 28, 2011

Blog e sponsorizzazioni a Fa' la cosa giusta

Sabato pomeriggio mondanità: tavola rotonda su blog e sponsorizzazioni a Fa' la cosa giusta, la fiera del consumo etico. L'evento era promosso da Genitori Channel e Sisifo.

Io di questa cosa qua ne ho parlato fino a basta qui dentro. E però mi rendo conto che non basta mai, veramente. Solo che per un contorto giro di pensieri ho valutato che il punto più giusto in cui pubblicare il mio resoconto e le mie opinioni in merito a quanto detto sabato stessero meglio nel blog di TTV. Anche se io ho partecipato come Mamma in Corriera. Cioè, non solo, ma soprattutto (a volte ho dei seri problemi di identità, poi per fortuna mi passa subito).

Quindi qui sintetizzo moltissimo, e chi ne avesse voglia vada di là.

1. Non è una questione di etica...
Non ha senso dire a priori che accettare sponsorizzazioni sia etico oppure no. E quei blog che sono, per i loro editori, dei veri e propri lavori? Anche i blogger mangiano, e anche se sono blogger a tempo pieno.

2. ... Ma magari di etichetta
La cosa che veramente fa la differenza sono gli atteggiamenti delle aziende che coinvolgono le persone - nello specifico, le mamme. Se mi chiami "mamma Giuliana", se non sai che cosa è un blog, se non hai mai letto il mio blog e mi fai i complimenti, io ti rimbalzo. Ma mica per una questione etica, eh. Proprio perché ti stai comportando male, non stai tenendo conto del fatto che io in rete sono una persona, non la Sciura Maria che i pubblicitari ti hanno venduto come target del tuo spot.

3. E con le aziende non etiche come la mettiamo?
C'era anche Guglielmo tra i presenti, proprio il Guglielmo dei video Nesquik. Ecco, io mi sarei voluta alzare e sarei voluta andare ad abbracciarlo, Guglielmo. L'ho fatto alla fine, mentre avrei voluto durante.
Ho già espresso la mia opinione sui boicottaggi, ma qui il discorso è diverso. Se Nestlè produce contenuti di valore, devo rimbalzare anche lei? Io no. Non solo non la rimbalzo, ma sono anche contenta. Che proprio Nestlè abbia promosso questa cosa. Perché se oggi apre uno spiraglio, domani piano piano posso trasformarlo in una finestra. Oppure alla fine perdiamo tutti.
Che poi, trovatemi un'azienda "etica" che abbia voglia di mettersi in gioco alla stesso modo, e io sarò ben lieta di seguirla.

Ecco, in estrema sintesi.

C'era anche un hashtag, #avdblog - casomai aveste voglia di approfondire.

I credits: tra i presenti, Jolanda di Fattore Mamma e Filastrocche.it, Sara di Smamma, Luca Conti di Pandemia, Maddalena di Farmacia Serra Genova e suo figlio Gugliemo di Gullisc, Mamme Acrobate, Zio Burp, Barbara di Mamma Felice e Costanza di ITMom via chat (e altri che spero non si arrabbino).
I moderatori erano i nostri ospiti: Giuseppe Lanzi di Sisifo, e Barbara e Antonella di Genitori Channel, a cui vanno tutti i miei grazie!

venerdì, gennaio 14, 2011

Ma tu, blogger, ci sei o ci fai?

C’è un tema che mi sfruculia in continuazione, e nel tempo ne ho parlato con diversi amici/colleghi, l’ultima volta due giorni fa con lei e lui (ai quali credo di aver intossicato un pranzo :), ma spesso in passato anche con lei e naturalmente con lei.

Il tema è il seguente: dove sta il confine tra persona e professionista, se sono un blogger? 

Detto così sembra facile: sul mio blog scrivo quello che mi pare, sugli altri scrivo quello che devo da contratto. Ma questa è una banalizzazione, perché in realtà il blogger è sempre tale, e il suo approccio al contratto, se così si può dire, sarà sempre modulato sulla sua identità di blogger – che quindi non è un copy, né un editor, né un writer puro e semplice: un blogger ha una reputazione, e sa che quella va difesa a tutti i costi. Se no, ciao.

Le implicazioni più profonde, perciò, sono proprio sul piano delle relazioni. Facciamo un esempio.
Supponiamo che io sia un food-fashion-techno-mamma-quello-che-vuoi blogger piuttosto conosciuto in rete. Un giorno un’agenzia decide che le posso fare comodo: perché ritiene che sono brava, soprattutto, ma anche perché sa che ho buone relazioni in rete. E mi mette sotto contratto. Così io inizio a scrivere e a intrattenere relazioni con i miei amichetti blogger – quelli che mi sono fatta con la mia attività amatoriale -, usando questa volta il mio nome e cognome e non il nick che ho usato fino a quel punto, ma tanto lo sanno tutti chi c’è dietro al nick: vuoi che non abbia mai partecipato a un barcamp, a un incontro, a una cena?

Da quel momento succede che ogni volta che io scrivo nella mia versione “contrattualizzata”, dietro non c’è l’agenzia che mi paga ma io, con la reputazione che mi sono costruita nel tempo e le relazioni che mi sono creata. Ed ecco che cade l’assioma da cui siamo partiti:

sul mio blog scrivo quello che mi pare, sugli altri scrivo quello che devo da contratto.

Proprio perché il senso del contratto non arriva – e non può arrivare – a coprire gli aspetti legati alla mia vita personale. Insomma, l’agenzia del caso può preoccuparsi se io sbrocco e mi metto a parlar male dei clienti, ma che cosa questo comporti per me sul piano delle mie opinioni personali, sono tutti beati fatti miei.

Non solo, e anzi. Tutti fanno degli errori, sul lavoro, proprio come tutti ne fanno nella vita. Ma se faccio un errore in questa veste di blogger bifronte che succede? Ne soffro professionalmente o, più probabilmente, anche personalmente? Perché insomma, è inutile negarselo, a fare questo mestiere si rischia in continuazione di pestare degli escrementi. E che io lo faccia con una veste o con l’altra, il riverbero sull’altra faccia della medaglia sarà immediato e violento tanto quanto lo è sulla prima.

E arriviamo al titolo: blogger si è o si fa?

Si direbbe che non se ne esce. È la natura di questo lavoro. Oppure c’è un altro modo di vedere la cosa? Parliamone.

mercoledì, aprile 21, 2010

La mamma cabarettista e le sue amiche

Digestione difficile?
È il 26 dicembre. La mia famiglia è esanime sul divano, a guardare qualche film gentilmente ammannito da Babbo Natale, impegnata nella decantazione di panettone & co. Io invece devo uscire, ho un appuntamento con Caterina, che mi parlerà di un progetto.
La trovo che ha appena finito di riordinare, mi offre una tisana digestiva e ci mettiamo al lavoro. Dopo 5 minuti sono innamorata del progetto. Dopo mezz’ora abbiamo difficoltà a gestire i turni di conversazione, tanto la cosa ci ha preso. Dopo due ore abbaiamo definito appena l’impalcatura. Esco che è già buio, con un brief e la voglia di mettermi al lavoro, ora, subito. Ed è quello che accade, praticamente.

La prima riunione: sono matte ‘ste blogger
La prima riunione in RMG Connect, l’agenzia che si occupa di Huggies, ha del surreale. Ci sono, oltre a Caterina, Jack-il-copy, Davide-il-direttore-creativo (il direttore creativo sarà il prossimo soggetto della mia galleria dei pesonaggi della comunicazione, quindi Davide stay tuned), Marco-lo-strategic-planner, e tutti, indistintamente, mi guardano come se fossi una pazza. Il fatto è che gli sto raccontando un po’ di cose sulle mamme blogger, su come coinvolgerle, su cosa amano e cosa odiano, roba così, insomma, e loro non ci stanno dentro, ma mi assecondano, come si fa con le persone moleste.
Poi passa. Ma lo sapevo.

Il progetto
Il progetto si chiama “Mamma che ridere”, il cliente è Huggies, e si tratta di questo: coinvolgere le mamme blogger nella scrittura di uno spettacolo teatrale (anzi, di cabaret) finalizzato a dar voce alle mamme della realtà – non quelle della pubblicità. Quelle come noi, insomma, che si arrabattano e se trovano un equilibrio sono capaci anche di riderne, con fiera imperfezione.

La carboneria
10 blogger iniziatrici si incontrano in un gruppo segreto di Facebook. Dopo tre giorni dall’apertura del gruppo c’era già materiale sufficiente a lavorare per lo spettacolo, ma non è stata l’unica cosa. Nel gruppo si è discusso anche della meccanica “di fino” del progetto, che è piuttosto complicata, e dunque poteva essere affrontata nel modo giusto solo coinvolgendo le persone che poi l’avrebbero portato nel mondo.

Teresa! Ma allora esiste davvero!
Solo un’innocente agenzia può pensare di fissare un incontro tra mamme blogger il 9 aprile: è la settimana di Pasqua, le scuole sono chiuse, ergo: a chi li lascio i bambini?
Abbiamo incontrato Teresa Mannino e Giovanna Donini, l’autrice, durante un brainstorming a dir poco singolare. C’è quella che dice che l’ostetrica è svenuta durante il suo parto, l’altra che risponde lanciando l’inquietante tema dei papà (assenti, presenti, capaci, imbranati?), un’altra ancora che fa presente che il suo più grande desiderio sarebbe quello di avere tre braccia, anzi quattro, così una sarebbe libera...
E intanto Giovanna continuava a chiedere: “Ok, ma qualcosa di positivo...?”, mentre Elisa, la community manager dell’agenzia, con l’espressione provata di chi si è letta tutti i post e tutti i commenti prodotti fino a quel momento, pareva dire che piuttosto che far dei figli se la fa cucire. E, per esorcizzare, ride.

Le prove
Dell’incontro è stato prodotto il video che vedete qui sotto, ma l’attività ferve ancora: registrandosi sul sito si possono ricevere i biglietti per lo spettacolo, che sarà a Milano il 24 maggio. Quindi fatevi avanti!

p.s. io sono quella col Gormita :)


mercoledì, gennaio 20, 2010

Gli ostacoli della scrittura

Non scrivo da un sacco di tempo. In compenso, penso molto (eheheh). Penso al senso dell’avere un blog – argomento forse abusato e un po’ démodé, immagino – e in particolare dell’avere un blog personale di argomento generico, come questo.

Molte cose mi sono venute in mente, ma quella che sento più urgente delle altre è una questione molto molto personale, che è la causa primaria per la quale non riesco più a scrivere. Come mi è successo per altre cose, provo a vedere se un sano coming out mi aiuta ad esorcizzare.

(Perché, poi, non aggiornare il blog mi sottrae a un modo di pensare e di affrontare la giornata, e mette in crisi tutto il resto.)

Come ho detto più volte, per me il blog è uno spazio di libertà. Che cerco di usare sempre in maniera corretta, soprattutto rispetto alle persone che vi compaiono. Fanno eccezione, naturalmente, le mie tirate contro la Vodafone, le osservazioni su certi tipi umani, l’espressione delle mie posizioni politiche. E poco altro.

Insomma, tempo fa è successa una cosa che mi ha ferito molto: una persona a cui voglio molto bene si è sentita offesa da una cosa che ho scritto in un post. Una frase, praticamente, che io ho inteso in un modo e lei in un altro. Quando me l’ha detto avrei voluto morire. Neanche per un attimo avevo pensato che lei potesse viverla così diversamente da come io l’avevo pensata. “Peggio ancora!”, mi fa lei. Peggio ancora, appunto.

Ripensando all’accaduto, non ho trovato scuse che stessero in piedi, e confrontandomi con la mia propensione a rifuggire il conflitto, quando ci siamo viste non ce l’ho fatta ad affrontare l’argomento – che però era sempre lì in agguato, a riempire i silenzi della conversazione.

Ho anche pensato a vari modi per farmi perdonare: inserire un update in cui spiego quello che volevo dire e che evidentemente si prestava a letture diverse; scrivere un post per spiegare; cancellare il post incriminato; mollare il blog, perfino. Se il prezzo deve essere questo, non ne vale la pena, mi dicevo.

Ma poi no, di fare questo non me la sono sentita. Però i giorni passavano – passano – e non mi veniva niente da scrivere, addirittura mi sono allontanata anche da FriendFeed, rifugiandomi nella neutrale stupidità di FarmVille, con il suo bonario dispensare facili soddisfazioni terricole.

Non ho trovato il coraggio di parlarne con nessuno. Credo che il posto giusto sia questo e nessun altro, quello in cui la cosa è iniziata.

Chiaro che non può andare avanti così. Ho bisogno del mio spazio di scrittura. Magari con qualche aggiustamento.

A voi è mai capitato qualcosa del genere? Cosa avete fatto? Cosa mi suggerite di fare?

giovedì, ottobre 15, 2009

Non è tutto buzz quello che luccica

Lisa raccoglie un assist da Facebook e sbotta:

[...] sicuramente è intelligente da parte delle aziende interessarsi al buzz marketing perchè quello è il futuro, il web 2.0 in cui l'utente dice la sua e si confronta con gli altri tramite l'esperienza personale è davvero una delle innovazioni più potenti del millennio.
Ma da qui a trasformare il mio blog in "oh quanto son buone le spighe che mangio a colazione, provatele anche voi", stile Lorella Cuccarini ci passa un oceano. [...]


Il fatto è che negli Stati Uniti i blogger devono dichiarare i proventi derivati dall’adesione a campagne di buzz marketing, e quindi si sta profilando una regolamentazione di quest’attività.

Come ho già detto a Lisa in un commento troppo breve per l’ampiezza del discorso, la questione è molto più complessa di così.

Del buzz marketing ho già parlato in un post che poi, a sorpresa, è diventato un caso. Personalmente non ci credo granché. Ok il passaparola, ma siamo realisti: quanti prodotti devo distribuire per poter ottenere un minimo di riscontro, non dico nelle vendite, ma anche solo nella popolarità? Ovviamente questo vale soprattutto per i prodotti del largo consumo, quelli, per intenderci, che troviamo negli scaffali del supermercato, che sono nelle nostre dispense. Parliamoci chiaro: se una ventina di persone parlano di uno yogurt, siamo proprio sicuri che poi questo yogurt ne avrà un reale guadagno? Uno yogurt che va regolarmente in TV? Suvvia, siamo seri! E poi c’è l’altra questione: a chi chiediamo di parlarne? Pensiamo davvero che sia sufficiente essere un decisore d’acquisto (nel caso, una mamma) per dare allo yogurt in questione diritto di cittadinanza nel mio blog? E se io sono una che racconta le vicende dei propri figli e basta, nel suo blog, che c’azzecca lo yogurt? Ecco, più o meno il buzz io lo vedo così. Se fatto indiscriminatamente, senza neanche guardare i blog che si vogliono coinvolgere, è deleterio per tutti: per i blogger, che si sentono presi in giro, ma anche per i brand stessi, che presto o tardi entreranno in un buzz sì, ma negativo. E non rispetto alla qualità, ma relativamente ai suoi metodi di promozione.

Non tutto è buzz
Lisa parla delle merendine Mulino Bianco. Non ha partecipato all’iniziativa, per cui ci sta che non sappia di cosa si è trattato. I Diari del Mulino, di cui qui si è già parlato, non erano finalizzati al passaparola. (Quasi) nessuno dei blogger coinvolti ne ha parlato nel suo blog. L’obiettivo, chiarito dagli stessi responsabili dell’azienda, era quello di conoscere il punto di vista dei consumatori sul prodotto. Tutto un altro film, insomma.

Lo scenario qui è il seguente. Abbiamo coinvolto le blogger perché sono persone abituate a parlare di brand senza farsene intimidire, perché sono abituate a scrivere e a farsi leggere, perché sono fuori dalla media dei consumatori, attente, critiche, costruttive. E le abbiamo invitate a scrivere in uno spazio che non era il loro blog, di cui abbiamo il massimo rispetto. Mettiamola pure così: le blogger sono diventate una specie di super-panel di ricerca, più efficiente ed efficace di uno qualunque dei gruppi di consumatori che avremmo potuto sentire in una batteria di focus group.

Non conosco fino in fondo l’operazione dei DVD di cui parla Lisa, perché evidentemente ho declinato l’invito a partecipare, ma da quello che ho capito si parla di una cosa simile: testare un prodotto editoriale e dire per primi se può funzionare.

Impariamo a distinguere
I blogger sono attori sempre più importanti del mercato, ma non sono professionisti (cioè, tra di loro ci sono molti professionisti, ma è chiaro che non sono quelli coinvolti in questo genere di operazioni, a meno che gli obiettivi dell’azienda non vadano proprio in quella direzione). Perciò è legittimo che la loro lettura dei vari inviti che ricevono sia più o meno la stessa per tutti.

È proprio per questo motivo che, un giorno di marzo, ne abbiamo riuniti un po’ e gli abbiamo raccontato qualcosa del marketing visto “dal di dentro”: per dare loro gli strumenti di base per distinguere, comprendere, decidere. È giusto che i consumatori conoscano il motivo per il quale vengono coinvolti, e un consumatore competente e consapevole è la risorsa più importante per un’azienda. Certo, anche la più pericolosa.

Ok, ma allora chi ci guadagna?
A questo punto Lisa solleva un’altra questione:

[...] la gente ci fa i soldi su questo word-of-mouth, e tu ingenuo invece credi di ESSERE STATO SELEZIONATO perchè il tuo blog è davvero speciale e tu sei in gamba, oh quanto sei in gamba!
La gente ci guadagna: l'azienda pubblicizzata, e l'agenzia di marketing che ti intorta facendo perno sul potere che hai tu mamma, di giudicare un prodotto. Ragazzi, sveglia: Ok, ho un potere, ma allora retribuitemelo. [...]


È giusto che chi crea valore si veda riconosciuto il valore medesimo. Ed è un cosa sulla quale chi fa questo lavoro – il lavoro di attivazione della comunità, intendo – si interroga.

Personalmente vedo almeno due difficoltà:

1) Quanto posso retribuire un blogger che parla del mio prodotto? In altre parole, come si traduce in euri un post? Senza contare che allora l’attività diventa di pay-per-post, che è un’altra cosa ancora, magari funzionale ad una strategia di buzz, che quindi eredita tutti i problemi ad esso legati, di cui parlavo prima.

2) Un blogger retribuito per quello che scrive non diventerà poi un professionista, perdendo quindi le caratteristiche di genuinità dell’opinione che lo rendono interessante? Cioè, mi immagino uno scenario del genere: il blogger X diventa un esperto tester di prodotti. Senza neanche pensare che debba necessariamente dire sempre bene di quello che prova, perché c’è anche la possibilità che si faccia una discreta fama di critico feroce. In entrambi i casi, l’attività di tester andrà a costruirgli una reputazione, e lui in breve sarà sempre più portato a difenderla ed accrescerla, raffinando le sue tecniche di prova-scrittura-mantenimento delle posizioni. Ebbene, a fronte di ciò, a che mi serve la sua opinione? (Ragiono sempre in una logica di coinvolgimento per sentire le opinioni, non di passaparola). D’altra parte non credo ci sia nulla di male a voler fare il critico di mestiere: tanto di cappello, ma è un altro discorso, ed è quello, credo, che coinvolge in modo più diretto i blogger americani. Che, parliamoci chiaro, dichiarare una fornitura di merendine o di yogurt non mi sembra particolarmente interessante.

Altra cosa è prevedere un qualche tipo di remunerazione a fronte di prove prodotto che vanno nella direzione della ricerca e della conversazione fra brand e cittadini della rete. È chiaro che i problemi di cui sopra si ripropongono pari pari (quanto pago i partecipanti? E se diventano troppo professionali, non mi perdo la genuinità delle loro opinioni?), per cui forse la strada deve essere diversa. Una possibilità è quella di garantire valore “materiale” (ti regalo una console, però, non uno yogurt): mi sembra che abbia senso. Un’altra quella di dare valore immateriale: riconoscimento, rispetto delle sue opinioni, garanzia del fatto che l’azienda se ne fa carico.

Ecco, su questo stiamo riflettendo. Suggerimenti?

mercoledì, maggio 27, 2009

Marion Cunningham forever


Quando ho aperto questo blog non si parlava di mommyblogging. Il mommyblogging è un’invenzione del marketing molto recente, prima c’erano solo blogger che erano anche mamme, o mamme che avevano un blog.
E, per dirla tutta, neanche avevo intenzione di parlare di maternità: ero già fuori dal tunnel dei primi tre anni di mio figlio, quindi perché stare a rivangare?
Ma poi, come si sa, spesso il marketing è più forte, e allora eccomi a militare nelle file di mammeblogger-scritto-tutto-attaccato, un po’ dubbiosa all’inizio, ma poi soddisfatta.

E così, quando mi hanno chiesto di scrivere dei post per Grazia, la perplessità è stata spazzata via quasi subito: di che cos’altro avrei potuto parlare, se non di mamme? L’ho fatto a modo mio. Mi sono immaginata la mamma perfetta (non mi è mai capitato di incontrarne una, o almeno una che lo fosse davvero, e non che si bulla di esserlo, per questo l’ho dovuta immaginare) in alcuni momenti chiave della maternità. Lo stesso ho fatto con la mamma imperfetta. Cioè, questa non ho dovuto immaginarla. Questa esiste, la vedo spessissimo, a volte anche quando mi guardo allo specchio. La prima l'ho chiamata Lei, la seconda L'Altra. Magari ho un po’ calcato la mano, questo sì, ma per amore di ironia.

Il risultato? Un pandemonio.

Non contenta, ho fatto di più. Ho chiesto a Luana, nome d’arte LaStaccata, di scrivere un post per il blog del MomCamp. Lei, molto carinamente, ha raccolto l’invito, e, a modo suo, ha scritto un post sui blog delle mamme – ancora una volta, calcando un po’ la mano per amor di ironia.

Il risultato? Un altro pandemonio.

Da questi e in verità anche da altri episodi analoghi ho tratto alcune conclusioni che vorrei condividere.

1) Scrivere su un blog collettivo non è come scrivere nel proprio.
Cioè, questo lo sapevo, ma ne ho avuto un’ulteriore conferma. Nel tuo blog sei a casa tua, e
a) puoi farci quello che vuoi
b) chi viene e gradisce rimane, gli altri via
c) al contrario, ogni blog collettivo ha un seguito di “amici” che tendono a darsi ragione tra loro e a mettere a dura prova gli “estranei”. Indipendentemente dalle intenzioni, che sono sempre buone

Ne consegue che è assai più facile essere compresi (nel merito, ma anche nello stile) nel proprio blog che altrove, e che tendenzialmente la conversazione che scaturisce da un post non assume (quasi) mai la forma di un attacco frontale. Cosa che invece, pur in assenza di troll conclamati, può succedere in un blog collettivo.

2) E qui entro nel merito. A parlare di mamme si rischia sempre di pestare escrementi. Cosa di cui le mamme, peraltro, hanno una vasta esperienza.
Ecco, questa è la cosa che mi è dispiaciuta di più, per entrambe le situazioni di cui raccontavo. È un campo minato di nervi scoperti. Su tutto: la gravidanza, il parto, i primi mesi da sole col bebé, lo svezzamento, senza parlare del ruolo dei compagni/padri. Su quest’ultimo tema sono veramente basita. A quanto pare le persone con cui sono (siamo) venute in contatto sono o hanno dei compagni da manuale. Ne sono compiaciuta. Ma di questo si è parlato anche nel post precedente (nei commenti, soprattutto), per cui non mi ripeto.

Osservo solo, con tristezza, che quello che succede alle mamme se lo cercano loro. Preservare la sacralità della maternità a costo della propria esistenza come persona? A quanto pare sì. Anzi, anche a costo della vita. Che non si dica che una può anche non essere perfetta. Il modello? Marion Cunningham.

Ma qui sono sul mio blog, che notoriamente è frequentato da mamme snaturate, quindi posso dire senza problemi che non sono d’accordo.

martedì, marzo 24, 2009

L'ultimo miglio del web 2.0

Il WorkCamp di Parma è stato più che interessante. Mi sono segnata un sacco di cose da approfondire, e parto da quella che mi sta più a cuore: l’empowerment del consumatore.

Andò così. Nella sua presentazione, Gianluca Diegoli di [mini]marketing si chiedeva quale fosse il futuro delle “agenzie 2.0”, soprattutto in Italia, dove lo stato dell’arte sembra essere quello dello “yogurt ai blogger”, o la gestione dell’ultimo miglio del 2.0.

Ho avuto un déja vu. Anni fa tutti i clienti (= aziende, brand) ponevano tra gli obiettivi delle loro operazioni online quello di “costruire un DB di utenti registrati, da utilizzare come DB marketing”. Beh, utenti registrati se ne sono visti – a decine, centinaia di migliaia – ma operazioni di reale coinvolgimento degli stessi, nisba. In altre parole, nessuno ha mai saputo veramente cosa farsene di tutti quei dati. Ed ecco che ora sembra che ci si stia infilando in un altro cul de sac: e dopo che ho coinvolto delle persone, costruito una community, che cosa faccio? Da qui le provocazioni di Gianluca.

Allora ho pensato: è vero, di questo passo le agenzie non possono andare molto lontano. A meno che non tengano conto, e anzi si facciano aiutare, dai consumatori.

Ok, i consumatori sono sempre più consapevoli. D’altra parte è innegabile che il mainstream sia comunque quello che, come azienda, posso agevolmente “colpire” con un bel 30” in TV. Ma questo ha delle ricadute non sempre carine sul piano del gusto (non azzardiamoci neanche a parlare di piano culturale, che siamo proprio lontani): orgasmi causati da un adeguato livello di pulito dei piatti in lavastoviglie, famiglie di minus habens in cui lei deve interrompere il suo lavoro al computer perché quel beota del marito ha mandato avanti le lancette dell’orologio per costringerla a cucinare, femmine in età adulta che si litigano vasetti di yogurt. Ecco, no, così non va proprio. E se c’è qualcuno che ci casca ancora vuol dire che è lì che bisogna agire.

Prendiamo un gruppo omogeneo di consumatori – nel senso di consumatori dello stesso prodotto/brand – e diamogli qualche strumento. Spieghiamogli le tecniche di base del marketing, quello tradizionale e quello no, così si potrà parlare più agevolmente. Poi chiediamo a loro come la vedono, la gestione del brand: che cosa gli interessa veramente, che cosa gli piace, che cosa non gli piace. Non è un focus group, è qualcosa di più e qualcosa di meno. Di più ha che queste persone sono realmente “empowered”, mentre nel fg tradizionale è meglio che siano all’oscuro della maggior parte dei meccanismi. Di più ha anche che non dura solo un paio d’ore, ma può essere permanente. Di più, infine, ha che è propositivo, che chiede ai brand ma anche alle agenzie, e poi è parte attiva, costruisce insieme ai brand e alle agenzie. Scardinandone i ruoli tradizionali e modificandone gli equilibri.

Con Flavia di VereMamme ci stiamo provando. Abbiamo incontrato un po’ di mamme smart e abbiamo iniziato a parlare con loro. Poi, tutte insieme, andremo a parlare ai brand. Ma anche alle agenzie, se avranno voglia di ascoltarci. Diremo loro cosa è interessante per noi, li bacchetteremo per tutte le volte che ci trattano da decerebrate: abbiamo una responsabilità importante, tirare su la prossima generazione, e non vogliamo certo tirar su veline e gormiti.

Ma, e se dopo le mamme toccasse a qualcun altro? Che so, gli appassionati di serial TV, per dirne una, o gli esperti di credito al consumo, cose così insomma.

Quello della comunicazione è un mercato. Se spostiamo l’asse dall’offerta alla domanda non può che esserci del buono per tutti.

mercoledì, febbraio 11, 2009

Operazione Paco

La giornata prometteva male, male assai. Complessivamente avrò passato 7 ore tra auto, bus, tram e metrò. Ma la sera no. Depositato il pargolo nelle mani amorevoli della vicina/nonna putativa, l’ultimo spostamento della giornata l’ho fatto a piedi. Destinazione Cueva Maya. E ho avuto la conferma di quello che già da tempo sapevo: i miei anticipi sono fantozziani.

Nove mamme, anzi, mamme blogger, mica pizza e fichi. Nachos e fajitas, per lo più.

Finisco seduta in uno dei posti a cavallo delle gambe del tavolo (era “uno dei” o era l’unico? Fantozziana, ripeto, sono fantozziana), ma per una volta la cosa non mi turba più di tanto. Il nostro tavolo si distingue per i cellulari a vista, segno distintivo delle mamme che se ne vanno in giro a piede libero, soprattutto se gli eredi non sono lasciati in custodia ai papà.

Paco (nome comune di cameriere di ristorante messicano) è un essere eccezionale: prende le ordinazioni senza segnarsi niente, e poi si ricorda anche chi ha ordinato cosa!

Le signore sono bellissime e impagabili per quella sensazione che danno subito di conoscersi da una vita, anche se alcune non si sono mai incontrate. Del resto i fatti nostri sono pubblici, tanto che Veronica, aka Manager di Me Stessa, per gli amici MdMS, quando ti vede, prima ancora di salutarti, ti dice cose del tipo: “Ma vai da Decathlon, per le ciabatte!”. Ecco, per dire.

Le amo molto, queste signore qua, nessuna esclusa. La bellissima Costanza, la più geek di tutte, che vuole essere mamma a modo suo; Jolanda, la donna con i piedi per terra, che ci racconta le sue vicende professionali dandoci la sensazione che non tutto è perduto; WorldWideMom, con le sue vicende immobiliari transoceaniche; Lisa, con i suoi reportage da quella specie di Wisteria Lane in cui vive; Patrizia, tranquilla e rassicurante; BStevens, che si presenta con il suo vero nome e poi aggiunge subito “Ah, scusa, BStevens!”; Valewanda, che va a sangria e ha l’aria della perfetta organizzatrice; e naturalmente l’onnisciente Veronica.

Quando lo rifacciamo?

lunedì, marzo 03, 2008

Lettera aperta a Vespa

Naturalmente la faccenda di Vespa & Co. non poteva finire qui.

Riporto qui la lettera aperta a lui dedicata, da un'iniziativa di Stefano Quintarelli. Non senza polemiche (Gatto Nero, ad esempio, è proprio incazzato, ma anche Mantellini e Mauro Lupi hanno i loro dubbi, peraltro condivisibili), ma che fa, è il bello della diretta.

Qui per firmare.

Ed ecco la lettera.


Egregio Dott. Vespa,

Internet raggiunge nel mondo oltre un miliardo di utenti e in Italia circa 24 milioni di persone. Ogni giorno nascono circa 120.000 blog, per un totale di oltre 100 milioni di blog in tutto il mondo. Nel solo 2007, 44 milioni di persone si sono avvicinate con un ruolo partecipativo al più grande fenomeno sociale, culturale e democratico della storia recente.

In molti paesi autoritari i blogger difendono la libertà d'espressione e la democrazia sfidando la repressione e, talora, andando in prigione per questo. Nei paesi democratici i blogger estendono la libera circolazione delle idee, la comunicazione comunitaria e in definitiva la partecipazione alla vita sociale.

Il blog è diventato uno strumento di comunicazione di massa; piu' del 25% della popolazione del Canada e del 20% di quella del Regno Unito partecipano a "reti sociali" basate su Internet. In Italia si stimano oltre mezzo milione di blogger, in maggioranza non adolescenti ma giovani e adulti. Sono noti blogger anche alcuni esponenti politici italiani (ricordiamo tra i vari l'on. Gentiloni, l'on. Di Pietro, l'on. Letta, l'on Pecoraro Scanio, l'on Lanzillotta, l'on Storace, l'on. Santachè, ...), inclusi candidati premier alle prossime elezioni, e ben un terzo dei parlamentari britannici (incluso il primo ministro).

Ci sembra che demonizzare i blog e il social networking, che sono fondamentalmente espressione di libertà, di democrazia e di socializzazione, sia negativo e antistorico. Ancora peggio è criminalizzare i blog - come cercano talora di fare i paesi autoritari per giustificare le loro censure - solo perchè alcuni - giovani o no - lo usano male. Ci sembra che la trasmissione da lei curata del 21 febbraio 2008, peraltro dedicata ad un altro tema, abbia purtroppo (crediamo involontariamente) generato un sospetto generalizzato verso i blog e il social networking, se non addirittura verso la comunicazione via Internet. Sarebbe, a nostro parere, un errore grave analogo a quello di alcuni intellettuali aristocratici che, tanto tempo fa, condannavano in blocco la televisione perchè ... fa male ai bambini e toglie anche del tempo prezioso agli adulti per leggere libri e giornali...

Internet, il social networking e i blog non sono solamente un fenomeno sociale, culturale e politico di enorme importanza. Sono anche diventati i servizi trainanti di un settore economico centrale e strategico per lo sviluppo economico delle economie avanzate: le telecomunicazioni. Le telecomunicazioni sono infatti da un lato un settore a sè stante - che di per sè porta ricchezza e occupazione qualificata e genera fenomeni finanziari economici di prima grandezza - e dall'altro sono un fattore propulsivo decisivo per l'economia nel suo complesso, e in particolare per la diffusione dell'innovazione presso le aziende e le famiglie.

La Commissaria UE Viviane Reding ha piu' volte ricordato che ben il 50% della crescita del PIL europeo e' legata allo sviluppo delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT), di cui Internet costituisce la spina dorsale. Anche il recente rapporto Attalì per lo sviluppo economico della Francia è pervaso da iniziative di impulso alle tecnologie della informazione e telecomunicazione.In Italia purtroppo l'economia cresce meno dei nostri omologhi europei anche perché le telecomunicazioni sono nelle posizioni di coda nelle graduatorie internazionali, come del resto lo è la televisione digitale (terrestre, via Internet e via satellite). La scarsa diffusione della banda larga è forse l'indice più significativo della nostra arretratezza nel settore decisivo delle tlc.

Secondo i recentissimi dati diffusi dall'organizzazione degli operatori TLC europei ECTA, il quadro italiano relativo alla banda larga è il seguente:

1. Diffusione della banda larga: L’Italia (16,5) si sta allontanando dalla media UE (19,8) ed è sempre più distante dai paesi comparabili come Francia, UK, Germania. Siamo lontanissimi, ovviamente, dai paesi nordici. Nell’Europa dei 15 siamo superati anche dall’Irlanda, e seguiti da vicino dal Portogallo. In sostanza, la banda larga in Italia è meno diffusa che in altri paesi, a prescindere da circostanze di omogeneità industriale e sociale.

2. Crescita della banda larga nel periodo settembre 2006-settembre 2007 : In Italia vi è stata una crescita del 3%, bassissima se paragonata con altri paesi comparabili, dove la crescita si attesta tra il 5% ed il 10%.

I dati italiani sono gravi non solo perché riflettono una situazione peggiore di altri paesi, ma anche perché indicano la difficoltà del Paese nel recuperare il gap. Anzi, la distanza con il resto d’Europea si va accentuando.Una corretta comunicazione sui mezzi di informazione di massa riguardo le tecnologie ICT potrebbe contribuire in modo importante ad avvicinare sempre più persone alle telecomunicazioni, ad Internet e all'informatica con ricadute positive per l'intero sistema.

Vorremmo sottolineare che Internet è oggi il principale sistema di comunicazione mondiale assieme alla rete telefonica fissa e cellulare, e rispetto a queste ultime è molto più esteso nelle funzionalità. Come la rete telefonica, Internet viene impiegato per comunicazioni lecite come per quelle illecite. La differenza è che le comunicazioni e le funzionalità di Internet sono nella grande maggioranza dei casi pubbliche e rendono così visibili anche gli usi banali, deviati o addirittura illegali e criminali che purtroppo, proprio per la loro maggiore visibilità in rete, vengono additati come peculiari solo di Internet. Mai nessuno però, giustamente, ha pensato di criminalizzare in maniera generica la rete telefonica, pur essendo noto, antico, esteso e grave l'uso illecito e criminoso delle reti fisse e mobili, come è testimoniato dalle intercettazioni telefoniche rese pubbliche in diverse occasioni.

Discutere pubblicamente dei problemi sociali che Internet inevitabilmente riflette e, fortunatamente, spesso svela al pubblico, è importante ma va fatto mettendo nella giusta relazione gli effetti e le loro cause ed evitando considerazioni semplicistiche e condanne aprioristiche del mezzo.Secondo noi è importante che non si criminalizzi la rete e che anzi se ne promuova l'uso e la diffusione estesa. La criminalizzazione di Internet tende a confondere gli effetti con le cause e non permette di affrontare adeguatamente i problemi negativi - sociali o criminali - che tutti desideriamo combattere. Una disinformazione su Internet non ne rallenterà la diffusione presso il pubblico competente ma ne frenerà l'adozione e la conoscenza proprio nel pubblico più bisognoso di informazione, spostando in là nel tempo l'occasione di far crescere questo Paese.

Viceversa, una corretta e approfondita informazione può contribuire decisivamente a massimizzare i benefici di Internet e a ridurre invece gli effetti negativi dei nuovi sistemi di comunicazione.

Fiduciosi che in futuro vorrà considerare anche i benefici di Internet e delle telecomunicazioni e non solo i problemi sociali, anche gravi, che essa rivela, le manifestiamo fin d'ora la nostra disponibilità a partecipare a un confronto su questi temi che a nostro parere sarebbe importante trattare in maniera approfondita e positiva in una delle prossime trasmissioni che a nostro parere sarebbe opportuno programmare e alla quale, se lei desidera, siamo pronti a dare il nostro contributo di esperienza e competenza.

Restiamo a sua disposizione per ogni eventuale chiarimento e approfondimento e nel frattempo Le porgiamo i nostri più cordiali saluti.

Marco Camisani Calzolari, Blogger, Imprenditore, Chairman Speakage
Gildo Campesato, Giornalista, Direttore del Corriere delle Comunicazioni
Mario Citelli, Blogger, Imprenditore, Direttore Beltel - Mensile di attualità per l'industria ICT
Lele Dainesi, Blogger, Giornalista, Executive Communication Cisco Systems Italy
Luca De Biase, Blogger, Giornalista, Caporedattore Nova24 - Settimanale di innovazione de Il Sole 24 ore
Juan Carlos De Martin, Blogger, Docente Politecnico di Torino - Responsabile italiano Creative Commons
Michele Ficara, Blogger, Imprenditore, Presidente Assodigitale - Associazione Italiana Industria Digitale
Paolo Forcellini, Imprenditore, Segretario Generale Consulta Digitale Assocomunicazione - Confindustria
Alfonso Fuggetta, Blogger, Docente Politecnico di Milano
Enrico Gasperini, Blogger, Imprenditore, Presidente Audiweb - Joint Industry Committee per la rilevazione delle audience online
Enrico Grazzini, Blogger, Analista, Collaboratore Corriere Economia - Settimanale Economico Corriere della Sera
Marco Montemagno, Imprenditore, Conduttore Reporter Diffuso - Sky TG24
Layla Pavone, Blogger, Dirigente, Presidente IAB Forum - Interactive Advertising Bureau
Marco Palombi, Blogger, Imprenditore, Fondatore 1st Generation Network - Associazione imprenditori di prima generazione
Stefano Quintarelli, Blogger, Imprenditore, Past president AIIP - Associazione Italiana Internet Provider
Francesco Sacco, Blogger, Docente e Managing Director EntER - Centro studi per l'imprenditorialità - Università Bocconi
Francesco Siliato, Blogger, Docente Economia dei Media - Politecnico di Milano
Gigi Tagliapietra, Blogger, Imprenditore, Presidente Clusit - Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica
Guido Tripaldi, Blogger, Imprenditore, Presidente Voipex - Consorzio per l'interoperabilità dei servizi Internet

lunedì, febbraio 25, 2008

MEME: cos’è un Blog (reloaded)

Sintetizzando:

  • i blog servono a nascondere una doppia vita (perdonami, bambino mio)
  • i blog sono i punti di partenza per carriere quanto meno strambe (leggi sesso indiscriminato, prostituzione, droga)
  • i blog sono un surrogato del Grande Fratello, uno spazio di visibilità personale (infatti io lo dicevo, che sarei andata volentieri all'Isola dei Famosi, anche se per motivi completamente diversi dalla visibilità)

Proviamo a fare da controcanto a Vespa & Co. Catepol rilancia un meme girato un anno fa: proviamo a spiegare cos'è un blog sui nostri blog. Io ci provo, e naturalmente parlo per me.

Un blog è uno spazio privato. Ci scrivo quello che voglio nei termini che io ho stabilito. Ma soprattutto è lo spazio fisico che mi serve per mettere il becco nella grande conversazione che si svolge in Rete. E quindi è anche uno spazio sociale, oltre che pubblico.

In alcuni momenti, il blog è un surrogato di una psicoterapia, in altri un megafono per far sentire in giro quello che sento, altre volte ancora è una radio che mi serve per chiamare soccorso. Quando ho bisogno di un consiglio da chi ne sa più di me, ad esempio.

Infine, il blog è uno spazio di documentazione. Di quello che è stato, di quello che ho provato, delle cose che mi hanno interessato, e, cosa più importante di tutte, delle persone che ho incrociato.

Questo, è chiaro, non è un meme che si passa. Semplicemente, se guardando il video hai provato pena per i telespettatori di questa patetica messa in scena dell'ignoranza, forse anche tu avrai voglia di dire la tua.