Sono talmente choosy che a volte mi allontano un po' per guardare meglio le cose. Le seziono, le analizzo fino a che non hanno più niente da dirmi e alla fine decido cosa farne.
Sono talmente choosy che ci ho messo un sacco di tempo (tre anni?) per trovare un modo giusto di trattare la seconda puntata del mio corso di semiotica per gente che si agita sul web. Poi ho trovato l'argomento e ho iniziato a smandrupparlo un po', ma no, non ci stava, rimaneva appeso. Finché un giorno, una settimana fa, eccolo, ho visto un modo per "scaricarlo a terra", diciamo così.
L'argomento è l'hashtag.
"Cheee, ma che c'entra la semiotica con gli hashtg?"
"C'entra un sacco, baby, pensaci un po': come definisci la parola hashtag? quanto spesso li usi? per farci cosa? che cosa ti aspetti quando fai una ricerca per hashtag? Che magari a te non te ne frega niente, ma se lavori nei social o nelle ricerche, beh, te ne dovrebbe fregare sì."
"Ah"
"Eh"
Allora insomma l'argomento è l'hashtag.
E però l'ho portato un po' oltre: ho analizzato un hashtag in particolare: #choosy.
Perché io sono #choosy.
Ed ecco quello che è venuto fuori.
Visualizzazione post con etichetta social media. Mostra tutti i post
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lunedì, ottobre 29, 2012
lunedì, febbraio 13, 2012
Se l'arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescoviscostantinopolizzasse... E se lo facessero i blogger?
Se l'arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescoviscostantinopolizzasse, ti disarcivescoviscostantinopolizzeresti tu?
No, io non mi disarcivescoviscostantinopolizzerei mai se l'arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescoviscostantinopolizzasse!Leggo il post di Gianluca Diegoli Perché i blogger non esistono, e mi viene in mente questa filastrocca. Sono passati pochi anni da quando dei blogger hanno iniziato ad essere corteggiati dalle aziende – ricordo tra le prime Barilla e Danone – e questa figura ha già al suo attivo un’automitobiografia di tutto rispetto. Che vive su una grande contraddizione, che cercherò di illustrare.
Il blogger è, nella sua accezione originaria, qualcuno che scrive per sé in uno spazio personale. Questo spazio rimane personale anche se usato a scopi professionali – lo stesso Gianluca è un esempio di questa affermazione: minimarketing non è una testata giornalistica, non vive di pubblicità, non è il mestiere di Gianluca, anche se i temi che tratta sono di carattere professionale. Un blog è uno spazio personale, quindi, perché, tendenzialmente, non si riceve alcun compenso da quanto ci si scrive; non solo: le incursioni delle aziende sotto forma di richieste di recensioni, di diffusione di informazioni, di partecipazione ad eventi, hanno nel tempo creato una forte spaccatura tra chi accetta questa presenza tra le sue pagine di buon grado e anzi volentieri, e chi invece la considera un bieco tentativo di non pagarsi la pubblicità, sfruttando gli editori.
Quindi, punto primo: il blog è sempre uno spazio personale, le cui politiche di pubblicazione dei contenuti, a prescindere dalla fonte, sono del tutto lasciate al libero arbitrio del suo autore.
È probabile che un blogger che parla di qualcosa in particolare, però, voglia che il suo blog sia per lui uno strumento di promozione. Che vuol dire che attraverso il blog condivide le sue competenze e la sua professionalità, per mostrarle (oltre che a chi è interessato/appassionato della materia) a chi può avere interesse verso la persona del blogger medesimo. Una specie di CV o di portfolio vivente, insomma. Che cosa succede all’idea di “spazio personale” quando le cose stanno così? Niente. Di fatto, quello che fa un blogger è disintermediare l’informazione, che lo faccia per lui o per un brand: se mi sto informando su un prodotto, è assai probabile che prima di andare sul sito ufficiale del medesimo io mi faccia un giro sui blog delle persone che ne hanno parlato, perché per definizione mi fido più di un mio pari che di un’azienda. Attenzione, però: bisogna che i blog a cui mi rivolgo siano indipendenti, se no siamo da capo a 12.
Secondo punto: un blog ha un valore nella misura in cui disintermedia l’informazione azienda-consumatore (o, per estensione, head hunter-candidato). Ma per fare questo deve essere indipendente.
Quando le aziende hanno scoperto i blog questi assiomi hanno iniziato a scricchiolare sotto il peso di domande sui massimi sistemi: “Questa cosa mi interessa davvero, ma se faccio un post-marchetta la mia reputazione ne sarà intaccata?” che vuol dire “I miei lettori continueranno a fidarsi di me?”. Dalla mia esperienza, più che di blogger, di lettrice di blogger, mi viene da dire che è un falso problema. Se sei davvero interessato alla cosa di cui stai parlando i tuoi lettori capiranno che la passione che ci metti è sempre la stessa. Quindi vai tra e stai scialla. Altri, invece, intravedono in questo un’opportunità professionale tout court, per cui quello di blogger può diventare un mestiere in sé.
E qui si apre la grande contraddizione: quando il blogger vuole essere riconosciuto professionalmente (che non è il caso di chi si pone le domande di cui sopra), l’equilibrio tra i contenuti “spontanei” verso quello dei contenuti “provocati” si sposta sensibilmente in favore di questi ultimi (parlo a livello globale, non di singolo blog), e viene meno, secondo me, la funzione di disintermediazione. E non perché il singolo blog non sia più indipendente di per sé, ma perché abbiamo di fatto trasformato i blog (l’insieme dei blog) in un ulteriore strumento di intermediazione dell’informazione. Che così diventa un percorso del tipo: brand/azienda-agenzia-blogger-consumatore, dove il blogger e il consumatore non sono necessariamente la stessa cosa.
Da cui il terzo punto, la grande contraddizione: se i blog diventano strumento dell’azienda/brand, si introduce un livello ulteriore di intermediazione, e i blogger si trasformano in PR (aka BraccioArmatoDell’UfficioStampa).
Ma, IMHO, non sono più blogger.
Per rispondere a Gianluca. I blogger esistono, ma non sono quelli a cui pensano le aziende. Peccato, poteva essere bello.
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lunedì, gennaio 23, 2012
La pagina Facebook più figa che c'è
Interno giorno. Sala riunioni del Grande Cliente.
Attorno al tavolo di cristallo sono seduti il Grande Cliente (GC), la Marketing Manager (MM), la Brand Manager (BM), lo Stage Manager (SM). In piedi sulla porta, l’Account Manager (AM) dell’agenzia di Social Media Marketing e il suo Stage Account (SA).
GC: “Allora, AM, dicci tutto. Siamo on air con la pagina Facebook? Ma sedetevi, sedetevi”
AM [si siede e mette davanti a sé l’iPhone, l’iPad e una cosa che nessuno sa cos’è, ma è nera e le spunta una presa USB da un lato]: “Carissimo. Siamo online da [consulta l’orologio] 30 ore circa. L’hai vista?”
BM [arrossendo]: “Ti abbiamo… mandato il link… SM, hai mandato il link a tutti, vero? Ieri mattina, vero?”
SM: “Certo, certo, eravate tutti in copia… Ho fatto anche un recall stanotte, verso le 4, quando… abbiamo superato…”
AM: “Ma come, GC, non l’hai vista??? Abbiamo superato i 150.000 fans stanotte alle 3.30 ora locale – io ero in volo di ritorno da… Ho detto a SA di avvisare SM appena…”
GC: “Non mi fanno vedere niente, non mi fanno vedere. Vabbè, visto che le notizie sono buone, però… Allora, dimmi, dimmi…”
AM: “Beh, c’è poco da dire. Abbiamo aperto la pagina ieri mattina, come diceva BM, e in 20 ore circa avevamo 150.000 fans. In aumento costante”
SM: “7500 fans all’ora, per la precis… [AM gli da una gomitata nelle costole], cioè, … un sacco di gente, la campagna va…”
MM: “Certo che crescono velocemente, siete stati veramente forti!”
AM: “Eh beh, quando c’è il prodotto… e poi il piano editoriale è studiato nei minimi dettagli. Contenuti interessanti, rilevanti, quello di cui le persone hanno bisogno. E una campagna al millimetro sul nostro target. Sì, siamo proprio soddisfatti”
GC: “Altro che colpirlo, il target, qua lo stiamo proprio bastonando! Beh, signori, io vi lascio alle vostre cose. È stato bello”
MM: “Vengo con te, ti devo far vedere un’altra cosa [ridacchia] prima che mi sfuggi di nuovo”
[Exit GC e MM]
BM: “AM, a me però lo puoi dire. Mi sembra un po’ troppo veloce questa crescita. Non è che per caso gli avete dato un aiutino?”
AM: “Ma figurati, BM, lo sai che per noi non esistono queste cose. Vogliamo dei fans che siano veri fans del brand, se no a che servono?”
BM: “Mah, facciamo che ti credo. Lo sai come la penso. SM, puoi andare sulla pagina?”
[SM va sulla pagina. Ci sono circa 230.000 fans]
SA: “Vuoi vedere? Fai il refresh”
[SM fa il refresh. I fans diventano 237.500].
BM: “Uau!”
AM: [gongola]
SA: “è perché è stato appena pubblicato un post… e guarda, ha già 653 commenti e 45.000 like!”
[Silenzio. Tutti guardano la pagina proiettata crudelmente sulla parete. Il post dice: “Manca solo un week end per finire lo shopping di Natale! Tutti pronti ai blocchi di partenza? Chi finisce per primo di comprare i regali me lo dice, e mi raccomando, voglio l’elenco!”]
BM: “Scusa, SA, ho letto bene? I regali di Natale? Ma oggi è il… 23 gennaio, che c’entrano i regali di Natale?”
SA: “…”
AM: “Beh, … che fa? … vedi quanti like? Quanti commenti, poi… vuol dire che la conversazione interessa…”
BM: “Mmm. Questa pagina doveva andare online… la settimana prima di Natale…”
AM: [fragorosa risata] “E quindi? Ma che cosa vai a pensare!”
BM: “Non penso niente. Però quel “fate skifo, lultimavolta che ho usato il vostro sciampo mi sono caduti i capelli a miglioni!” come lo spiegate? E come lo spiego io a GC?”
AM: “E’ la conversazione, baby. Vedrai, il nostro community manager adesso provvederà a rispondere e tutto rientrerà. Le critiche servono, anche quando sono così di bassa lega sono uno spunto di riflessione, un momento di confronto con la comunità dei consumatori che…”
SA: “… Non c’è più. Il commento”
BM: “?”
AM: “…”
SM: “…”
AM: “SA, chiama il community manager, anzi, chiama Facebook. Ci deve essere un problema. Saranno giù i server”
SA: “I server di Facebook, dici? Non credo, la gente continua a postare… e poi… [refresha la pagina] guarda, adesso siamo a 245.000…”
AM: “CHIAMA FACEBOOK HO DETTO! Scusate un attimo. Vieni fuori, SA”
[Exit AM e SA]
Questa storia non finisce, ma i suoi personaggi sì, loro un futuro ce l’hanno. La pagina Facebook rimarrà online 3 settimane, dopodiché una riorganizzazione aziendale la ucciderà. Lo Stage Account non sarà confermato, lo Stage Manager invece sì, la Brand Manager non parlerà mai di quello che ha visto, la Marketing Manager vincerà un portfolio aggiuntivo di prodotti, il Grande Cliente continuerà a pensare che le pagine Facebook vanno on air e crescono al ritmo di 7.500 l'ora - questo sarà il tema del suo speech alla convention di fine anno. E l’Account Manager? Non si sa. Qualcuno dice che ha fatto downshifting perché era l’hype del momento e se n’è andato a vivere in un paesino degli Appennini con 3.000 anime e neanche il telefono. Ma non è sicuro che sia andata davvero così.
giovedì, ottobre 27, 2011
Horcrux e socialcosi
Una persona che non sento da tanto tempo mi manda un messaggio su Facebook con cui mi comunica che il nostro comune amico Lino non è più fra noi. Lino era il nostro capo scout, ci ha fatto da mentore in quel momento molto delicato in cui siamo quasi adulti e non più adolescenti, ma che cosa faremo della nostra vita ancora non lo sappiamo con chiarezza. Io sono andata via, e da allora credo di aver incontrato Lino solo una volta o due, per caso, ma ogni tanto mi arrivavano sue notizie. Come oggi, ma di solito erano più belle.
Allora, sull'onda di chi c'è e chi non c'è, sono andata a guardare il profilo di un ex collega, di cui pochi giorni fa ho saputo che ha fatto la sua ultima corsa in moto ormai un bel po' di tempo fa. E non ci ho creduto, ho detto ma no ti confondi, non può essere lui, scherzi, l'avrei saputo. E come avrei potuto, anche lui era finito nel campo degli ex colleghi, che possono essere ritrovati per caso, ma cercarli no. Il suo ultimo aggiornamento su Facebook risale al 2008. Motivo in più per credere che abbia solo deciso che Facebook non fa per lui, e che invece se ne va sereno a scorrazzare in moto su e giù per il mondo, o anche solo per Milano. Mi riprometto mentalmente di verificare, ma so anche che non lo farò, se mi dicessero che è proprio lui quello che si è schiantato sarebbe troppo dolore.
Ho ripensato però ad una conversazione avuta a pranzo con una mia amica. Le raccontavo di aver visto La versione di Barney in tv, e che mi era piaciuto moltissimo. E dopo un po’ che ne parliamo, lei mi fa: adesso ti faccio una domanda che non c’entra ma c’entra. Le tue password le ha qualcun altro oltre a te?
Segue un silenzio più breve di quanto non meriterebbe la domanda. No, nessuno ha le mie password. Se proprio dovesse essere necessario, confido dell’abilità di marito, che se vuole arrivare da qualche parte ci arriva, non saranno mica un paio di password in amicizia che gli bloccheranno la strada. Perciò - è là che volevamo arrivare - che muoia tutto con me.
Faccio mentalmente il censimento dei miei horcrux (in fondo è un po’ così, no?): l’account Twitter, al quale sono sempre più affezionata; Facebook, che ancora agevola carrambate e contatti che se no non ci sarebbero (ed eventualmente fa passare notizie, come oggi); LinkedIn, che non seguo con la cura che meriterebbe; Friendfeed, ma non ci sto quasi più (e un giorno mi piacerebbe spiegare perché in un post); la mia libreria di aNobii, curata in modo maniacale all’inizio e con un po’ di distacco più tardi, quando ho preso coscienza della dipendenza che stavo sviluppando; Flickr, aperto per un motivo e tenuto in vita per altri; il sito aziendale, per il quale mi prendo meno sgridate di quelle che meriterei dalla mia socia; e naturalmente questo blog e quell’altro, che tante soddisfazioni mi hanno dato e mi danno. E il risultato è che sono tanti pezzettini di me, ciascuno con la sua parte di anima, ciascuno che deve rimanere inviolabile.
Perciò che io sia visibile agli amici che mi contatteranno dopo 40 anni per dirmi ti ricordi?, a quelli che sfoglieranno i miei libri per far crescere la loro libreria, alle persone che se lo sono chiesto spesso ma non hanno mai osato formulare la domanda: che cosa significa Forbiceverde?, a chi leggerà Hai voluto la carrozzina? e, per un eccesso di entusiasmo, andrà a curiosare nei blog delle autrici. E un giorno non ci arriverà più nessuno. Ma sarà morte naturale, e non suicidio per mano di qualcun altro.
(Sì, un sacco di bei pensieri, non c'è che dire).
mercoledì, giugno 01, 2011
A cena con Badgeville
“Ma dove cavolo è Kettydo?”
Effettivamente per una come me, dotata del senso di orientamento di una trottola ubriaca, non è così banale. Prima di arrivare alla meta sono passata in altre due situazioni – un set fotografico per chissà cosa e una festa rasta –, ho mandato l’SMS di cui sopra e ho fatto una telefonata.
[Piccolo disclaimer per gli amici di Kettydo: la prossima volta, negli inviti, non indicate solo il civico, ma anche il piano e il numero di loft. Ho motivo di pensare di non essere la più imbranata del mondo, e se anche fosse così, fatelo per me, che tanto non vi costa niente lo stesso ;)]
L’occasione era ghiotta: io e qualche altro blogger eravamo invitati a cena per conoscere Maarten De Zeeuw, Direttore Europa di Badgeville.
Badgeville è una piattaforma (white-label, quindi customizzabile dal singolo brand che ne fa uso) che introduce meccaniche di gioco nella normale attività degli utenti dei siti, con dinamiche fortemente integrate ai social media. Quindi, a seconda dell’attività svolta, i membri della comunità riceveranno punti, badge, coupon, e così via, proprio come se fossero su Foursquare o su Miso o su un qualunque socialcoso con una forte componente di gaming.
E infatti la novità di Badgeville è in questo, che potrebbe essere il nuovo trend social dopo la geolocalizzazione: la gamification. Il presupposto è più o meno: se l’attività in rete diventa in gioco, le persone risulteranno stimolate ad attuare certi comportamenti, e questi comportamenti saranno misurabili, perché non più dispersi nel mare magno dei social network ma concentrati, per così dire, in un unico hub, che potrebbe essere costituito dal sito del brand. Bello, dice. Sì, bello, soprattutto dal punto di vista del marketer, che finalmente potrà dare i numeri con un po’ di senso (perché poi, gira che ti rigira, il punto è sempre lì: i numeri).
Io però ho fatto un altro pensiero, ed è quello che voglio condividere, più che un’analisi del fenomeno in sé (per il quale si trova in rete ricca documentazione).
Leggo nel sito gamification.it:
La domanda che mi sorge spontanea è la seguente: che differenza c’è tra questo e la raccolta punti di Ferrero o dell’Esselunga? Lasciamo stare che una cosa è on e una è off line. Tutti i meccanismi di loyalty si basano sull’attivazione dei clienti e sono finalizzati, oltre che alla fidelizzazione, alla misurabilità. Lasciamo stare anche, incidentalmente, che nella maggior parte dei casi tutti i dati rilevati da un programma di loyalty rappresentano solo un sottoinsieme dei fattori che incidono sulla vita di un brand, poiché gli altri atti d’acquisto – quelli di chi la carta fedeltà non ce l’ha, nel caso specifico – rappresentano una mole di dati troppo imponente per poter essere veramente utilizzata: in altre parole, anche se l’Esselunga sa che cosa compro ogni settimana, questa informazione non le serve a niente, oltre che a sapere che una volta l’anno mi regalo un gadget con i punti che ho accumulato.
E da questa domanda la successiva diventa: non è che siccome non abbiamo abbastanza fantasia stiamo riproponendo logiche tradizionali (nel senso di marketing tradizionale, quello delle 4 P) alla rete? Insomma, il problema oggi come oggi è, per le attività social, la misurazione. Non la misurabilità, che sarebbe anche possibile, semplicemente adottando KPI diversi da quelli tradizionali; bensì la misurazione in sé, poiché il difficile è far digerire ai marketer suddetti che i numeri danno un’idea parziale di quello che succede veramente al brand quando va in rete, tra le persone, nel mondo.
Badgeville sfrutta molte delle potenzialità espresse dalle dinamiche della rete, e questo è un bene, perché vuol dire che nella rete "ci sta dentro", e anche alla grande. Però la finalità in sé non mi sembra veramente innovativa, non ai fini del marketing e di una cultura del marketing che fa fatica a liberarsi delle zavorre degli ultimi, diciamo, trent'anni. Se vogliamo andare verso una relazione con il consumatore ho dei dubbi che la strada possa essere questa: avrò consumatori fidelizzati al gioco più che al prodotto, a meno che io non sia veramente bravo e riempia il gioco (di cui prima o poi la gente si stuferà, come si è stufato di Farmville) di contenuti effettivamente utili alle persone. Alle persone, non ai consumatori, né al brand.
Ecco, queste sono solo considerazioni. Che mi vengono così, da marketer mio malgrado e umanista di formazione. Proporrò sicuramente Badgeville ai miei clienti, e ci giocherò, anche. Ma continuerò a cercare il modo di andare davvero in una direzione che possa essere fedele alle persone che stanno in rete più e prima che ai miei colleghi marketer.
Effettivamente per una come me, dotata del senso di orientamento di una trottola ubriaca, non è così banale. Prima di arrivare alla meta sono passata in altre due situazioni – un set fotografico per chissà cosa e una festa rasta –, ho mandato l’SMS di cui sopra e ho fatto una telefonata.
[Piccolo disclaimer per gli amici di Kettydo: la prossima volta, negli inviti, non indicate solo il civico, ma anche il piano e il numero di loft. Ho motivo di pensare di non essere la più imbranata del mondo, e se anche fosse così, fatelo per me, che tanto non vi costa niente lo stesso ;)]
L’occasione era ghiotta: io e qualche altro blogger eravamo invitati a cena per conoscere Maarten De Zeeuw, Direttore Europa di Badgeville.
Badgeville è una piattaforma (white-label, quindi customizzabile dal singolo brand che ne fa uso) che introduce meccaniche di gioco nella normale attività degli utenti dei siti, con dinamiche fortemente integrate ai social media. Quindi, a seconda dell’attività svolta, i membri della comunità riceveranno punti, badge, coupon, e così via, proprio come se fossero su Foursquare o su Miso o su un qualunque socialcoso con una forte componente di gaming.
E infatti la novità di Badgeville è in questo, che potrebbe essere il nuovo trend social dopo la geolocalizzazione: la gamification. Il presupposto è più o meno: se l’attività in rete diventa in gioco, le persone risulteranno stimolate ad attuare certi comportamenti, e questi comportamenti saranno misurabili, perché non più dispersi nel mare magno dei social network ma concentrati, per così dire, in un unico hub, che potrebbe essere costituito dal sito del brand. Bello, dice. Sì, bello, soprattutto dal punto di vista del marketer, che finalmente potrà dare i numeri con un po’ di senso (perché poi, gira che ti rigira, il punto è sempre lì: i numeri).
Io però ho fatto un altro pensiero, ed è quello che voglio condividere, più che un’analisi del fenomeno in sé (per il quale si trova in rete ricca documentazione).
Leggo nel sito gamification.it:
La gamification ha due obiettivi decisamente interessanti […].
Il primo è “stimolare un comportamento attivo e misurabile”. L’implementazione di meccaniche ludiche è uno dei metodi più efficienti per coinvolgere le persone nelle attività di un sito e di un servizio, ma anche per agevolare comportamenti offline. […]
Il comportamento dell’utenza è misurabile, raccogliendo i dati basati sulle azioni compiute all’interno del gioco. È perciò possibile effettuare una profilazione degli iscritti, permettendo di concentrarsi particolarmente sul target e/o cercando di espandere il potenziale bacino d’utenza.
Il secondo obiettivo della gamification (in realtà, per certi versi, presupposto del primo) è “guidare un interesse attivo verso il messaggio da comunicare”. La gamification è dunque un mezzo per veicolare efficacemente le varie informazioni, focalizzando l’attenzione dell’utente verso la campagna di comunicazione ed il brand. Per esempio la gamification applicata ad un sito può valorizzare il messaggio, migliorare il coinvolgimento e raggiungere fasce demografiche differenti. […]
La domanda che mi sorge spontanea è la seguente: che differenza c’è tra questo e la raccolta punti di Ferrero o dell’Esselunga? Lasciamo stare che una cosa è on e una è off line. Tutti i meccanismi di loyalty si basano sull’attivazione dei clienti e sono finalizzati, oltre che alla fidelizzazione, alla misurabilità. Lasciamo stare anche, incidentalmente, che nella maggior parte dei casi tutti i dati rilevati da un programma di loyalty rappresentano solo un sottoinsieme dei fattori che incidono sulla vita di un brand, poiché gli altri atti d’acquisto – quelli di chi la carta fedeltà non ce l’ha, nel caso specifico – rappresentano una mole di dati troppo imponente per poter essere veramente utilizzata: in altre parole, anche se l’Esselunga sa che cosa compro ogni settimana, questa informazione non le serve a niente, oltre che a sapere che una volta l’anno mi regalo un gadget con i punti che ho accumulato.
E da questa domanda la successiva diventa: non è che siccome non abbiamo abbastanza fantasia stiamo riproponendo logiche tradizionali (nel senso di marketing tradizionale, quello delle 4 P) alla rete? Insomma, il problema oggi come oggi è, per le attività social, la misurazione. Non la misurabilità, che sarebbe anche possibile, semplicemente adottando KPI diversi da quelli tradizionali; bensì la misurazione in sé, poiché il difficile è far digerire ai marketer suddetti che i numeri danno un’idea parziale di quello che succede veramente al brand quando va in rete, tra le persone, nel mondo.
Badgeville sfrutta molte delle potenzialità espresse dalle dinamiche della rete, e questo è un bene, perché vuol dire che nella rete "ci sta dentro", e anche alla grande. Però la finalità in sé non mi sembra veramente innovativa, non ai fini del marketing e di una cultura del marketing che fa fatica a liberarsi delle zavorre degli ultimi, diciamo, trent'anni. Se vogliamo andare verso una relazione con il consumatore ho dei dubbi che la strada possa essere questa: avrò consumatori fidelizzati al gioco più che al prodotto, a meno che io non sia veramente bravo e riempia il gioco (di cui prima o poi la gente si stuferà, come si è stufato di Farmville) di contenuti effettivamente utili alle persone. Alle persone, non ai consumatori, né al brand.
Ecco, queste sono solo considerazioni. Che mi vengono così, da marketer mio malgrado e umanista di formazione. Proporrò sicuramente Badgeville ai miei clienti, e ci giocherò, anche. Ma continuerò a cercare il modo di andare davvero in una direzione che possa essere fedele alle persone che stanno in rete più e prima che ai miei colleghi marketer.
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mercoledì, maggio 18, 2011
Quando on e off line sono parole vuote
Se dovessi definire con una parola il week end appena passato, direi che è stato il week end dei talenti. Abbiamo scoperto cantanti, ballerini e musicisti tra le persone che ci circondano più o meno quotidianamente e che abbiamo relegato in ruoli da cui il talento è immune. Abbiamo trovato animatori, orientalisti e cacciatori di lucciole che hanno allargato le nostre prospettive verso dimensioni insospettabili. Tutte persone che non andranno mai in tv, ma che sono meglio della tv e della radio e anche di internet e degli eventi organizzati.
Abbiamo condiviso riflessioni di ogni tipo in gruppi sempre diversi, abbiamo parlato di politica e di città, di scuole e di bambini, di sesso e di amore, di rete e blog. Per dirla in una parola, abbiamo intessuto relazioni, quelle dove on e off line sono parole vuote, perché sono relazioni e basta, tra persone che si scelgono per i loro contenuti.
Scegliersi per i contenuti
Se qualcuno mi avesse detto che avrei amabilmente chiacchierato a colazione di Cirillo e Metodio mi sarei messa a ridere. E non solo perché a mala pena so chi siano, Cirillo e Metodio, ma soprattutto perché “nell’ambiente che frequento” nessuno avrebbe da dire alcunché al proposito.
Allo stesso modo, mai e poi mai mi sarei sognata di farmi spiegare un pezzo di Kama Sutra da una pedagogista esperta in balli di gruppo: tra le persone che frequento non ci sono pedagogisti, né esperti di balli di gruppo, e a dirla tutta, è assai difficile che ci si scambi dei consigli sul Kama Sutra.
Ma anche, che la mia amica e compagna di viaggio Flavia canta bene lo sapevo – l’ho sentita sussurrare più volte in macchina, durante le code sulla Colombo – ma che potesse farmi venire i brividi quando intona Grande, grande, grande, questo proprio no, non me lo immaginavo.
E così via.
Non tenevo conto di una cosa: l’ambiente che frequento non è – solo – quello degli amici storici, o comunque di quelli che prima di scambiarsi una parola ci si è almeno stretti la mano fisicamente, dicendosi “piacere”. L’ambiente che frequento è fatto anche di persone di cui non ho mai stretto la mano, e non per questo le frequento meno. L’ambiente che frequento è fatto anche di persone con le quali prima di stringermi la mano ho dialogato a lungo, e allora incontrarsi e stringersi la mano è stato un ri-conoscersi. Che parte dalle cose che ci siamo detti e arriva ovunque, a Cirillo e Metodio, al Kama Sutra, al karaoke, perfino.
Il fatto è che ci sono molti modi per scegliersi. Ci si sceglie per prossimità (i vicini, i compagni di scuola, i genitori degli amichetti dei figli), per convenienza (i colleghi, l’estetista, la sciura del negozio di intimo), perché amici-degli-amici. Oppure ci si sceglie per i contenuti. Per quello che ciascuno ha da dire e condividere, per le opinioni, per gli atteggiamenti. E poi ci si incontra, anche: non si troverà prossimità, la maggior parte delle volte, né convenienza, ma è facile che ci si trovi ad essere amici-degli-amici, e soprattutto è facile che poi sia tutto facile.
La straordinaria ricchezza dell’eterogeneità
Spesso faccio un gioco: vedo le persone al ristorante e mi immagino che tipo di relazione ci sia tra di loro (a volte, se posso, ascolto anche i loro discorsi, ma questa è un’altra storia). Saranno amici, colleghi, una coppia un po’ stanca, lui ne vuole da lei ma lei no, si vedono per la prima volta, sono parenti: le possibilità sono infinite. E più la situazione offre elementi di eterogeneità tra le persone, più il gioco è divertente (per me, raramente anche per chi è con me, se non condivide l’approccio).
Se penso ai miei amici storici, vedo persone con le quali condivido molte cose: l’educazione, a volte gli studi, oppure il lavoro, e/o certi interessi. Tutto sommato, se siamo tutti insieme c’è una certa omogeneità nell’insieme che formiamo. Se mi metto ad osservarci dal tavolo vicino, è facile capire la relazione.
Meno facile sarebbe vedendo un gruppo come quello da cui mi sono appena separata. E quindi? Che meravigliosa ricchezza mi sono portata a casa? Che meravigliosa ricchezza mi porto a casa la volta che riconosco una persona da un badge, e mi trovo, supponiamo, nel castello di Melfi? O tutte le volte che chatto via Skype con una persona che non ho mai visto, o che mi stupisco per una foto, o che scopro una voce?
E allora, siamo sicuri che on e off line abbiano un senso, se parliamo di relazioni?
Abbiamo condiviso riflessioni di ogni tipo in gruppi sempre diversi, abbiamo parlato di politica e di città, di scuole e di bambini, di sesso e di amore, di rete e blog. Per dirla in una parola, abbiamo intessuto relazioni, quelle dove on e off line sono parole vuote, perché sono relazioni e basta, tra persone che si scelgono per i loro contenuti.
Scegliersi per i contenuti
Se qualcuno mi avesse detto che avrei amabilmente chiacchierato a colazione di Cirillo e Metodio mi sarei messa a ridere. E non solo perché a mala pena so chi siano, Cirillo e Metodio, ma soprattutto perché “nell’ambiente che frequento” nessuno avrebbe da dire alcunché al proposito.
Allo stesso modo, mai e poi mai mi sarei sognata di farmi spiegare un pezzo di Kama Sutra da una pedagogista esperta in balli di gruppo: tra le persone che frequento non ci sono pedagogisti, né esperti di balli di gruppo, e a dirla tutta, è assai difficile che ci si scambi dei consigli sul Kama Sutra.
Ma anche, che la mia amica e compagna di viaggio Flavia canta bene lo sapevo – l’ho sentita sussurrare più volte in macchina, durante le code sulla Colombo – ma che potesse farmi venire i brividi quando intona Grande, grande, grande, questo proprio no, non me lo immaginavo.
E così via.
Non tenevo conto di una cosa: l’ambiente che frequento non è – solo – quello degli amici storici, o comunque di quelli che prima di scambiarsi una parola ci si è almeno stretti la mano fisicamente, dicendosi “piacere”. L’ambiente che frequento è fatto anche di persone di cui non ho mai stretto la mano, e non per questo le frequento meno. L’ambiente che frequento è fatto anche di persone con le quali prima di stringermi la mano ho dialogato a lungo, e allora incontrarsi e stringersi la mano è stato un ri-conoscersi. Che parte dalle cose che ci siamo detti e arriva ovunque, a Cirillo e Metodio, al Kama Sutra, al karaoke, perfino.
Il fatto è che ci sono molti modi per scegliersi. Ci si sceglie per prossimità (i vicini, i compagni di scuola, i genitori degli amichetti dei figli), per convenienza (i colleghi, l’estetista, la sciura del negozio di intimo), perché amici-degli-amici. Oppure ci si sceglie per i contenuti. Per quello che ciascuno ha da dire e condividere, per le opinioni, per gli atteggiamenti. E poi ci si incontra, anche: non si troverà prossimità, la maggior parte delle volte, né convenienza, ma è facile che ci si trovi ad essere amici-degli-amici, e soprattutto è facile che poi sia tutto facile.
La straordinaria ricchezza dell’eterogeneità
Spesso faccio un gioco: vedo le persone al ristorante e mi immagino che tipo di relazione ci sia tra di loro (a volte, se posso, ascolto anche i loro discorsi, ma questa è un’altra storia). Saranno amici, colleghi, una coppia un po’ stanca, lui ne vuole da lei ma lei no, si vedono per la prima volta, sono parenti: le possibilità sono infinite. E più la situazione offre elementi di eterogeneità tra le persone, più il gioco è divertente (per me, raramente anche per chi è con me, se non condivide l’approccio).
Se penso ai miei amici storici, vedo persone con le quali condivido molte cose: l’educazione, a volte gli studi, oppure il lavoro, e/o certi interessi. Tutto sommato, se siamo tutti insieme c’è una certa omogeneità nell’insieme che formiamo. Se mi metto ad osservarci dal tavolo vicino, è facile capire la relazione.
Meno facile sarebbe vedendo un gruppo come quello da cui mi sono appena separata. E quindi? Che meravigliosa ricchezza mi sono portata a casa? Che meravigliosa ricchezza mi porto a casa la volta che riconosco una persona da un badge, e mi trovo, supponiamo, nel castello di Melfi? O tutte le volte che chatto via Skype con una persona che non ho mai visto, o che mi stupisco per una foto, o che scopro una voce?
E allora, siamo sicuri che on e off line abbiano un senso, se parliamo di relazioni?
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martedì, marzo 22, 2011
Quello che i clienti non dicono: le strategie social viste dalla macchinetta del caffè
Non posso pubblicare questo post su TTV, e si capirà presto perché. Le sue basi sono state gettate in un piovoso pomeriggio milanese, su e giù per varie linee di metropolitana, insieme a Flavia.
Quando un’azienda arriva a maturare che è tempo di impegnarsi in una strategia di social media, di solito si è già fatta delle idee. Particolari, diciamo così. Queste idee dovrebbero poi “essere” la strategia social. Noi ne abbiamo individuate 5.
1. Sparagnamme e cumparimme
2. Jamme jà
3. Facite ammuina
4. Aumm’ aumm’
5. Cchi te serve?
Vediamole una alla volta.
1. Sparagnamme e cumparimme
Trad.: “Una buona strategia social si basa sulle idee, non sui mezzi dispiegati. Noi possiamo dimostrare di fare qualcosa di veramente innovativo con un investimento tutto sommato contenuto”
È una strategia molto diffusa, che in generale si basa sull’assunto per cui se devi andare in TV puoi permetterti un investimento milionario, mentre se devi stare solo sul web devi farlo a gratis, o quasi (diciamo che al massimo sei disponibile a pagarti il dominio, se ne registri uno).
Per esempio, una pagina Facebook è gratis, giusto? Quindi non c’è motivo per pagare qualcuno che la gestisca, codesta pagina. Del resto, uno che gestisce pagine Facebook non si può mica dire che lavori, no?
Si concretizza in generale con l’apertura – appunto – di una pagina Facebook gestita da uno stagista alla pari (figura professionale che sto studiando approfonditamente e che presto entrerà a far parte della mia galleria).
2. Jamme jà
Trad.: “Siamo conosciuti come veri innovatori. Con questa strategia intendiamo confermare tale immagine. Perciò facciamo una scommessa coraggiosa e ci apriamo alla conversazione”
Chi sposa l’approccio Jamme jà è un entusiasta, uno che mentre fa una cosa sta già pensando alle centinaia che farà subito dopo. Sperimentare, provare, imparare dagli errori è un modus vivendi per lui.
Con una persona così le agenzie si divertono. Fanno una prima mirabolante proposta, lui se la tiene tre settimane, chiede un’integrazione, loro gliela fanno; lui lascia passare altre tre settimane, risponde che non è sufficientemente mirabolante; nuova proposta, e finalmente discussione finale. Alla fine di un’estenuante riunione in cui si discute di massimi sistemi e si scomodano tutti i guru passati presenti e futuri, si decide di fare una pagina Facebook.
3. Facite ammuina
Trad.: “Vogliamo una presenza in rete diffusa, riconoscibile, importante. Vogliamo essere presenti nei luoghi in cui si trovano le persone interessate a noi. Vogliamo che queste persone diventino i nostri ambassador”.
Quindi la prima cosa che si fa è andare a cercare queste persone interessate. Si battono le community, i forum, i blog, i social network, e si presentano al cliente vistosi report in cui i numeri vengono dati in percentuale perché se no che figura ci facciamo a dirgli che nessuno è interessato. Il cliente decide di andarci lo stesso, a prendere queste persone. E apre una pagina Facebook.
4. Aumm’ aumm’
Trad.: “Vorrei proprio fare qualcosa di duepuntozzero, ma i miei capi non me l’approverebbero mai. C’è solo un modo: stare sotto i 5.000 euro, così non devo coinvolgere nessuno”
Nei (meno di) 5k ci devono stare, però: un monitoraggio della rete, un programma di engagement verso i blogger del settore, una campagna di sampling, un questionario online in cui chi ha provato il prodotto dice cosa ne pensa, un minisito, un blog con il coinvolgimento degli esperti, una campagna banner per dare rilevanza alla cosa. Però bisogna che il capo non venga mai a saperne niente. Alla fine si valuta che la soluzione più saggia sia aprire una pagina Facebook, eventualmente nella variante del gruppo segreto.
5. Cchi te serve?
Trad.: “Devo aprire una pagina Facebook”
Il commento è superfluo.
Quando un’azienda arriva a maturare che è tempo di impegnarsi in una strategia di social media, di solito si è già fatta delle idee. Particolari, diciamo così. Queste idee dovrebbero poi “essere” la strategia social. Noi ne abbiamo individuate 5.
1. Sparagnamme e cumparimme
2. Jamme jà
3. Facite ammuina
4. Aumm’ aumm’
5. Cchi te serve?
Vediamole una alla volta.
1. Sparagnamme e cumparimme
Trad.: “Una buona strategia social si basa sulle idee, non sui mezzi dispiegati. Noi possiamo dimostrare di fare qualcosa di veramente innovativo con un investimento tutto sommato contenuto”
È una strategia molto diffusa, che in generale si basa sull’assunto per cui se devi andare in TV puoi permetterti un investimento milionario, mentre se devi stare solo sul web devi farlo a gratis, o quasi (diciamo che al massimo sei disponibile a pagarti il dominio, se ne registri uno).
Per esempio, una pagina Facebook è gratis, giusto? Quindi non c’è motivo per pagare qualcuno che la gestisca, codesta pagina. Del resto, uno che gestisce pagine Facebook non si può mica dire che lavori, no?
Si concretizza in generale con l’apertura – appunto – di una pagina Facebook gestita da uno stagista alla pari (figura professionale che sto studiando approfonditamente e che presto entrerà a far parte della mia galleria).
2. Jamme jà
Trad.: “Siamo conosciuti come veri innovatori. Con questa strategia intendiamo confermare tale immagine. Perciò facciamo una scommessa coraggiosa e ci apriamo alla conversazione”
Chi sposa l’approccio Jamme jà è un entusiasta, uno che mentre fa una cosa sta già pensando alle centinaia che farà subito dopo. Sperimentare, provare, imparare dagli errori è un modus vivendi per lui.
Con una persona così le agenzie si divertono. Fanno una prima mirabolante proposta, lui se la tiene tre settimane, chiede un’integrazione, loro gliela fanno; lui lascia passare altre tre settimane, risponde che non è sufficientemente mirabolante; nuova proposta, e finalmente discussione finale. Alla fine di un’estenuante riunione in cui si discute di massimi sistemi e si scomodano tutti i guru passati presenti e futuri, si decide di fare una pagina Facebook.
3. Facite ammuina
Trad.: “Vogliamo una presenza in rete diffusa, riconoscibile, importante. Vogliamo essere presenti nei luoghi in cui si trovano le persone interessate a noi. Vogliamo che queste persone diventino i nostri ambassador”.
Quindi la prima cosa che si fa è andare a cercare queste persone interessate. Si battono le community, i forum, i blog, i social network, e si presentano al cliente vistosi report in cui i numeri vengono dati in percentuale perché se no che figura ci facciamo a dirgli che nessuno è interessato. Il cliente decide di andarci lo stesso, a prendere queste persone. E apre una pagina Facebook.
4. Aumm’ aumm’
Trad.: “Vorrei proprio fare qualcosa di duepuntozzero, ma i miei capi non me l’approverebbero mai. C’è solo un modo: stare sotto i 5.000 euro, così non devo coinvolgere nessuno”
Nei (meno di) 5k ci devono stare, però: un monitoraggio della rete, un programma di engagement verso i blogger del settore, una campagna di sampling, un questionario online in cui chi ha provato il prodotto dice cosa ne pensa, un minisito, un blog con il coinvolgimento degli esperti, una campagna banner per dare rilevanza alla cosa. Però bisogna che il capo non venga mai a saperne niente. Alla fine si valuta che la soluzione più saggia sia aprire una pagina Facebook, eventualmente nella variante del gruppo segreto.
5. Cchi te serve?
Trad.: “Devo aprire una pagina Facebook”
Il commento è superfluo.
venerdì, febbraio 06, 2009
Social Media View Lab
Il mio ultimo lavoro è stato pubblicato su SlideShare (naturalmente è una supersintesi). Eccolo qua:
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