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martedì, agosto 28, 2012

Lo strano caso dei casi letterari


Mi sono letta tutte e 1766 pagine piene di sfumature, ma anche i 4 tomi di Twilight e le sette annate di Harry Potter. Masochismo? No, non sono il tipo. Ho attaccato questa parte sostanziosa di foresta amazzonica per curiosità. Volevo dare una risposta alla domanda: che cosa ci vuole per fare di un libro un caso letterario, vendere milioni di copie e vivere sereni per il resto della propria vita? E mi sono data alcune risposte.

1. Elemento sorprendente (e suo addomesticamento)
Alla base di questi (ma non solo) fenomeni letterari c’è un filo rosso costituito da un elemento sorprendente che costruisce un mondo. Per Harry Potter è la magia, per Twilight le creature fantastiche, per le Sfumature il sadomaso. Attenzione, però: l’elemento sorprendente ci porta in un mondo che giustifica e legittima tutto quello che succede, ma alla fine viene “addomesticato”. Tutti si sposano, fanno dei figli, costruiscono una famiglia, in una parola (ri)propongono una dimensione conosciuta, una zona di confort per il lettore. Non spiazzano, insomma. Niente a che vedere con la fantascienza o con il fantasy o con il cyberpunk, insomma, i quali tuttavia hanno in comune una cosa con i casi letterari: il fatto di essere

2. Letteratura di genere
Non siamo nell’area del romanzo, ma in quello della letteratura di genere: fantasy (appunto), erotico, noir (pensiamo alla trilogia Millennium). Balzac e Maupassant, insomma, devono rosicare, come pure la maggior parte dei romanzieri, per quanto possano vendere. E questo ci porta direttamente alla terza considerazione.

3. Serialità 
Il romanzo inizia e finisce. Se ne vendono alcuni milioni di copie, se l’autore si chiama Ken Follett, e chiusa lì. Non se ne parla sulle spiagge, non se ne traggono film se non in pochi fortunati casi. La serie invece ha un impatto deflagrante, si allunga nel tempo e miete lettori anche tra chi, al primo impatto, aveva fatto resistenza. Ma soprattutto crea da subito i presupposti per il quarto punto.

4. Cinematograficabilità 
Questa parola non esiste, ma il senso dovrebbe essere chiaro. Ciascuna di queste serie si presta a produzioni cinematografiche faraoniche e di sicura riuscita. Non c’è neanche molto da aggiungere: i personaggi, nello spazio di alcune migliaia di pagine, hanno avuto tutto il tempo di costruirsi per bene; gli scenari sono diventati familiari (“è proprio come me lo immaginavo” era l’esclamazione tipica all’epoca del castello di Hogwards); ma soprattutto il marketing è già fatto.

5. Marketing 
Non sono d’accordo con chi sostiene che queste operazioni siano frutto solo di un marketing poderoso e spietato. Anche, ma non solo. In fondo molte di esse nascono dal passaparola, ad esempio. Il marketing viene dopo, costruendo tutto il contorno di gadget, siti, ufficio stampa e paparazzate varie.

6. Storytelling degli autori 
Gli autori sono anch’essi un po’ straordinari nella loro ordinarietà: della Rowling si diceva che fosse povera in canna, la James è una mamma – cosa che stride visibilmente con il fatto che parli di sesso, com’è noto le mamme non ce l’hanno, o l’hanno usata solo per figliare. In altre parole, se l’autore è incompatibile con quello che racconta (o con la vita che l’aspetta “dopo”) è più facile.

7. Formazione 
Sono tutte storie, ciascuna a suo modo, di formazione. I protagonisti partono in un modo e diventano altro. Per lo più sono strani all’inizio e (a modo loro e nei limiti imposti dalla trama) normali alla fine. Non è  che attraversino molte fasi, tra il momento zero e la fine della saga, ma comunque cambiano.

Ovviamente ci sono un sacco di altre considerazioni a proposito di questi e altri casi letterari che nel tempo di sono succeduti, ma direi che per il momento basta così. Ora, dopo tutte queste riflessioni, confesso di aver provato a pensare il mio caso letterario. Saranno stati i 40 gradi, tuttavia, non ce l’ho fatta. Quindi tranquilli.

martedì, luglio 24, 2012

Libri: Le difettose

More about Le difettose

- Il problema, G, è che in Italia non se ne parla. È considerata una vergogna, una cosa da nascondere. E chi ha questo rospo in corpo, se lo tiene.

La mia amica parla veloce come sempre, mentre sedute in un McDonald’s ci raccontiamo i tre anni durante i quali ci siamo parlate solo attraverso la chat di Facebook, lei da una parte e io dall’altra dell’oceano. È stata la prima a chiamarmi G e basta, e anche l’unica per anni e anni. Il che la rende ancora più speciale.

- Negli USA non è così. Le donne ne parlano, si scambiano consigli, si aiutano. Per fortuna me ne sono andata, G, qui ne sarei morta.

La mia amica sta cercando di avere un figlio e ha già fatto due tentativi di fecondazione assistita, senza successo. Io l’ascolto e non ho il coraggio di dirle che non capisco, non ci riesco proprio. “Fecondazione assistita” è stata per me una voce dell’agenda politica, all’epoca del referendum, per la quale ho preso posizione e della quale ho parlato molto, ma la mia ottica era quella della libertà di scelta, della tutela della salute delle donne, non quella del desiderio di maternità. Io non credo di averlo mai provato, un desiderio di maternità così intenso. Se mio figlio non fosse arrivato me ne sarei fatta una ragione e amen, o almeno così credo, questi erano gli accordi con mio marito. Avremmo avuto altro, saremmo stati altro. Perciò mentre lei parla io intervengo prendendo la tangente sociologico-politica, non quella umana. Sulla quale, ahimè, non posso proprio seguirla, mentre rischierei seriamente di offendere la sua sensibilità.

Quando è uscito “Le difettose” l’ho guardato con lo stesso distacco. Lo leggerò, mi dicevo. Finché non mi ha scritto l’autrice, Eleonora Mazzoni, e me l’ha mandato. E io la ringrazio davvero di cuore.

Il libro. Prima di tutto c’è Carla, che è una donna-donna, non un’aspirante mamma e basta. C’è suo marito, che è un aspirante padre ma anche un uomo-uomo. Ci sono i comprimari, gli studenti, le persone che emergono dal passato, la mamma di Carla – dio, come mi ha ricordato la mia di mamma, avrei potuto anticiparne le battute. E poi c’è Seneca. Seneca che, lo capisco adesso, contiene troppa vita per poter essere affrontato dalla persona triste che era la mia prof di latino e greco al liceo.

C’è vita, in questo libro. Così tanta che a un certo punto ho dovuto chiuderlo: ero in treno e piangevo e non riuscivo a frenare le lacrime. L’ho riaperto dopo qualche giorno, dopo aver ritrovato la freddezza.

Credo che Eleonora debba essere ringraziata da tutte le difettose che ancora sono impantanate nel silenzio di cui mi parlava la mia amica – non il silenzio della scaramanzia, il silenzio della vergogna. E da tutti i lettori, anche, per aver dato vita a una storia che è davvero una storia, non un reportage sanitario.

Da leggere in solitaria, che non sta bene piangere in pubblico, fa vergogna.

martedì, settembre 27, 2011

Tre anni e dimostrarli orgogliosamente: il Momcamp



Appena mi vede, sabato scorso, al Quanta Sport Village (possinammazza’, che fatica arrivarci in macchina!), Jolanda mi fa: “Che bello, presenti Letti Gemelli? un po’ di pepe…”. Ho dovuto deluderla, peccato. Eppure ci poteva stare, in fondo credo che uno dei futuri possibili per le mamme (della rete e non solo) sia quello di pensare alla parola “mamma” come a uno dei tanti aggettivi possibili da associare alla propria persona, e non il nome proprio che è. Ma questo è il mio punto di vista, comprendo, assai discutibile.

Ma torniamo al Momcamp. Quando, insieme a Domitilla e a Mariela, ci siamo imbarcati per la prima volta in questa avventura, è così che ci immaginavamo che sarebbe diventato, a tre anni di distanza: grande, pieno di gente, una festa in cui ci si ritrova e si fa il punto. Quindi, prima di tutto, bravi Fattore Mamma che ha raccolto il testimone e grazie Hagakure, che si sempre sbattuto dietro le quinte.

Il primo anno le mamme della rete si sono incontrate. Il secondo si sono fatte sentire. Il terzo, questo, hanno raccontato quello che sono diventate.

Nei tantissimi interventi questa evoluzione si è sentita forte e chiara: molte delle persone che hanno preso la parola ci hanno fatto vedere come si diventa azienda. E non mi riferisco solo a chi ha avviato un’attività imprenditoriale, ma anche alle altre: a chi parlato di progetti, di storie, di libri. La sensazione forte è stata che gli intervenuti avessero un posizionamento, nel senso proprio in cui questo concetto è usato nel marketing e nella comunicazione. I territori sono tracciati, riempiti di senso e restituiti al mondo con o senza slide, ma compiutamente. Come in un consiglio d’amministrazione, ma molto più allegro.

Ecco, per me il Momcamp di quest’anno è significato questo: vedere queste mamme (quelle che sono state le mie mamme) diventare grandi, sicure, organizzate e consapevoli dei propri obiettivi. E sono contenta di averle viste nascere.

P.S. Ho notato, en passant, che molte avevano tacchi vertiginosi. L’ho interpretato come un segno anche questo: una volta (ri)messi i tacchi, sono già fuori dallo stereotipo. E magari l’anno prossimo ci sarà posto anche per Letti Gemelli.

More about Hai voluto la carrozzina?
P.P.S. Se non ci fosse stata una serie incresciosa di contrattempi, io avrei presentato un libro, scritto giustappunto da 15 mamme blogger e curato da Barbara Sgarzi, che si intitola “Hai voluto la carrozzina? Spunti di sopravvivenza da 15 mamme che pedalano sul web”  . È la mia ultima creatura, di cui sono orgogliosissima. Ci sarà un post a parte, naturalmente. Nel frattempo, la mia recensione è su aNobii.

mercoledì, marzo 02, 2011

Sulla scuola

More about Per la scuola

Piero Calamandrei è uno dei padri della Costituzione Italiana (questo è il testo integrale. Se non l'avete mai fatto, leggetela. Fa un gran bene, e anche una gran tristezza, di questi tempi).

L'11 febbraio 1950, al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma, Piero Calamandrei ha pronunciato questo discorso:

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito.

Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c'è un'altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime... Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.

Ecco, io ho letto questo discorso per la prima volta nel libro Sulla scuola, la cui lettura consiglio caldamente, subito dopo la Costituzione. E mi si è accapponata la pelle, perché ho visto esattamente quello che da qualche anno sta succedendo in Italia.

Perciò oggi ho firmato l’appello di Repubblica e anche quello dell’Unità. E mi è stato immensamente più simpatico anche Jovanotti.

lunedì, novembre 15, 2010

Libri: XY

More about XY


Questa volta non inserisco la descrizione presa da aNobii, che è uno spoiler da paura, e anticipa troppo. 

La mia amica-collega me ne leggeva dei brani, durante le pause. E continuava a dirmi "devi leggerlo. appena finisco te lo passo". Ma, alla terza volta, o forse dovrei dire al terzo reading, ho deciso che dovevo comprarlo. Subito, in quel momento, fregandomene delle promozioni e della carta fedeltà e degli sconti che avrei avuto se l'avessi preso al super. Sentivo di essere pronta.

Sono uscita dall'ufficio, sono andata nella libreria più vicina (che poi è una cartolibreria, il che per me è praticamente una bestemmia) e l'ho tirato su, col proprietario-cartolibraio che mi diceva, consegnandomi l'ultima copia presa dalla vetrina "sta tirando un sacco, questo libro. Vedrà a Natale che botto che farà".

E ho fatto bene, e penso anch'io che a Natale farà un bel botto.

Salvo che non so ancora se uno può essere mai abbastanza pronto.

Un compendio delle cose della vita e anche della morte, un abbecedario della fede che si oppone alla scienza, del conoscibile e dell'inconoscibile, della colpa, della resurrezione e del dolore. E dell'amore, forse, anche (non dell'amore fisico, ma chissà, anche sì).

Un manuale di psicanalisi e una guida alla teologia.
Dall'inizio alla fine.

Non ci sono momenti di stanca, niente pause, niente distrazioni, solo vita, di quella che ti taglia il respiro e ti chiude lo stomaco.

Da leggere in quei momenti della vita in cui si stanno affrontando scelte importanti, quando la guida sono i grandi temi e non la quotidianità (o comunque quando la quotidianità è declinata sui grandi temi, condizione che per per fortuna non si verifica troppo spesso, ché allora sì che ci sarebbe da perdere il sonno).

Da leggere quando si sta razionalizzando troppo, e ci si rifiuta di guardare semplicemente i fatti, preferendo a questi la loro interpretazione.

Ché a volte non c'è proprio niente da interpretare, e questo è duro da ammettere, per qualcuno. Tipo per me.

giovedì, novembre 11, 2010

Libri: Il primo libro di Una Mamma

More about Il primo libro di una mamma

"Il primo libro di una mamma" nasce dall'esperienza fatta on line dall'autrice con il blog www.unamamma.it e da quella con le sue figlie. Non è la guida della mamma perfetta, ma una voce amica per sentirsi meno sole nelle situazioni che una donna prima o poi affronterà nella vita, nei momenti "cruciali" della crescita del bambino e, di conseguenza, della mamma: dalla ricerca della gravidanza all'adolescenza. È un libro da leggere e consultare nei momenti di necessità, per trovare risposte pratiche e immediate ai singoli problemi, ma soprattutto per ritrovare nelle esperienze di altre mamme le proprie paure e una strada per affrontarle giorno dopo giorno con serenità e allegria.

Giuliana Girino (aka unamamma) è una mia conoscenza della prima ora. Ne ho subito apprezzato la freschezza e la spontaneità con cui racconta le sue cose di mamma e segue le mamme che la seguono. Perché Giuliana "le sue mamme" le segue davvero: dal primo contatto a quando, risolti i problemi, le scrivono per condividere le gioie e le vittorie.

La stessa freschezza, spontaneità, spirito di cura, si trovano nel libro, che forse, nell'ampio panorama dei libri che nascono da blog, è quello che finora è rimasto più fedele al suo formato originale, con pochi interventi di editing e uno sforzo di adattamento al formato che consiste soprattutto nell'inserimento di note che chiariscono il contesto.

Si legge velocemente, e come spesso accade è uno di quei libri che puoi anche non leggere da cima a fondo, limitandoti a cercare le parti che ti interessano.

Per lo più Giuliana dà consigli: alle mamme ansiose, alle mamme depresse, alle mamme felici. Consigli documentati, ma anche dettati dal buon senso - che è quello di cui spesso le mamme hanno più bisogno, quando, travolte dagli eventi enormi che accompagnano una maternità, si ritrovano ad avere difficoltà anche solo a pensare. In quei casi una voce serena come quella di Giuliana è il modo giusto per ricominciare a mettere in fila le cose e trovare il bandolo della matassa.

Da leggere alla bisogna, partendo da quando si inizia a cercare un bambino fino a quando, semplicemente, non ce n'è più bisogno.

giovedì, aprile 01, 2010

Libri: Invertising

More about Invertising

Di solito scrivo la mia recensione di getto su aNobii, e poi la (quasi) copincollo qui, se la considero degna. Stavolta no. Ho invertito la marcia anch’io. Un po’ perché questa recensione me la sono immaginata man mano che leggevo, e quindi nel tempo è diventata lunghissima. Un po’ perché dovevo raccogliere i pensieri per bene, e questo è il luogo.

Veniamo al libro, Invertising. La mia prima esperienza di lavoro è stata in un’agenzia di pubblicità, a Parigi. Mi affacciavo alla finestra e potevo vedere il colore degli occhi dei turisti in cima all’Arc de Triomphe. Ero felice e innamorata della pubblicità, proprio come Paolo Iabichino (l'autore del libro), mi viene da dire. Poi è passato il tempo, ho conosciuto il web e approfondito i miei studi “sul campo” della semiotica, applicandola prima a quello che chiamo “il web dei brand” e poi al “web delle persone”. E lì la pubblicità è diventata il cattivo.

Il cattivo per due ordini di motivi:
1)    Il mezzo a volte è più importante del messaggio: se vado in TV ci metto dentro tanta f…a, e funziona sicuramente, perché quelli che guardano la TV vogliono questo.
2)    Il messaggio prescinde dal mezzo: quello che passa, a prescindere dal mezzo, alla fine è la f…a che ci ho messo dentro.

Una contraddizione? No, solo il frutto di una lunga riflessione. Mi sono nutrita abbastanza di studi sociali per sapere che la comunicazione, anzi no, la pubblicità, è una degli attori principali nella costruzione dei modelli culturali, e sono convinta che non basta un mea culpa per rimediare allo sfascio, e alla fine Invertising è un mea culpa. Questa cosa del mezzo e del messaggio, ad esempio, Iabichino la investiga molto bene, e la sua conclusione è che il messaggio deve guidare, e per guidare bene il messaggio deve essere rilevante. Il che però mi fa sorgere una domanda: siamo sicuri che una rilevanza gestita dalla pubblicità sia sufficiente? Che, in altre parole, per il solo fatto di usare il giusto approccio creativo la pubblicità può superare un limite che, semmai, è della comunicazione di un brand tutta intera? Non credo che lo sia, per un motivo molto semplice: la costruzione di senso di cui parla molto bene Iabichino, non può che avvenire, da parte della pubblicità, sottostando alle logiche tradizionali della dialettica cliente-agenzia-centro media, e questa triade al momento non è pronta – né lo sarà mai, perché le dinamiche tra questi attori sono troppo codificate per poter pensare di modificarle. Insomma: il cliente deve vendere, il centro media deve vendere, e l’agenzia deve lavorare per realizzare gli obiettivi di entrambi.

I casi riportati nel libro sono molto interessanti, ma, come dire?, continuano ad essere momenti di esercizio felice di creatività intelligente, ma la rilevanza, quella che davvero risponde alla fatidica domanda: “Il mondo sarebbe migliore se il brand X…”, non può essere che una rilevanza finalizzata all’acquisizione dell’attenzione del consumatore, o utente, o cittadino, o insomma chiamiamolo come vogliamo. Per cambiare il mondo serve proporre modelli culturali sostenibili, e da quelli la pubblicità è per sua natura lontana, perché la sua missione è rendere sexy, desiderabile, aspirazionale ogni cosa (e la sostenibilità a qualunque livello, si sa, è tutto meno che sexy).

Insomma, concordo con Gianluca Diegoli quando dice che non di Invertising si dovrebbe parlare in alcuni dei casi descritti, bensì di NOvertising, essendo la pubblicità, tutto sommato, complice e non protagonista di un approccio che è prima organizzativo e di processo all’interno dell’azienda, e poi comprendente l’intera comunicazione del brand.

In sintesi, credo che Invertising sia esattamente quello che promette di essere: una proposta per salvare l’anima di pubblicità e pubblicitari, in un momento in cui questa – l’anima – ha prospettive tutt’altro che paradisiache davanti.

Ecco, nella mia recensione ongoing c’erano un sacco di altre cose oltre a queste, e anche queste erano argomentate meglio di così, ma ora tutto il resto mi sfugge, e forse è meglio, che con la scusa mi riprendo i vari pezzi e ne parlo un po’ alla volta.

Nonostante la tirata, il libro mi è piaciuto (gli ho pur sempre dato 4 stelline!) e l’ho letto con accanimento. Non è lungo ma è ricchissimo (di argomenti, di spunti, di link, di libri, di citazioni – di queste forse addirittura troppe), cosa estremamente apprezzabile.

Chiudo con i miei abituali consigli per la lettura. Invertising è un libro da leggere con concentrazione. Quindi se la modalità di lettura è quella, per me obbligatoria, da-duomo-a-missori, meglio privilegiare tratti più lunghi (dalle 8 fermate in su). Io l’ho sperimentato anche sulla scala mobile di Potenza, che è molto lunga: è perfetto, basta stare attenti alla fine di ogni rampa.

lunedì, ottobre 05, 2009

Libri: Radiografie all'anima

More about Radiografie all'anima

Quando un amico di FriendFeed, Hermansji, offre ai suoi contatti una copia del libro che ha appena scritto in cambio di una recensione io non posso resistere e aderisco.

Premessa 1: Radiografie all'anima non è un romanzo, checché ne dica il suo autore. Cioè, non in senso stretto. Più che altro è un flusso di coscienza.

Premessa 2: non amo i flussi di coscienza. Mi mettono a disagio, mi fanno sentire una guardona.

Ciò detto, leggendo Radiografie all'anima ho visto davvero delle radiografie: quei lastroni scuri in cui il medico di famiglia legge qualcosa, uno specialista legge tanto e il dottor House individua la causa remotissima e rara del disagio che ti opprime. Una vista "dal di dentro" di una storia, della quale tu puoi immaginare qualcosa, ma non sei mai certo di quello che ti immagini.

Anche la costruzione spiazza: lastre dispari in prosa, lastre pari in versi (poesia? non so, ma forse tutto è poesia in questo strano libro), e tu dici: "versi? no, versi no!" e invece poi li leggi e anche qui continui nella tua opera di collaborazione con il testo cercando di decodificarlo e di riportare l'astrazione delle parole alla concretezza di una storia, di una situazione.

Mai titolo fu più referenziale, trovo.

Da leggere se si ama il genere, possibilmente in un momento tranquillo per la propria, di anima, così si evitano problemi di proiezione. Da leggere tutto d'un fiato: perché se ti fermi poi è difficile ricominciare: se è spesso difficile riprendere il filo di una serie di accadimenti, figuriamoci riprendere quello di una serie di pensieri.

Grazie, Hemansji.

mercoledì, luglio 22, 2009

Libri: Thomas Jay

More about Thomas Jay

Conosco Alessandra come blogger.
Allora ho cercato il suo libro ovunque, e l'ho trovato alla fine su ibs (io sono una di quelle persone che amano l'odore delle librerie, che vogliono sentire "di che carta sono fatti" i libri, e quindi online compro solo come ultima ratio). E l'ho letto in fretta, cosa che forse non andrebbe fatta, con questo libro.

Ci ho letto molto studio e una grande profondità, una ricerca costante sull'uomo e sulle sue emozioni, motivazioni, desideri, veramente rari. La storia è un pretesto, credo, per parlare di questo mondo interiore (sospetto che quello del protagonista non sia molto diverso da quello dell'autore, e questo, lo confesso, un po' mi inquieta: mi ero fatta un'immagine diversa di lei. spunto su una riflessione profonda sui blog e su quanto emerga, attraverso di essi, della reale identità dei loro autori) complesso e anche complicato.

Un'altra utente di anobii mi ha chiesto cosa ne pensassi, e io non ho saputo risponderle. Non è un libro di cui si possa dire "mi piace, non mi piace", perché è un libro di analisi della natura umana, e di questi libri come si fa a dire "mi piace, non mi piace".

Da leggere senza interrompersi, se no si perde il filo. L'ideale è in viaggio, un viaggio bello lungo, magari in treno per guardare fuori di tanto in tanto - il "fuori" è prezioso per il protagonista, lo si rivaluta molto - senza farsi distrarre dalle chiacchiere dei compagni di strada. E poi da tenere lì, per pensare ogni tanto al nostro modo di rapportarci agli altri, alla spiritualità, al senso della scrittura, alla redenzione, al senso di colpa, alla punizione, alla giustizia. Alla vita, insomma.

giovedì, gennaio 08, 2009

Libri: Una madre lo sa

Immagine di Una madre lo sa

La storia di Brooke Shields, una delle donne più belle del mondo, che partorisce a 38 anni la piccola Rowan e non smette di piangere dal primo istante in cui gliela mettono in braccio e scivola in una tremenda depressione da cui si riprenderà solo molti mesi dopo, e quella di Valentina Vezzali, il"cobra", che dopo appena diciotto giorni dalla nascita del figlio Pietro riprende gli incontri di scherma e le bastano tre mesi di allenamento per vincere i campionati del mondo. La storia delle madri di Plaza de Mayo, a cui la dittatura argentina ha rubato i figli, capaci di un amore assoluto per le proprie creature scomparse, perché l'amore materno perfetto è solo quello per chi non c'è più, e quella di Mercè Anglada, ostetrica di 44 anni, che per aver dedicato l'intera vita a far nascere i figli degli altri non si è mai sposatae non ne ha mai avuti di propri. Storie di madri e di maternità, storie di amore e di paura, storie di gioia e di terribili depressioni. Concita De Gregorio compie un viaggio, attraverso venti racconti di maternità, in una realtà circondata da moltissimi luoghi comuni, per cercare di dare voce a una realtà silenziosa: la fatica di essere madri in un mondo in cui per le madri non c'è posto.

Avrei voluto scriverlo io, questo libro. Davvero, l'ho pensato subito, con un'intensità quasi dolorosa. Perché queste "diversamente mamme" sono invece le mamme più vere, più reali di tutte.

La grande Concita parla di uno scollamento della realtà dalla (diciamo così) mitologia della maternità. e poi lo racconta. Nello scollamento ci sguazza. E io, e noi, e un sacco di mamme, finalmente si vedono allo specchio e smettono di sentirsi diverse, dei casi umani.
Grazie, Concita.

Da leggere anche se non si è mamme, perché si è comunque donne e certe cose è bene saperle prima di fare la grande scelta di ascoltare l'orologio biologico.

Senza musica.

venerdì, ottobre 17, 2008

Saviano, Matrix e il vucumprà

Roberto Saviano se ne va. Mi piace pensare che non se ne vada da sconfitto, ma solo come una persona che vuole riprendere in mano la sua vita, sconvolta oltre ogni immaginazione da un libro.

Roberto Saviano se ne va e noi però dovremo rimanere a fare i conti con il fatto che, in qualche modo, lui è costretto ad andarsene, se vuole un'esistenza normale.

Che poi, mi chiedo (magari un po' cinicamente): qual era la novità cantata da Gomorra? Forse che non si sapeva delle multiformi attività della camorra, del clan dei Casalesi, dell'inestricabile rete di relazioni che sorregge questo gigantesco business? Certo, non tutto, non dall'interno, non con questa modalità, di racconto, da consumare anche la sera per addormentarsi o viaggiando in metropolitana. Certo, non tutti, di certo non le mie vicine di ombrellone, né il vucumprà della riviera che, quando gli ho fatto notare che una borsa Prada che aveva lì era proprio finta oltre ogni misura accettabile, mi ha detto: "Certo che è finta. Se vuoi una borsa di produzione parallela, di quelle vere, prenditi la Burberry. Me la paghi 100 euro, però, non 30". Rendendoci così consapevoli che, ora che tutti hanno letto Gomorra (magari non il vucumprà ma quello da cui prende le borse da vendere certamente sì, così come i suoi clienti), tutti sanno come va il mondo, e chi può ne approfitta.

(A questo proposito, proprio nella mollezza della combinazione lettino-ombrellone-spiaggia-piadina, con un'amica si commentavano gli acquisti del mercatino quotidiano a riva. Ed entrambe convenivamo sul fatto che, visto che le borse vengono tutte dagli stessi laboratori, non ha alcun senso pagarle migliaia di euro in un negozio, e quindi ben venga il mercatino. Ed entrambe convenivamo sul fatto che anche far pagare una borsa migliaia di euro in un negozio è frutto dell'attività di un'altra mafia, quella delle case di moda. Concetti espressi e subito coperti da un velo di timore, perché si comincia dalle borse e si finisce sulle barricate, se si dà al ragionamento la possibilità di approfondirsi.)

La divulgazione, perciò, la conoscenza urbi et orbi delle malefatte su cui si reggono le attività (produttive e non) del nostro paese (e non dirò mai della Campania, perché se una simile pianta viene lasciata crescere fino a queste dimensioni è evidente che il terreno di origine è un fattore - a questo punto - secondario). Peccato che non sia servito a niente.

Facciamocene una ragione. Hai presente Matrix? Ecco, è una roba del genere. Puoi ribellarti, cercare di parlarne, di sputtanarli, ma servirà solo a trasformarti in una persona senza più una vita al di là della sua battaglia. Anch'essa destinata a sparire, peraltro, perché quegli altri, i cattivi, l'hanno già vinta e non hanno nessun interesse a combatterla.

giovedì, settembre 18, 2008

Internet P.R. Il dialogo in Rete tra aziende e consumatori

Immagine di Internet P.R.


Appena finito di leggere. Un po’ in ritardo, lo ammetto. Riesco a leggere solo durante i miei quotidiani tragitti in metropolitana e, grazie a Dio, non abito così lontano dall’ufficio da riuscire ad esaurire le mie letture nei tempi che vorrei.

Di questo libro mi ha colpito la struttura di manuale, un po’ americana: un how to in genere latitante dagli scaffali italiani, soprattutto se scritto da italiani.

L’obiettivo è semplice, e dichiarato in quarta di copertina: “Questo libro spiega con un approccio semplice e diretto, ma con una visione strategica, come avvicinarsi alla Rete, per farla diventare il più potente strumento di marketing mai esistito”. Obiettivo raggiunto, si direbbe. Lodevole, detto senza ironia.

Scorrazzando tra la linea gialla e la linea rossa ho fatto alcune considerazioni. Eccole qua.

Prima considerazione: spiegare Internet e le sue potenzialità alle aziende va bene, ma ho l’impressione che ci sia ancora molta inconsapevolezza in materia da parte delle agenzie di comunicazione.
Chi fa questo lavoro lo sa: spesso, prima di partire per la faticosa missione di educare il cliente, tocca affrontare quella, ben più improba, di educare l’agenzia stessa. Non mi riferisco alle agenzie specializzate, naturalmente, ma a quelle di una certa dimensione, che, forti di clienti grossi e ben scafati in termini di budget, dovrebbero aver già da tempo assimilato certi concetti e le relative practice in materia. In questo sono totalmente d’accordo con Maurizio quando parla di mondi paralleli a proposito di chi si occupa di pubblicità e chi si occupa di comunicazione digitale: Sono i presupposti, i valori fondanti, i riferimenti culturali, di chi lavora professionalmente in rete e di chi si confronta quotidianamente con il mondo degli spot ad essere diametralmente opposti.
Che c’entra la pubblicità con le Internet P.R.? C’entra molto, nel momento che le agenzie pubblicitarie sono anche tutori del brand, e la prospettiva di mettere in campo un lavoro come quello prospettato da Massarotto non può che farle rabbrividire.

Seconda considerazione: le Internet P.R. rappresentano, di fatto, una modalità di fare comunicazione (una comunicazione efficace) attraverso la disintemediazione da attori classici del web marketing come i centri media.
Ok, per farlo devo dotarmi di un consulente (perché non ci credo che un’azienda che oggi inizi un’attività di ascolto sia in grado di farlo da sola), ma di fatto il tempo dei banner (o anche bunner, come scriveva convinto un mio cliente) è finito, e con esso la rassicurante attività di acquisto spazi e redazione di report in formati copia-e-incolla. È piuttosto evidente che un’attività come quella descritta da Marco va oltre queste logiche, ma allora mi vengono un po’ di domande: come risponderanno i centri media a questa disintemediazione? Si metteranno di traverso o si doteranno essi stessi degli strumenti per venire incontro alle rinnovate esigenze dei loro clienti? (No, è che di segnali in questo senso, al momento, non ne vedo molti, ma magari mi sbaglio). E i clienti stessi, sapranno fare a meno di – o per lo meno affiancare a – queste rassicuranti attività, con le relative, ferree, metriche?

Terza e ultima considerazione: appunto, le metriche.
Gli indicatori di una corretta attività di Internet P.R. sono diversi, complessi, quali-quantitativi, come suggerisce Marco. Ma i clienti sono abituati ai GRP, agli accessi, alle conversioni e compagnia cantante (su questo argomento delle metriche è nata giorni fa un’appassionante conversazione sempre sul blog di Maurizio, che magari vale la pena di guardare): tutti misuratori quantitativi, univoci, oggettivi. Forse che dovremo inventarci il GRP del web sociale?

Ecco, queste le cose che mi è venuto da pensare. So che questo blog non parla di marketing né di comunicazione né di Internet, ma so anche che viene letto anche da qualcuno che sguazza nelle mie stesse acque, e allora perché non allargarsi un po’?

Il libro ha anche un blog, qui. Da seguire.

lunedì, luglio 21, 2008

Storia controversa dell'inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo

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Strana davvero la vita! Il brillante Riccardo Fusco sembrava destinato a grandi cose e ora trascina la sua esistenza schiacciato dal successo della moglie regista che lo ha ridotto al ruolo umiliante di baby-sitter delle quattro figlie, tradendolo inoltre col primo attore di passaggio. Graziantonio Dell'Arco, una vecchia conoscenza del liceo su cui nessuno avrebbe scommessouna lira, è invece divenuto uno degli uomini più ricchi e famosi d'Italia. Ma anche lui ha i suoi guai, insolentito com'è dall'inimitabile dandy Yarno Cantini che lo ha additato alla nazione intera come il principe dei neo-cafoni. L'incontro fortuito tra i due amici di un tempo sembrerà dare a Riccardo una via di fuga dalla sua piatta esistenza catapultandolo nel mondo dorato del jet set, e a Graziantonio l'occasione di vendicarsi di Yarno, attraverso una storia piena di colpi di scena, dove in un esilarante gioco d'incastro tra presente e passato s'incontrano personaggi come Chatryn Wally Triny, la sofisticata critica newyorkese cui spetta di stabilire qual è il vino migliore del mondo, e la ributtante strega Lia la Bavosa detentrice dei segreti della magia lucana; l'avido latifondista Michelantonio Dell'Arco che da improbabile re del gas metano si trasformerà in re della gassosa, e il subdolo giocatore di biliardo Carmine Addario suo complice; l'artista Mikail Nikolaevic Trepulov, costretto a dipingere ritratti di Stalin e lo sfortunato pittore italiano Ernesto Dell'Arco.

Sarà un po' infantile, lo so, ma se c'è una cosa che adoro e che aggiunge piacere alla lettura, per me, è la possibilità di ri-conoscermi. E allora questa Storia controversa è stata nella mia esperienza di emigrante un'occasione di ritorno a luoghi, colori, caratteri, che non mi hanno mai abbandonato. Ma addirittura persone! ché, proprio quando pensavo "ecco, questo/a qua mi ricorda moltissimo tizio/a", tre pagine dopo ecco il dettaglio che mi mancava (il colore dei capelli, un difetto di pronuncia, un intercalare, cose così) per confermare la mia ipotesi. Lo so, lo so, "ogni riferimento a persone o fatti ecc. ecc.", ma che Cappelli mi lasci quest'illusione, che mi ha fatto ridere da sola nei miei percorsi in metrò e non solo.

Da leggere assolutamente: se sei lucano, se sei un enologo o un sommelier, se vuoi lanciarti nel business del vino, se sei un antropologo o aspirante tale, se hai avi briganti, se sei un aspirante ricco/un nouveau riche/un parvenu, se sei un nobile decaduto, se senti un fortissimo desiderio di maternità ma non sai da dove cominciare.
Da leggere perché ti farà lo stesso piacere se non rientri in nessuna di queste categorie.
Infine, da leggere tutto d'un fiato (jazz in sottofondo) e da innaffiare abbondantemente con aglianico.

venerdì, maggio 23, 2008

I barbari

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"Dovendo riassumere, direi questo: tutti a sentire, nell'aria, un'incomprensibile apocalisse imminente; e, ovunque, questa voce che corre: stanno arrivando i barbari. Vedi menti raffinate scrutare l'arrivo dell'invasione con gli occhi fissi nell'orizzonte della televisione. Professori capaci, dalle loro cattedre, misurano nei silenzi dei loro allievi le rovine che si è lasciato dietro il passaggio di un'orda che, in effetti, nessuno però è riuscito a vedere. E intorno a quel che si scrive o si immagina aleggia lo sguardo smarrito di esegeti che, sgomenti, raccontano una terra saccheggiata da predatori senza cultura. I barbari, eccoli qua. Ora: nel mio mondo scarseggia l'onestà intellettuale, ma non l'intelligenza. Non sono tutti ammattiti. Vedono qualcosa che c'è. Ma quel che c'è, io non riesco a guardarlo con quegli occhi lì. Qualcosa non mi torna." (Alessandro Baricco)

Ho amato il Baricco di Oceano Mare e di Novecento, mi sono sentita presa in giro da quello di Seta e di Castelli di rabbia. Perciò mi sono avvicinata a I barbari con circospezione. Ne avevo letto dei brani su Repubblica, quando uscì a puntate, nel 2006.

Insomma, l'ho trovato illuminante. Nessuna traccia degli esercizi di stile tanto cari al Nostro, né di quei momenti di passione per la lingua che oscura la storia. Solo un'analisi, tra l'etnografico e l'antropologico, tra il sociologo e l'entomologo, a mostrarci i segnali - deboli? mica tanto! - di una mutazione. E i disagi a cui sono sottoposte le generazioni che già hanno le branchie ma anche quelle a cui stanno solo per spuntare, timide. E a darci un'interpretazione del tutto: brillante, anche se, come tutte le cose che spiegano il presente, destinata a vivere solo finché il presente non sarà diventato futuro.

Da leggere con attenzione, e non a letto, a fine giornata. Da leggere senza musica (ma far seguire la lettura dalla musica, quello sì), guardandosi attorno, curiosando negli sguardi e nei movimenti e nei gesti di quelli che stanno attorno. E senza avere fretta: l'osservazione vuole il suo tempo.

martedì, marzo 18, 2008

Diario di scuola

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"Diario di scuola" affronta il grande tema della scuola dal punto di vista degli alunni. In verità dicendo "alunni" si dice qualcosa di troppo vago: qui è in gioco il punto di vista degli "sfaticati", dei "fannulloni", degli "scavezzacollo", dei "cattivi soggetti", insomma di quelli che vanno male a scuola. Pennac, ex scaldabanco lui stesso, studia questa figura popolare e ampiamente diffusa dandogli nobiltà, restituendogli anche il peso d'angoscia e di dolore che gli appartiene. Il libro mescola ricordi autobiografici e riflessioni sulla pedagogia, sulle universali disfunzioni dell'istituto scolastico, sul ruolo dei genitori e della famiglia, sulla devastazione introdotta dal giovanilismo, sul ruolo della televisione e di tutte le declinazioni dei media contemporanei. E da questo rovistare nel "mal di scuola" che attraversa con vitalissima continuità i vagabondaggi narrativi di Pennac vediamo anche spuntare una non mai sedata sete di sapere e d'imparare che contrariamente ai più triti luoghi comuni, anima - secondo Pennac - i giovani di oggi come quelli di ieri. Con la solita verve, l'autore della saga dei Malaussène movimenta riflessioni e affondi teorici con episodi buffi o toccanti, e colloca la nozione di amore, così ferocemente avversata, al centro della relazione pedagogica.

Dei "somari" si parla molto, ma come fenomeno sociologico. Pennac invece ne parla come di persone, il che è veramente apprezzabile (forse perché lui si autoannovera nella fitta schiera? non è detto, Pennac è uomo di cuore, sarebbero persone comunque).

Fatto sta che l'idea che la scuola sia fatta dagli insegnanti mi sembra, in questo momento, piuttosto rivoluzionaria, e che si possa leggere lo "zero" come un guscio da cui aiutare gli studenti a uscire, beh, questo lo trovo fantastico. E altrettanto si dica per l'analisi del bambino-cliente: questo farà piuttosto male a chi "fa il marketing di mestiere", ma è la prima volta che le frasi sull'argomento non mi rimbalzano in testa con il gusto delle cose già sentite, magari in tv, magari a Porta a Porta.

Da leggere assolutamente se si è insegnanti (chissene se si è precari, un po' di saggezza non ha mai fatto male a nessuno), con attenzione se si è genitori (chissene se i propri figli non sono somari, almeno si saprà quanto si è "normali" ai colloqui con gli insegnanti), con gusto se si è ex somari. Ma anche no.

mercoledì, marzo 05, 2008

La grammatica di Dio

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Un cane troppo fedele che torna sempre come un boomerang dal padrone che lo vuole abbandonare, un potentissimo manager pronto a tutto pur di riunire i Beatles per un concerto; un terzino fantasioso e romantico su uno spelacchiato campo di periferia; un arrogante e irredimibile uomo d'affari; un frate che sceglie il silenzio per sentirsi più vicino a Dio ma viene vinto dalla bellezza di una muta; una perfida vecchietta divorata dall'invidia e dal livore sono solo alcuni dei protagonisti di questa raccolta di racconti, nella quale Benni mostra il lato più curioso, imprevedibile e misterioso della vita.

Ho letto tutti i libri di Benni. Lo adoro, per dirla col linguaggio delle stelline. Stavolta però mi ha messo addosso una tristezza, ma una tristezza, che mi ha fatto a più riprese chiede che cavolo c'entrasse l'allegria del sottotitolo - che ci sia stato un errore nell'impaginazione della copertina e siccome era già andata in stampa non se la sono sentita di modificare la grafica e hanno lasciato là com'era?

Da leggere se si è di quelle persone che cercano sempre di andare al di là dei fenomeni per mettere insieme almeno uno straccio di analisi. Da leggere se si è di quelle persone che invece rimangono così basite dai fenomeni da non riuscire proprio a vedere oltre. Da leggere se si è di quelle persone che hanno un'idea molto chiara e dei fenomeni e delle cause, giusto per farsele scompigliare un po', le idee.

Accompagnato da free jazz, da servire ghiacciato, avendo cura che si senta in sottofondo il rumore dei cubetti di ghiaccio mentre vengono tritati.

venerdì, novembre 30, 2007

Una sconfitta: La Casta

Immagine di La Casta

Aerei di Stato che volano 37 ore al giorno, pronti al decollo per portare Sua Eccellenza anche a una festa a Parigi. Palazzi parlamentari presi in affitto a peso d'oro da scuderie di cavalli. Finanziamenti pubblici quadruplicati rispetto a quando furono aboliti dal referendum. "Rimborsi" elettorali 180 volte più alti delle spese sostenute. Organici di presidenza nelle regioni più "virtuose" moltiplicati per tredici volte in venti anni. Spese di rappresentanza dei governatori fino a dodici volte più alte di quelle del presidente della Repubblica tedesco. Province che continuano ad aumentare nonostante da decenni siano considerate inutili. Indennità impazzite al punto che il sindaco di un paese aostano di 91 abitanti può guadagnare quanto il collega di una città di 249mila. Candidati "trombati" consolati con 5 buste paga. Presidenti di circoscrizione con l'autoblu. La denuncia di come una certa politica, o meglio la sua caricatura obesa e ingorda, sia diventata una oligarchia insaziabile e abbia allagato l'intera società italiana. Storie stupefacenti, numeri da bancarotta, aneddoti nel reportage di due famosi giornalisti.

Non ce l'ho fatta. Non ho finito di leggerlo. Mi sembrava di vivere in un'unica, lunghissima, densissima, puntata di Report. E non ce l'ho fatta.

All'inizio pensavo che fosse un libro da leggere quando si è arrabbiati: così leggi le cose che ti racconta il libro e dimentichi i tuoi guai. A pagina 13 ero già pesantemente rannuvolata; a pagina 26 ero fuori dai gangheri. Poi però anche quello non è bastato. Anche leggere da arrabbiata non è stato sufficiente a sostenere il peso di vedere il mio Paese inesorabilmente ridotto a testimonial di un globale "è tutto un magna magna". Di vedere me stessa - sempre mediamente convinta delle mie opinioni politiche, spesso a costo di anteporre l'ideologia al buon senso - me stessa sprofondare nel qualunquismo. Che adesso si chiama "antipolitica", fa più chic, ma insomma il senso non cambia. E così ho mollato il colpo.

Magari, una pagina alla volta, continuerò questa esplorazione dei bassifondi in cui si muove l'Italia. Ma tutto in una volta no, non ce la posso fare.

venerdì, ottobre 26, 2007

La solitudine del riccio

Immagine di L'eleganza del riccio

"devi assolutamente leggere l'eleganza del riccio. baci f".

Avevo sentito parlare di questo libro ed era più o meno in agenda, ma se me lo raccomandano così, via sms, come una cosa urgente, non posso proprio aspettare. Mi ha colpito la scrittura, bella, bellissima, la grammatica come via per la bellezza. E la storia, che non inizia subito ma si avvale di un'ampia descrizione del contesto, è delicata come alcuni dei momenti descritti. Nascondersi è un'arte, in questo romanzo, e il disvelamento non può essere senza conseguenze.

Anche leggerlo non può essere senza conseguenze.

giovedì, ottobre 11, 2007

Libri: La donna dello scandalo

Immagine di La donna dello scandalo

"Alla vigilia del processo per abuso di minore contro l'insegnante di ceramica Sheba Hart, la sua sedicente amica del cuore, Barbara, decide di raccontare a un'Inghilterra indignata la 'vera' storia dello scandalo. Ma la sua verità è profondamente deformata dall'ambigua attrazione che prova nei confronti dell'amica, dalla gelosia per il suo studente, dalla frustrazione di zitella attempata. Ed è quindi leggendo in controluce il suo racconto che scopriremo come sia proprio la pretesa amica di Sheba, con le sue rivelazioni tanto imprudenti quanto premeditate, la responsabile dello scandalo e della rovina di chi le ha incautamente confessato i suoi segreti. Il romanzo ha vinto il Booker Prize."

Uno non si rende conto di quanto questo libro sia un pugno nello stomaco finché non è già oltre la metà. E a quel punto è troppo tardi, non c'è modo di tornare indietro (ammesso che si voglia farlo, il che è tutto da dimostrare). Quello che colpisce di più è l'inversione del rapporto tra chi racconta e l'oggetto del suo racconto: ogni descrizione, ogni comportamento descritto, è una vista sui fatti filtrata dalla paura e dalla solitudine.

Bella la scrittura, ma è meglio leggere La donna dello scandalo durante un periodo sufficientemente felice della propria esistenza, e se possibile in ambienti non troppo silenziosi e solitari (l'ideale è il metrò), eventualmente, verso la fine, accompagnati da musica "a contrasto" (un bel rock classico aiuta e dà il ritmo).