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lunedì, ottobre 29, 2012

Io sono #choosy. Così tanto che...

Sono talmente choosy che a volte mi allontano un po' per guardare meglio le cose. Le seziono, le analizzo fino a che non hanno più niente da dirmi e alla fine decido cosa farne.
Sono talmente choosy che ci ho messo un sacco di tempo (tre anni?) per trovare un modo giusto di trattare la seconda puntata del mio corso di semiotica per gente che si agita sul web. Poi ho trovato l'argomento e ho iniziato a smandrupparlo un po', ma no, non ci stava, rimaneva appeso. Finché un giorno, una settimana fa, eccolo, ho visto un modo per "scaricarlo a terra", diciamo così.
L'argomento è l'hashtag.

"Cheee, ma che c'entra la semiotica con gli hashtg?"
"C'entra un sacco, baby, pensaci un po': come definisci la parola hashtag? quanto spesso li usi? per farci cosa? che cosa ti aspetti quando fai una ricerca per hashtag? Che magari a te non te ne frega niente, ma se lavori nei social o nelle ricerche, beh, te ne dovrebbe fregare sì."
"Ah"
"Eh"

Allora insomma l'argomento è l'hashtag.
E però l'ho portato un po' oltre: ho analizzato un hashtag in particolare: #choosy.
Perché io sono #choosy.
Ed ecco quello che è venuto fuori.


lunedì, ottobre 08, 2012

Il community manager e (è?) l’amministratore delegato


Durante i miei corsi di formazione dico sempre che qualunque messaggio venga veicolato da un’azienda attraverso uno strumento social rappresenta l’azienda, è come se l’avesse scritto l’amministratore delegato. Del resto in Italia è assai poco praticata la strada di dichiarare l’identità del community manager (scelta che sarebbe gradita assai da parte della comunità, visto che in questo modo le persone sentirebbero di parlare con una persona e non, supponiamo, con una marca di assorbenti). Da questa considerazione nasce il doppio autogol della simpatica azienda che, attaccata perché faceva ironia sul terremoto, rispondeva ai suoi (ex?)fan su Facebook in questo modo:



Doppio perché non solo è evidente che l’azienda ha fatto una gaffe, ma è chiaro pure che la dichiarazione della “direzione” è uno scaricabarile di cattivo gusto.

Succede tuttavia, qualche settimana fa, che un community manager risponde in modo particolarmente brillante ad un twit di una utente – non follower del profilo aziendale – e che la cosa viene notata. Se ne parla un sacco su Facebook. Questo è il twit in questione:



Ora, se il mondo è piccolo, quello social lo è ancora di più. Caso vuole che conosco il community manager che ha fatto ciò. So anche che rivelare la sua identità sarebbe una bella cosa per la sua (peraltro già solida) reputazione. Non sapendo come fare, soprassiedo. Fino a quando Young Digital Lab non decide di istituire il Community Manager Award, premio del tutto unofficial, che vede nel suo red carpet proprio il twit del mio amico (o dovrei dire del cliente del mio amico?). A questo punto però la comunità, nella persona di Domitilla, fa saltar fuori il nome, con classe e in modo circostanziato com’è sua abitudine. Lodi a Zio Burp.

Di una cosa abbastanza contigua a questa avevo già scritto in passato. Perché io sono più brava a far domande che a dare risposte. E, lungi dall’aver risolto l’enigma che mi ponevo allora, continuo a raffigurarmi un corto circuito: quello tra il CM e l’AD dell’Azienda. Corto circuito che più o meno suona così.

Nel momento in cui un’azienda twitta (o scrive su FB, vabbè, ci siamo capiti) qualcosa, è come se a parlare fosse l’AD, visto che non è menzionata la persona che lo fa fisicamente.
Se la cosa è particolarmente riuscita, è merito dell’azienda, dunque, e incide positivamente sulla sua reputazione.
Un CM è bravo non solo quando ottiene reputazione per l’azienda, ma anche se si rapporta bene alla community: magari il brand non mi dice granché, ma il suo CM è simpatico e twitta cose interessanti, per cui lo seguo. Oppure, anche, seguo un brand perché me l’ha segnalato uno che ha una buona reputazione, e quindi dirà sicuramente cose interessanti.
Quindi, se un CM ha una buona reputazione, l’azienda ne trarrà beneficio per la sua reputazione.
Ma abbiamo detto che il CM è – in linea teorica – l’AD dell’azienda. Solo che io conosco il CM, non l’AD.

Quindi: ha senso, nel momento in cui un CM fa una cosa (molto bella o molto brutta, insomma una cosa che si nota), che diventi persona e smetta di essere l’AD? O non ha più senso che l’azienda smetta di firmarsi “Azienda” e inizi a firmarsi “Pinco Pallo per Azienda”?

Continuate voi.

venerdì, settembre 14, 2012

“Mamma, che lavoro fai?” o come instillare il tarlo del dubbio


Interno giorno. Stanza da bagno (la definizione è a beneficio delle agenzie immobiliari). Il pupo settenne sta espletando le sue funzioni corporali.

Pupo Settenne: “Mammaaa!!!”
Mamma (dalla cucina): “Che c’è?”
PS: “Puoi venire un attimo?”

Entra Mamma

PS: “Mamma, ma che lavoro fa papà?” (il lavoro che faccio io più o meno lo sa, bazzica di tanto in tanto nel mio ufficio)
M: “Lavora in un’agenzia di pubblicità”
PS: “Fa i cartelloni, gli spot, …?”
M: “No, si occupa di Internet, come me. Però lui fa i siti, sai quelli che ogni tanto ci fa vedere…”
PS: “…”
M: “…”
PS: “Senti, ma se questo lavoro non esistesse che cosa succederebbe?”
M (un po’ preoccupata, presentendo dove vuole andare a parare): “Beh… sarebbe un peccato”
PS: “…”
M: “…”
PS: “Ma… sarebbe un peccato o moriremmo tutti?”
M (mormora, mentre una lacrima le riga la guancia): “Sarebbe un peccato. E basta”

Due anni che questa cosa mi tormenta. Mio figlio ci considera degli esseri inutili. E lo dice con garbo, mentre sta cagando.

mercoledì, giugno 27, 2012

Il turismo e la signora Floriana


Le vacanze ci mettono ansia, in famiglia. Per motivi che prescindono dalla vacanza in sé, naturalmente. Fatto sta che ci riduciamo sempre all'ultimo momento e, nella migliore delle ipotesi, ogni sessione di scelta delle vacanze diventa un incubo internettiano, alla fine del quale, dopo aver passato un paio d'ore a navigare tra le offerte online, la discussione diventa incandescente, si va a letto incavolati neri e non si è risolto niente.
Spesso il problema sta nel fatto che la presenza di un bambino (oltre alla coppia) tra gli aspiranti vacanzieri introduce negli sistema un elemento di complessità difficile da gestire per il sistema stesso (il bambino ha uno sconto, è gratis, non è affatto previsto per quest'offerta? Cose così. Ma ci torno dopo).

Per le nostre inedite vacanze di fine giugno è stato esattamente così, finché un venerdì pomeriggio abbiamo deciso di ricorrere ai metodi tradizionali, rivolgendoci ad un paio di agenzie di viaggi sotto casa, che espongono sempre offerte all'apparenza imperdibili. La prima era quella in cui abbiamo acquistato il nostro viaggio di nozze, e che in un'altra occasione si era dimostrata preziosa per risolverci un capodanno a Parigi. Stavolta però l'impiegata ha iniziato a cincischiare, combattendo con siti e sistemi a quanto pare piuttosto rigidi, e alla fine ci ha detto di guardare su internet. Delusi, abbiamo attraversato la strada e siamo andati nella seconda agenzia, trovandola, se possibile, ancora più impreparata. Stavolta il ragazzo che avrebbe dovuto seguirci non ha neanche tentato, dopo 10 secondi ci ha detto di andare sul sito e tornare quando avessimo avuto le idee più chiare.

Per fortuna dovevamo fare la spesa. L'Ipercoop vicino casa ha al suo interno l'agenzia, sulle vetrine offerte allettanti e dentro una signora di una certa età. Siamo entrati. La signora Floriana ci ha dedicato una buona mezz'ora, facendoci vedere tutto quanto disponibile e orientandolo perfettamente sulle nostre esigenze. Stavamo per andar via con un paio di preventivi per Ischia, quando lei ci fa: " Se però una volta vi dovesse capitare di avere un week end lungo, io vi consiglierei di fare un salto qui". E ci parla di un resort in Maremma. Ci racconta di quando c'è stata lei, dei posti da vedere nei dintorni, delle cose da non perdere. Insomma, ci fa andare in Maremma. Anche il prezzo ci piace. Il giorno dopo fissiamo, e in questo momento mi trovo nel giardino di un appartamentino del Borgo Magnano Resort, reduce da una gita a Pitignano e intenta a programmare per domani un'uscita con i nostri vicini norvegesi per andare a vedere uno show di butteri maremmani (siamo pieni di bambini, il buttero attira parecchio).


Vedo due problemi oggi nell'acquisto di vacanze online, e mi riferisco alle vacanze, non ai viaggi. 
Il primo è la rigidità dei sistemi, come dicevo sopra. Il sistema è funzionale se il cliente è flessibile, altrimenti diventa difficile da gestire. Non dico impossibile, gente con meno problemi di noi sul tema delle vacanze ci riesce benissimo, investendo una certa quota del suo tempo e della sua pazienza, ma non è così scontato.
Il secondo è la mancanza di storytelling. La signora Floriana ci ha raccontato la vacanza che avremmo potuto fare, proiettandoci a bordo piscina e tra i butteri assai prima che avessimo deciso se venire qui o andare a Ischia (dove peraltro ci aveva già fatto entrare alle terme). Il racconto ci ha convinto assai più di alcune decine di schermate tutte uguali, in cui l'unica cosa che cambiava erano le foto e, in minor misura, i prezzi.

Quanto pesa ancora il fattore umano nel marketing del turismo? Come si fa a superare le rigidità dei sistemi? Ha un senso che le agenzie tradizionali - fisiche - rispondano ai clienti di guardare su internet e tornare quando hanno le idee più chiare? Esiste ancora la professione dell'agente di viaggi o è destinata a finire quando la signora Floriana andrà in pensione? Voi cosa ne pensate?

lunedì, febbraio 13, 2012

Se l'arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescoviscostantinopolizzasse... E se lo facessero i blogger?


Se l'arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescoviscostantinopolizzasse, ti disarcivescoviscostantinopolizzeresti tu? 
No, io non mi disarcivescoviscostantinopolizzerei mai se l'arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescoviscostantinopolizzasse!
Leggo il post di Gianluca Diegoli Perché i blogger non esistono, e mi viene in mente questa filastrocca. Sono passati pochi anni da quando dei blogger hanno iniziato ad essere corteggiati dalle aziende – ricordo tra le prime Barilla e Danone – e questa figura ha già al suo attivo un’automitobiografia di tutto rispetto. Che vive su una grande contraddizione, che cercherò di illustrare.

Il blogger è, nella sua accezione originaria, qualcuno che scrive per sé in uno spazio personale. Questo spazio rimane personale anche se usato a scopi professionali – lo stesso Gianluca è un esempio di questa affermazione: minimarketing non è una testata giornalistica, non vive di pubblicità, non è il mestiere di Gianluca, anche se i temi che tratta sono di carattere professionale. Un blog è uno spazio personale, quindi, perché, tendenzialmente, non si riceve alcun compenso da quanto ci si scrive; non solo: le incursioni delle aziende sotto forma di richieste di recensioni, di diffusione di informazioni, di partecipazione ad eventi, hanno nel tempo creato una forte spaccatura tra chi accetta questa presenza tra le sue pagine di buon grado e anzi volentieri, e chi invece la considera un bieco tentativo di non pagarsi la pubblicità, sfruttando gli editori.
Quindi, punto primo: il blog è sempre uno spazio personale, le cui politiche di pubblicazione dei contenuti, a prescindere dalla fonte, sono del tutto lasciate al libero arbitrio del suo autore.

È probabile che un blogger che parla di qualcosa in particolare, però, voglia che il suo blog sia per lui uno strumento di promozione. Che vuol dire che attraverso il blog condivide le sue competenze e la sua professionalità, per mostrarle (oltre che a chi è interessato/appassionato della materia) a chi può avere interesse verso la persona del blogger medesimo. Una specie di CV o di portfolio vivente, insomma. Che cosa succede all’idea di “spazio personale” quando le cose stanno così? Niente. Di fatto, quello che fa un blogger è disintermediare l’informazione, che lo faccia per lui o per un brand: se mi sto informando su un prodotto, è assai probabile che prima di andare sul sito ufficiale del medesimo io mi faccia un giro sui blog delle persone che ne hanno parlato, perché per definizione mi fido più di un mio pari che di un’azienda. Attenzione, però: bisogna che i blog a cui mi rivolgo siano indipendenti, se no siamo da capo a 12.
Secondo punto: un blog ha un valore nella misura in cui disintermedia l’informazione azienda-consumatore (o, per estensione, head hunter-candidato). Ma per fare questo deve essere indipendente.

Quando le aziende hanno scoperto i blog questi assiomi hanno iniziato a scricchiolare sotto il peso di domande sui massimi sistemi: “Questa cosa mi interessa davvero, ma se faccio un post-marchetta la mia reputazione ne sarà intaccata?” che vuol dire “I miei lettori continueranno a fidarsi di me?”. Dalla mia esperienza, più che di blogger, di lettrice di blogger, mi viene da dire che è un falso problema. Se sei davvero interessato alla cosa di cui stai parlando i tuoi lettori capiranno che la passione che ci metti è sempre la stessa. Quindi vai tra e stai scialla. Altri, invece, intravedono in questo un’opportunità professionale tout court, per cui quello di blogger può diventare un mestiere in sé.
E qui si apre la grande contraddizione: quando il blogger vuole essere riconosciuto professionalmente (che non è il caso di chi si pone le domande di cui sopra), l’equilibrio tra i contenuti “spontanei” verso quello dei contenuti “provocati” si sposta sensibilmente in favore di questi ultimi (parlo a livello globale, non di singolo blog), e viene meno, secondo me, la funzione di disintermediazione. E non perché il singolo blog non sia più indipendente di per sé, ma perché abbiamo di fatto trasformato i blog (l’insieme dei blog) in un ulteriore strumento di intermediazione dell’informazione. Che così diventa un percorso del tipo: brand/azienda-agenzia-blogger-consumatore, dove il blogger e il consumatore non sono necessariamente la stessa cosa.
Da cui il terzo punto, la grande contraddizione: se i blog diventano strumento dell’azienda/brand, si introduce un livello ulteriore di intermediazione, e i blogger si trasformano in PR (aka BraccioArmatoDell’UfficioStampa).
Ma, IMHO, non sono più blogger.

Per rispondere a Gianluca. I blogger esistono, ma non sono quelli a cui pensano le aziende. Peccato, poteva essere bello.

lunedì, gennaio 23, 2012

La pagina Facebook più figa che c'è


Interno giorno. Sala riunioni del Grande Cliente.
Attorno al tavolo di cristallo sono seduti il Grande Cliente (GC), la Marketing Manager (MM), la Brand Manager (BM), lo Stage Manager (SM). In piedi sulla porta, l’Account Manager (AM) dell’agenzia di Social Media Marketing e il suo Stage Account (SA).

GC: “Allora, AM, dicci tutto. Siamo on air con la pagina Facebook? Ma sedetevi, sedetevi”
AM [si siede e mette davanti a sé l’iPhone, l’iPad e una cosa che nessuno sa cos’è, ma è nera e le spunta una presa USB da un lato]: “Carissimo. Siamo online da [consulta l’orologio] 30 ore circa. L’hai vista?”
BM [arrossendo]: “Ti abbiamo… mandato il link… SM, hai mandato il link a tutti, vero? Ieri mattina, vero?”
SM: “Certo, certo, eravate tutti in copia… Ho fatto anche un recall stanotte, verso le 4, quando… abbiamo superato…”
AM: “Ma come, GC, non l’hai vista??? Abbiamo superato i 150.000 fans stanotte alle 3.30 ora locale – io ero in volo di ritorno da… Ho detto a SA di avvisare SM appena…”
GC: “Non mi fanno vedere niente, non mi fanno vedere. Vabbè, visto che le notizie sono buone, però… Allora, dimmi, dimmi…”
AM: “Beh, c’è poco da dire. Abbiamo aperto la pagina ieri mattina, come diceva BM, e in 20 ore circa avevamo 150.000 fans. In aumento costante”
SM: “7500 fans all’ora, per la precis… [AM gli da una gomitata nelle costole], cioè, … un sacco di gente, la campagna va…”
MM: “Certo che crescono velocemente, siete stati veramente forti!”
AM: “Eh beh, quando c’è il prodotto… e poi il piano editoriale è studiato nei minimi dettagli. Contenuti interessanti, rilevanti, quello di cui le persone hanno bisogno. E una campagna al millimetro sul nostro target. Sì, siamo proprio soddisfatti”
GC: “Altro che colpirlo, il target, qua lo stiamo proprio bastonando! Beh, signori, io vi lascio alle vostre cose. È stato bello”
MM: “Vengo con te, ti devo far vedere un’altra cosa [ridacchia] prima che mi sfuggi di nuovo”

[Exit GC e MM]

BM: “AM, a me però lo puoi dire. Mi sembra un po’ troppo veloce questa crescita. Non è che per caso gli avete dato un aiutino?”
AM: “Ma figurati, BM, lo sai che per noi non esistono queste cose. Vogliamo dei fans che siano veri fans del brand, se no a che servono?”
BM: “Mah, facciamo che ti credo. Lo sai come la penso. SM, puoi andare sulla pagina?”
[SM va sulla pagina. Ci sono circa 230.000 fans]
SA: “Vuoi vedere? Fai il refresh”
[SM fa il refresh. I fans diventano 237.500].
BM: “Uau!”
AM: [gongola]
SA: “è perché è stato appena pubblicato un post… e guarda, ha già 653 commenti e 45.000 like!”

[Silenzio. Tutti guardano la pagina proiettata crudelmente sulla parete. Il post dice: “Manca solo un week end per finire lo shopping di Natale! Tutti pronti ai blocchi di partenza? Chi finisce per primo di comprare i regali me lo dice, e mi raccomando, voglio l’elenco!”]

BM: “Scusa, SA, ho letto bene? I regali di Natale? Ma oggi è il… 23 gennaio, che c’entrano i regali di Natale?”
SA: “…”
AM: “Beh, … che fa? … vedi quanti like? Quanti commenti, poi… vuol dire che la conversazione interessa…”
BM: “Mmm. Questa pagina doveva andare online… la settimana prima di Natale…”
AM: [fragorosa risata] “E quindi? Ma che cosa vai a pensare!”
BM: “Non penso niente. Però quel “fate skifo, lultimavolta che ho usato il vostro sciampo mi sono caduti i capelli a miglioni!” come lo spiegate? E come lo spiego io a GC?”
AM: “E’ la conversazione, baby. Vedrai, il nostro community manager adesso provvederà a rispondere e tutto rientrerà. Le critiche servono, anche quando sono così di bassa lega sono uno spunto di riflessione, un momento di confronto con la comunità dei consumatori che…”
SA: “… Non c’è più. Il commento”
BM: “?”
AM: “…”
SM: “…”
AM: “SA, chiama il community manager, anzi, chiama Facebook. Ci deve essere un problema. Saranno giù i server”
SA: “I server di Facebook, dici? Non credo, la gente continua a postare… e poi… [refresha la pagina] guarda, adesso siamo a 245.000…”
AM: “CHIAMA FACEBOOK HO DETTO! Scusate un attimo. Vieni fuori, SA”

[Exit AM e SA]

Questa storia non finisce, ma i suoi personaggi sì, loro un futuro ce l’hanno. La pagina Facebook rimarrà online 3 settimane, dopodiché una riorganizzazione aziendale la ucciderà. Lo Stage Account non sarà confermato, lo Stage Manager invece sì, la Brand Manager non parlerà mai di quello che ha visto, la Marketing Manager vincerà un portfolio aggiuntivo di prodotti, il Grande Cliente continuerà a pensare che le pagine Facebook vanno on air e crescono al ritmo di 7.500 l'ora - questo sarà il tema del suo speech alla convention di fine anno. E l’Account Manager? Non si sa. Qualcuno dice che ha fatto downshifting perché era l’hype del momento e se n’è andato a vivere in un paesino degli Appennini con 3.000 anime e neanche il telefono. Ma non è sicuro che sia andata davvero così.

lunedì, novembre 28, 2011

Una dieci cento identità: il digital PR


Il digital PR è, a rigore, un’attività. Siccome però chi fa le PR si chiama PR, non vedo perché chi fa le digital PR non si possa chiamare digital PR. A mio insindacabile giudizio, pertanto, battezzo digital PR tutti quelli che nella vita svolgono attività di digital PR.

Il digital PR è di solito un blogger, o in alternativa (o in aggiunta) un socialcosidipendente.

Il digital PR blogger  può essere, in alcune fortunate situazioni, un blogger d’annata che a un certo punto ha iniziato a frequentare i socialcosi (tipicamente il suo socialcoso preferito è Friendfeed, forse perché è frequentato solo da digital PR). Essendo un blogger d’annata, però, è uno di quelli che appena postano “sto mangiando pasta e fagioli” ricevono 65 like e 36 commenti. Che spesso comprendono ricette di pasta e fagioli le più varie e istruzioni per coltivare i fagioli sul terrazzo di casa. I più versati nell’ecotrend arrivano a ricevere interessanti how to per farsi la compostiera a casa.

Il digital PR socialcosidipendente è messo peggio. A volte fa fatica a ricordarsi il suo nick originario, perché continua a frequentare il mondo con 30 profili diversi, e ogni tanto si perde. È facilmente ricattabile per questo: se gli mandi in bomba il suo gestore di password è rovinato, anni di lavoro gettati nel cestino. Letteralmente.

Il digital PR può essere maschio o femmina.

Il digital PR maschio ha la barba, abbina i colori come se fosse daltonico e indossa t-shirt estate e inverno. Quando è l’ospite ad un evento, la t-shirt è stirata.

Il digital PR femmina ha un taglio di capelli sempre nuovo di trinca, che sembra uscito da “Coiffure”, e ha una fashion blogger come personal shopper e curatrice di outfit.

Il digital PR può essere bravo, non bravo, bravissimo.

Il digital PR bravo ha una rubrica ricchissima e legge il reader tutti i giorni, tira su 30 blogger specializzati in alberi a camme in 3 ore e li convince a frequentare un campo di lavoro Fiat in Africa centrale senza rimborso spese, e loro torneranno contenti.

Il digital PR non bravo fa confusione tra i blogger, invita stuoli di fashion alle presentazioni di yogurt e i technofreak ai dibattiti sui diritti dei procioni. Un disastro. Ogni tanto qualche blogger lo porta fuori a bere, per fargli dimenticare di aver appena mandato 20 mamme blogger a fare un corso di guida sportiva con le Porsche al circuito di Varano de’ Melegari. Loro non sanno perché e hanno accettato l’invito senza fare domande. Vorrei vedere voi.

Il digital PR bravissimo è una specie molto rara. È l’unico che riesce a ricordarsi tutte le password di tutti i suoi profili, e gestisce tutte le sue identità come un’ape regina gestisce operaie e soldati. Una volta ogni due o tre giorni posta qualcosa, sul suo blog o su un socialcoso, risponde ai primi 150 commenti e poi non si concede per i successivi due giorni. In realtà passa la maggior parte del suo tempo scrivendo email, e ad ogni email spezza un cuore, femminile o maschile non importa, non dipende neanche dal suo sesso, proprio innamora tutti. Tutti credono che il/la digital PR legga i loro blog, li segua sui socialcosi, abbia occhi solo per lui/lei. Ovviamente non è così, ma è bello pensarlo.

Il digital PR riceve a volte richieste altamente sconvenienti in special modo per la sua etica. Per esempio gli chiedono di classificare i suoi contatti in base ai seguenti parametri: page rank, numero di commenti medi per post, numero di post per settimana, numero di amici su Facebook, numero di follower su Twitter, numero di scarpe e colore dei capelli. In questi casi il bravo svolge il suo compito ma si rifiuta di chiedere il numero di scarpe, il non bravo ha un prestampato che ripropone ogni volta cambiando solo il nome, il bravissimo risponde solo su scarpe e capelli, ma riesce a convincere il cliente che sono i soli dati essenziali per il successo della campagna.

Il digital PR ha un sogno nel cassetto, e aspetta solo il momento di realizzarlo. Non lo confessa a nessuno, ma desidera con tutto il suo essere un giorno intero senza connessione. Sono 3 anni che non ce l’ha, ma prima o poi vedrete.

Gli altri personaggi della galleria di mestieri della comunicazione sono qui.

martedì, ottobre 04, 2011

Homemade Gamification

Vuoi vincere facile ad un barcamp, convegno, webinar? Vai di gamification. È l’hype del momento. E se vuoi strafare, presentala con un’infografica nel corso di un ignite: gli altri mangeranno la tua polvere. Infine, se il milieu lo consente, permettiti una mossa zen: non parlare di aziende, parla di casa tua. Come? Mò te lo spiego.

La gamification (breve recap per chi non è del ramo) è una modalità particolare di sviluppare progetti di marketing. In pratica tutte le azioni di un utente sono riconducibili ad un gioco. Fai checkin all’osteria di Cicco Peppe? Vinci il badge Alcolisti-per-un-giorno. Compri 3 confezioni di Anticalcare Speciale Per I Buchi Della Doccia? Prendi 30 Punti Lavami Ancora. E così via. Fine del recap.

Dicevo, parla di casa tua. Condizione essenziale, avere una casa e una famiglia. Più numerosa è, meglio è. Se non ce l’hai, millantane una, si porta molto e tanto nessuno ti chiederà di presentargliela. Poi procedi così.


  1. Definisci la meccanica. Scopo della Homemade Gamification (dà un bel nome all’iniziativa, chiedi agli amici copy, se necessario) è regolare il traffico delle agende dei membri della famiglia. Ogni mese si tirano le somme, e chi vince ha diritto al telecomando per una sera.
  2. Descrivi il sistema di punti. Questo è un po’ complicato, quindi segui bene. Ti spiego solo quelli di moglie e marito, con i figli arrangiati, ma ricordati che sono parecchio importanti e ti danno quell’aura di padre/madre di famiglia che non guasta mai. Ci sono punti-moglie (PMo) e punti-marito (PMa). Tutti insieme si chiamano punti famiglia (PF). Ora. Come si acquisiscono i PF? Con le attività dell’altro membro della coppia. Esempio. Lui va allo stadio? Lei acquisisce alcuni PMo. Lei va a fare shopping con le amiche? Lui acquisisce alcuni PMa. A che serve acquisire punti? A poterseli giocare per le proprie attività. Quando lo squilibrio nel punteggio dei due è troppo, quello con più punti ha diritto a un recupero. Secondo esempio. Lei ha 45 PMo, lui 5 PMa: lei ha diritto ad una settimana in una SPA con un accompagnatore a scelta, oppure non stirerà per un mese. Chiaro?
  3. Attribuisci un valore ai punti. Anche questo è un po’ complicato (del resto c’è gente che con la gamification ci campa, dovrai pur farti un po’ di sbattimento, no?). La prima cosa da sapere è che non tutte le attività hanno uguale valore. Una possibile scala è quella per cui le attività-dovere costano meno punti delle attività piacere: ovvio, se sto via una notte per lavoro non posso perdere gli stessi punti di uno che sta via una notte per divertimento. La seconda cosa da sapere è che diverse attività presuppongono diverse unità di tempo. Stirare si misura a ore, uscire semplice (ad esempio a cena) si misura a serata, uscire lungo (ad esempio per un week end) si misura a notti trascorse fuori casa. Provo ad ipotizzare una tabella, giusto per, poi tu fatti la tua.
    • Attività dovere puro (lavoro, cura e accadimento bambini e anziani, salute, ecc.): l’altro acquisisce 1 PF per unità di tempo
    • Attività dovere+piacere (lavoro con divertimento sullo sfondo o viceversa): l’altro acquisisce 2 PF per unità di tempo
    • Attività piacere (divertimento e basta): l’altro acquisisce 3 punti
    • E così via. Attenzione: un’altra variabile da considerare è l’interesse per l’attività. Se a uno dei due l’attività dell’altro interesserebbe ma deve rinunciarci, guadagna più punti di quanti ne guadagnerebbe per un’attività di cui non gliene frega niente. E quindi la tabella si complica.
  4. Fatti una case history. Ti racconto la mia. Settembre e ottobre sono mesi fitti sia per me che per marito. Ci sono in particolare 3 eventi ai quali vorremmo partecipare: il Romagna Camp, la Blogfest e la Barcolana. I primi due sono per me attività dovere+piacere, per marito attività piacere. La Barcolana è per entrambi attività piacere. A me interesserebbe molto andare alla Barcolana, a marito del Romagna Camp e della Blogfest interessa il giusto. Ci rendiamo conto per andare dappertutto insieme dovremmo vendere il pupo agli zingari, e quindi decidiamo di dividerci. Facciamo un conto dei punti (che non riporto perché è veramente noioso), salta fuori che la Barcolana vale per marito quanto per me Romagna Camp e Blogfest insieme. Ci dovrò rimettere qualcosa, ma non tantissimo. Poi, per una serie di motivi, alla Blogfest non ci vado più. Appurato che i punti non scadono (per quanto tempo? Definiscilo al punto 3), ho un discreto gruzzoletto da giocarmi nel prossimo futuro. 
  5. Fai l’infografica e vai a raccogliere gli applausi.

martedì, settembre 27, 2011

Tre anni e dimostrarli orgogliosamente: il Momcamp



Appena mi vede, sabato scorso, al Quanta Sport Village (possinammazza’, che fatica arrivarci in macchina!), Jolanda mi fa: “Che bello, presenti Letti Gemelli? un po’ di pepe…”. Ho dovuto deluderla, peccato. Eppure ci poteva stare, in fondo credo che uno dei futuri possibili per le mamme (della rete e non solo) sia quello di pensare alla parola “mamma” come a uno dei tanti aggettivi possibili da associare alla propria persona, e non il nome proprio che è. Ma questo è il mio punto di vista, comprendo, assai discutibile.

Ma torniamo al Momcamp. Quando, insieme a Domitilla e a Mariela, ci siamo imbarcati per la prima volta in questa avventura, è così che ci immaginavamo che sarebbe diventato, a tre anni di distanza: grande, pieno di gente, una festa in cui ci si ritrova e si fa il punto. Quindi, prima di tutto, bravi Fattore Mamma che ha raccolto il testimone e grazie Hagakure, che si sempre sbattuto dietro le quinte.

Il primo anno le mamme della rete si sono incontrate. Il secondo si sono fatte sentire. Il terzo, questo, hanno raccontato quello che sono diventate.

Nei tantissimi interventi questa evoluzione si è sentita forte e chiara: molte delle persone che hanno preso la parola ci hanno fatto vedere come si diventa azienda. E non mi riferisco solo a chi ha avviato un’attività imprenditoriale, ma anche alle altre: a chi parlato di progetti, di storie, di libri. La sensazione forte è stata che gli intervenuti avessero un posizionamento, nel senso proprio in cui questo concetto è usato nel marketing e nella comunicazione. I territori sono tracciati, riempiti di senso e restituiti al mondo con o senza slide, ma compiutamente. Come in un consiglio d’amministrazione, ma molto più allegro.

Ecco, per me il Momcamp di quest’anno è significato questo: vedere queste mamme (quelle che sono state le mie mamme) diventare grandi, sicure, organizzate e consapevoli dei propri obiettivi. E sono contenta di averle viste nascere.

P.S. Ho notato, en passant, che molte avevano tacchi vertiginosi. L’ho interpretato come un segno anche questo: una volta (ri)messi i tacchi, sono già fuori dallo stereotipo. E magari l’anno prossimo ci sarà posto anche per Letti Gemelli.

More about Hai voluto la carrozzina?
P.P.S. Se non ci fosse stata una serie incresciosa di contrattempi, io avrei presentato un libro, scritto giustappunto da 15 mamme blogger e curato da Barbara Sgarzi, che si intitola “Hai voluto la carrozzina? Spunti di sopravvivenza da 15 mamme che pedalano sul web”  . È la mia ultima creatura, di cui sono orgogliosissima. Ci sarà un post a parte, naturalmente. Nel frattempo, la mia recensione è su aNobii.

giovedì, luglio 21, 2011

#donnexdonne L’azienda e il nido



Sono stata fortunata, con le donne che ho incontrato nel corso della mia vita. Dalla scuola all’università e poi al lavoro, le donne che hanno costellato la mia vita sono sempre state donne forti, pragmatiche, brave, e capaci di fare squadra. Tranne poche eccezioni, ahimè in alcuni casi poste in posizione chiave. Per esempio il nido.

L’azienda per la quale lavoravo aveva tra i suoi dipendenti una baby sitter, la mitica Maria, 40 anni e tre figli in Perù più una con lei, tondetta e sorridente. Maria stava a guardia di una stanzetta destinata in origine ai figli dei soci, che, riprodottisi in contemporanea, avevano valutato che fosse opportuno che la tata la pagasse l’azienda invece che loro. Fatto sta che ogni tanto anche altri bambini transitavano per la stanzetta, che chiamavamo “la nursery”. Il fatto era, però, che questo posto non era in regola proprio per niente, e se un bimbo si fosse rotto la testa, per dire, l’amministratore delegato sarebbe finito in galera.

Questa la situazione quando sono andata in maternità. Quattro mesi più tardi ho realizzato che dovevo accelerare i tempi del rientro o io e il piccolo avremmo fatto un volo dal quinto piano, tanto non ci stavo più dentro. E mi è tornata in mente la nursery. E mi sono tornate in mente Simonetta e Roberta, rientrate da poco al lavoro e come tutte con grandi problemi di logistica filiale (i nidi normali accettavano bambini a partire dall’ottavo mese di età, troppo per me/ per noi). Ho deciso che s’aveva da fare, e che l’avrei fatto io, il mitico nido aziendale.

Ed ecco la donna nella posizione chiave: la responsabile delle risorse umane. La quale al primo incontro mi significò che non ce n’era mezza, spendere dei soldi e poi assumersi tutte quelle responsabilità come azienda, per le mamme, poi, che erano già tra color che son sospesi: ma quando mai. Le proposi un’alternativa: avrei creato un’associazione tra i dipendenti (eravamo in tanti, i numeri c’erano, e anche i bambini) che si sarebbe preso il nido in gestione, l’azienda sarebbe stata fuori dai giochi, ci bastava che ci lasciassero il locale fisico e Maria. Dopo un’estenuante trattativa mi dette l’ok.

Ci organizzammo così: Roberta faceva le tessere e il sito del nido, Simonetta andava a battere cassa tra i dirigenti, io mi smazzavo tutto il lavoro fuori. Tutte facevamo conoscere in giro l’idea e reclutavamo soci per l’associazione dei dipendenti. Diventai amica di un commercialista simpaticissimo, di vari impiegati dell’ASL e del Comune, di una buona metà dei proprietari di nidi privati di Milano. In due mesi feci milioni di telefonate e di visite in svariati uffici, riunioni su riunioni con colleghi all’inizio dubbiosi e poi sempre più convinti, ancora qualche incontro di cortesia con la responsabile del personale per allinearla sui progressi e per convincerla a firmare l’accordo (essenziale per non ritrovarci senza una sede da un giorno all’altro).

“La casa dei monelli” nacque un giorno piovoso di gennaio. La prima assemblea dei soci dell’associazione dei genitori fu un successo. Avevamo tutti voglia di prenderci questa responsabilità, ma soprattutto avevamo tutti voglia di un posto sicuro in cui tenere i nostri bambini, i figli dell’Internet.

I primi tempi furono deliranti. Trovati i fornitori (serviva almeno un’altra persona fissa per poter tenere fino a 8 bambini, e le richieste avevano cominciato a fioccare), si doveva organizzare la mensa, definire ruoli e responsabilità, occuparsi dell’amministrazione (un’altra donna fantastica, Paola, responsabile dell’amministrazione dell’azienda, si prese in carico questo compito così spinoso), dirimere le frequentissime liti tra Maria e le tate esterne. La mia vita professionale prese una china particolare: nonostante fossi stata demansionata perché colpevole di maternità, decisi di non rinunciare alle due ore di allattamento che mi spettavano fino all’anno di età del bambino, e quelle due ore le passavo a tenere in vita il nido, che ancora non poteva andare sulle sue gambe.

Ottenemmo condizioni per l’epoca straordinarie per un nido: i bambini sarebbero stati accettati fin dalla fine della maternità obbligatoria (dal terzo mese di vita), si seguiva l’orario e il calendario aziendale (significa che anche il giorno di Natale, se l’azienda fosse stata aperta, il nido sarebbe stato operativo), e se un bimbo era malato il nostro fornitore ci mandava una babysitter a casa a prezzi ridicoli.

Spesso non riuscivamo ad andare a prendere i bimbi alle 18 in punto, e allora Maria ce li portava, passegginomuniti, alla scrivania. Oppure Maria arrivava tardi, e allora una delle mamme si fermava a tenere i bambini fino al suo arrivo. Ogni tre mesi circa la responsabile delle risorse umane mi convocava per comunicarmi che stavano pensando di chiudere il nido, e di trovare soluzioni alternative. E ripartiva il circo: ricerca di fornitori, ricerca di sedi alternative, preventivi, regolamenti. Poi tutto rientrava, miracolosamente. Cioè, un po’ per miracolo e un po’ perché nel frattempo nel nido erano entrati anche pargoli d’oro, per dir così. E insomma La Casa dei Monelli è durata circa sei anni. Poi l’azienda ha cambiato sede e ciao.

Considero tuttora il nido aziendale uno dei miei progetti meglio riusciti. Per sei anni ho avuto colleghi meno assillati all’idea di dove tenere i bambini, più sereni anche quando i pupi si ammalavano. E oggi non potrei neanche concepire un’azienda senza un servizio del genere, alla faccia della responsabile delle risorse umane. Per me è una buona prassi, buona assai. Per voi?

Qui tutti i link ai post pubblicati.

Un grazie speciale a Monica, che anche lei, quando si sbatte si sbatte.

giovedì, giugno 30, 2011

Bambini e tecnologia, mamme e imprenditoria: la vita sociale di una (mamma) blogger

Non se ne esce. Io la mamma l’ho messa tra parentesi, ma poi puntualmente ci ricasco. E mica a malincuore, eh. No no, con tutte le scarpe, tacco 10 che il 12 non ce la posso fare.

E insomma come avrei potuto rifiutare l’invito di Deviot al primo Vodafone Time, un ciclo di aperitivi a tema, il cui argomento della serata era il rapporto tra Internet e i genitori? Come non esserci, se la padrona di casa è Paola Bonomo e le relatrici Lia Celi – un mito – e Antonella Peschechera – un’amica?

Perciò eccomi, a confrontare la mia esperienza con quella di chi al tema ha dedicato un ampio spazio, il portale InFamiglia di Vodafone (per inciso, dello stesso argomento ci siamo occupati a lungo con Sai come me lo immagino, il sito Nesquik dedicato ai genitori, in cui Guglielmo, fantastico adolescente techy, spiega Internet ai genitori. Ecco, questo è il contesto e il mio livello di interesse per la cosa).

Dico la mia. Gabriele si è reso conto dell’esistenza di Internet molto presto. Al nido, per essere precisi. Nido aziendale che chiudeva alle 18, e se a quell’ora non ero ancora pronta eccolo che mi veniva recapitato alla scrivania, con tanto di passeggino. Ho cercato di evitare che incollasse gli occhi al monitor fino ai 2-3 anni, per ragioni eminentemente oftalmiche, ma a parte questo non avrei potuto avere meno remore. Del resto si fa presto. Se il papà fa l’Internet di mestiere da quando Internet non esisteva e si lavorava sulle reti neurali per arrivarci poco a poco, e la mamma ha iniziato a progettare siti quando gli unici siti decenti erano quelli porno, ci vuole poco ad interessarsi.

Quindi il pargolo è stato introdotto all’Internet assai precocemente. Prima con i video su Youtube, poi con i giochi dei siti fatti dal papà, poi con i giochi dei siti fatti dagli amici di mamma e papà. Diciamo che non abbiamo mai negato un tester a nessuno, se ce n’era bisogno.

Ma guardare il digitale con gli occhi di un bambino è tutto diverso. Per esempio per Gabriele è inconcepibile che esistano piattaforme diverse tra di loro e che non si parlino. Lui ha scoperto Spore, un gioco in cui si possono costruire creature fantastiche, sul pc (che consiglio caldamente, è un laboratorio di creatività spettacolare). Ha creato centinaia di mostrini, e un giorno è arrivato Spore anche per la Wii. Dove però la creatura è solo una, puoi modificarla a piacere ma hai dei limiti, dettati dall’adventure in cui è calata. Perciò ben presto è arrivata la richiesta: mamma, puoi portare le creature dal pc alla Wii? E no che non posso, amore, sono due piattaforme diverse (non gliel’ho venduta proprio così, ma il senso era questo). E lui: ma che significa piattaforme diverse, se possiamo vedere i film che stanno sul pc in tv, potremo vedere anche le creature. Ecco. E allora pensavo che sì, è assurdo che ci siano tutti questi limiti, e a poco vale la ragionevolezza professionale. Del resto, non è mica nato così l’iPhone?

Però, però. Noi siamo così, ma non tutte le famiglie sono così. Passo intere serate a parlare ai miei nipoti adolescenti di Facebook e di come va bene e non va bene usarlo, a mettere in guardia amiche un po’ naif su cosa condividere e cosa no sui loro figli. Io ho fatto una scelta un po’ talebana, da vecchia scuola, diciamo così: in rete non metto niente che riguardi mio figlio, non una foto, un video, un riferimento a lui che sia localizzabile. Quando sarà grande, se vorrà, sarà libero di mettere in piazza i fatti suoi autonomamente, ma finché è sotto la mia tutela niente (non considero parte della sua privacy gli sporadici episodi che posto sul blog, quello è più che altro colore locale).

Adesso Gabriele ha quasi 8 anni, e il suo tempo tecnologico è contingentato: 30 minuti di DS (adesso siamo nel tunnel dei Pokemon, ahimè), o di Wii, o di pc. Stop. Finché dura. E se va su Internet ci sono anch’io, anche se lui è perfettamente in grado di muoversi.

Per tornare alla serata: ho conosciuto LaVale! Non ci potevo credere, ho anche fatto un po’ la figura della groopie, ma il suo è stato uno dei primi blog che ho letto, e allora come si può rimanere insensibili? Che poi all’epoca avemmo anche un breve scambio di mail, ma questo non gliel’ho detto.

Invece stasera parlo io. All’aperitivo organizzato da Working Mothers Italy, a chiacchierare di come si fa a fare la mamma imprenditrice della rete. Che sarei io (oddio, che mi metto?). Se siete a Milano passate, saremo al Milk Bar di via Mazzini 20. Sarà un piacere conoscersi personalmente, come dicono i miei amici digital pr.

mercoledì, giugno 01, 2011

A cena con Badgeville

“Ma dove cavolo è Kettydo?” 

Effettivamente per una come me, dotata del senso di orientamento di una trottola ubriaca, non è così banale. Prima di arrivare alla meta sono passata in altre due situazioni – un set fotografico per chissà cosa e una festa rasta –, ho mandato l’SMS di cui sopra e ho fatto una telefonata.

[Piccolo disclaimer per gli amici di Kettydo: la prossima volta, negli inviti, non indicate solo il civico, ma anche il piano e il numero di loft. Ho motivo di pensare di non essere la più imbranata del mondo, e se anche fosse così, fatelo per me, che tanto non vi costa niente lo stesso ;)]

L’occasione era ghiotta: io e qualche altro blogger eravamo invitati a cena per conoscere Maarten De Zeeuw, Direttore Europa di Badgeville.

Badgeville è una piattaforma (white-label, quindi customizzabile dal singolo brand che ne fa uso) che introduce meccaniche di gioco nella normale attività degli utenti dei siti, con dinamiche fortemente integrate ai social media. Quindi, a seconda dell’attività svolta, i membri della comunità riceveranno punti, badge, coupon, e così via, proprio come se fossero su Foursquare o su Miso o su un qualunque socialcoso con una forte componente di gaming.

E infatti la novità di Badgeville è in questo, che potrebbe essere il nuovo trend social dopo la geolocalizzazione: la gamification. Il presupposto è più o meno: se l’attività in rete diventa in gioco, le persone risulteranno stimolate ad attuare certi comportamenti, e questi comportamenti saranno misurabili, perché non più dispersi nel mare magno dei social network ma concentrati, per così dire, in un unico hub, che potrebbe essere costituito dal sito del brand. Bello, dice. Sì, bello, soprattutto dal punto di vista del marketer, che finalmente potrà dare i numeri con un po’ di senso (perché poi, gira che ti rigira, il punto è sempre lì: i numeri).

Io però ho fatto un altro pensiero, ed è quello che voglio condividere, più che un’analisi del fenomeno in sé (per il quale si trova in rete ricca documentazione).

Leggo nel sito gamification.it:

La gamification ha due obiettivi decisamente interessanti […]. 
Il primo è “stimolare un comportamento attivo e misurabile”. L’implementazione di meccaniche ludiche è uno dei metodi più efficienti per coinvolgere le persone nelle attività di un sito e di un servizio, ma anche per agevolare comportamenti offline. […] 
Il comportamento dell’utenza è misurabile, raccogliendo i dati basati sulle azioni compiute all’interno del gioco. È perciò possibile effettuare una profilazione degli iscritti, permettendo di concentrarsi particolarmente sul target e/o cercando di espandere il potenziale bacino d’utenza. 
Il secondo obiettivo della gamification (in realtà, per certi versi, presupposto del primo) è “guidare un interesse attivo verso il messaggio da comunicare”. La gamification è dunque un mezzo per veicolare efficacemente le varie informazioni, focalizzando l’attenzione dell’utente verso la campagna di comunicazione ed il brand. Per esempio la gamification applicata ad un sito può valorizzare il messaggio, migliorare il coinvolgimento e raggiungere fasce demografiche differenti. […]

La domanda che mi sorge spontanea è la seguente: che differenza c’è tra questo e la raccolta punti di Ferrero o dell’Esselunga? Lasciamo stare che una cosa è on e una è off line. Tutti i meccanismi di loyalty si basano sull’attivazione dei clienti e sono finalizzati, oltre che alla fidelizzazione, alla misurabilità. Lasciamo stare anche, incidentalmente, che nella maggior parte dei casi tutti i dati rilevati da un programma di loyalty rappresentano solo un sottoinsieme dei fattori che incidono sulla vita di un brand, poiché gli altri atti d’acquisto – quelli di chi la carta fedeltà non ce l’ha, nel caso specifico – rappresentano una mole di dati troppo imponente per poter essere veramente utilizzata: in altre parole, anche se l’Esselunga sa che cosa compro ogni settimana, questa informazione non le serve a niente, oltre che a sapere che una volta l’anno mi regalo un gadget con i punti che ho accumulato.

E da questa domanda la successiva diventa: non è che siccome non abbiamo abbastanza fantasia stiamo riproponendo logiche tradizionali (nel senso di marketing tradizionale, quello delle 4 P) alla rete? Insomma, il problema oggi come oggi è, per le attività social, la misurazione. Non la misurabilità, che sarebbe anche possibile, semplicemente adottando KPI diversi da quelli tradizionali; bensì la misurazione in sé, poiché il difficile è far digerire ai marketer suddetti che i numeri danno un’idea parziale di quello che succede veramente al brand quando va in rete, tra le persone, nel mondo. 

Badgeville sfrutta molte delle potenzialità espresse dalle dinamiche della rete, e questo è un bene, perché vuol dire che nella rete "ci sta dentro", e anche alla grande. Però la finalità in sé non mi sembra veramente innovativa, non ai fini del marketing e di una cultura del marketing che fa fatica a liberarsi delle zavorre degli ultimi, diciamo, trent'anni. Se vogliamo andare verso una relazione con il consumatore ho dei dubbi che la strada possa essere questa: avrò consumatori fidelizzati al gioco più che al prodotto, a meno che io non sia veramente bravo e riempia il gioco (di cui prima o poi la gente si stuferà, come si è stufato di Farmville) di contenuti effettivamente utili alle persone. Alle persone, non ai consumatori, né al brand.

Ecco, queste sono solo considerazioni. Che mi vengono così, da marketer mio malgrado e umanista di formazione. Proporrò sicuramente Badgeville ai miei clienti, e ci giocherò, anche. Ma continuerò a cercare il modo di andare davvero in una direzione che possa essere fedele alle persone che stanno in rete più e prima che ai miei colleghi marketer.

mercoledì, maggio 18, 2011

Quando on e off line sono parole vuote

Se dovessi definire con una parola il week end appena passato, direi che è stato il week end dei talenti. Abbiamo scoperto cantanti, ballerini e musicisti tra le persone che ci circondano più o meno quotidianamente e che abbiamo relegato in ruoli da cui il talento è immune. Abbiamo trovato animatori, orientalisti e cacciatori di lucciole che hanno allargato le nostre prospettive verso dimensioni insospettabili. Tutte persone che non andranno mai in tv, ma che sono meglio della tv e della radio e anche di internet e degli eventi organizzati.

Abbiamo condiviso riflessioni di ogni tipo in gruppi sempre diversi, abbiamo parlato di politica e di città, di scuole e di bambini, di sesso e di amore, di rete e blog. Per dirla in una parola, abbiamo intessuto relazioni, quelle dove on e off line sono parole vuote, perché sono relazioni e basta, tra persone che si scelgono per i loro contenuti.

Scegliersi per i contenuti
Se qualcuno mi avesse detto che avrei amabilmente chiacchierato a colazione di Cirillo e Metodio mi sarei messa a ridere. E non solo perché a mala pena so chi siano, Cirillo e Metodio, ma soprattutto perché “nell’ambiente che frequento” nessuno avrebbe da dire alcunché al proposito.

Allo stesso modo, mai e poi mai mi sarei sognata di farmi spiegare un pezzo di Kama Sutra da una pedagogista esperta in balli di gruppo: tra le persone che frequento non ci sono pedagogisti, né esperti di balli di gruppo, e a dirla tutta, è assai difficile che ci si scambi dei consigli sul Kama Sutra.

Ma anche, che la mia amica e compagna di viaggio Flavia canta bene lo sapevo – l’ho sentita sussurrare più volte in macchina, durante le code sulla Colombo – ma che potesse farmi venire i brividi quando intona Grande, grande, grande, questo proprio no, non me lo immaginavo.

E così via.

Non tenevo conto di una cosa: l’ambiente che frequento non è – solo – quello degli amici storici, o comunque di quelli che prima di scambiarsi una parola ci si è almeno stretti la mano fisicamente, dicendosi “piacere”. L’ambiente che frequento è fatto anche di persone di cui non ho mai stretto la mano, e non per questo le frequento meno. L’ambiente che frequento è fatto anche di persone con le quali prima di stringermi la mano ho dialogato a lungo, e allora incontrarsi e stringersi la mano è stato un ri-conoscersi. Che parte dalle cose che ci siamo detti e arriva ovunque, a Cirillo e Metodio, al Kama Sutra, al karaoke, perfino.

Il fatto è che ci sono molti modi per scegliersi. Ci si sceglie per prossimità (i vicini, i compagni di scuola, i genitori degli amichetti dei figli), per convenienza (i colleghi, l’estetista, la sciura del negozio di intimo), perché amici-degli-amici. Oppure ci si sceglie per i contenuti. Per quello che ciascuno ha da dire e condividere, per le opinioni, per gli atteggiamenti. E poi ci si incontra, anche: non si troverà prossimità, la maggior parte delle volte, né convenienza, ma è facile che ci si trovi ad essere amici-degli-amici, e soprattutto è facile che poi sia tutto facile.

La straordinaria ricchezza dell’eterogeneità
Spesso faccio un gioco: vedo le persone al ristorante e mi immagino che tipo di relazione ci sia tra di loro (a volte, se posso, ascolto anche i loro discorsi, ma questa è un’altra storia). Saranno amici, colleghi, una coppia un po’ stanca, lui ne vuole da lei ma lei no, si vedono per la prima volta, sono parenti: le possibilità sono infinite. E più la situazione offre elementi di eterogeneità tra le persone, più il gioco è divertente (per me, raramente anche per chi è con me, se non condivide l’approccio).

Se penso ai miei amici storici, vedo persone con le quali condivido molte cose: l’educazione, a volte gli studi, oppure il lavoro, e/o certi interessi. Tutto sommato, se siamo tutti insieme c’è una certa omogeneità nell’insieme che formiamo. Se mi metto ad osservarci dal tavolo vicino, è facile capire la relazione.
Meno facile sarebbe vedendo un gruppo come quello da cui mi sono appena separata. E quindi? Che meravigliosa ricchezza mi sono portata a casa? Che meravigliosa ricchezza mi porto a casa la volta che riconosco una persona da un badge, e mi trovo, supponiamo, nel castello di Melfi? O tutte le volte che chatto via Skype con una persona che non ho mai visto, o che mi stupisco per una foto, o che scopro una voce?

E allora, siamo sicuri che on e off line abbiano un senso, se parliamo di relazioni?

lunedì, aprile 11, 2011

Milena, che dolore mi hai dato

Non potevo esimermi, non dopo aver passato la domenica sera ad ammorbare marito che mi vedeva twittare come una pazza, seduta sullo stesso divano ma immersa in tutt’altri mondi.

È che io questa puntata qui da Report proprio non me l’aspettavo. E sì che mi ero anche detta “guarda che rimani delusa, Report è pur sempre un programma televisivo”, ma poi ci contavo lo stesso.

Ci contavo sul fatto che Report (escludendo Current, l’unico programma dove si fa giornalismo di inchiesta in Italia) potesse essere più attento e consapevole, profondo e argomentato.

E invece. Alcune considerazioni.

1. Facebook, Google & Co. non sono enti benefici
Fanno i soldi? Buon per loro. Offrono un servizio, che a quanto pare la gente gradisce. Questo servizio ha un costo? Ovvio. Provate voi a mettere insieme 500 milioni di persone che si parlano e poi ditemi che ce l’avete fatta aggratis e che continuate a farlo per passione.

2. Ti rubano i dati? No, ti rubano i contenuti che tu decidi di rendere pubblici
Tutto quello che condividiamo sui Social Network diventa patrimonio pubblico. Questo noi che ci lavoriamo lo sappiamo, ma ora bisogna che lo imparino anche quelli che non sono così sgamati. Iniziamo dai nostri amici, dai nostri figli. Se diciamo a nostra nipote 14enne che è meglio che non posti la sua foto in bikini mollemente adagiata a bordo piscina, o al nostro amico che se esce a cena con una che non è sua moglie è preferibile che ce lo racconti al telefono, piuttosto che scriverlo sulla nostra bacheca FB; se facciamo questo spieghiamogli anche perché. Prima o poi capiranno.

3. I dati dei singoli non sono significativi ai fini della strategia di marketing di un’azienda
Una tesi singolare, tra le tante enunciate ieri sera, è stata quella per cui “le aziende ci monitorano”. Ora. Se sto lavorando per un’azienda è assai probabile che io guardi che cosa ne dice la gente in rete e quali sono gli utenti che possono essere più interessati a quello che propongo. Posso spingermi fino a individuare 20 persone che sono tagliate su misura per me. Ma, ciò detto, che dietro ci sia Tizio o Caio o Sempronio, per me non fa nessuna differenza. Né andrò ad importunare Tizio, Caio o Sempronio per rifilargli il mio prodotto – lo faccio se sono Facebook, perché è il mio modello di business; di cui apprezzo, ad esempio, che se cerco una notizia sul terremoto in Giappone non devo vedermi sparare sulla pagina un video pubblicitario di una telco. I monitoraggi lavorano su dati aggregati, dietro i quali non ci sono singoli ma gruppi omogenei che condividono pratiche, caratteristiche e gusti.

4. Se invadono la tua privacy è perché tu gliel’hai consentito
L’esempio di tagetizzazione di Facebook veniva fatto sulle donne che lavorano in Rai e che hanno dichiarato di essere omosessuali. Ritengo che se una persona scrive sul suo profilo FB di essere omosessuale vuol dire che non considera questo un problema, e suppongo anche che il suo entourage ne sia al corrente. Se così non è, è stato quanto meno incauta a renderlo pubblico. Lo stesso discorso vale per qualunque cosa che ci riguardi, ovviamente, comprese le foto e i video dei nostri figli che poi vengono “rubate”: come potete pensare che verranno viste solo dalla famiglia? Però potete condividerle, creando ad esempio un profilo privato. Oppure, meglio ancora, non condividetele affatto. I nonni le vedranno quando andrete a trovarli.

5. L’educazione e la formazione sono out of scope
C’è solo un problema, su questo tema: l’impreparazione. Non c’è educazione e nessuno si prende la briga di farne. Se fai un servizio su questi temi, non mostrarmi come si fa a rubare un profilo, o per lo meno dimmi anche come renderlo più sicuro, il mio profilo.
La paura non insegna niente, paralizza e basta. Il numero di post su FB ieri sera che preconizzavano suicidi virtuali e rottamazioni di device era impressionante. È come dire che guidare l’auto è pericoloso, e scegliere di non averne una per questo. Non è più sensato imparare a guidare?

La cosa che mi ha dato più fastidio è stato il fatto che un reportage così me lo sarei aspettato da Vespa – sai che bello il plastico della rete? – e non dalla grande Milena. Che rimane grande, ma prima era anche senza macchia e senza paura, adesso una macchia ce l’ha. E anche un sacco di paure.

giovedì, marzo 31, 2011

Nuove figure sanitarie (neglette): il community manager

Il community manager è uno che quasi mai si è scelto questo mestiere. È un po’ come fare un bambino: se sai esattamente che cosa ti aspetta, probabilmente ti riempi il cassetto di preservativi e avanti Savoia. Ma il potere dell’ontogenesi è grande, per cui rimuovi quello che ti è stato detto e i preservativi li regali.

Il community manager è spesso una persona che a un certo punto della sua vita ha aperto un blog, oppure si è distribuito con scienza e coscienza nei vari socialcosi per puro interesse privato, e un giorno è stato notato e contattato da un’agenzia di socialqualcosa. Lo sventurato rispose. Da quel giorno diventa, a sua insaputa, una figura sanitaria.

Il community manager dovrebbe passarlo la mutua. La social mutua, diciamo.

Il community manager è uno che per mestiere sta in mezzo. Tra una community, appunto, che è pagato per gestire, coccolare, amare; e un cliente, che è pagato per gestire, coccolare, amare. Tra i due a volte deve fare delle scelte. Di solito il suo cuore è con la community e al cliente gli darebbe fuoco, anzi, gli farebbe l’iniezione letale. Altre volte però può accadere il contrario.

Il community manager può essere di tre tipi: il medico generico, lo specialista, il terapeuta. Spesso, anche se non obbligatoriamente, la definizione dipende dalle community che deve gestire.

Il community manager medico generico è quello delle community grandi. Più sono grandi, più è generico. Anima la community un po’ a pioggia, riceve per appuntamento, è sempre reperibile ma non fa visite a domicilio. 

Il community manager medico generico si occupa per lo più di mali di stagione: non riesco ad accedere col mio profilo (“adesso provo io per te. Ecco, dove c’è scritto user id e fra parentesi email devi scrivere la tua email, quella con cui ti sei registrato, perché se metti il tuo nick e basta non riesci ad entrare”), come faccio a scrivere nel mio blog (“prima fai login. Fatto? Adesso nella colonna di destra avrai l’elenco dei blog. Clicca sul tuo e ci sei dentro. Dove c’è scritto titolo metti il titolo del tuo post, eccetera”), mammoletta62 mi disturba (“prima mandale una mail, poi se continua puoi bloccarla. Ti spiego come si fa?”), e altre cose così. 

Il community manager medico generico, quando non ha mali di stagione da parte della community, ne ha dal suo cliente, che è interno, e cioè è qualcuno dell’azienda per la quale lavora. Cose del tipo quanti nuovi iscritti questa settimana, perché non hai mandato il report, le persone devono scrivere sui loro blog per questo cliente; e così via.

Il community manager specialista si trova di solito nelle community di medie dimensioni. Specialista perché deve sapere qualcosa delle cose di cui parla la sua community, per esempio se è una community di automobilisti sarebbe giusto che lui almeno avesse la patente. Come i medici specialisti, riceve per appuntamento, ma è disponibile per consulti telefonici (oltre che via skype e chat e FB e Twitter eccetera eccetera) e se lo chiami la sera tardi non ti manda a stendere. La differenza tra lui e il medico specialista sta nella busta paga. 

Il community manager specialista si occupa anche dei mali di stagione, ma per lo più va su patologie un po’ più definite: ho un problema di carburazione, devo cambiare il debimetro (“non sempre è necessario cambiarlo. Prova a mettere la faccia vicino al carburatore quando la temperatura fuori è inferiore ai 4°, se senti che ti tremano le gengive allora sì, devi cambiarlo”), sono arrivato tardi alla punzonatura del raduno delle Arna, come faccio (“ho avvisato Sergio, lo trovi al box a sinistra dei bagni, vai e digli che hai parlato con me, e ci pensa lui”), hai detto che la chat col carrozziere c’è mercoledì 21, mentre mercoledì è 22, quindi qual è la data giusta (“martedì alle 17, ora di Londra”). 

Il community manager specialista ha un cliente che gli fa le stesse domande del cliente del community manager medico generico, e in più cose tipo guarda che questa macchina non ce l’ha il debimetro, Sergio è andato via e non è stato sostituito prova a sentire lo stagista, Londra non ha lo stesso fuso di Roma. E così via.

Il community manager terapeuta opera di solito in piccole community, e meno male. Non solo per le community non vale il principio “figli piccoli, guai piccoli; figli grandi, guai grandi”, ma può essere anche il contrario. Terapeuta perché nella sua community anima, discute, modera, ma poi anche consola, coccola, spiega, crea o ripristina equilibri, suggerisce visioni del mondo. Eccetera, eccetera, eccetera. 

Il community manager terapeuta ha poco a che fare con i mali di stagione, e le patologie di cui si occupa sono molto spostate verso l’ambito spirituale. Per esempio: è etico accettare sponsorizzazioni (“fratello, ma quale etica?”), le aziende fanno lavorare gratis le persone (“sì, fanno lavorare gratis gli stagisti, qualche volta. E poi basta, però”), che ne sarà della mia reputazione se dico questa cosa (“se nessuno ti costringe a dirla, suppongo che alla tua reputazione non succederà nulla”).

Il community manager terapeuta ha un cliente che gli fa le stesse domande del cliente del community manager medico generico, più quelle del community manager specialista, più cose tipo abbiamo cambiato idea, quella cosa lì non la facciamo più in quel modo, adesso dillo alla community. In quei momenti il community manager terapeuta, che ha già perso dieci anni di vita per far passare la prima idea, sente un acuto rimorso per il fatto di avere un giorno aperto un blog e di essersi distribuito con scienza e coscienza nei vari socialcosi.

lunedì, marzo 28, 2011

Blog e sponsorizzazioni a Fa' la cosa giusta

Sabato pomeriggio mondanità: tavola rotonda su blog e sponsorizzazioni a Fa' la cosa giusta, la fiera del consumo etico. L'evento era promosso da Genitori Channel e Sisifo.

Io di questa cosa qua ne ho parlato fino a basta qui dentro. E però mi rendo conto che non basta mai, veramente. Solo che per un contorto giro di pensieri ho valutato che il punto più giusto in cui pubblicare il mio resoconto e le mie opinioni in merito a quanto detto sabato stessero meglio nel blog di TTV. Anche se io ho partecipato come Mamma in Corriera. Cioè, non solo, ma soprattutto (a volte ho dei seri problemi di identità, poi per fortuna mi passa subito).

Quindi qui sintetizzo moltissimo, e chi ne avesse voglia vada di là.

1. Non è una questione di etica...
Non ha senso dire a priori che accettare sponsorizzazioni sia etico oppure no. E quei blog che sono, per i loro editori, dei veri e propri lavori? Anche i blogger mangiano, e anche se sono blogger a tempo pieno.

2. ... Ma magari di etichetta
La cosa che veramente fa la differenza sono gli atteggiamenti delle aziende che coinvolgono le persone - nello specifico, le mamme. Se mi chiami "mamma Giuliana", se non sai che cosa è un blog, se non hai mai letto il mio blog e mi fai i complimenti, io ti rimbalzo. Ma mica per una questione etica, eh. Proprio perché ti stai comportando male, non stai tenendo conto del fatto che io in rete sono una persona, non la Sciura Maria che i pubblicitari ti hanno venduto come target del tuo spot.

3. E con le aziende non etiche come la mettiamo?
C'era anche Guglielmo tra i presenti, proprio il Guglielmo dei video Nesquik. Ecco, io mi sarei voluta alzare e sarei voluta andare ad abbracciarlo, Guglielmo. L'ho fatto alla fine, mentre avrei voluto durante.
Ho già espresso la mia opinione sui boicottaggi, ma qui il discorso è diverso. Se Nestlè produce contenuti di valore, devo rimbalzare anche lei? Io no. Non solo non la rimbalzo, ma sono anche contenta. Che proprio Nestlè abbia promosso questa cosa. Perché se oggi apre uno spiraglio, domani piano piano posso trasformarlo in una finestra. Oppure alla fine perdiamo tutti.
Che poi, trovatemi un'azienda "etica" che abbia voglia di mettersi in gioco alla stesso modo, e io sarò ben lieta di seguirla.

Ecco, in estrema sintesi.

C'era anche un hashtag, #avdblog - casomai aveste voglia di approfondire.

I credits: tra i presenti, Jolanda di Fattore Mamma e Filastrocche.it, Sara di Smamma, Luca Conti di Pandemia, Maddalena di Farmacia Serra Genova e suo figlio Gugliemo di Gullisc, Mamme Acrobate, Zio Burp, Barbara di Mamma Felice e Costanza di ITMom via chat (e altri che spero non si arrabbino).
I moderatori erano i nostri ospiti: Giuseppe Lanzi di Sisifo, e Barbara e Antonella di Genitori Channel, a cui vanno tutti i miei grazie!

martedì, marzo 22, 2011

Quello che i clienti non dicono: le strategie social viste dalla macchinetta del caffè

Non posso pubblicare questo post su TTV, e si capirà presto perché. Le sue basi sono state gettate in un piovoso pomeriggio milanese, su e giù per varie linee di metropolitana, insieme a Flavia.

Quando un’azienda arriva a maturare che è tempo di impegnarsi in una strategia di social media, di solito si è già fatta delle idee. Particolari, diciamo così. Queste idee dovrebbero poi “essere” la strategia social. Noi ne abbiamo individuate 5.

1. Sparagnamme e cumparimme
2. Jamme jà
3. Facite ammuina
4. Aumm’ aumm’
5. Cchi te serve?

Vediamole una alla volta.

1. Sparagnamme e cumparimme
Trad.: “Una buona strategia social si basa sulle idee, non sui mezzi dispiegati. Noi possiamo dimostrare di fare qualcosa di veramente innovativo con un investimento tutto sommato contenuto”
È una strategia molto diffusa, che in generale si basa sull’assunto per cui se devi andare in TV puoi permetterti un investimento milionario, mentre se devi stare solo sul web devi farlo a gratis, o quasi (diciamo che al massimo sei disponibile a pagarti il dominio, se ne registri uno).
Per esempio, una pagina Facebook è gratis, giusto? Quindi non c’è motivo per pagare qualcuno che la gestisca, codesta pagina. Del resto, uno che gestisce pagine Facebook non si può mica dire che lavori, no?
Si concretizza in generale con l’apertura – appunto – di una pagina Facebook gestita da uno stagista alla pari (figura professionale che sto studiando approfonditamente e che presto entrerà a far parte della mia galleria).

2. Jamme jà
Trad.: “Siamo conosciuti come veri innovatori. Con questa strategia intendiamo confermare tale immagine. Perciò facciamo una scommessa coraggiosa e ci apriamo alla conversazione”
Chi sposa l’approccio Jamme jà è un entusiasta, uno che mentre fa una cosa sta già pensando alle centinaia che farà subito dopo. Sperimentare, provare, imparare dagli errori è un modus vivendi per lui.
Con una persona così le agenzie si divertono. Fanno una prima mirabolante proposta, lui se la tiene tre settimane, chiede un’integrazione, loro gliela fanno; lui lascia passare altre tre settimane, risponde che non è sufficientemente mirabolante; nuova proposta, e finalmente discussione finale. Alla fine di un’estenuante riunione in cui si discute di massimi sistemi e si scomodano tutti i guru passati presenti e futuri, si decide di fare una pagina Facebook.

3. Facite ammuina
Trad.: “Vogliamo una presenza in rete diffusa, riconoscibile, importante. Vogliamo essere presenti nei luoghi in cui si trovano le persone interessate a noi. Vogliamo che queste persone diventino i nostri ambassador”.
Quindi la prima cosa che si fa è andare a cercare queste persone interessate. Si battono le community, i forum, i blog, i social network, e si presentano al cliente vistosi report in cui i numeri vengono dati in percentuale perché se no che figura ci facciamo a dirgli che nessuno è interessato. Il cliente decide di andarci lo stesso, a prendere queste persone. E apre una pagina Facebook.

4. Aumm’ aumm’
Trad.: “Vorrei proprio fare qualcosa di duepuntozzero, ma i miei capi non me l’approverebbero mai. C’è solo un modo: stare sotto i 5.000 euro, così non devo coinvolgere nessuno”
Nei (meno di) 5k ci devono stare, però: un monitoraggio della rete, un programma di engagement verso i blogger del settore, una campagna di sampling, un questionario online in cui chi ha provato il prodotto dice cosa ne pensa, un minisito, un blog con il coinvolgimento degli esperti, una campagna banner per dare rilevanza alla cosa. Però bisogna che il capo non venga mai a saperne niente. Alla fine si valuta che la soluzione più saggia sia aprire una pagina Facebook, eventualmente nella variante del gruppo segreto.

5. Cchi te serve?
Trad.: “Devo aprire una pagina Facebook”
Il commento è superfluo.

martedì, marzo 16, 2010

Sai come me lo immagino?

Non avevo parlato dei progetti in corso di The Talking Village perché questo è uno spazio da cui vorrei che il lavoro rimanesse fuori. Ovvio che di lavoro parlo spesso, ma solo nella misura in cui si tratta di riflessioni, del tutto private, in merito. Adesso quindi ci sta che ne parli, perché, al di là del progetto, è sulle riflessioni che vorrei soffermarmi.

Insieme a Now Available, un’agenzia di comunicazione che si definisce neutrale (prima della fine del progetto glielo chiedo, esattamente cosa intendono, ai miei tempi si diceva “laica” per esprimere lo stesso concetto, se non erro), e che anche per questo mi affascina, abbiamo messo in piedi quest’idea parecchio ardita: far progettare un sito alle persone che lo useranno. Il brand è Nesquik, e il progetto si chiama, appunto, Sai come me lo immagino?, in omaggio alla prima cosa che si dice in agenzia quando si inizia a pensare a un nuovo sito. Ora del progetto non parlo più, andate a farvi un giro se vi viene la curiosità, noi ci stiamo divertendo parecchio, ma questo non rileva.

Fatto sta che alcuni giorni fa Veronica, che ci sta dando una mano su un bel po’ di cose, ha lanciato la cosa su Facebook, dal suo profilo. E qui è partita la conversazione.

La discussione aveva due oggetti:
1) quella fetente della Nestlé
2) quei fetenti come noi che fanno lavorare le persone per far risparmiare l’azienda

Delle persone che sono intervenute sollevando le due questioni ho la massima stima. Non le cito perché non so se hanno voglia di essere citate. Ovviamente ho risposto – più o meno fino a che ho mollato baracca e burattini per raggiugere Alebegoli e Luisa con cui mi sono accompagnata per andare alla GGD. E comunque mi sono riservata di tornarci. Ed eccomi qua.

Sul primo punto (quella fetente di Nestlé) non ho molto da dire, se non che rispetto tutte le scelte. Non sono d’accordo con i boicottaggi perché ritengo che non potranno mai raggiungere una massa critica abbastanza sensata da mettere veramente in crisi le aziende che vogliono colpire, e anche perché il noglobalismo aprioristico non è la mia tazza di tè. Faccio un mestiere che giocoforza mi porta ad avere molti più contatti con le multinazionali che con le aziende del territorio. Un po’ mi dispiace, perché lavorerei volentieri con le aziende del territorio, ma dal momento che così non è, non oso sputare nel piatto in cui mangio, fuor di metafora.

Sul secondo però mi sento chiamata in causa.

Sono d’accordo su molte cose: sul fatto che il lavoro vada pagato, naturalmente, e come prima cosa. Ma anche sul fatto che la community non deve essere sfruttata (che poi, quale community si fa sfruttare?). E così via. Però credo che la questione sia mal posta.

Iniziamo col dire che un progetto come questo, di co-creazione, non rappresenta un risparmio da parte dell’azienda. Anzi. Nel caso specifico, l’azienda si sobbarca le spese per consentire alla community di parlare e poi quelle che ci vorranno per fare il sito. Non entro nel merito, ma alla fine spende un bel po’ di più che farsi fare il sito e basta. Mi sembra lapalissiano. Pensare che il prodotto del progetto sia talmente finito da non necessitare del lavoro dell’agenzia è quanto meno ingenuo: alla fine, se saremo stati bravi, avremo tante idee da riordinare, ragionare, sistemare, e sulle quali costruire. Questo svilisce il lavoro di chi i siti li fa di mestiere? Sarebbe come dire che il loro lavoro è svilito allo stesso modo dai focus group, dalle ricerche quantitative, dalle analisi di usabilità. E non mi pare proprio. L’unica cosa che succede è che invece di ragionare su presunzioni e idee – per quanto precise – sul target, stavolta sono le persone che dicono di cosa hanno bisogno, che cosa davvero si aspettano. E se non vogliono proprio niente, pace: se ne prenderà atto, sarà comunque servito a qualcosa. L’idea di base è semplice: Nesquik farà un sito dedicato ai genitori, quindi possiamo decidere di farglielo fare come vogliamo noi, oppure beccarci quello che ci passerà il convento quando sarà fatto e calato dall’alto. Personalmente preferisco la prima ipotesi.

Gli utenti lavorano aggratise. Parola grossa. Proviamo a chiederlo ai maestri. Gli utenti lavorano aggratise su Il Mulino che vorrei? Gli utenti hanno lavorato aggratise su Quelli che Bravo e sui tanti altri progetti simili promossi da Fiat? Non saprei, credo di no, ma dite voi. Sono andati, vanno lì, e dicono la loro. Gli si chiede di pensare, questo sì. Ma è diverso. Cioè: ogni singolo contributo è, sì, frutto di un lavoro, ma al singolo non viene certo richiesto di farsi carico di obiettivi e metodologie e quant’altro c’è dietro ogni progetto di cocreazione. Pensano: e benvenuti! Avrei pagato per poter pensare, quando lavoravo in agenzia.

Ciò detto sono convinta che certi modelli vadano perfezionati, che alla community, se si chiede, bisogna anche restituire, ma nel modo giusto, senza che nessuno si senta comprato (che è l’altra faccia della medaglia) o che si trasformi in un professionista, dimenticando di essere prima di tutto la persona a cui è destinato quel lavoro. Ho avuto lunghe e appassionanti discussioni sul tema con molte persone e molto più autorevoli di me. Ma siamo agli inizi, dateci tempo. Qualcosa salterà fuori, qualcosa ci inventeremo, che ci consenta di permettere alle persone di sedersi allo stesso tavolo delle aziende senza per questo sentirsene sfruttate. Fermo restando che chi non vuole può sempre dire di no. Fermo restando che la community può dartela su quando le pare. Fermo restando che anche queste sono cose da discutere con la community. Che spero non si senta sfruttata per questo.

Io me lo immagino così, questo lavoro.

mercoledì, ottobre 14, 2009

Dàlli all'untore: Fede contro Facebook




Ora, non è che io per partito preso voglia difendere Facebook, però cose come questa mi fanno veramente andare in bestia.

Che Fede stia preparando la strada a qualche bella trovata per censurare anche il web, dopo che la TV è stata ben bene ammaestrata?

martedì, settembre 08, 2009

Le mamme, il web, la noia e il territorio

Giorni fa scopro, su segnalazione di un’amica, l’iniziativa di Beppe Grillo “Mamme 2.0”. Grandi temi, le mamme che possono cambiare il mondo e bla bla, poi la proposta è, in sostanza, quella di organizzare una sorta di mercatino in cui ci si scambiano le cose invece di comprarle. Flavia lancia un thread, inizialmente via email, poi saggiamente trasferito su VereMamme, per discutere su cosa ne pensiamo di quest’iniziativa. È una roba lunga, perciò se ne avete voglia andate a leggervelo. In sintesi, però, emerge quanto segue: le mamme che sul web ci vivono sono infastidite. L’operazione di Grillo puzza di marketing di bassa lega, e il rischio di strumentalizzazione è alto. Fondamentalmente, la proposta è quella di dissociarsi attraverso una lettera aperta. Ovviamente la discussione svaria sulle fasce, dall’emancipazione femminile svilita nei toni da chi ha scritto l’infelice post con cui viene lanciata l’iniziativa, alle minacce/opportunità che possono discendere dal legarsi a Grillo. Io sono una delle poche voci fuori dal coro: non credo che quello delle mamme online sia un territorio da occupare né un marchio registrato, per cui per me che Grillo e il suo mercatino facciano quello che vogliono.

Il giorno dopo, credo, Mariela, una delle persone che hanno reso possibile il Momcamp, annuncia, sempre via mail, che non intende fare più parte dell’organizzazione, “per motivi personali”. Mi dispiace molto, e glielo dico. Io e Mariela non la pensiamo allo stesso modo su molte cose, e soprattutto abbiamo un modo diverso di stare in rete, ma averla in un team significa avere una marcia in più – al di fuori la conosco troppo poco per poter dire alcunché. E poi arriva il post, questo, con cui Mariela espone le sue motivazioni. Sorvolo su quelle legate al suo vissuto della maternità, perché è una cosa delicata assai, e non mi permetterei mai di entrare nel merito – soprattutto fuori da casa sua –, ma sul resto si può discutere. In sintesi, Mariela è stufa delle mamme, della loro autoreferenzialità, della monotonia dei loro discorsi, della banalità delle loro scoperte/pensate/invenzioni/iniziative e chi più ne ha più ne metta.

Ho sorriso. E mi sono venuti in mente i miei primi due post, e le mamme-del-parco, e tutte le volte che ho lanciato invettive contro le donne che credono che essere mamme significhi smettere di essere persone. E a quando la mia acidità verso la categoria mamme mi faceva rifiutare a priori qualunque cosa che venisse da questo mondo, i flame su Mamme nella Rete, la nausea per chi ha perso l’ironia, le discussioni interminabili. E sì, Mariela ha ragione, spesso le mamme in rete sono autereferenziali, spesso sopravvalutano quello che fanno, spesso sono melense. Ma. Ma non avrebbe senso buttare via il bambino con l’acqua del bagno (che in questo caso mi sembra particolarmente azzeccato): ci sono un sacco di mamme pensanti che meritano molto di più. Il dilemma è semmai: essere gruppo rafforza o crea l’effetto riserva indiana? Mi interrogo di frequente su questo – tanto per dire, ogni 8 marzo –, e sì, sarebbe bello che non ce ne fosse bisogno. Il problema è che ce n’è bisogno. Voi che cosa ne pensate?