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mercoledì, luglio 31, 2013

Flashdance o la generazione a cui abbiamo rubato



Ho acceso la tv durante il pranzo e c’era Flashdance. Un po’ emozionata, mi sono messa a guardarlo, con mio figlio che mi chiedeva cosa fossero gli scaldamuscoli. A parte queste note di colore l’ho trovato lento e tutto sommato noioso, e non ho finito di vederlo. E dire che lo adoravo, che come la metà delle adolescenti di allora volevo essere come Jennifer Beals.



In fondo la nostra generazione è stata fortunata. Non solo per questioni meramente economiche – mediamente le nostre famiglie non ci hanno fatto mancare niente e grandi preoccupazioni per il futuro non ne avevamo – ma perché se una cosa è rimasta di quegli anni 80 è l’idea di sogno. Non il sogno alla Briatore, che semmai è l’esatto contrario, ma il sogno-sogno. La passione. La voglia di raggiungere un obiettivo solo nostro. Talmente nostro che spesso le famiglie non erano d’accordo.

Io sono cresciuta con Saranno Famosi (la serie prima, il film dopo, perché era un po’ spinto e quindi a casa mia era vietato), con Footloose, con Flashdance, appunto. Con storie di ragazzi più o meno della mia età che si facevano un mazzo tanto per un “loro” sogno. E queste storie me le sono portate in casa, come i miei compagni di conservatorio, come le compagne di danza di mia sorella: tutti in lotta aperta con i genitori, perché un figlio che studia il piano è una cosa di cui andare fieri con i genitori dei compagni di scuola, mentre un pianista tra un milione di pianisti sarà al contrario molto probabilmente un disoccupato; dei ballerini non parliamo nemmeno. Eppure non ci perdevamo d’animo. Avevamo Alex, Bruno, Leroy e tutta queste gente qua dalla nostra parte.



(Una mia collega di università, al Dams, un giorno sbottò dicendo: “E via, lo sappiamo benissimo che la maggior parte di noi è qui perché ha visto Saranno Famosi!”. L’oggetto del contendere erano le telefonate che tutti gli anni a maggio ci arrivavano da ragazzi che volevano iscriversi al Dams ma non avevano idea di cosa aspettarsi e ci facevano le domande più assurde, tipo per quando erano fissati i provini. Finché un giorno… Ma questa è un’altra storia).

Noi che cosa stiamo dando ai nostri figli? Una scuola basata sulle performance e non sulla crescita individuale – praticamente un modello aziendale. Talent show dove la competizione viene prima di tutto, prima anche della passione e lontana anni luce dalla solidarietà che fa crescere. Agende serrate che culminano in un mese di passione l’anno, in cui i saggi delle attività più svariate si sovrappongono a formare un’inestricabile foresta di impegni.


Poi dice che non desiderano più niente. Vorrei anche vederli, ad avere ancora voglia di desiderare. E poi sulla base di quale modello dovrebbero desiderare? Tutto ciò che è acquistabile non riesce a stare alla base di un reale desiderio, con buona pace dei signori del marketing. Perché una nuova console non è un desiderio, è una voglia che se ne va, un bene di consumo. “Desiderare” è voler fare l’astronauta, l’equilibrista, il batterista. Ma noi non abbiamo astronauti, equilibristi, batteristi da proporgli, perché non ci sembrano rilevanti, costoro; non ci sembrano funzionali.


Gli abbiamo rubato il futuro? Certo. Ma soprattutto non li stiamo abituando a sognare. E se non sognano non desiderano, se non desiderano non si sbattono, se non si sbattono non hanno futuro. Il cerchio si chiude e pure le vite dei nostri figli.

(Me lo fossi vista fino alla fine, Flashdance, chissà che veniva fuori).

mercoledì, maggio 29, 2013

Parole dette e non dette, come è andata a finire

“Perché quando mamma e papà sono arrabbiati se la prendono con me?”
“Che cosa devo fare se amo una ragazza? Glielo devo dire?”
“Perché quando scuoti il pene lui si ingrandisce?”

Sono alcune tra le domande fatte dai bambini durante il percorso di Parole dette e non dette, il progetto di prevenzione dagli abusi svolto nelle quarte classi della scuola di mio figlio, di cui ho parlato qui.

Domande sulle relazioni, sui sentimenti, sulle emozioni, quasi mai sulla sessualità. Che forse è una cosa ancora lontana per dei bambini di 9 anni, l’età target dei pedofili, come ci ha ripetuto la psicologa dell’associazione L’Ombelico, l’ennesima volta che le veniva chiesto: “Perché proprio in quarta? Non è troppo presto?”.

Domande da cui emerge che noi, le famose famiglie normali, siamo talmente orientate al fare che ci dimentichiamo del sentire. Grandi e piccoli, indistintamente. Tanto che, ci raccontava la dottoressa, durante un incontro con dei genitori era emerso che loro, gli adulti, non sono mica più in grado di riconoscere e riprodurre delle emozioni, per quanto familiari esse siano. Come se questo mondo non fosse funzionale alla vita. Come se davvero ci illudessimo di poter non farle trasparire, le emozioni, da ogni gesto, da ogni parola, da ogni scambio con gli altri.

Eppure nel riconoscimento delle emozioni e nell’uso dell’istinto sta la prima difesa – per i bambini dai pedofili, e per gli adulti, mi viene da dire, da tutti gli abusi a cui nel tempo siamo esposti.

Che cosa significhi fare educazione emotiva io non lo so. Non era prevista nel protocollo della mia famiglia, proprio come l’educazione sessuale. Tanto che poi, quando mi sono fatta la mia, di famiglia, forse ho esagerato nella direzione opposta, e non perché ci avessi meditato o ci mediti quotidianamente, ma proprio perché mi è venuto così, naturale. Suppongo che gli effetti di tutto ciò saranno misurati a tempo debito dall’analista di figlio, un giorno, giacché non mi aspetto che potrà permettersi di farne a meno. Ma le cose che costui dovrà analizzare saranno il contrario di quelle che ha analizzato il mio.

Una delle cose riportate dalla psicologa è che si sta creando, nelle scuole in cui si fanno questi corsi, una cultura del rispetto – del corpo e delle emozioni – che è di supporto a tutto: dalla prevenzione alla pedofilia, al bullismo, alla violenza di genere. Questi bambini sanno, conoscono, capiscono. Faranno? Si spera.

Sono cambiate alcune cose tra questo incontro, dedicato alla restituzione di quanto è stato fatto, e il primo, di presentazione del progetto.

Innanzitutto c’erano alcuni papà. Tre o quattro, siamo ancora lontani dalla media consueta di partecipazione paterna alle attività della scuola, ma è già un successo. Magari sapere cosa sanno i bambini è più facile da affrontare – anche per un papà – che sapere cosa stanno per sapere. La paura dell’ignoto non è appannaggio delle donne.

Abbiamo ascoltato le parole dei bambini (tutti rigorosamente anonimi, ovviamente) attraverso il momento finale del progetto: la consegna era scrivere una lettera ad un amico, reale o immaginario, in cui gli raccontavano del progetto. Queste lettere ci hanno fatto pensare molto, ci hanno fatto sorridere, a volte, ci hanno persino fatto rosicare, quando due o tre lettere sembravano scritte, in ordine sparso, da Calvino, da Guido Gozzano e da Pennac (che lo so, mio figlio non scriverà così neanche al liceo. In compenso ha un senso del ritmo che Calvino se lo sogna).

E poi l’atmosfera, in generale, era molto più rilassata. Un po’ da “quello che è fatto è fatto”, per intenderci. Come l’ultimo giorno di scuola, come quando si pubblica un progetto che ci ha fatto molto penare, come quando ci dicono che la persona a cui teniamo è fuori pericolo. Poi ci saranno degli strascichi (qualcuno si porterà una materia a settembre, ci chiederanno sicuramente un sacco di modifiche, la persona a cui teniamo dovrà ancora curarsi), ma che fa. Per oggi è tutto a posto.

Se non è previsto, nelle scuole dei vostri figli, chiedetelo. Qualcosa mi dice che fa un gran bene, non solo ai bambini.

martedì, marzo 05, 2013

Parole dette e non dette. Le paure degli adulti


Fra un paio di settimane nelle quarte classi della scuola di mio figlio inizierà un percorso di prevenzione dell’abuso sessuale. I corsi sono tenuti dall’associazione L’Ombelico e il programma prevede cinque incontri di due ore durante i quali si parlerà di autostima, emozioni, corpo, sessualità, affettività, con l’obiettivo di tracciare dei confini tra quello che è giusto che accada tra adulti e quello che un adulto non deve mai chiedere a un bambino.

Ieri sera c’è stata la presentazione del corso ai genitori da parte di una delle psicologhe che saranno in aula con i bambini. Era presente solo un papà – contro una quarantina di mamme – che è arrivato tardi ed è andato via presto, molto presto. Questo non è un dato irrilevante, perché negli incontri tra genitori a scuola i papà sono molto presenti.

“Le maestre sono piuttosto tiepide su questo programma”, mi fa la mia amica S. “voglio capire perché”. Strano, penso, mi sembra una cosa molto positiva.

Ho preso appunti su tutto in modo molto diligente. Il percorso è bello, ricco, coinvolgente. Spiazzante. Quando è stata pronunciata la parola “sessualità”, infatti, l’atmosfera è diventata densa, sai quando hai l’impressione che se lasciassi cadere una matita, quella galleggerebbe invece di toccare terra? “Spiegheremo che cosa significa fare l’amore”? Cielo.

Le mamme sono chiaramente imbarazzate. La psicologa cerca di usare termini che non evochino, ma ahimè, evocano per forza. Mica abusi, violenza: no, è sufficiente che evochino cosi e cose che in determinate condizioni (e solo presso gli adulti) finiscono gli uni nelle altre. Sarei imbarazzata anch’io, forse, se nel frattempo non avessi maturato la mia espressione da entomologa.

La presentazione finisce, è l’ora delle domande. Le prime sono molto sensate (Noi genitori dobbiamo preparare i bambini? Che fare se manifestano disagio nel parlare dell’esperienza?), fino a quando una delle mamme espone il suo punto di vista. Le sue due figlie maggiori hanno già partecipato al corso, adesso tocca alla più piccola. Hanno molto apprezzato le parti dell’esperienza in cui si parlava di emozioni, ma non particolarmente quelle in cui si parlava di sesso. È proprio necessario? In fondo siamo famiglie “normali”, viviamo in un quartiere “normale”, dove queste cose non succedono.

(Guardavo la faccia della psicologa e mi faceva paura da quanto era verde. Quante deve averne sentite di storie così, di famiglie “normali” che vivono in quartieri “normali” dove queste cose non succedono?).

Senza scomodare le statistiche sulla violenza nelle famiglie normali, altre mamme sono intervenute informando la prima del fatto che nel parco proprio vicino alla scuola, quello in cui ci trovavamo ieri sera, l’anno scorso c’era il classico vecchietto con il classico impermeabile da aprire alla bisogna. E non solo. Un ragazzo che scattava foto ai bambini con un cellulare, un bel pomeriggio di maggio è stato invitato ad accompagnare sottobraccio fuori dal parco due signori con abiti borghesi e sguardi in divisa. Nel nostro quartiere normale.

La psicologa ha ritrovato il sorriso, a quel punto. Non altrettanto le mamme, a meno che non si possa definire sorriso il rictus che piegava le loro bocche da una parte come se stessero inalando i fumi di erbe normali.

Altra domanda: perché proprio in quarta e non in quinta?
Risposta: per due motivi, per dare una continuità (visto che le maestre saranno presenti al corso ed è giusto che rappresentino la continuità per il bambini anche l’anno prossimo rispetto a questo discorso) e perché questa è l’età target dei pedofili. I bambini hanno corpi da bambini ma iniziano a mostrare dei cambiamenti. E poi cominciano ad essere un po’ più indipendenti. Per esempio possono fare brevi tragitti da soli: a casa dell’amichetto, a scuola, a prendere il pane. “No” è il coro muto che si alza dalla platea. No, non vanno da nessuna parte, siamo impazziti?

Sono uscita dall’incontro con molte domande. Non sul corso – ché quelle avrei potuto rivolgerle alla psicologa – ma su di noi, i genitori.

Che non siamo pronti per far crescere i nostri bambini. Che non sappiamo che cosa sanno, loro, di sessualità. Che siamo terribilmente tentati di fare come hanno fatto i nostri genitori: nulla. Che crediamo che una famiglia e un quartiere normale siano una garanzia per loro. Che non siamo in grado di parlare di sessualità (come non siamo in grado di parlare di morte), neanche se questo vuol dire fornire ai nostri figli gli strumenti per vivere più sereni.

Ma forse anche questo fa parte del programma.

martedì, aprile 12, 2011

La scuola che non c’è più



Oggi esagero e faccio il bis, per la scuola. Sapevo che aveva qualcosa da dire anche la mia amica e collega Emanuela. Ed ecco che cosa ha raccontato.

(#scuolaitaliana, #bloggerperlascuola, http://www.facebook.com/event.php?eid=210198948991794).

Accetto volentieri l’invito di Giuliana come ospite per un post sulla scuola pubblica perché mi sento parecchio coinvolta: ho una mamma ex insegnante, una sorella insegnante precaria, un marito insegnante universitario e poi un considerevole numero di parenti che fanno parte o hanno fatto parte della categoria. Tutti rigorosamente nella scuola pubblica. Tutte persone che hanno dedicato una vita o la stanno ancora dedicando alla missione più difficile e densa di responsabilità che esista in ambito professionale: formare le persone all’interno della società civile.

In tempi non tanto lontani la scuola pubblica ha significato il riscatto dall’ignoranza di una popolazione prevalentemente contadina, che non aveva strumenti per integrarsi dignitosamente all’interno di un sistema di valori che stava rapidamente mutando.
Si racconta che un tempo c’era una scuola (lo ha detto Camilleri a “Parla con me”) che forniva le basi per imparare a camminare da soli e a costruirsi una vita consapevole e aspirazionale.
Era una scuola che funzionava come fattore di coesione sociale, che toglieva i bambini dalla strada o dal lavoro in tenera età, che faceva emergere le potenzialità intellettuali degli emarginati. E non poteva che essere emanazione di uno Stato che desiderava sopra ogni cosa lo sviluppo del paese  e la crescita dei propri cittadini. 

La scuola pubblica era abbastanza in linea con quella che vuole Giuliana. Certo con un sacco di problemi  e imperfezioni ma, si sa, non siamo in Svizzera e poi la scuola è fatta di persone. Abbiamo avuto esempi di istituzioni scolastiche prese come modello a cui riferirsi; ci sono testimonianze di esperienze scolastiche vissute all’estero che raccontano di qualità di molto inferiore a quella della scuola pubblica italiana.

Ma ora che sta succedendo? 
Io non posso che vederla così: lo sviluppo e la crescita dei cittadini non sono più nell’agenda del nostro paese. La collettività e la coesione non sono un valore e tantomeno l’istruzione, come forma di libertà e consapevolezza di sé, e la cultura come strumento per affermarsi e creare ricchezza per tutti.

Ho un figlio che ha appena terminato il ciclo scolastico con l’esame di stato. Da un lato con sollievo, dall’altro con amarezza, devo constatare che è riuscito, per un soffio, a fruire di una scuola pubblica ancora a livelli accettabili.
Ha terminato le elementari e hanno tolto il tempo pieno; poi è venuta la volta delle medie: fine delle sperimentazioni di bilinguismo quando è uscito; infine si è maturato nell’anno in cui sono stati riformati i licei. Anche in questo caso le sperimentazioni, in atto da circa 15 anni nel liceo che frequentava, sono state soppresse. E gli ultimi due anni sono stati una pena: non c’erano più i soldi per i supplenti e non so quante ore di didattica abbia perso quando un prof si beccava l’influenza (capita!). 

Non voglio entrare nel merito delle capacità delle singole persone che appartengono alla struttura della scuola pubblica: c’è già abbastanza dibattito sui buoni e cattivi professori, sull’ingerenza o meno dei genitori, sulla bontà delle scuole del centro rispetto a quelle di periferia ecc.
E mi lascia anche ogni volta molto perplessa il dibattito che si scatena tra le mamme quando giunge il momento di affrontare l’ingresso a scuola. Per me, come per tutti i miei coetanei, il problema non si poneva: la scuola pubblica era quella di quartiere. 

La rimpiango? Non lo so, mi sono imposta di non rimpiangere mai il passato. Ho gli incubi notturni? Sì, a volte mi sogno ancora che non sono capace di leggere la metrica greca e vengo bocciata alla maturità. Oppure che l’esame di maturità non l’ho proprio ancora sostenuto!
Ma per me questa è un’altra storia, sicuramente.

La scuola come la vorrei


Ho scritto molto sulla scuola, e pensare che non l’ho vissuta per niente bene. Però avere il pargolo che parte per questa avventura mi ha rimesso nel vortice.

Io ho frequentato la scuola pubblica, e anche mio marito. Non sono sicura che ci fossero delle alternative, nelle città da cui proveniamo, ma sono certa, invece, che se ci fossero state non sarebbero state considerate, conoscendo le nostre famiglie.

A Milano invece le alternative ci sono, e per un breve istante le abbiamo considerate. Bocciata la proposta della mamma di un amichetto di materna che voleva iscrivere la creatura (se ci fosse stata anche la nostra) in una scuola privata molto figa, dall’altra parte della città (“C’è il pullmino che viene a prenderli, passa alle 7.30, e poi te li riportano a casa alle 17.30”. Figata). Bocciate anche le varie Steineriane, Montessoriane, confessionali. Troppo scomode, lontane, ideologizzate. Costose.

Sono nel tunnel da due anni, e qualche idea su come vorrei la scuola me la sono fatta.

La voglio pubblica.
Perché è un diritto sancito dalla Costituzione. Anzi, la voglio pubblica perché la scuola, come diceva il grande Piero Calamandrei, è un organo costituzionale in sé. Se perdiamo di vista questo, perdiamo di vista il futuro del nostro paese.

La voglio vicino a casa.
Bella scoperta, dice. Così non ti sbatti. Anche, ma non solo. La voglio vicino a casa perché la scuola non può essere fuori dal mondo, e il mondo è anche il quartiere, la città, la prossimità nel senso più ampio del termine. Voglio che l’anno prossimo Gabriele ci possa andare da solo, e magari io lo seguirò da lontano, ma lui deve andarci da solo perché così cresce, diventa autonomo, e l’autonomia è il primo passo per diventare uomo (a 8 anni sarà dura, ma si fa quel che si può per porre le basi).

La voglio colta.
Voglio insegnanti che sappiano capire i bambini e parlare con le famiglie. Che sappiano interessare, appassionare, dirigere. Che riconoscano i talenti – tutti ne hanno – e che sappiano valorizzarli. Che abbiano scelto di fare gli insegnanti perché ci credono, non perché è “il lavoro giusto per una donna”. Che sappiano che cos’è una persona e si rendano conto di cosa è meglio fare per formarla. Che leggano libri e sappiano che cosa succede là fuori.

La voglio consapevole.
Delle sue responsabilità, del compito immane che ha e che noi genitori le demandiamo. Dei potenziali danni che può creare e delle splendide opportunità che può far fiorire. Dei suoi limiti e delle sue difficoltà, delle sue ricchezze e delle sue meraviglie.

La voglio intellettualmente onesta.
Che sappia riconoscere la direzione in cui va il mondo e che prenda una posizione. Che insegni senza spaventare. Che viva nel mondo, e del mondo prenda quello che serve, che è meglio, che sia utile alla crescita e alla formazione. Che riconosca i propri limiti e abbia voglia di superarli.

La voglio sicura.
Voglio edifici antisismici, puliti, idonei ad ospitare delle persone.

La voglio autorevole.
Che non soccomba alle pressioni di burocrati miopi, dirigenti codardi, ministri ignoranti, insegnanti demotivati, famiglie invadenti. Che sappia farsi riconoscere da tutti costoro come il luogo principe della cultura e della formazione.


Infine, la voglio che sappia farsi rimpiangere, e non protagonista di incubi notturni in età adulta. Ma questa è un'altra storia, forse.

mercoledì, marzo 02, 2011

Sulla scuola

More about Per la scuola

Piero Calamandrei è uno dei padri della Costituzione Italiana (questo è il testo integrale. Se non l'avete mai fatto, leggetela. Fa un gran bene, e anche una gran tristezza, di questi tempi).

L'11 febbraio 1950, al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma, Piero Calamandrei ha pronunciato questo discorso:

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito.

Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c'è un'altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime... Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.

Ecco, io ho letto questo discorso per la prima volta nel libro Sulla scuola, la cui lettura consiglio caldamente, subito dopo la Costituzione. E mi si è accapponata la pelle, perché ho visto esattamente quello che da qualche anno sta succedendo in Italia.

Perciò oggi ho firmato l’appello di Repubblica e anche quello dell’Unità. E mi è stato immensamente più simpatico anche Jovanotti.

venerdì, maggio 14, 2010

La scuola triste

Fine anno, tempo di bilanci. E di riflessioni, su questa scuola pubblica che è sempre più triste.

La scuola come l’azienda
Durante i colloqui avuti con le maestre nel corso dell’anno ho colto in alcuni momenti la loro ansia. Ansia da prestazione, collegata agli adempimenti diciamo così quantitativi: le verifiche, i voti, il programma, le schede, le pagelle. Le verifiche possono diventare una spina nel fianco anche per loro, oltre che per i bambini: perché quei voti finiscono da qualche parte, scolpiti nella roccia, destinati a seguire gli scolari fino all’università, e allora come si fa a dare a un bambino di prima elementare un 3 o un 4, mica siamo al liceo, eccheddiamine!

E se questi momenti vengono vissuti così dagli insegnanti, come li vivono i bambini? Come minimo con la stessa ansia.

A pensarci bene, è come in azienda, quando una-due volte l’anno hai le valutazioni: hai degli obiettivi legati alla produttività, e non c’è santo, o li hai raggiunti o non li hai raggiunti. Nell’azienda però la missione è quella di fare soldi, e il ruolo di ciascuno è tarato su questa missione. Nella scuola no. O insomma.

Quello che vedo è un livello di performance decente, a volte anche buono o addirittura ottimo: alla fine dell’anno i bambini sanno leggere, scrivere e far di conto. Peccato che il modo in cui ci siano arrivati non è altrettanto visibile, misurabile, quantificabile. Qualcuno ha vomitato tutti i giorni per mesi, qualcun altro ha sclerato malamente, altri ancora hanno nutrito un genuino odio. Insomma, che cosa sta succedendo?

Il ruolo della scuola
La mia sensazione è che la scuola abbia nel tempo abdicato ai vari ruoli che aveva. Per esempio. Alla scuola non si può chiedere che svolga funzioni educative, che sono questione delle famiglie. In linea di principio ci sta, peccato che se per 40 ore la settimana i bambini sono lì, spiegatemi come può essere che questa istituzione non rivesta un qualche ruolo in questo senso.

Altro esempio. Anche sull’istruzione pura e semplice, la scuola delega molto. Oggi qualunque maestra vi dirà che i bambini vanno seguiti quando fanno i compiti. Ok, niente da dire. Ma che i bambini non possano fare i compiti se non seguiti da qualcuno è un’altra storia. Pensiamo ai figli degli extracomunitari, nelle cui case spesso non si parla l’italiano. Come la mettiamo? Mi rifiuto di pensare a questi bambini come meno fortunati dei nostri, e però quando senti certe cose ti viene questa sensazione.

Ma allora, se la scuola non deve educare e per istruire deve essere coadiuvata dalla famiglia, qual è il suo ruolo?

Mi viene in mente un altro parallelo, con la sanità. Avete presente il medico di base? Il medico di base (o di famiglia) deve stare molto attento a quanto prescrive (tra farmaci e esami), perché se esagera va nei guai. Insomma, il rischio è che diventi una specie di ragioniere, più che una figura di riferimento per la salute delle persone (con tutto il rispetto per i ragionieri, che però fanno un altro mestiere).

La scomparsa della persona
So what? La mia idea è che la scuola pubblica italiana sia sempre più omologata sul modello aziendal-efficientista, in cui, appunto, l’efficienza è spesso più importante dell’efficacia. Ha pochi soldi, e quelli che ci sono servono a raggiungere gli obiettivi. Ma gli obiettivi si riducono al completamento del programma: in una parola, alla performance.

E le persone dove sono finite? Io non le vedo più.

Non vedo più i bambini, ognuno con i suoi tempi, il suo carattere, i suoi punti di forza e di debolezza, la sua necessità di fare della scuola un’esperienza positiva, di essere interessato a quello che fa, di comprenderne il valore.

Non vedo più gli insegnanti, che devono combattere quotidianamente con un tabellino di marcia impietoso, con classi sempre più numerose e famiglie sempre più riottose.

Non vedo neanche le famiglie, paradossalmente, che, attive più che mai, hanno spesso la tentazione e altre volte l’esigenza di sostituirsi alla scuola nel difficile compito di far crescere i bambini con equilibrio, consapevolezza e, ops, gioia, voglia di diventare grandi. Non le vedo come persone, se così si può dire, perché si fanno un mazzo tanto ma non potranno mai essere certe che tutto questo avrà dei risultati soddisfacenti.

Non vedo più le persone, in questa scuola pubblica italiana, vedo unità produttive. Che tristezza.

Steiner, Montessori & Co.
Parlando con genitori che hanno fatto scelte diverse da quella della scuola pubblica, trovo finalmente degli spiragli di speranza. I figli stanno in classi di 18 bambini, sono seguiti non solo per quanto sono capaci di scrivere nelle righe o quante parole al minuto sanno leggere, sono visti come bambini, creature in crescita, da coltivare.

Io sono contraria per principio – mi spingerei a dire per ideologia – alla scuola privata, e quindi non credo che farò mai questa scelta per mio figlio. Poi però mi chiedo se di questo mio atteggiamento non sarà lui a pagare le conseguenze. Non sul piano delle performance, insisto: Gabriele e i suoi compagni impareranno un sacco di cose, hanno ottimi insegnanti. Piuttosto sul piano della crescita personale, che è la cosa che mi preoccupa di più. Un bambino poco interessato a quello che si fa a scuola, che vive come un obbligo (a volte come una tortura) il fatto di svegliarsi tutte le mattine e andarsene tra i banchi, che aspetta il week end con più ansia dei genitori, ecco, questo bambino, che adulto sarà? Efficiente, senz’altro, ma poi? Quando riuscirà a capire che le persone sono un’altra cosa, non risiedono – solo - nell’efficienza che esprimono?

Una postilla: ovviamente sto generalizzando. Proprio come i medici di famiglia, ci sono tanti tipi di insegnanti, anche quelli illuminati, che con i pochi mezzi che hanno fanno tanto proprio con la preoccupazione di creare delle belle persone. Ma questa è un’altra storia.

giovedì, febbraio 11, 2010

Dobbiamo essere per forza genitori multimediali?

Con lo sbarco del piccolo alla scuola elementare (pardon, primaria) abbiamo avuto una sorpresa: questi so’ multimediali assai!
In pratica, la prima riunione di classe (ne sono seguite 4 o 5, non ricordo più) è servita, tra le altre cose, a fare l’elenco degli indirizzi email dei genitori. Da quel giorno si ricevono quotidianamente tonnellate di email: convocazioni a riunioni e assemblee, chiarimenti su compiti/vacanze/uscite, suggerimenti su eventi di quartiere, ecc ecc.

Ma non sono solo i genitori, no. Una delle maestre – una donna eccezionale – ha inserito nella lista del corredo scolastico, ad inizio anno, una chiavetta USB da 2 mega. “Per fare che?” Ci siamo chiesti. Perché alcuni compiti di inglese e matematica staranno lì. Sono giochi, file MP3, ma anche foto delle uscite, ad esempio. A un certo punto la gestione delle chiavette è diventata complessa, e la maestra ha iniziato ad usare anche lei l’email. Per cui, oltre alla sicurezza di poterla raggiungere in qualunque momento senza necessariamente chiedere un incontro, abbiamo in casella una quantità di materiale didattico che io non ho mai totalizzato in tutta la mia vita scolastica (magari perché non esisteva l’email? Ma anche no).

Entusiasta e sorpresa, ho scoperto che la comunicazione per via digitale è in questa scuola prassi comune e consolidata. Ottimo. Stavolta sono nel mio. Mica come alla materna, che tutto si giocava sulla bacheca appesa sopra agli armadietti. Per cui, quando scopro che esiste una “commissione sito”, che cosa potevo fare? Mi ci sono intrufolata. C’è da dire che nella commissione ci sono anche due coppie di amici, che, non essendo primini come me, mi fanno da apripista. Vista l’apertura, fra l’altro, mi è subito venuta in mente una delle partecipanti al primo MomCamp, che ci aveva presentato un social network per una seconda elementare. Insomma, tante informazioni + tanta capacità/voglia di condividere = social network. Pensavo.

Con questi pensieri sono andata alla mia prima riunione della suddetta commissione. Alle nove di sera passo da casa dei miei amici e ci avviamo, in tre. Non siamo gli ultimi: manca una persona, che a quanto pare ha capito male il luogo dell’appuntamento. Nel frattempo, però, si sta discutendo dell’opportunità di inserire un forum.

Arriva la persona attesa. È una bella donna, abbronzatissima e con un cappotto che decido là per là di copiarle. Ma il suo arrivo fa l’effetto di un guasto all’impianto di riscaldamento. Si riassume la discussione (poca roba) e lei parte. Come una locomotiva. Non ha più smesso di parlare.

A un certo punto la situazione mi ricordava molto certe assemblee condominiali in cui un solo condomino, magari con il benestare dell’amministratore, tiene in scacco tutti gli altri. Uno dei presenti cerca di mantenere un minimo di ordine, ma dopo un’oretta molla il colpo e se va, declamando: “La libertà non è stare sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone”. Qualcuno fa il coretto e continua, ma la situazione è evidentemente in stallo.

Qual è il problema. C’è, nella testa di questa signora, che “la scuola è il consiglio di istituto”, e dunque sul sito non si può pubblicare niente che non ne sia emanazione. Le facciamo notare tutti che la scuola siamo noi, e questa visione verticistica non serve a nessuno. Niente da fare.

Lavorando in agenzia per tanto tempo, ho visto clienti difficili, spesso resi lenti e diffidenti dalla paura di pubblicare informazioni “pericolose”. Ma poi la cosa è stata sempre superata. Stavolta invece proprio no, non se ne esce. Ci vorrebbe un colpo di mano, pare. Ma ha senso? Non so. E mi chiedo: se le cose stanno così, dobbiamo veramente essere genitori multimediali?

lunedì, ottobre 20, 2008

A prova di scemo

Mi è capitato, come sarà capitato a tutti, di dire delle cose e non essere compresa. Alcune persone se la sono presa, per le cose che avevo detto e che, evidentemente, non ero riuscita a spiegare. Allora ho parlato a queste persone e ho chiarito. Ho spiegato loro cos'era che volevo dire, e amici come prima.

Adesso, signora Gemini, mi segua, per favore. Lei continua a dire che le persone che stanno contestando il suo decreto in realtà non l'hanno letto, o non l'hanno capito. A queste persone (che sarebbero noi, io, la mia tata, le famiglie che come la mia sono contrarie alla scuola privata ma che si rifiutano di pensare che un'istruzione adeguata ai nostri figli possa venire sono da questa), a queste persone, se fossi in lei, cercherei di parlare, proprio come ho fatto con i miei amici, piuttosto che continuare a insultarle.

Signora Gelmini, faccia una cosa, accontenti la mia tata - che grazie a lei da leghista sta diventando comunista, non di sinistra, proprio comunista -: si faccia aiutare da qualche professionista della comunicazione (ne avete d'avanzo, ma se serve posso aiutarla anch'io ;)), e mettete giù un bignami della riforma. 10 punti, ma chiari, brevi, comprensibili. Insomma, a prova di scemo, come pare che lei consideri tutti gli italiani che le stanno dando addosso. E poi lo diffonda ovunque: si faccia regalare una pagina dai quotidiani, 60" dalle TV, 30" dalle radio, poster 6x3, si faccia fare anche un sito internet, non sa quanto sia utile; insomma le classiche cose che siete abituati a fare quando vi sta a cuore una cosa. Certo, sarebbe un cambio di prospettiva, stavolta: qui non si tratterebbe di manipolare, ma proprio di spiegare.

E giacché c'è, signora, mi faccia un altro favore, a me e alle persone di cui parlavo prima: ci metta anche un punto sui programmi scolastici, che a noi (che siamo scemi, ma insomma, ogni governo ha i cittadini che si merita) proprio non ci riesce di capire come fa un programma come quello attuale a stare dentro le 24 ore settimanali, e neanche vorremmo che tutto il lavoro fosse da fare a casa (leggi ore e ore a fare i compiti).

Che dice, signora Gelmini, ce la può fare?

Una scema

lunedì, ottobre 13, 2008

Scrivete al Presidente!

La scuola elementare è l'unica che funziona bene, in Italia. Perciò quando la Gelmini se n'è uscita con il suo decreto, tutti abbiamo pensato: "E' talmente stupido che non passerà". Poi, complici altre emergenze (Alitalia, il fallimento di Lehmann Brothers, il rischio recessione, ecc. ecc.), il Governo ha posto la fiducia sull'infame oggetto. Beata ingenuità. Era talmente stupido che è passato.

Ora, che voi abbiate dei figli o no, fate un favore all'Italia: scrivete al Presidente e chiedetegli di non firmare. C'è un gruppo su Facebook, nel caso vi sentiste soli, e potete copiare e incollare questo testo (che è quello che sta girando) nella form della email del sito del Quirinale:

LA PREGHIAMO SIG. PRESIDENTE DI NON FIRMARE IL DL 137 9 OTTOBRE 2008 PER IMPEDIRE DI:


trasformare, attraverso la progressiva privatizzazione della scuola pubblica, le singole scuole pubbliche in istituzioni private

fare tagli alla scuola pubblica

far assumere di ocenti dai dirigenti

far sparisce il tempo-scuola di pomeriggio

l’aumento di alunni per classe

la chiusura delle scuole più piccole

l’istituzione del maestro unico

la riduzione degli insegnanti d’inglese

riduzione degli insegnanti di sostegno

cacciare i precari

ridurre il personale ATA

regionalizzare completamente il sistema scuola.

CONTRO

la fine della scuola della Repubblica uguale in tutto il Paese

il dopo-scuola pagato dalle famiglie

i libri e servizi aggiuntivi pagati dalle famiglie

la fine della scuola PUBBLICA per tutti.
Grazie.

giovedì, maggio 29, 2008

Questa non è un'assemblea condominiale

Si fa presto a fare un post su un’assemblea condominiale. Lo fanno (lo facciamo) tutti, perché è una di quelle situazioni irresistibili, lisergiche, fuori da ogni logica, che ci fanno desiderare a ritmi ciclotimici serratissimi di non essere lì e di riprendere tutto con una videocamera. E poi postare. E iniziare una radiosa carriera di videoblogger del surreale, e magari perché no lanciarci nel mondo del cinema. Perché l’assemblea condominiale ha questo di assurdo: ci rende tutti uguali. Operai della discarica e direttori commerciali, segretarie e scienziati, impiegati e pompieri: tutti uguali di fronte al Condominio come entità trascendente e all’Amministratore come sua forma immanente. E tutti ugualmente terrorizzati, stanchi, incazzati, non disposti a cedere. Su nulla. E poi si fa un post e ci saranno un sacco di commenti perché chi non vuole dire la sua sull’assemblea condominiale.

Questo però non è un post su un’assemblea condominiale. È un post sulla riunione dei genitori a scuola di mio figlio. Scuola materna, ndr. L’assemblea condominiale c’entra perché anche lì siamo tutti uguali, accomunati dallo stato di Genitori al cospetto delle entità Scuola e Maestre.

La prima parte, la riunione del gruppo dei genitori dei bambini di 4 anni, è stata tutta un garrulare di genitori orgogliosi e maestre che orgogliosamente mostravano il superbo lavoro svolto dai bambini durante l’anno scolastico. Io volevo sotterrarmi perché Gabriele non me ne ha mai parlato (ero così anch’io, quando mia madre mi chiedeva cosa avessi fatto a scuola, io ho sempre risposto “niente”), mentre le altre mamme erano lì che chiedevano chiarimenti su cose a loro riportate dai figli orgogliosi del loro operato. L’obiettivo, ci spiega la maestra che ha seguito questi laboratori, è accompagnare verso la scuola elementare dei bambini competenti.

La seconda parte era quella di classe. Inizio medio-garrulo, sul modello dell’incontro precedente. Poi la Maestra si impone e impone il silenzio.

Maestra: “Chiamo questi bambini enciclopedici. Sanno un sacco di cose, fanno un sacco di cose, la loro agenda è più fitta della mia, i loro week end sono rutilanti. Ma…”

E ci presenta un universo di bambini che facciamo fatica a riconoscere nei nostri figli. Prepotenti, rissosi, egocentrici, prevaricatori; privi del benché minimo senso di rispetto per gli altri: se uno cade, i compagni giù a ridere; abituati a fare quello che vogliono, senza che nessuno chieda mai loro di fare delle cose; e naturalmente fragili, e dipendenti dagli adulti. Ben lontani, sia chiaro, dall’essere autonomi, ché è così che li interpretano i genitori durante i colloqui di metà anno: semplicemente, senza regole.

Questo è, in due righe, la sintesi di un discorso che è durato circa due ore. Con noi genitori da una parte (una decina su 27 bambini), silenziosi, increduli e vagamente imbarazzati, anche un po’ fantozziani, e le maestre dall’altra, con gli sguardi che tradivano quello che probabilmente pensano ogni sera andando a casa o che si dicono tra di loro. Tutte cose troppo poco gentili per poter essere riferite pari pari ai genitori di 27 bambini. Che poi si capisce che non di 27 si tratta, ma di 270, o forse proprio di tutti, di tutta una generazione di bambini – ma piccoli, ripeto, piccoli – che è già una Generazione Qualcosa, o almeno questa è la mia sensazione, e anche quella di altri genitori che sono lì, e di altre persone con cui ho parlato di questa cosa.

La ricetta delle maestre è: riappropriatevi del vostro ruolo di genitori, date loro delle regole (poche ma ferree), educateli alla solidarietà.

Sono uscita dalla riunione con un sacco di domande, che nei giorni successivi ho chiarito man mano che ne parlavo: con altri genitori, con i miei colleghi psicologi, con persone che reputo intelligenti ma non sono né genitori né psicologi. Non ci sono risposte, per ora, solo altre domande. Del resto, se le domande sono quelle giuste, le risposte dovrebbero venire da sé. E siccome ho molta stima nella saggezza delle persone che mi leggono, le giro, buttate un po’ a caso, ma del resto mi è ancora impossibile creare una gerarchia. Voi fate finta che si parla di condominio, e, insomma, parliamone.

La corriera delle domande

Mentre le maestre parlavano, facevano esempi concreti di prevaricazioni, maleducazione, amenità varie. In molti di questi esempi io mi sono riconosciuta, ho riconosciuto i miei compagni della scuola materna (frequentata peraltro pochissimo) e delle elementari. Quindi il problema non è negli atti, negli episodi, ma nel senso di questi atti e di questi episodi. Qual è il senso? Perché oggi diamo una lettura così dura delle stesse cose che trent’anni fa non erano considerate degne di nota?

Dietro l’angolo c’è lo spettro del bullismo. Qui le domande sono diverse. Prima di tutto, i bulli ci sono sempre stati, solo che ora hanno a disposizione i mezzi fisici e tecnologici per mostrare al mondo le loro prodezze. O no? Seconda cosa. Per ogni bullo ci deve essere una vittima, quindi come minimo i bambini/ragazzi sono o di qua o di là. È il bambino che decide dove stare? Che influenza ha l’educazione su questa decisione? Dove sono finite le vie di mezzo, sempre che ci siano mai state?

Una tesi avanzata, e del tutto legittima, è che i bambini non fanno altro che replicare i modelli proposti dagli adulti, e dunque competizione, prevaricazione, arroganza e compagnia bella vengono da questo. Ancora una volta il punto è che queste caratteristiche, negli adulti, fanno spesso la differenza tra un amministratore delegato e un mobbizzato. Traete voi le domande che seguono: come sa chi mi segue da un po’, questo argomento per me è un nervo scoperto.

A proposito dei bambini enciclopedici. Ma, scusate, e che ne è dei bambini competenti da portare alle elementari? Qual è il limite da non oltrepassare, prima che la competenza diventi qualcos’altro? Che cos’è il qualcos’altro? Cosa è giusto insegnare e cosa no? Prendiamo i videogiochi: pare che i bambini siano capacissimi di farli e di scalare livelli, ma non sappiano raccontare la storia che c’è alla base del gioco, non ne colgano la narrazione, per così dire. Una cosa grave. Però sviluppano una coordinazione occhi-mano, una “manualità fine” che noi ci sogniamo, una prontezza di riflessi e una capacità di astrazione senz’altro precoci. Ce ne freghiamo?

La nostra generazione ha ricevuto un’educazione molto diversa, in cui l’autorità non era messa in discussione: se arrivavi a casa con una nota, le prendevi, punto e basta. A prescindere dal fatto che i Maestri fossero bravi o inetti, erano Maestri, e dunque non si discuteva. Oggi noi discutiamo tutto. Stavamo meglio quando stavamo peggio?

Sempre a proposito della nostra generazione. I nostri genitori erano senz’altro più istintivi, difficilmente leggevano e si informavano sui temi della pedagogia quanto facciamo noi. Dall’altra parte, noi dobbiamo leggere un libro anche per imparare a scaldare il latte nel biberon, convinti come siamo che da soli non ce la possiamo fare a portare avanti un compito difficile come quello dell’educatore. Tutta questa consapevolezza non ci sta forse privando dell’istinto? E quando le maestre ci dicono di riprenderci il nostro ruolo di genitori, non è che ci stanno anche chiedendo di usare il buon senso al di là della teoria? E magari anche di avere un po’ più di fiducia in noi stessi, ché non è vero che non sappiamo fare niente se prima non l’abbiamo letto in un libro?

Beh, me ne sono venute altre, molte altre, di domande, ma erano più o meno delle declinazioni di queste. Io non ho risposte. E voi?

martedì, marzo 18, 2008

Diario di scuola

Immagine di Diario di scuola

"Diario di scuola" affronta il grande tema della scuola dal punto di vista degli alunni. In verità dicendo "alunni" si dice qualcosa di troppo vago: qui è in gioco il punto di vista degli "sfaticati", dei "fannulloni", degli "scavezzacollo", dei "cattivi soggetti", insomma di quelli che vanno male a scuola. Pennac, ex scaldabanco lui stesso, studia questa figura popolare e ampiamente diffusa dandogli nobiltà, restituendogli anche il peso d'angoscia e di dolore che gli appartiene. Il libro mescola ricordi autobiografici e riflessioni sulla pedagogia, sulle universali disfunzioni dell'istituto scolastico, sul ruolo dei genitori e della famiglia, sulla devastazione introdotta dal giovanilismo, sul ruolo della televisione e di tutte le declinazioni dei media contemporanei. E da questo rovistare nel "mal di scuola" che attraversa con vitalissima continuità i vagabondaggi narrativi di Pennac vediamo anche spuntare una non mai sedata sete di sapere e d'imparare che contrariamente ai più triti luoghi comuni, anima - secondo Pennac - i giovani di oggi come quelli di ieri. Con la solita verve, l'autore della saga dei Malaussène movimenta riflessioni e affondi teorici con episodi buffi o toccanti, e colloca la nozione di amore, così ferocemente avversata, al centro della relazione pedagogica.

Dei "somari" si parla molto, ma come fenomeno sociologico. Pennac invece ne parla come di persone, il che è veramente apprezzabile (forse perché lui si autoannovera nella fitta schiera? non è detto, Pennac è uomo di cuore, sarebbero persone comunque).

Fatto sta che l'idea che la scuola sia fatta dagli insegnanti mi sembra, in questo momento, piuttosto rivoluzionaria, e che si possa leggere lo "zero" come un guscio da cui aiutare gli studenti a uscire, beh, questo lo trovo fantastico. E altrettanto si dica per l'analisi del bambino-cliente: questo farà piuttosto male a chi "fa il marketing di mestiere", ma è la prima volta che le frasi sull'argomento non mi rimbalzano in testa con il gusto delle cose già sentite, magari in tv, magari a Porta a Porta.

Da leggere assolutamente se si è insegnanti (chissene se si è precari, un po' di saggezza non ha mai fatto male a nessuno), con attenzione se si è genitori (chissene se i propri figli non sono somari, almeno si saprà quanto si è "normali" ai colloqui con gli insegnanti), con gusto se si è ex somari. Ma anche no.

martedì, ottobre 16, 2007

Lucania felix: i nuovi episodi - la convocazione

Ricevo e volentieri pubblico da Valeria, il cui anno scolastico si è aperto con una nuova, entusiasmante esperienza: le graduatorie! Lei ha provato a spiegarmi come funzionano, ma io non ho capito assolutamente niente. Tabula rasa. Però ho trovato il tutto piuttosto divertente.

L’anno scolastico 2007-2008 è cominciato con un certo anticipo. Per dirla tutta è cominciato subito dopo ferragosto, durante le (insperate) vacanze. Per la prima volta nella mia vita, ovvero da quando ho metabolizzato l’idea di dover trovare un lavoro retribuito, volevo rendermi conto di cosa fossero le famigerate “convocazioni”. La bomba era scoppiata nella mia testa il mese prima quando, casualmente, avevo saputo dai soliti ben informati che lo scorso anno erano state esaurite le graduatorie della mia disciplina: tradotto, mi toccava un incarico annuale ma non me ne ero accorta! E già, perché le convocazioni si fanno su internet, nessuno ti manda un telegramma o ti telefona ad uno dei 200 recapiti che negli ultimi dodici anni hai lasciato in giro per provveditorati.

Così quest’anno ho deciso di partecipare alla grande kermesse, o quanto meno di cominciare a capire come funziona. Tralasciando il mio rocambolesco rientro a casa, fra suicidi sui binari e taxi persi, vado alla prima convocazione della stagione. Non ero tra gli invitati quel giorno ma non ho resistito alla tentazione, ed è stata un’esperienza indimenticabile.

Tutto comincia come un evento sociale: un appuntamento dove trovi vecchie amiche di università (gli uomini presenti sono i mariti delle signore incinte e/o tengono i passeggini lontani dall’aula/aria irrespirabile), le colleghe dell’anno prima (quando inconsapevole e incosciente sei entrata nel giro), volti nuovi in trepidante attesa di un incarico come te. Poi, all'improvviso, l’atmosfera cambia. Non appena compaiono sulla soglia della sala i funzionari del provveditorato e i sindacalisti deputati al controllo del regolare svolgimento delle operazioni, le amiche e le colleghe assumono le posizioni d’attacco. Dalle loro borse compaiono graduatorie di tutte le discipline, elenchi delle cattedre disponibili, cartine geografiche (gli spezzoni si possono cumulare se la distanza tra i comuni non supera i 50 chilometri)…oltre agli immancabili panini, pizze, bottiglie di acqua e (una donna incinta) ferri da calza.

La giornata è lunga ma soprattutto calda. In assoluto contrasto con l’aria da mercato del pesce che si scatena in pochi minuti. C’è una cattedra a due ore di strada: i primi cinque dell’elenco hanno preso il sostegno (quando?); ce ne sono due che abitano dall’altra parte della regione, sicuramente rinunciano; quell’altra è stata convocata anche sull’altra graduatoria (come fai a saperlo?); una c’è, ma non risponderà all’appello (perché?); qualcun altro è entrato in ruolo. La rosa dei candidati si restringe e la lotta si fa ancora più dura. I sissini [sono quelli che hanno frequentato la SIS, una specializzazione che dà un sacco di punti, cosicché non si deve fare per forza il concorso. o almeno è quello che ho capito io :) nota di Giuliana] ci precedono. Per forza! Loro hanno pagato a caro prezzo - letteralmente - un’abilitazione che noi abbiamo conquistato SOLO studiando. Ma nel frattempo altre hanno ottenuto il congedo per maternità: tre figli a quanti punti equivalgono? Ma tu sei sulle medie o sulle superiori? E che ne so, vado dove mi chiamano. Ma se non sei stata convocata oggi devi aspettare le chiamate dalle scuole. Cioè? Quando finisce quest’asta – ben lontana dalle immagini di Christy’s – i presidi chiamano i supplenti sulla scorta delle graduatorie del proprio istituto e conferiscono loro un incarico “fino a nomina dell’avente diritto”. Oh mio Dio, questo è troppo! Mi arrendo.

Con la serenità degli ignoranti, dopo qualche giorno accetto un incarico in un liceo scientifico…fino a nomina dell’avente diritto, che deve avere qualcosa a che fare con l’aggiornamento delle graduatorie. La mia supplenza è finita oggi. Domani semplicemente torna la titolare della cattedra, assente per malattia.

venerdì, giugno 22, 2007

Cronache dalla Lucania (inconsapevolmente) felix

Quarta e ultima puntata delle Cronache di un anno di scuola vissuto pericolosamente da una prof di inglese (estremamente) precaria. Grazie Vale, e comunque sappi che in questa parte della Rete ci sarà sempre posto per le tue storie dalla montagna!

Credevo di averle viste tutte durante l’anno scolastico a Pescopagano, e invece non erano finite le storie da raccontare. Nel mese di maggio ho avuto un incarico per supplenza a Melfi, non più famosa per le sue Constitutiones, affidate ormai alla sola memoria degli studiosi di storia, quanto per la Fiat. Anche stavolta un corso serale di terza media per adulti. Si moltiplicano i chilometri ma raddoppia lo stipendio. La classe non sembra mal messa, non quanto l’altra perlomeno. E l’aiuto sostanziale viene dal gruppo delle signore, miracolosamente in numero di quattro, attente, interessate, sveglie. I signori, invece, i soliti disoccupati cinquantenni che vengono a scuola perché il comune li paga.

Il mio terzo giorno di lezione vedo sbarcare in classe di gran carriera la preside di Rionero, responsabile di tutto l’ambaradan. Le è stato riferito un avvenimento spiacevole, indecoroso per un tempio come la scuola, incivile per le persone che la frequentano. Se l’accaduto rimarrà inconfessato, lei sospenderà il corso, manderà tutti a casa con disonore e, sostanzialmente, farà chiudere i rubinetti. L’episodio, ovviamente rimasto coperto dal segreto, è una vivace discussione tra alcuni dei miei allievi finito a botte nell’atrio del sacro tempio. Ignoto l’oggetto del contendere, ma pare che quel giorno il bar all’angolo avesse funzionato meglio del solito.
Il buon giorno si vede dal mattino.

Personaggi e interpreti
Pietro è seguito – sarebbe meglio dire sorvegliato - dall’assistenza sociale. Sua moglie, una donna che credo abbia meno della mia età, dal discutibile passato, ha avuto un numero imprecisato di figli che le sono stati sottratti e affidati ad altre famiglie. La signora, non appena scoperto che le insegnanti erano tutte donne, aveva impedito al marito di frequentare la scuola. Il risultato è stato il blocco dei pagamenti. Ma per una famiglia che mangia alla mensa dei senza tetto e con un bimbo a carico (l’unico che le hanno lasciato “per prova”) un tot al mese fa comodo. Dunque Pietro torna a scuola e l’assistente sociale controlla che sia presente tutti i giorni e per tutta la durata delle lezioni.
Gabriella, deliziosa trentanovenne con l’ambizione di aprire un bar tutto suo, aspetta il suo quinto figlio. In concomitanza con la lieta novella, confessatami in gran segreto durante una pausa sigaretta, scopro che è già nonna.
Antonio, uno dei quattro o cinque con questo nome, non frequenta quasi mai. Quando è in classe gioca con il cellulare e dopo un quarto d’ora di permanenza nel banco si fa venire mal di denti o mal di stomaco e va via. Forse torna più tardi o forse domani. Lui non porta né una penna né una delle preziose fotocopie fornite dalle solerti insegnanti (in questi corsi non esiste materiale didattico ufficiale e anche i programmi sono affidati al buon senso e alla forza fisica, spirituale e morale dei docenti). Alla fine dell’anno Antonio partecipa all’ultima verifica scritta di italiano (contorto nome del vecchio compito in classe). Un autentico J’accuse. L’insegnate di italiano ce l’ha con lui, quella di matematica gli urla sempre in faccia, quella di inglese (io) non lo caca proprio (cito testualmente).

Burocrazia
Arriva il momento di compilare le schede di ammissione. Le mie colleghe non intendono ammettere il suddetto Antonio all’esame di licenza. In un mese l’ho visto per circa tre mezz’ore: sono d’accordo con loro anche se penso a Pescopagano dove abbiamo ammesso tutti.
Finiscono le lezioni e comincia il turbinio di riunioni e scartoffie da compilare. Fissato il calendario degli esami scritti, vengo destinata a Melfi tutti e due i giorni previsti. E i miei folletti? Li lascio così? Dopo un anno di I am? Sai, è un problema di turni, voi di inglese e matematica avete due sedi ciascuno, dobbiamo distribuirvi.

Gli esami!
A malincuore, alle sette del mattino del giorno dedicato a Sant’Antonio mi metto in macchina alla volta di Melfi. Nel parcheggio della scuola Antonio, lo studente non ammesso. Le ammissioni sono affisse sulla porta della scuola. Faccio per uscire dalla macchina e sono tentata di rientrarci subito e sgommare il più lontano possibile. Novanta chili di peso, per l’occasione in completo blu, mi travolgono di parole tutt’altro che tenere. Cerco di motivare la nostra decisione con l’alto numero di assenze ma la bidella della scuola mi sottrae al massacro trascinandomi dentro la scuola per un braccio. La mia collega è già lì, letteralmente tramortita. È pallida, trema, è sull’orlo di una crisi di nervi. Lasciamolo sbraitare, andiamo in classe e quando arrivano gli altri cominciamo sto benedetto esame. Secondo me. Non la pensa così il preside. Assalito anche lui dal suddetto personaggio, chiama la polizia. Che interviene tempestiva e con i suoi migliori esponenti. Non nel senso di “migliori agenti” ma nel senso “abbiamo appena lasciato il concorso di Miss Italia e Mister Universo per portarvi soccorso”! Entrambi in borghese: lui alto, atletico, abbronzato, sorriso da Miami Vice; lei ancora più alta, bionda, pinocchietti bianchi, zatteroni con superzeppola, sembra Sybil Shepard, la compagna di Bruce Willlis in Moonlighting. Senza troppe cerimonie, ci invitano a trasferirci a Rionero al riparo dalle possibili ritorsioni. Caricati gli allievi nelle macchine, partiamo.

E Pietro? Non è ancora arrivato. Avvisiamo l’assistente sociale, ci penserà lei. Al nostro arrivo ci accoglie la preside-Tacher. Che è successo? Non potevate dirglielo prima invece di fargli trovare la sorpresa stamattina? Sì, e se ci picchiava? Se ci distruggeva le macchine? Allora potevate avvisare me. E che avresti fatto, genio? Avrei rimediato, intanto ora il mio collega preside di Melfi ha interdetto l’accesso alla scuola per i miei corsi. Problemi tuoi, cara Lady. Non contenta, si chiude nel suo studio con la mia collega, che ne esce in lacrime, frustrata nel suo ruolo di insegnante e di educatrice. Pietro non è arrivato ma dobbiamo cominciare l’esame. Il primo giorno è andato, ci vediamo domani.

Durante lo scritto di matematica, quando tutti stavano per consegnare, arriva Pietro, moglie e figlio nel passeggino al seguito. Quindi? Parla la moglie: deve fare l’esame. E ieri che fine hai fatto? Parla ancora la moglie: ieri l’assistente sociale ci ha avvisato alle 9. Ma tu sapevi… Vediamo che possiamo fare. Rapido consulto tra vice preside (la preside non è in un’altra commissione come previsto: è in ospedale in attesa di un intervento al femore che si è spezzata ieri mattina cadendo per le scale del suo studio dopo il cazziatone alla mia collega…), presidente di commissione e coordinatore. Pietro può fare lo scritto di matematica, quello di italiano lo farà con una prova suppletiva.

Nel frattempo, a Pescopagano festeggiano la fine degli scritti al ristorante di Angela!
Gli orali procedono, e si concludono, più o meno senza altri incidenti (le interrogazioni non le racconto perché conservo un minimo senso del pudore). Martedì a Rionero, oggi a Pescopagano dove finalmente ho festeggiato anch’io con la torta di Angela e la pizza di Maria.

giovedì, maggio 10, 2007

Psicomaestre e ansia in corriera

Per favore, ditemi voi, che siete così saggi, come faccio a ritrovare l’equilibrio.

Sono un’ansiosa, lo ammetto. Mi è stata diagnosticata una gastrite da stress a 7 anni, e da allora me la porto dietro. Certo, in tutto questo tempo ho imparato a convivere con la cosa e a non apparire in pubblico col colorito verdino, la smorfia stampata sul viso e l’andatura ingobbita che caratterizza le persone che condividono con me questa simpatica modalità di esprimersi del nostro corpo. E però.

Oltre ad essere un’ansiosa, sono anche una che non ama l’atteggiamento di certi genitori che considerano geni i figli e idioti gli insegnanti che non li capiscono. Con questo spirito positivo sono andata al colloquio con le maestre di Gabriele.

Maestra L. (è la titolare della cattedra, se così si può dire): “Ah, Gabriele, bel caratterino!...”
Maestra P. (precaria nella stessa classe da 3 anni): “Inserito è inserito, eh? anche troppo…”
Maestra C. (precaria appena arrivata, avrà 19 anni): fa di sì con la testa, ripetutamente.
Io: “…”

Il discorso continua su temi leggeri per qualche minuto: è difficile far fare a Gabriele cose che non vuole fare o che non gli interessano, ha la sua baby-gang con cui fa un casino tremendo, devono dividerli. Ok. Fin qui si può sorridere. Ma poi…

Maestra L.: “Vede, il problema è che Gabriele è ancora fermo al gioco fisico…”
Maestra P.: “Non tiene l’attenzione per più di pochissimi minuti…”
Maestra C.: “Sì, sì!”
Maestra P.: “Non disegna ancora la figura umana!...”
Maestra L.: “Non ha interesse per le attività didattiche al di fuori del gioco…”
Maestra C.: “Sì, sì!”

Io sento di aver acquisito un poco dignitoso colorito terreo. Davanti a me ho Qui Quo e Qua che mi stanno massacrando e non posso fare niente, solo cercare di capire, mentre la mia sensazione di inadeguatezza rispetto al ruolo di madre mi sta sopraffacendo.

Approfitto di un attimo di tregua per spiegare che l’ultimo anno è stato parecchio pesante per la mia famiglia, che Gabriele ha reagito molto male all’ultimo ricovero di suo padre, credeva che fosse morto e che io gli stessi nascondendo la cosa, e insomma forse lui ha deciso di fermare il mondo attorno a sé perché così si sente più protetto. Mi rispondono che sì, può essere, ma manca l’ultima granata, prontamente lanciata dalla

Maestra L.: “Gabriele non si è evoluto, per me è lo stesso bambino che è entrato qui a settembre”.

A questo punto io vedo in un attimo tutti gli scenari possibili: disturbi dell’attenzione, poi dislessia, poi chissà. Di certo niente di buono. Forse dovrò trovarmi un lavoro part-time, così potrò accompagnarlo alle sedute di terapia…

“Del resto Gabriele è piccolino, ha solo 3 anni e mezzo, gli altri bambini sono più grandi”.
La voce della Maestra L. mi risveglia dal mio incubo.
“E quindi?”
“Magari quest’estate cambia”

Cerco di farmi dire cosa posso fare, che stimoli posso dargli, quali sono le cose a cui devo stare attenta. Cose così, insomma, quotidianità della pratica genitoriale. Alla quale io mi sento sempre più inadeguata.

Mi danno due consigli spiccioli (“gli faccia fare dei disegni, fate dei puzzle…”) e me ne vado. Ho promesso a Gabriele che passo al parco a prendere lui e la tata, così andiamo a casa insieme, oggi che è presto.

Arrivo al parco mentre un bimbo ha buttato a terra mio figlio e gli sta saltando sulla schiena. Lui piange come un pazzo, lo tiro su e la tata mi guarda con l’espressione di chi vorrebbe morire all’istante. Solo che in questo momento sono io che vorrei morire, e così il pestaggio mi sembra tutto sommato sopportabile.

Dopo questo siparietto, inizio a fare le mie indagini:
1. ne parlo alla tata, che mi accenna che hanno detto qualcosa del genere anche all’amico del cuore di Gabriele, ma non approfondisce; piuttosto mi consiglia di non preoccuparmi, che è ancora piccolo;
2. ne parlo a mia zia Eufemia, che oltre ad essere una balenga conclamata è anche un’insegnante elementare (ora in pensione) di chiara fama. Lei mi suggerisce, giusto per stare tranquilli, di fare una chiacchiera con la mia ex analista, solo per sapere se è il caso di preoccuparmi. Io chiamo la dott, ma intanto
3. approfitto della vacanza ravennate per parlarne con la cugina psichiatra, la quale come prima cosa scoppia a ridere e mi dice di cambiare scuola, poi approfondisce e mi spiega che è normale, e che lui sta elaborando il suo edipo, ecc. ecc. ecc.
4. vado dalla dottoressa, e dopo una lunga chiacchierata lei mi suggerisce di chiedere un altro incontro con la maestra, in modo da chiarire alcuni aspetti rimasti in sospeso (ad esempio, perché dopo tutte quelle cose decisamente allarmanti mi ha detto che “in fondo lui è piccolino”?) e approfondire una serie di aspetti del comportamento del piccolo che possano darmi delle indicazioni.

Un paio di giorni fa la tata mi racconta che ha parlato con i genitori di altri bambini, al parco. Salta fuori che su tutti i bambini con i cui accompagnatori ha potuto parlare, sono state dette cose simili a quelle dette su Gabriele, e in un paio di casi le osservazioni delle maestre erano ancora più pesanti, praticamente delle diagnosi. Per niente incoraggianti, peraltro. La cosa mi dà vieppiù da pensare. Possibile che in questa classe nessuno dei piccoli sia cresciuto “a norma”?

Ieri mattina mio marito accompagna Gabriele, entrando alle 9 (non per il prescuola, quindi, quando non ci sono le insegnanti della sua classe) e riuscendo a vedere la maestra. Come da programma, le chiede un colloquio. E lei cade dalle nuvole. Chiarisce che per lei non c’è problema, anche se bisognerà aspettare un po’, ma più che altro ci tiene a sottolineare che dal suo punto di vista non c’è niente da approfondire, Gabriele è assolutamente a posto e in linea con la sua età, e anzi le questioni dell’attenzione si sono appianate miracolosamente il giorno dopo il nostro colloquio, non si sa se per qualcosa che gli è stata detta a casa o così, come spesso accade ai bambini, senza un motivo, da un momento all’altro.

“In effetti, e ne ho parlato anche con P., mi era sembrato che sua moglie fosse piuttosto agitata dopo il nostro incontro, ma le garantisco che nulla di quello che ci siamo dette giustificava questa agitazione. Noi abbiamo solo riportato la situazione com’è, ma è chiaro che si tratta solo di una questione legata età del bambino”.

Insomma, una tempesta in un bicchiere d’acqua. E io che sono troppo ansiosa. Che non avevo capito che la questione era legata solo all’età del bambino. Che ho interpretato in senso catastrofistico il loro resoconto. “Informale”, ci tiene a specificare la maestra L. Sono io che sono talmente ansiosa da non riuscire neanche ad aggiornare il blog, perché ho la testa da un’altra parte.

Allora voi, amici miei, che siete così saggi, ditemi, cosa avreste fatto al mio posto? Avete un segreto per ascoltare cose del genere e mantenere la calma e dire “non c’è nessun problema”?

giovedì, aprile 12, 2007

Cronache dalla Lucania (misteriosamente) felix: un Codice da riscrivere

Sono giorni un po' così per me, e nel casino generale faccio fatica a scrivere. Per fortuna ce n'è sempre una dal mio avamposto potentino. Come sempre, ricevo e volentieri pubblico (poi la prima volta che ci vediamo però ti insegno a pubblicare da sola, Vale...).

È di poche settimane fa un importante servizio andato in onda su Rete 4, credo che il programma fosse “Corti di cronaca” o qualcosa del genere. Se quanto hanno scoperto viene confermato dai prossimi studi, possiamo anche dare alle fiamme il best seller di Dan Brown.
Il caso è stato sollevato dal parroco di Castelmezzano, una specie di presepe incastonato nelle Piccole Dolomiti Lucane. Il don ha studiato, cercato, esplorato e alla fine (mi dicono) è stato ospite del Maurizio Constanzo Show dove ha sganciato la bomba: da lì sono passati i Templari.
Sì, i Templari, i Cavalieri, quelli del Santo Graal. E le loro tracce non si fermano a Castelmezzano. La Basilicata ne trabocca. Anzi proprio in questa terra piccola insignificante, e fra non molto disabitata, i nobili Cavalieri avrebbero fissato i loro più preziosi avamposti. A Castelmezzano, proprio sul picco della montagna, sono evidenti le tracce di un’antica chiesetta; a Acerenza risulterebbe inspiegabile la costruzione della maestosa cattedrale normanna – collocata praticamente in mezzo al deserto lucano – se al suo interno non fossero stati rinvenuti segni di ambienti nascosti sotto la cripta disseminati di simboli templari. Ancora: pare ormai accertato che il padre fondatore dell’Ordine dei Templari fosse nato a Forenza. Come se non bastasse, il castello di Lagopesole, ritenuto sinora riserva di caccia di Federico II di Svevia – qualcuno aveva pesino dubitato che l’imperatore avesse mai messo piede da queste parti – non solo è stata una delle residenze estive del teutonico, in realtà è l’unica fra le fortezze federiciane ad avere al suo interno una cappella affrescata con scene di Crociati che donano “qualcosa” all’imperatore. Non sono a caccia della poltrona da assessore al turismo – abbiamo assodato che tocca a Henry John – ma un giretto nella zona nord della regione io lo farei… hai visto mai che a 20 km da Potenza si riscrive il Codice?!

E il giro nella zona nord ho cominciato a farlo. Questa risale a ieri. Ancora una volta mi chiamano dalla scuola media di Rionero. Stessa segretaria, stesso copione: c’è una cattedra di inglese per due settimane ma dobbiamo sentire chi ti precede. Lo so. Aspetto. Non mi richiamano. Allora chiamo io. Sì, pronto, sono la prof. Mi hanno chiamato stamattina e non ho capito se domani devo venire o no. Non so niente, la segretaria non c’è e qui abbiamo da fare. Bene, mi sa che è saltato tutto. E invece, colpo di scena. Alle 8.20 stamattina mi telefona mia madre. Vale, ma hai ancora il cellulare spento?! Hanno chiamato da Rionero, vogliono sapere se accetti. (Per fortuna sulle varie domande al provveditorato ho lasciato anche il numero dei miei genitori). Pronto? Rionero? Sì, sono ancora la prof. Ieri non vi ho più sentito… La serafica segretaria risponde che c’è stato un malinteso. Fra tre quarti d’ora devo essere in aula. Traduco. Ho tre quarti d’ora per uscire di casa e fare 50 km. Caffè sul fuoco, letto disfatto, mi infilo il primo tailleur che trovo (meno male non l’ho lavato ieri come previsto), ho il cuscino stampato sulla faccia, sarà meglio metterci su un po’ di fondotinta. Abito in centro, quindi la macchina è parcheggiata ad una passeggiata da casa. La passeggiata diventa una corsa con la giacca e la borsa trascinate tipo Linus. Entro in macchina, accendo la radio – prima la inserisco, da quando me l’hanno rubata la porto in borsa, ma non rinuncio ai miei riti anche se sono in ritardo – richiamo la scuola. Sono partita, sto arrivando. Dall’altra parte, la segretaria ancora più serafica di prima: ti aspettiamo ma non correre, quella strada è molto pericolosa (io: lo so, da quando c’è la Fiat a Melfi la SS è tutta una bisarca).

Diversi tir più tardi arrivo in segreteria. Sei passata dalla presidenza? Lascia stare, è tardi, vai in aula. Quale? Fatti dire l’orario dalla bidel…collaboratrice. Porca miseria. Ho quattro ore di lezione in quattro classi diverse. Pensa allo stipendio, e al punteggio. Pensa all’anno prossimo. Pensa al lavoro che forse hai finalmente trovato. Ma la scuola mi deprime, insegnare mi intristisce, e il pellegrinaggio per le routes – vabbè che parliamo della via Appia e della via dei Templari, ma parliamo pure di salite discese e curve -, chissà quanto dura.

Pensa allo stipendio. Devi rifare il tetto. Ho trovato la motivazione giusta. Il pensiero dell’ultimo preventivo da panico mi sospinge e come una vela dell’America’s Cup. Ritorno in segreteria all’una e mezza. Devo firmare il contratto. E guardare finalmente l’orario settimanale. Ci siamo. Il sabato entro alla prima ora (pazienza, eliminiamo anche l’uscita del venerdì sera, in fondo è solo per due settimane). Gli unici due giorni in cui finisco alle 13.30 a Rionero devo fare lezione a Pescopagano nel primo pomeriggio. Poco male, ci sarà pure un bar aperto all’ora di pranzo. E poi un’altra magica strada mi porterà dal nord-est al nord-ovest della Basilicata.

giovedì, marzo 29, 2007

Un'altra cronaca dalla Lucania (inopinatamente) felix

Come resistere alla tentazione di chiedere a un testimone di prima mano cosa stia succedendo in quella mia Lucania oggi miracolosamente all'onore delle cronache? Ovviamente non potevo sottrarmi, e così ho pregato mia sorella di rimandare la doccia che aveva programmato e scrivere qualcosa per me. Lei l'ha fatto, io pubblico.


A Pescopagano c’è stato un nuovo arrivo: Angela, quarant'anni, moglie e nuora dei proprietari dell’Hotel Imperial. Nome un po’ pretenzioso per il luogo. Ma a noi insegnanti e alunni della magica terza media è andata bene. L’hotel infatti ha anche un ristorante-pizzeria dove tutto il paese festeggia battesimi e nonni centenari. Come è intuitivo, i primi sono meno frequenti dei secondi – l’anno scorso hanno festeggiato 102 e 100 anni e una sola bimba, che ha ricevuto in dono per il suo ingresso in questo mondo un corredino fatto interamente all’uncinetto - e senza occhiali - dalla vecchietta ultracentenaria (quella di 102 anni). E ogni volta che al ristorante c’è una festa, il giorno dopo arrivano in classe pizze, torte salate, dolci e ogni ben di Dio di gastronomia a conduzione familiare. E da bere non c’è mica la coca cola come alla scuola media: si va a birra, il mitico peroncino, per l'occasione nel formato magnum, da tre quarti.

Angela era in elenco fin dall’inizio, ma quando il marito aveva visto chi sarebbero stati i suoi compagni di classe le aveva “suggerito” di lasciar perdere. Sono i matti del villaggio. Le sue riserve personali erano invece – dice lei - fondate sul suo senso del pudore rispetto ad una classe, fino a quel momento, interamente maschile. Buona la prima. Si è rincuorata – soprattutto il marito - quando ha saputo della presenza di due insegnanti donne e di Maria, la zurighese. Adesso le due signore sono la punta di diamante della scolaresca: Angela si impegna per sanare una sciocca convinzione dei suoi genitori, che non la mandarono più a scuola perché anche i suoi fratelli avevano interrotto gli studi, e non poteva essere ammissibile che la femminuccia di casa ricevesse un’istruzione. Maria ha assunto invece l’atteggiamento discutibile della prima della classe. Lei si sente decisamente superiore. Ha vissuto all’estero, il più civile degli esteri, la Svizzera. Ha lavorato per tanti anni ed è ancora lontana dall’età della pensione. Parla tedesco, dunque per lei l’inglese… eccetera eccetera. E nonostante le premesse, dopo poche settimane dal suo arrivo, Angela ha raggiunto i risultati migliori.

Ma le più grandi soddisfazioni vengono da Franchino e Peppino, i due folletti. Nessuno dei due sa scrivere in corsivo e hanno le idee confuse sulla direzione che deve prendere quell’insidioso serpentello di S, ma mi impediscono di cancellare la lavagna – con una spugnetta per lavare i piatti che sostituisce il glorioso ricordo del cancellino srotolato – perché loro devono copiare. Franchino si è rasato la barba e aveva anche tolto la sciarpa – in questi giorni l’ha dovuta rimettere essendo caduta la prima neve dell’anno. Peppino invece ha proprio deciso di partecipare alle lezioni. E gli interventi di Peppino sono davvero brillanti. Qualche giorno fa ci siamo imbattuti in un from 8 a.m. to 10 a.m. Ben lontani dal preoccuparsi del significato di questa espressione, che la solerte Maria ha provveduto a spiegare alla classe, mi sentivo comunque in dovere di spiegare che a.m. vuol dire prima di mezzogiorno. E qui ho sentito Peppino bofonchiare: “E sì, dopo mezzogiorno c’è l’una. E pure dopo mezzanotte.” Geniale.

E le chicche non sono finite. Anche Antonio, insolitamente sobrio, ha fatto il suo intervento. Discutendo sull’opportunità di punire Maria per i suoi continui interventi facendola inginocchiare sulle pietre – più reperibili dei ceci – mi ha chiesto “Signò, come si dice in inglese pietra?”. Io rispondo “Stone”. Antonio “Ca si ti và ‘n cap sì ca t’ ston’”. [per i non nativi: "Se ti cade in testa, certo che ti stordisce", ndr]

La genialità dei miei allievi non è però un caso isolato: ha indiscutibilmente le sue origini nei fasti dell’Impero Romano. Che c’entra? Un giorno, di ritorno da Pescopagano, finalmente con la luce del giorno e senza nebbia – ce n’è anche qui e non si può immaginare quanta - ho fatto una scoperta: la strada tutta curve che percorro fino (quasi) a Potenza, la SS 7, è niente meno che l’antica via Appia, quella che portava da Roma a Brindisi, in Puglia. Ma allora perché lasciarsi sfuggire l’occasione?! La via Appia come la Route 66. Si noleggia un camper e la si percorre per intero, e magari si compila un diario di bordo con le foto e tutto quanto. Certo non mancherebbe un po’ di mal di mare con tutti i saliscendi lucani ma ci si potrebbe dotare dei preziosi braccialettini per il mal d’auto e affidarsi alla benevolenza dei santi – e delle sagre – lungo il percorso.

A Potenza via Appia ha mantenuto il suo nome e alcune tracce, segnate dai resti di un acquedotto, protetti per qualche giorno da una gigantesca teca di vetro prontamente massacrata dalla brillante gioventù locale, e da un ponte sul fiume Basento che scorre lungo la periferia cittadina e passa non lontano dal carcere, in questo momento, più famoso d’Italia. E qui si impongono le riflessioni sul destino di questa città. A dire il vero in questo momento piuttosto brillante.

Woodcock for President… dell’Azienda di Promozione Turistica. E già. Dove non sono arrivate le pro loco, dove hanno fallito gli amministratori locali, dove si è bloccato persino Internet, è arrivato il mitico PM. La città brulica di vip, gli alberghi e i ristoranti festeggiano, si vedono in giro addirittura dei taxi (la guida della città pubblicata dal Comune ne indicava 7 in servizio dalla stazione centrale, da contattare via cellulare non essendo disponibile un servizio radio). I navigatori satellitari di tutte le redazioni giornalistiche e televisive d’Italia hanno portato a Potenza orde di giornalisti e cameraman e fotografi. E soprattutto le signore della città sono impazzite. Le vedi assiepate avanti al tribunale (anche dentro, per la verità) armate di telefonini per scattare foto al personaggio di turno e spedire mms alle amiche. È capitato perfino alla mia amica avvocato di ricevere la foto di Raoul Bova dalla cancelleria del tribunale…

Per dirla con un sedicente imprenditore locale, a colloquio con il direttore della banca alla quale stava chiedendo un mutuo: "Signorina, non si preoccupi: sine qua non, siamo qua noi". Geniale.

mercoledì, marzo 28, 2007

Io sono una mamma che si impegna

La vita sociale che ruota attorno alla scuola mi fa orrore. Ecco, l’ho detto. Soprattutto quando, come ieri sera, torno a casa verso le 8 e la tata, con un’espressione della serie io-te-lo-dico-ma-tanto-so-già-che-non-te-ne-frega-niente mi ricorda, “nel caso mi fossi dimenticata”, che c’è una riunione dei genitori a scuola, alle 9 o alle 9.30, “non ricordo bene l’orario, ho pensato che tu avessi già preso nota”. Certo, come no. L’ho visto il cartello, mentre scongiuravo la bidella di farmi entrare (erano le 8.30 in punto, eccheccavolo), e trascinavo su per le scale il piccolino, l’ho visto, anzi no, l’ho appena registrato in qualche parte della mia testa che ha prontamente archiviato l’informazione tra le cose che sicuramente saranno da fare più avanti, tipo la prossima settimana. E invece, implacabile, la tata mi conferma che sull’orario non ci può giurare, ma la data, quella sì, è proprio il 27.

Prendo atto. Ok. Sono le 8, ho un’ora per decidere se andare o no. Cena, un po’ di Un posto al sole, poi mi vengono gli scrupoli. Non è possibile che io sia così disinteressata a questo genere di cose. È la vita di mio figlio, il suo percorso educativo. Ammetto anche che sono piuttosto stronza, visto che tali argomenti mi accendono anzichenò dal punto di vista politico. Per la riforma Moratti, per esempio, l’anno scorso mi sono responsabilmente indignata. E quindi? Ora ho il coraggio di starmene qui a finire di vedere una soap napoletana, mentre a qualche centinaio di metri da me si decide del futuro didattico di mio figlio? No, non posso. Mi vesto, saluto il pargolo, saluto il papà (che, va sottolineato, neanche per scherzo si è offerto di andarci lui) e parto.

Non essendo sicura sull’ora, faccio in modo di essere un po’ in ritardo se fosse stata alle 9 e un po’ in anticipo se fosse stata alle 9.30. Suono il campanello della scuola. Una mamma gentile viene ad aprirmi e mi fa entrare in una stanzetta dove ci sono 10 persone (solo un ometto) attorno a un tavolo. Mi scuso per il ritardo, dicendo che credevo fosse alle 9.30, e loro mi comunicano che era alle 8.30. Ah. Azz… C’è da dire che faccio pur sempre la mia porca figura, dal momento che sono l’undicesima su 200.

Si sta discutendo dell’acquisto di una casetta per il giardino, ma la discussione è praticamente finita. Si passa alle magliette da vendere alla festa dell’estate. Si contatta una mamma dotata di fornitore, le si chiede un preventivo.

Prossimo punto all’ordine del giorno: le foto. Che io non ci credevo all’inizio, ma insomma le cose stanno così: si è verificato che genitori troppo zelanti nell’attività di registrare le performance dei loro pargoli in occasione di recite et similia, in più di un’occasione siano arrivati alle mani. Non ci posso credere. Davanti ai bambini accecati e spaventati dai flash che neanche la notte degli Oscar. “Sì sì, botte. E infatti una maestra che ora non c’è più aveva vietato le feste con i genitori, per un paio di anni. Questo è esagerato, però dobbiamo fare in modo che non si ripetano situazioni imbarazzanti. Come a Natale, quando c’erano tutti i bimbi che cantavano di pace e bontà e intanto due papà si spintonavano proprio davanti al palco, e gli altri sgomitavano e facevano un casino…”

Chiaro. Proposte? “Vietiamo di fare foto e riprese. Se ne occuperà un professionista, un genitore, tanto ci sono diversi genitori fotografi, e poi le foto si potranno prenotare e acquistare”. Ovviamente la proposta apre un dibattito che potrebbe essere senza fine, se la sua promotrice non si ricordasse all’improvviso che deve proprio andare.

Rimaniamo in sei. Ci accordiamo su una soluzione di compromesso e di buon senso (dei genitori): suggeriamo di non fare foto e riprese, e le foto (che sarebbe comunque difficile distribuire, visto che a giugno molti bimbi vanno via) le mettiamo su Internet, in un sito protetto da password, che si terrà su solo per un paio di settimane, e chi vorrà potrà scaricarsele. I presenti sono profondamente analogici. Sanno che Internet esiste e che probabilmente una cosa del genere è possibile, dopodichè nient’altro. Mi offro io. Posso aprire il sito (o quello che sarà), gestire il caricamento delle foto, chiudere il sito alla fine del periodo stabilito. Problema: la sicurezza. Sarà sicuro mettere foto di bambini in Internet? No, ovviamente non lo è, ma se il sito è protetto da password? Sì, lo è di più, certo la password potrebbe anche girare, e allora saremmo punto e daccapo.

Immersa in questi pensieri torno a casa ed espongo la cosa a mio marito, che è assolutamente contrario. E allora? Come si fa?

Riepilogo il problema, e vi chiedo aiuto:
- All’inizio di giugno si farà la festa della scuola
- Per motivi di ordine pubblico, è consigliabile che le foto e le riprese vengano effettuate da professionisti e non dai singoli genitori dei bambini
- I genitori devono poi poter avere le foto, in qualunque formato, ma bisogna tener conto che molti di loro partono subito dopo la festa, e il lavoro di raccolta degli ordini e successiva stampa delle foto prenderebbe troppo tempo (probabilmente le foto sarebbero distribuite solo a settembre)
- Si è ipotizzato di metterle su un sito protetto da password, ma non siamo certi che sia sicuro.

Suggerimenti?

lunedì, febbraio 26, 2007

Una storia dalla Lucania (ex) felix

Come sempre la prima voce della giornata è per me quella della radiosveglia. Stamattina, però, non è stata rassicurante come al solito, perché ha mandato all’aria un mito, quello della Lucania Felix. Cosa prontamente ripresa dal Corriere on line, peraltro.
Un groviglio inestricabile di magistratura, amministratori pubblici, cognati e cugini: roba da far girare la testa. Provo a venirne a capo, ma senza successo: chiederò lumi a chi con questa gente ci è andata a scuola.

Sempre oggi, però, ricevo da mia sorella Valeria un lungo racconto sulle sue vicissitudini professionali. Gliel’avevo chiesto io, da pubblicare qui, ma lei ha esagerato. Siccome le storie che racconta sono storie di Basilicata, lo prendo come un segno. Così ho deciso di prenderne un pezzo e di lasciare che lei si decida ad aprirsi un suo blog.

E quindi ricevo e con piacere pubblico.

Una supplente sulle montagne

Vivo nella provincia italiana. Non quella toscana, costellata da agriturismi, né quella lombarda, brulicante di fabbriche che sostengono l’economia del paese. No, la mia provincia è quella vera, quella meridionale, dove le nonne vanno in giro con il lutto del marito morto in guerra – non si sa bene quale – il fazzoletto in testa, che da queste parti assume il suggestivo nome di tuccatino, e le Superga (provate ad andare a zappare il campo con scarpe diverse).

Siamo in tutto circa 600.000 anime, cosa che ha un impatto piuttosto negativo sulla nostra possibilità di influenzare la politica nazionale (600.000 voti li prendi in un quartiere di Roma, quindi chi se ne frega di un’intera regione?), e in più, orograficamente parlando, in mezzo alle montagne: belle, sì, ma pur sempre scomode. Per esempio: come si fa a costruire una strada diritta e larga? Su ogni cima, un paesello, martoriato di volta in volta da terremoti, frane, smottamenti, poi più o meno ricostruito (ogni paese perde annualmente circa il 10% dei suoi abitanti. Ma questa è un’altra storia).

Un bel giorno di metà gennaio mi chiamano dalla segreteria di una scuola media fuori città. Non ci posso credere! Dopo sette anni dal concorso! Dopo dodici anni dalla laurea! Ma questo è il mio anno fortunato!!! Mi tengono appesa al cellulare per due giorni: stanno cercando la persona che mi precede in graduatoria – chiamano i precari in batteria. Finché non la trovano, e questa non rinuncia ufficialmente, non possono conferirmi l’incarico.
Mi improvviso 007. È una mia ex collega di università. Le ultime notizie che ho di lei risalgono a circa due anni fa. La incontrai lungo il passeggio cittadino con fede al dito, bimba nuova di zecca e un lavoro… dove? Ah sì, in una grande azienda nella zona industriale. Passo le notizie alla segretaria della scuola. “Provo a cercarla in azienda allora, poi ti richiamo”- le segretarie delle scuole ti danno subito del tu. “L’ho trovata. Lavora ancora lì e rinuncia all’incarico. Lo accetti tu?”. Al volo! È un incarico annuale, il che vuol dire punteggio pieno – l’anno prossimo salgo in graduatoria ma Dio solo sa dove mi spediranno! Ma va bene. Si tratta di due giorni alla settimana, quattro ore in tutto. Bene, non devo lasciare la tipografia (dove faccio la stagista per… No, anche questa è un’altra storia).
Di pomeriggio. Di pomeriggio? Come mai? È un corso di terza media per adulti. Ah. Va bene, sono più gestibili dei ragazzini moderni. Ok, lunedì ci vediamo per firmare il contratto.

Lunedì parto alla volta del ridente paesino. Cinquantacinque chilometri per firmare un contratto in una scuola media. Ma è lavoro. Quello vero. Firmo il contratto, lascio i documenti richiesti e comunico il mio numero di conto corrente – duecento euro al mese li accreditano sul conto? Domani comincio. Ma che strada si fa per arrivare lì. Il paese non è lo stesso della sede centrale della scuola e non ci sono mai stata. Una mia vecchia amica è originaria di questo posto. La chiamo e mi faccio dare indicazioni. “Quando lasci l’autostrada prosegui sempre diritto, non puoi sbagliare”. Due e mezzo del pomeriggio. Sole splendente – meno male che non nevica – da queste parti accade spesso e troppo a lungo. Prendo l’autostrada, esco dove mi hanno indicato e proseguo, sempre diritto. Strada relativamente larga e comoda, nel mezzo di un’altra zona industriale – ce ne sono diverse. Due industrie di birra – quella analcolica la fanno qui?! Ma dai! E anche quella che ho visto in un supermercato milanese a 50 centesimi! Che bello!
Dopo le fabbriche, un susseguirsi di scali ferroviari, senza biglietteria, ma di qua passa il pendolino e le fa tutte le fermate! Peccato che i centri abitati si trovino in cima a quelle montagne, a circa dieci chilometri dalle stazioni. Finalmente arrivo in un borgo. Ma devo attraversarlo tutto? Forse ho sbagliato strada. Ma no. Mi inerpico tra i tornanti (in salita) e su in cima, proprio al centro della piazza principale trovo un’indicazione per la mia destinazione finale. Esco dal paese. Continuo a salire su per altri tornanti. Occhio al contachilometri: ne ho già fatti più di cinquanta. Ma dove cavolo sta ‘sto posto? Andiamo avanti. In lontananza vedo un altro borgo, ma questo è famoso. Perché? Ah sì, c'è l’osservatorio astronomico. E ti credo! Da qua su le stelle le vedi anche senza telescopio! E devo attraversare anche questa volta tutto il paese. Stessa scena: piazza principale in cima, indicazione: prosegui. Mi sembra il gioco dell’oca. Spero di non trovare a un certo punto: perdi il turno, indietreggia di due caselle.
Valico: Monte Carruozzo. Il cartello recita: 1.228 mt slm. Hai capito! Ma ora si comincia a scendere. Guarda che panorama! Mozzafiato! Sul serio. Sono sulla cresta della montagna. Due valli a destra e a sinistra, un laghetto di un blu mai visto – scoprirò che si tratta di una diga costruita meno di cento anni fa per portare l’elettricità nella zona. Eccolo! Sono arrivata. Chilometri: sessantacinque. Devo andare verso l’ospedale, la scuola è proprio lì vicino. L’ospedale lo trovo facilmente, è un rinomato centro ortopedico (ti credo che la gente arriva qui con le ossa rotte). È di fronte al comune. Come dire, sono di nuovo nella piazza principale.
Sono in anticipo. Cerco un bar – ti pare che non ne trovo uno di fronte al comune? Sennò dove vanno gli impiegati?
Ora vado a scuola. Deliziosa. Al primo piano l’asilo, al secondo la scuola elementare. I bambini qui fanno il tempo pieno, vanno via alle quattro e mezzo. Ma io dovrei cominciare alle quattro. Niente paura, gli allievi lo sanno – delle 4 o delle 4.30?
Nel frattempo la bidella – scusate, collaboratrice scolastica – mi informa che gli abitanti ERANO cinquemila, ora sono circa millecinquecento. Fantastico. In quanto tempo? Dal terremoto. Il terremoto: una specie di anno zero per la nostra provincia. Non c’è bisogno di specificare quale. Tutti lo sanno. E condividono memorie, dolori, trasferimenti forzati. Questo paese, troppo vicino all’epicentro, fu raso al suolo, letteralmente. Lo raccontano le cronache. E si vede. Sembra che sia stato costruito solo dieci anni fa. Case nuove, municipio e scuole sono donazioni degli alpini e di altri benemeriti.

I miei ricordi personali di quel drammatico evento vengono bruscamente interrotti dall’arrivo di due gnomi. Giuro. Due folletti del bosco. Piccoli, con baffoni, coppola e giubbotto del mercatino post terremoto, sciarpa attorcigliata – non so come dire per rendere meglio l’idea – attorno al collo. Sono loro. I miei allievi. Li guardo perplessa, ma il ruolo mi impone un sorriso.
Ne arriva un altro. Alto, magro, barba di vari giorni, giubbotto di pelle – si vede che da queste parti si porta – sotto braccio un'agenda della pro loco locale. Apparentemente è sulla cinquantina, ma scopro dal registro di classe che di anni ne ha 38.
Il quarto a presentarsi non ha segni particolari ad eccezione di uno sguardo assai spento dietro gli occhiali spessi.
L’ultimo – per oggi – ha i capelli raccolti in una lunga coda di cavallo ed è incazzato come una iena. Quando è cominciato il corso? Perché nessuno lo ha avvisato? E come hanno scelto i partecipanti – manco fosse un concorso per il Grande Fratello. E quelli del computer (il corso di informatica si tiene nell’aula accanto)?

Tutta questa manfrina origina nel progetto che ha dato vita a questa terza media. È tutto merito (?) di un provvedimento regionale per lo stanziamento di fondi a beneficio dei disoccupati residenti in determinati comuni. In pratica, li pagano per venire a lezione. Ma che volete da me? Mi ha spedito qui una graduatoria provinciale, per la prima volta nella vita mi pagherà un ministero. Che ne so di corsi, regione, comune, soldi? Facciamo lezione, và.

“Signò, qui nun sapemm’ l’talian, c’iamma ‘mbarà l’ngles!”
Per i non autoctoni: “Signora, qui non conosciamo l’italiano, dovremmo imparare l’inglese!”
E avete ragione pure voi. Good afternoon!

Chiudiamo la porta. Ma quest’aula sembra una cantina! Dove siete stati prima di entrare qui! Almeno invitatemi che così faccio lezione più allegramente! Apriamo la finestra, prima di noi ci sono stati i bambini a fare ginnastica: cambiamo l’aria.

Dopo tre settimane di effluvi alcolici continuo a ripetere che I am vuol dire io sono e you are significa tu sei. Ma imperterrita, continuo la mia missione socio-didattica. In queste tre settimane, oltre a spiegare le prime due lezioni del libro di testo, ho acquisito due nuovi allievi e un po’ di notizie.
I due nuovi sono eccezionali. La signora, che dichiara con orgoglio i suoi 52 anni, è tornata al paese natio dopo 35 anni trascorsi a Zurigo per stare vicino alla famiglia. Manco a dirlo, due mesi dopo il suo arrivo ha perso il papà. Povera. Ne soffre tanto. Viene a scuola perché ha intenzione di rilevare un’attività commerciale – di quelle che vendono sigarette, detersivi, articoli di cancelleria e forse anche frutta e verdura – ma senza un titolo di studio non potrebbe farlo. Il suo… apprendimento non è inquinato tanto dal dialetto quanto dal tedesco. Pazienza, almeno lei capirà qualcosa di quello che dico.
L’altro ragazzo – 20 anni – viene da Chernobil. Ha quattro tra fratelli e sorelle, ma lui, il più piccolo, dopo la morte della mamma è stato affidato ad un collegio e da lì mandato ogni anno in Italia, come tanti altri bambini bielorussi. Due anni fa è stato adottato da una famiglia italiana ma per poter rimanere nel nostro ospitale paese deve lavorare. Ovviamente, e per fortuna, lo fa. È operaio in una fabbrica di componenti per moto e motorini, quindi fa i turni, anche quelli di notte, e può frequentare una settimana sì e una no. In virtù della sua frequenza, una settimana sì e l’altra no devo fare un’altra strada per andare dalla “città” al “borgo” per recuperare la signora, che, come lui, vive in un altro paese ancora. Inutile dire che questo giro comporta un tot di chilometri in più attraverso l’industrializzata campagna (quante zone industriali! Se funzionassero tutte e per davvero faremmo invidia alla Lombardia!).

A questo punto, totale della mia classe: 7 persone. Ma il meglio deve ancora venire. Il coordinatore di questi corsi per sventurati (a scelta tra insegnanti e allievi) mi aveva informata della missione sociale da compiere; anche senza il suo prezioso intervento avrei capito da sola che si trattava di tenere queste persone impegnate e lontane dalla strada, cioè dal bar. Quello che non mi ha detto lui, però, l’ho saputo dalla solerte bidella.
Tra i cinque indigeni si annoverano: un alcolista (ma va?!), un (forse) ex tossico, un ladruncolo e un sospetto pedofilo. Ecco perché dopo la prima settimana di lezione ci hanno trasferiti nella sala consiliare del municipio! I genitori dei bambini,di fronte all’allegra brigata, hanno messo a soqquadro la scuola e hanno costretto la preside, il sindaco e i (due) vigili urbani a trovare una soluzione alternativa alle aule delle scuola.

Ma la missione chiama. Non volevo andare in Africa ad aiutare i bambini sfortunati? Questi non sono più bambini, ma hanno lo stesso un gran bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro.
Uno alla volta, e un po’ per volta, ciascuno racconta la propria storia e questo mi fa entrare in aula con il desiderio di fargliela dimenticare almeno per due ore.
Uno dei due folletti del bosco vive in casa con la moglie gravemente malata. I suoi figli, di 19 e 15 anni, vivono con gli zii.
L’altro folletto ogni pomeriggio vuole offrirmi il caffé e i larghi sorrisi sgangherati che mi regala nascondono un’offesa gravissima davanti ad un mio rifiuto.
Il più etilico di tutti, quello alto, dopo mezz’ora di parole in libertà si alza e se ne va. Non conoscerò mai la sua storia.
Gli occhiali spenti, invece, la storia me l’hanno raccontata. Anche lui è tornato in paese da poco. Ha girato mezza Italia facendo i lavori più disparati: carpentiere, muratore, raccoglitore di rifiuti differenziati. Ad un certo punto ha fatto il giostraio in società con un suo parente. E poi? Perché non hai continuato, eri pure socio? “Ho fatto delle cose illegali” è stata la sua laconica risposta.
La coda di cavallo è scomparsa e al suo posto ha fatto apparizione un volto pulito e sbarbato, di una persona veramente garbata. Non è più incazzato, anche se ha un’aria terribilmente ansiogena. Lui è quello che forse ce la mette più di tutti, vuole imparare, vuole capire, ci tiene a combinare qualcosa, magari per i suoi figli. Ne ha quattro, i primi due sono gemelli, gli altri sono arrivati nella speranza di avere una bambina.

(NdA: Pittoreschi? Buffi? Fanno tristezza? Non lo so. A me fanno tenerezza)

Valeria