Visualizzazione post con etichetta giornata di blogging per la scuola italiana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giornata di blogging per la scuola italiana. Mostra tutti i post

martedì, aprile 12, 2011

La scuola che non c’è più



Oggi esagero e faccio il bis, per la scuola. Sapevo che aveva qualcosa da dire anche la mia amica e collega Emanuela. Ed ecco che cosa ha raccontato.

(#scuolaitaliana, #bloggerperlascuola, http://www.facebook.com/event.php?eid=210198948991794).

Accetto volentieri l’invito di Giuliana come ospite per un post sulla scuola pubblica perché mi sento parecchio coinvolta: ho una mamma ex insegnante, una sorella insegnante precaria, un marito insegnante universitario e poi un considerevole numero di parenti che fanno parte o hanno fatto parte della categoria. Tutti rigorosamente nella scuola pubblica. Tutte persone che hanno dedicato una vita o la stanno ancora dedicando alla missione più difficile e densa di responsabilità che esista in ambito professionale: formare le persone all’interno della società civile.

In tempi non tanto lontani la scuola pubblica ha significato il riscatto dall’ignoranza di una popolazione prevalentemente contadina, che non aveva strumenti per integrarsi dignitosamente all’interno di un sistema di valori che stava rapidamente mutando.
Si racconta che un tempo c’era una scuola (lo ha detto Camilleri a “Parla con me”) che forniva le basi per imparare a camminare da soli e a costruirsi una vita consapevole e aspirazionale.
Era una scuola che funzionava come fattore di coesione sociale, che toglieva i bambini dalla strada o dal lavoro in tenera età, che faceva emergere le potenzialità intellettuali degli emarginati. E non poteva che essere emanazione di uno Stato che desiderava sopra ogni cosa lo sviluppo del paese  e la crescita dei propri cittadini. 

La scuola pubblica era abbastanza in linea con quella che vuole Giuliana. Certo con un sacco di problemi  e imperfezioni ma, si sa, non siamo in Svizzera e poi la scuola è fatta di persone. Abbiamo avuto esempi di istituzioni scolastiche prese come modello a cui riferirsi; ci sono testimonianze di esperienze scolastiche vissute all’estero che raccontano di qualità di molto inferiore a quella della scuola pubblica italiana.

Ma ora che sta succedendo? 
Io non posso che vederla così: lo sviluppo e la crescita dei cittadini non sono più nell’agenda del nostro paese. La collettività e la coesione non sono un valore e tantomeno l’istruzione, come forma di libertà e consapevolezza di sé, e la cultura come strumento per affermarsi e creare ricchezza per tutti.

Ho un figlio che ha appena terminato il ciclo scolastico con l’esame di stato. Da un lato con sollievo, dall’altro con amarezza, devo constatare che è riuscito, per un soffio, a fruire di una scuola pubblica ancora a livelli accettabili.
Ha terminato le elementari e hanno tolto il tempo pieno; poi è venuta la volta delle medie: fine delle sperimentazioni di bilinguismo quando è uscito; infine si è maturato nell’anno in cui sono stati riformati i licei. Anche in questo caso le sperimentazioni, in atto da circa 15 anni nel liceo che frequentava, sono state soppresse. E gli ultimi due anni sono stati una pena: non c’erano più i soldi per i supplenti e non so quante ore di didattica abbia perso quando un prof si beccava l’influenza (capita!). 

Non voglio entrare nel merito delle capacità delle singole persone che appartengono alla struttura della scuola pubblica: c’è già abbastanza dibattito sui buoni e cattivi professori, sull’ingerenza o meno dei genitori, sulla bontà delle scuole del centro rispetto a quelle di periferia ecc.
E mi lascia anche ogni volta molto perplessa il dibattito che si scatena tra le mamme quando giunge il momento di affrontare l’ingresso a scuola. Per me, come per tutti i miei coetanei, il problema non si poneva: la scuola pubblica era quella di quartiere. 

La rimpiango? Non lo so, mi sono imposta di non rimpiangere mai il passato. Ho gli incubi notturni? Sì, a volte mi sogno ancora che non sono capace di leggere la metrica greca e vengo bocciata alla maturità. Oppure che l’esame di maturità non l’ho proprio ancora sostenuto!
Ma per me questa è un’altra storia, sicuramente.

La scuola come la vorrei


Ho scritto molto sulla scuola, e pensare che non l’ho vissuta per niente bene. Però avere il pargolo che parte per questa avventura mi ha rimesso nel vortice.

Io ho frequentato la scuola pubblica, e anche mio marito. Non sono sicura che ci fossero delle alternative, nelle città da cui proveniamo, ma sono certa, invece, che se ci fossero state non sarebbero state considerate, conoscendo le nostre famiglie.

A Milano invece le alternative ci sono, e per un breve istante le abbiamo considerate. Bocciata la proposta della mamma di un amichetto di materna che voleva iscrivere la creatura (se ci fosse stata anche la nostra) in una scuola privata molto figa, dall’altra parte della città (“C’è il pullmino che viene a prenderli, passa alle 7.30, e poi te li riportano a casa alle 17.30”. Figata). Bocciate anche le varie Steineriane, Montessoriane, confessionali. Troppo scomode, lontane, ideologizzate. Costose.

Sono nel tunnel da due anni, e qualche idea su come vorrei la scuola me la sono fatta.

La voglio pubblica.
Perché è un diritto sancito dalla Costituzione. Anzi, la voglio pubblica perché la scuola, come diceva il grande Piero Calamandrei, è un organo costituzionale in sé. Se perdiamo di vista questo, perdiamo di vista il futuro del nostro paese.

La voglio vicino a casa.
Bella scoperta, dice. Così non ti sbatti. Anche, ma non solo. La voglio vicino a casa perché la scuola non può essere fuori dal mondo, e il mondo è anche il quartiere, la città, la prossimità nel senso più ampio del termine. Voglio che l’anno prossimo Gabriele ci possa andare da solo, e magari io lo seguirò da lontano, ma lui deve andarci da solo perché così cresce, diventa autonomo, e l’autonomia è il primo passo per diventare uomo (a 8 anni sarà dura, ma si fa quel che si può per porre le basi).

La voglio colta.
Voglio insegnanti che sappiano capire i bambini e parlare con le famiglie. Che sappiano interessare, appassionare, dirigere. Che riconoscano i talenti – tutti ne hanno – e che sappiano valorizzarli. Che abbiano scelto di fare gli insegnanti perché ci credono, non perché è “il lavoro giusto per una donna”. Che sappiano che cos’è una persona e si rendano conto di cosa è meglio fare per formarla. Che leggano libri e sappiano che cosa succede là fuori.

La voglio consapevole.
Delle sue responsabilità, del compito immane che ha e che noi genitori le demandiamo. Dei potenziali danni che può creare e delle splendide opportunità che può far fiorire. Dei suoi limiti e delle sue difficoltà, delle sue ricchezze e delle sue meraviglie.

La voglio intellettualmente onesta.
Che sappia riconoscere la direzione in cui va il mondo e che prenda una posizione. Che insegni senza spaventare. Che viva nel mondo, e del mondo prenda quello che serve, che è meglio, che sia utile alla crescita e alla formazione. Che riconosca i propri limiti e abbia voglia di superarli.

La voglio sicura.
Voglio edifici antisismici, puliti, idonei ad ospitare delle persone.

La voglio autorevole.
Che non soccomba alle pressioni di burocrati miopi, dirigenti codardi, ministri ignoranti, insegnanti demotivati, famiglie invadenti. Che sappia farsi riconoscere da tutti costoro come il luogo principe della cultura e della formazione.


Infine, la voglio che sappia farsi rimpiangere, e non protagonista di incubi notturni in età adulta. Ma questa è un'altra storia, forse.