mercoledì, febbraio 28, 2007

Mamma in corriera fa carriera

Ho avuto una promozione. L'ho scoperto durante una riunione di tutta l'azienda, perciò non so ancora cosa questo comporti.
Non so perché, non riesco ad esserne felice.

lunedì, febbraio 26, 2007

Una storia dalla Lucania (ex) felix

Come sempre la prima voce della giornata è per me quella della radiosveglia. Stamattina, però, non è stata rassicurante come al solito, perché ha mandato all’aria un mito, quello della Lucania Felix. Cosa prontamente ripresa dal Corriere on line, peraltro.
Un groviglio inestricabile di magistratura, amministratori pubblici, cognati e cugini: roba da far girare la testa. Provo a venirne a capo, ma senza successo: chiederò lumi a chi con questa gente ci è andata a scuola.

Sempre oggi, però, ricevo da mia sorella Valeria un lungo racconto sulle sue vicissitudini professionali. Gliel’avevo chiesto io, da pubblicare qui, ma lei ha esagerato. Siccome le storie che racconta sono storie di Basilicata, lo prendo come un segno. Così ho deciso di prenderne un pezzo e di lasciare che lei si decida ad aprirsi un suo blog.

E quindi ricevo e con piacere pubblico.

Una supplente sulle montagne

Vivo nella provincia italiana. Non quella toscana, costellata da agriturismi, né quella lombarda, brulicante di fabbriche che sostengono l’economia del paese. No, la mia provincia è quella vera, quella meridionale, dove le nonne vanno in giro con il lutto del marito morto in guerra – non si sa bene quale – il fazzoletto in testa, che da queste parti assume il suggestivo nome di tuccatino, e le Superga (provate ad andare a zappare il campo con scarpe diverse).

Siamo in tutto circa 600.000 anime, cosa che ha un impatto piuttosto negativo sulla nostra possibilità di influenzare la politica nazionale (600.000 voti li prendi in un quartiere di Roma, quindi chi se ne frega di un’intera regione?), e in più, orograficamente parlando, in mezzo alle montagne: belle, sì, ma pur sempre scomode. Per esempio: come si fa a costruire una strada diritta e larga? Su ogni cima, un paesello, martoriato di volta in volta da terremoti, frane, smottamenti, poi più o meno ricostruito (ogni paese perde annualmente circa il 10% dei suoi abitanti. Ma questa è un’altra storia).

Un bel giorno di metà gennaio mi chiamano dalla segreteria di una scuola media fuori città. Non ci posso credere! Dopo sette anni dal concorso! Dopo dodici anni dalla laurea! Ma questo è il mio anno fortunato!!! Mi tengono appesa al cellulare per due giorni: stanno cercando la persona che mi precede in graduatoria – chiamano i precari in batteria. Finché non la trovano, e questa non rinuncia ufficialmente, non possono conferirmi l’incarico.
Mi improvviso 007. È una mia ex collega di università. Le ultime notizie che ho di lei risalgono a circa due anni fa. La incontrai lungo il passeggio cittadino con fede al dito, bimba nuova di zecca e un lavoro… dove? Ah sì, in una grande azienda nella zona industriale. Passo le notizie alla segretaria della scuola. “Provo a cercarla in azienda allora, poi ti richiamo”- le segretarie delle scuole ti danno subito del tu. “L’ho trovata. Lavora ancora lì e rinuncia all’incarico. Lo accetti tu?”. Al volo! È un incarico annuale, il che vuol dire punteggio pieno – l’anno prossimo salgo in graduatoria ma Dio solo sa dove mi spediranno! Ma va bene. Si tratta di due giorni alla settimana, quattro ore in tutto. Bene, non devo lasciare la tipografia (dove faccio la stagista per… No, anche questa è un’altra storia).
Di pomeriggio. Di pomeriggio? Come mai? È un corso di terza media per adulti. Ah. Va bene, sono più gestibili dei ragazzini moderni. Ok, lunedì ci vediamo per firmare il contratto.

Lunedì parto alla volta del ridente paesino. Cinquantacinque chilometri per firmare un contratto in una scuola media. Ma è lavoro. Quello vero. Firmo il contratto, lascio i documenti richiesti e comunico il mio numero di conto corrente – duecento euro al mese li accreditano sul conto? Domani comincio. Ma che strada si fa per arrivare lì. Il paese non è lo stesso della sede centrale della scuola e non ci sono mai stata. Una mia vecchia amica è originaria di questo posto. La chiamo e mi faccio dare indicazioni. “Quando lasci l’autostrada prosegui sempre diritto, non puoi sbagliare”. Due e mezzo del pomeriggio. Sole splendente – meno male che non nevica – da queste parti accade spesso e troppo a lungo. Prendo l’autostrada, esco dove mi hanno indicato e proseguo, sempre diritto. Strada relativamente larga e comoda, nel mezzo di un’altra zona industriale – ce ne sono diverse. Due industrie di birra – quella analcolica la fanno qui?! Ma dai! E anche quella che ho visto in un supermercato milanese a 50 centesimi! Che bello!
Dopo le fabbriche, un susseguirsi di scali ferroviari, senza biglietteria, ma di qua passa il pendolino e le fa tutte le fermate! Peccato che i centri abitati si trovino in cima a quelle montagne, a circa dieci chilometri dalle stazioni. Finalmente arrivo in un borgo. Ma devo attraversarlo tutto? Forse ho sbagliato strada. Ma no. Mi inerpico tra i tornanti (in salita) e su in cima, proprio al centro della piazza principale trovo un’indicazione per la mia destinazione finale. Esco dal paese. Continuo a salire su per altri tornanti. Occhio al contachilometri: ne ho già fatti più di cinquanta. Ma dove cavolo sta ‘sto posto? Andiamo avanti. In lontananza vedo un altro borgo, ma questo è famoso. Perché? Ah sì, c'è l’osservatorio astronomico. E ti credo! Da qua su le stelle le vedi anche senza telescopio! E devo attraversare anche questa volta tutto il paese. Stessa scena: piazza principale in cima, indicazione: prosegui. Mi sembra il gioco dell’oca. Spero di non trovare a un certo punto: perdi il turno, indietreggia di due caselle.
Valico: Monte Carruozzo. Il cartello recita: 1.228 mt slm. Hai capito! Ma ora si comincia a scendere. Guarda che panorama! Mozzafiato! Sul serio. Sono sulla cresta della montagna. Due valli a destra e a sinistra, un laghetto di un blu mai visto – scoprirò che si tratta di una diga costruita meno di cento anni fa per portare l’elettricità nella zona. Eccolo! Sono arrivata. Chilometri: sessantacinque. Devo andare verso l’ospedale, la scuola è proprio lì vicino. L’ospedale lo trovo facilmente, è un rinomato centro ortopedico (ti credo che la gente arriva qui con le ossa rotte). È di fronte al comune. Come dire, sono di nuovo nella piazza principale.
Sono in anticipo. Cerco un bar – ti pare che non ne trovo uno di fronte al comune? Sennò dove vanno gli impiegati?
Ora vado a scuola. Deliziosa. Al primo piano l’asilo, al secondo la scuola elementare. I bambini qui fanno il tempo pieno, vanno via alle quattro e mezzo. Ma io dovrei cominciare alle quattro. Niente paura, gli allievi lo sanno – delle 4 o delle 4.30?
Nel frattempo la bidella – scusate, collaboratrice scolastica – mi informa che gli abitanti ERANO cinquemila, ora sono circa millecinquecento. Fantastico. In quanto tempo? Dal terremoto. Il terremoto: una specie di anno zero per la nostra provincia. Non c’è bisogno di specificare quale. Tutti lo sanno. E condividono memorie, dolori, trasferimenti forzati. Questo paese, troppo vicino all’epicentro, fu raso al suolo, letteralmente. Lo raccontano le cronache. E si vede. Sembra che sia stato costruito solo dieci anni fa. Case nuove, municipio e scuole sono donazioni degli alpini e di altri benemeriti.

I miei ricordi personali di quel drammatico evento vengono bruscamente interrotti dall’arrivo di due gnomi. Giuro. Due folletti del bosco. Piccoli, con baffoni, coppola e giubbotto del mercatino post terremoto, sciarpa attorcigliata – non so come dire per rendere meglio l’idea – attorno al collo. Sono loro. I miei allievi. Li guardo perplessa, ma il ruolo mi impone un sorriso.
Ne arriva un altro. Alto, magro, barba di vari giorni, giubbotto di pelle – si vede che da queste parti si porta – sotto braccio un'agenda della pro loco locale. Apparentemente è sulla cinquantina, ma scopro dal registro di classe che di anni ne ha 38.
Il quarto a presentarsi non ha segni particolari ad eccezione di uno sguardo assai spento dietro gli occhiali spessi.
L’ultimo – per oggi – ha i capelli raccolti in una lunga coda di cavallo ed è incazzato come una iena. Quando è cominciato il corso? Perché nessuno lo ha avvisato? E come hanno scelto i partecipanti – manco fosse un concorso per il Grande Fratello. E quelli del computer (il corso di informatica si tiene nell’aula accanto)?

Tutta questa manfrina origina nel progetto che ha dato vita a questa terza media. È tutto merito (?) di un provvedimento regionale per lo stanziamento di fondi a beneficio dei disoccupati residenti in determinati comuni. In pratica, li pagano per venire a lezione. Ma che volete da me? Mi ha spedito qui una graduatoria provinciale, per la prima volta nella vita mi pagherà un ministero. Che ne so di corsi, regione, comune, soldi? Facciamo lezione, và.

“Signò, qui nun sapemm’ l’talian, c’iamma ‘mbarà l’ngles!”
Per i non autoctoni: “Signora, qui non conosciamo l’italiano, dovremmo imparare l’inglese!”
E avete ragione pure voi. Good afternoon!

Chiudiamo la porta. Ma quest’aula sembra una cantina! Dove siete stati prima di entrare qui! Almeno invitatemi che così faccio lezione più allegramente! Apriamo la finestra, prima di noi ci sono stati i bambini a fare ginnastica: cambiamo l’aria.

Dopo tre settimane di effluvi alcolici continuo a ripetere che I am vuol dire io sono e you are significa tu sei. Ma imperterrita, continuo la mia missione socio-didattica. In queste tre settimane, oltre a spiegare le prime due lezioni del libro di testo, ho acquisito due nuovi allievi e un po’ di notizie.
I due nuovi sono eccezionali. La signora, che dichiara con orgoglio i suoi 52 anni, è tornata al paese natio dopo 35 anni trascorsi a Zurigo per stare vicino alla famiglia. Manco a dirlo, due mesi dopo il suo arrivo ha perso il papà. Povera. Ne soffre tanto. Viene a scuola perché ha intenzione di rilevare un’attività commerciale – di quelle che vendono sigarette, detersivi, articoli di cancelleria e forse anche frutta e verdura – ma senza un titolo di studio non potrebbe farlo. Il suo… apprendimento non è inquinato tanto dal dialetto quanto dal tedesco. Pazienza, almeno lei capirà qualcosa di quello che dico.
L’altro ragazzo – 20 anni – viene da Chernobil. Ha quattro tra fratelli e sorelle, ma lui, il più piccolo, dopo la morte della mamma è stato affidato ad un collegio e da lì mandato ogni anno in Italia, come tanti altri bambini bielorussi. Due anni fa è stato adottato da una famiglia italiana ma per poter rimanere nel nostro ospitale paese deve lavorare. Ovviamente, e per fortuna, lo fa. È operaio in una fabbrica di componenti per moto e motorini, quindi fa i turni, anche quelli di notte, e può frequentare una settimana sì e una no. In virtù della sua frequenza, una settimana sì e l’altra no devo fare un’altra strada per andare dalla “città” al “borgo” per recuperare la signora, che, come lui, vive in un altro paese ancora. Inutile dire che questo giro comporta un tot di chilometri in più attraverso l’industrializzata campagna (quante zone industriali! Se funzionassero tutte e per davvero faremmo invidia alla Lombardia!).

A questo punto, totale della mia classe: 7 persone. Ma il meglio deve ancora venire. Il coordinatore di questi corsi per sventurati (a scelta tra insegnanti e allievi) mi aveva informata della missione sociale da compiere; anche senza il suo prezioso intervento avrei capito da sola che si trattava di tenere queste persone impegnate e lontane dalla strada, cioè dal bar. Quello che non mi ha detto lui, però, l’ho saputo dalla solerte bidella.
Tra i cinque indigeni si annoverano: un alcolista (ma va?!), un (forse) ex tossico, un ladruncolo e un sospetto pedofilo. Ecco perché dopo la prima settimana di lezione ci hanno trasferiti nella sala consiliare del municipio! I genitori dei bambini,di fronte all’allegra brigata, hanno messo a soqquadro la scuola e hanno costretto la preside, il sindaco e i (due) vigili urbani a trovare una soluzione alternativa alle aule delle scuola.

Ma la missione chiama. Non volevo andare in Africa ad aiutare i bambini sfortunati? Questi non sono più bambini, ma hanno lo stesso un gran bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro.
Uno alla volta, e un po’ per volta, ciascuno racconta la propria storia e questo mi fa entrare in aula con il desiderio di fargliela dimenticare almeno per due ore.
Uno dei due folletti del bosco vive in casa con la moglie gravemente malata. I suoi figli, di 19 e 15 anni, vivono con gli zii.
L’altro folletto ogni pomeriggio vuole offrirmi il caffé e i larghi sorrisi sgangherati che mi regala nascondono un’offesa gravissima davanti ad un mio rifiuto.
Il più etilico di tutti, quello alto, dopo mezz’ora di parole in libertà si alza e se ne va. Non conoscerò mai la sua storia.
Gli occhiali spenti, invece, la storia me l’hanno raccontata. Anche lui è tornato in paese da poco. Ha girato mezza Italia facendo i lavori più disparati: carpentiere, muratore, raccoglitore di rifiuti differenziati. Ad un certo punto ha fatto il giostraio in società con un suo parente. E poi? Perché non hai continuato, eri pure socio? “Ho fatto delle cose illegali” è stata la sua laconica risposta.
La coda di cavallo è scomparsa e al suo posto ha fatto apparizione un volto pulito e sbarbato, di una persona veramente garbata. Non è più incazzato, anche se ha un’aria terribilmente ansiogena. Lui è quello che forse ce la mette più di tutti, vuole imparare, vuole capire, ci tiene a combinare qualcosa, magari per i suoi figli. Ne ha quattro, i primi due sono gemelli, gli altri sono arrivati nella speranza di avere una bambina.

(NdA: Pittoreschi? Buffi? Fanno tristezza? Non lo so. A me fanno tenerezza)

Valeria

venerdì, febbraio 23, 2007

Spostamenti

C’è uno sport molto praticato nella mia azienda: lo spostamento delle persone da una stanza all’altra. Nessuno sa perché, e le ipotesi si sprecano. In realtà pochi di questi spostamenti hanno una motivazione reale, come ad esempio una riorganizzazione interna che miri ad ottimizzare i processi. No. Si vocifera che spostino le persone per giustificare i costi della logistica. Oppure per creare un senso di insicurezza, non facendo mai affezionare le persone alla propria sedia (meta-forica e metà-no), tenendole sempre nella consapevolezza che "si sta come d'autunno sugli alberi le foglie". Oppure è solo che il capo del personale sta facendo dei corsi serali di Feng-shui e si esercita su quello che ha.

Succede che un giorno qualsiasi uno degli addetti alla logistica viene da te e ti dice: “Giuliana, lo sai che devi spostarti?”
Io: “Devo spostarmi? Perché?”
Lui: “Non so, non devi chiederle a me queste cose”
Io: “Ok. Quindi mi sposto. Dove?”
Lui: “Nella stanza XY”
Io: “Ma è tutta piena, dove mi mettono?”
Lui: “No, anche loro si devono spostare”
Io: “Ah”
Lui: “Eh”
Io: “Dove?”
Lui: “Qui”

Dopo un breve ma assordante silenzio, la conversazione riprende.

Lui: “Allora, quando è meglio per te?”
Io: “Non so… La prossima settimana?”
Lui: “No, volevo dire: ora o durante la pausa pranzo?”
Io: “Vabbè, allora dillo!”
Lui: “…”
Alza le spalle, e con lo sguardo si scusa, ma insomma, il fatto è che tu ti devi spostare punto e basta. Subito.

Ok.

Mi alzo e raccolgo le cose. Ormai facciamo in fretta. Non appendiamo più niente alle pareti, niente oggetti personali sulla scrivania, perchè fanno solo perdere tempo in caso di spostamento.

E vado a ricominciare in un’altra stanza, con nuovi compagni di banco. Dove come sempre all’inizio si prendono un po’ le misure e di solito ci si schifa a vicenda, poi si comincia a rompere il ghiaccio, poi si riesce anche a divertirsi ogni tanto, poi si istituzionalizzano dei riti (il caffé, la sigaretta, la chiacchiera, lo sfottò, il capro espiatorio,…), poi ci si ritrova a pensare che sono proprio simpatici i tuoi coinquilini, e ci vai anche a pranzo, uno, due giorni, una settimana.

E poi arriva l’addetto alla logistica che ti dice: “Giuliana, lo sai che devi spostarti?”

Miiiii, che stress!

giovedì, febbraio 22, 2007

Il Carnevale Ambrosiano e le Ceneri del Governo

Nella diocesi di Milano e in alcune delle diocesi vicine, la quaresima più tardi che nel resto d’Italia, e il carnevale termina il sabato, 4 giorni dopo rispetto il martedì in cui termina dove si osserva il rito romano.

La tradizione vuole che il vescovo Ambrogio fosse impegnato in un pellegrinaggio e avesse annunciato il proprio ritorno per carnevale, per celebrare i primi riti della quaresima in città. La popolazione di Milano lo aspettò prolungando il carnevale sino al suo arrivo, posticipando il rito del mercoledì delle Ceneri alla domenica successiva.

I milanesi sono fatti così: intraprendenti e rispettosi della gerarchia. E sboroni, anche, se c’è da divertirsi. Da oggi a domenica il carnevale impazzerà per le strade di Milano, con buona pace di Santa Romana Chiesa, che dopo svariati tentativi, nei secoli, di ridurre alla ragione questi meneghini debosciati, se ne è fatta una ragione essa stessa.

Intanto…

Intanto a Roma si consuma il Mercoledì delle Ceneri. Del Governo. Ho trovato superfluo cercare altrove per sapere come andò, dopo aver ascoltato alla radio questa poesia di Marco Ardemagni per Caterpillar. Qui il podcast.

Ah, che c’entra Milano che ride? Questa è facile, mica la devo dire io.

El miercole de Ceniza de el gobierno

Miercole de ceniza:
la mayoridad se despierta
a las tres de la tarde en la calle,
sobre la caretera
en el barrio Santa cruz? No.

La mayoridad se despierta
en el Palacio Señora

La mayoridad se despierta
en el senado
con sus ojos de pajaro
con sus ojos de pajarito muribundo
que le falta la semillas

Y el senado escucha escucha bigotito.
Y bigotito habla
habla
habla
y el senado lo mira

lo miran los senadores de la mayoridad
lo miran los senadores de la minoridad
lo miran los senadores de la vida.

Pero mira!
un caballeros esta saliendo de la sala!!!
Quein es el caballero?
No hay problema: es el senador Ferdinando Rojos

Ayyy Ferdinando Rojos!!!!
Donde el va?
Donde va el Ferdinando Rojos?

La mayoridad lo llama
El pueblo pregunta
Pero nadie contesta.

Y mira, mira, otro hombre
esta saliendo
es Franco Turigliatto

Ayyyy Franco Turigliatto!!!!
Adonde Vas,
Vuelve aqui, mi querido

La mayoridad lo llama
Pero Turigliatto no la escucha

Y que hace Julio
que hace el picon?

Ay Julio, ay Picon!!!!!

Votaran contra!
Votaran contra el gobierno!

A las tres de la tarde
A las tres in punto de la tarde

Afortunadamente hay el senador Pininfarina
que puede votar con la mayoridad
y lo van a tomar con el coche
Brum brum senador Pininfarina!

Ayyyy Pininfarina!!!
Que haces, traidor!!!
Cria Valerio Zanon

Ah ah ah
Yo lo sabia
Rie el senador Schifani!

Hoy es el miercoles de ceniza
Se quema el gubierno!
Vamos a recoger la ceniza del gobierno.

Ay gobierno!!!!
Es demasiado facil
hacer la mayoridad
con los senatores de los otros!

martedì, febbraio 20, 2007

Il posto della felicità

Amore, facciamo un progetto? Così:

1) cambiamo lavoro
2) ingrandiamo la casa
3) siamo felici

“Non si potrebbe mettere la felicità al primo posto?”
Amore mio, io ce la metterei pure, se non che non è così facile. Vedi, il fatto è che negli ultimi anni mi sono abituata a pensare in piccolo, a godere delle piccole cose, perché quelle grandi, vuoi l’età, vuoi un raggiunto equilibrio peraltro mai verificato, vuoi le mazzate... le cose grandi, dicevo, ho cominciato a considerarle archiviate. Peccato che le piccole cose ti diano solo piccole felicità, soddisfazioni effimere e fugaci compiacimenti che oggi ci sono e domani neanche te li ricordi. Le piccole cose servono a sopravvivere, mica a vivere.

“Con un esistere da nano e nella mente sogni giganti…”
Sì, proprio questo. Adoro il tuo gusto della citazione, sempre ricercata ma non snob, te l’ho mai detto? No, non credo proprio di avertelo detto. Deve essere un’altra di quelle cose che l’età, l’equilibrio, le mazzate, si sono portate via.
Perché il fatto è che io mica li ho abbandonati, i sogni giganti. Li ho solo messi là, da parte solo per un po’, perché in questo momento ho altro da fare. Ma giganti davvero, i sogni, eh! Che so, vincere il Nobel per la letteratura (lo so, non lo vincerò grazie a questo blog, ma che ne sai, amore mio, che un giorno non mi venga l’ispirazione e non ti confezioni in quattro e quattr’otto un’opera prima da paura? e allora tutti e quattro i miei amici lettori potranno dire “io la conosco! teneva un blog sgarrupatissimo!”), mettere in piedi un’azienda e poi stare a guardare dal balcone della cucina mentre Bill Gates si attacca al nostro citofono per scongiurarmi di vendergliela, e magari permettersi anche il lusso di dirgli di no.
Oppure anche mettere insieme undici artisti, e disegnare una collezione di abbigliamento, e darla in pasto a loro, che ne facciano la loro tela. La mostra dell’anno scorso era un sogno gigante, e anche vedere le signorine che indossano le gonne e i top e le borse disegnate da me è un sogno gigante, e lo vedi che si è realizzato? Di questo devo ringraziarti, amore mio, e anche del sorriso che avevi in faccia dopo aver messo in piedi l’allestimento più blasé della settimana del design. Non l’ho detto io.
E se ci pensi mentre eravamo lì eravamo felici. Stanchi e felici. Oggi non riesco a spiegarmi come facevamo a lavorare in quel modo nonostante il lavoro, quello vero, salariato, e il bambino, e tutto il resto. È stato un miracolo? Non credo. È solo che quando hai un progetto, una passione, tutto il resto diventa più facile, routine.

“Il problema è che tu hai una paura fottuta della normalità”
Lo so. Non credere che non ci abbia lavorato, che non ci lavori costantemente, tutti i giorni, tutti i momenti. Non ho la gastrite per nulla. Però non è della normalità che ho paura, è che la normalità fa presto a diventare mediocrità, e questa sì che mi paralizza. Perché non ho strumenti per combatterla, perché è mostruosamente forte, la mediocrità, ed è sicura di sé come nient’altro sa esserlo. Si espande, è un blob, e si nutre di noi, delle nostre capacità, delle nostre parole vuote e delle nostre parole piene di senso, di quello che facciamo e di quello che pensiamo. E dei nostri sogni. E ci striscia addosso nelle vesti più diverse, quelle di un collega, di un vicino di casa, di un amico, a volte, anche. E ci succhia via la volontà e ci lascia solo gli spiccioli, le piccole cose, un po’ amare, però, anche se non per tutti hanno lo stesso gusto. Perché quella che tu chiami normalità è una condizione irrinunciabile per sopravvivere. E dove non c’è che sopravvivenza i mediocri vengono continuamente celebrati, dai loro simili ma non solo.
Forse dovrei frequentare qualche corso, tipo quelli in cui ti fanno camminare sui carboni ardenti, o quelli di PNL dove ti insegnano a essere più assertive. Sì, perché poi io parlo, parlo, ma alla fine sono schiacciata dalla timidezza, dall’educazione, dalla mia storia di donna in un mondo di uomini. Dove i bambini imparano a giocare e le bambine invece vengono ammaestrate. Io parlo, parlo, ma sorrido sempre quando dico qualcosa, e non mi rendo conto che sorridere fa sì che gli altri non mi prendano abbastanza sul serio; e il fatto è che mi hanno insegnato così, perché una bambina se non sorride è una musona e questo non sta bene. Ma sto divagando, qui non si tratta di essere uomini o donne, qui si parla di essere uomini o caporali.

Amore mio, ti farò una proposta. Facciamo un progetto, e mettiamo la felicità al primo posto. Dal secondo in poi, però, non ci accontentiamo di nulla che sia inferiore ai nostri sogni più esagerati. Perché se il podio è troppo in discesa, anche la felicità scivola via.

lunedì, febbraio 19, 2007

Un tranquillo zapping di paura

La serata della domenica è pigra, orientata più alla fine del week end che all’inizio ormai prossimo della settimana. C’è un appuntamento che cerchiamo di non mancare, ed è quello con Fazio, così garbato e intelligente, mai sguaiato. O quasi, perché quando è il momento della Littizzetto può diventare, a scelta, fantasticamente pirotecnico o barbaramente triviale, ma sempre con intelligenza.

Poi però basta. Dopo questo interludio e dopo aver messo a nanna il pupo con qualche linea di febbre (cosa che mi crea sempre un certo disagio e mi porta ad una grave forma di difficoltà di concentrazione – che io abbia bisogno del Ritalin?), abbiamo prontamente accantonato l’idea di guardare un film in inglese e ci siamo messi a fare uno zapping abbastanza svogliato.

Imbattendoci in:

1) Niente di personale, La 7. Si parlava di satira, molto interessanti gli ospiti, molto interessante l’argomento. Ma, in termini puramente estetici, non si poteva non notare l’improbabile giacca a quadretti di Antonello Piroso. Che sia daltonico? Che lo sia anche la costumista? Che sia successo qualcosa alla costumista?

2) Amici, Canale 5. Sempre per la serie “giacche immonde”, la De Filippi indossa un coso così composto: coprispalle gessato con revers e spalline, molto strutturato, tipo pezzo di sopra di una giacca maschile; reggiseno nero a vista; parte di sotto della giacca, un po’ difficile da decifrare nei dettagli, ma che di sicuro lascia scoperta la schiena nel punto in cui è attraversata dal reggiseno. Ora, io mi domando e dico: magari questo è un pezzo a tiratura limitata di uno stilista da paura, che so, Martin Margiela o Comme del Garcons, insomma di quelli che quando guardi il cartellino del prezzo ti bruci; e effettivamente la giacca ha il suo perché. Ma non in prima serata. In prima serata ha effetti devastanti sulla digestione della pizza ordinata per telefono. C’è da dire che la De Filippi in prima serata tende di per sé ad essere piuttosto indigesta, ma quando è troppo è troppo! Chi è che si preso la briga di dirle che se fosse un po’ più femminile forse risulterebbe meno astringente?

3) Distraction, Italia 1. Mentre cambio canale vedo gli interni di un’auto devastati e penso a Bagdad, oppure a Parigi, dove evidentemente le banlieues devono aver ricominciato a farsi sentire. No. Quella era una macchina nuova. Che un’orda di concorrenti incattiviti stava distruggendo con certosina precisione e scientifico accanimento.

Allora, passi per le giacche che ti accapponano la pelle, che lì si tratta di gusto estetico, e insomma più di tanto non si può discutere. Ma l’auto distrutta? Io non mi capacito. Non ho nulla contro i quiz – di ogni ordine e grado – anche se non li seguo, e non mi interessa pontificare su quanto sia immorale distribuire dei soldi a persone che non sempre sono dei geni della lampada. Però questo proprio no. Il vandalismo in diretta no, questa è volgarità, non solo, è cattivo gusto, istigazione. È la rappresentazione metonimica del consumo a tutti i costi. E la concorrente? Era lì che non sapeva se ridere o piangere, guardava la macchina e non ci credeva, e si sforzava di rispondere, ma aveva occhi solo per quella che stava per essere ridotta a una carcassa.

Ecco, ieri sera la tv mi ha fatto proprio schifo. Nemmeno Mirabella poteva essere d’aiuto: parlava di prostata!

La giornata della lentezza

Topozozo segnala per oggi una lieta ricorrenza, la Giornata della Lentezza.

Aderisco con (lento) entusiasmo.

giovedì, febbraio 15, 2007

Dove andiamo in vacanza quest’anno?

A un certo punto, inesorabile, arriva il momento di parlare di vacanze. Di solito verso aprile, maggio, perché col bimbo ci si deve organizzare un po’ per tempo, se no poi diventa tutto più complicato e per niente rilassante.

Una volta non era così. Semplicemente, a metà luglio, si cercava una barca: già fatta, da riempire, col circolo velico, con altra gente, non importa, ma insomma più o meno andare in vacanza significava salpare. Ora no.

Insomma, un paio di giorni fa mio marito mi fa: “Che facciamo per le vacanze?”
Io: “Quali vacanze?”
Lui: “Quest’estate”
Io: “Ma siamo a febbraio”

Perché questa cosa delle vacanze a me un po’ mi sturba. Cioè: le vacanze dovrebbero essere un momento di relax e di rigenerazione, lo dice anche lo statuto dei lavoratori (non sto citando testualmente, quindi non c’è bisogno di mettere i puntini sulle i); però a patto che siano fatte come Dio comanda, perché se no diventano uno strazio. Per esempio due anni fa.

Due anni fa partiamo da Milano, io e Alberto e il piccolo, alla volta di Marina Romea, ridente località balneare vicino Ravenna, che la zia ottantenne di Alberto chiama Marina Dormea, e questo già mi avrebbe dovuto insospettire. Partiamo, ma non da soli, perché la mamma di Alberto si è appena rotta, in particolare si è rotta il bacino, e dunque non è il caso di lasciarla a casa sua in balia delle badanti, e visto che una delle figlie si è fatta il suo turno, è giusto che ora noi ci facciamo il nostro.

La casa è bella: una villa con uno splendido giardino con tanto di amache e barbecue, con le biciclette per andare in giro, e due bagni, e la lavatrice e la lavastoviglie (accessori da me massimamente apprezzati). Il mare, nonostante si trovi dove si trova, tutto sommato non è neanche malaccio, e comunque per il bimbo è un sogno: spiagge attrezzate, giochi, acqua bassa, insomma meglio di così. Per il resto, Marina Romea è davvero il paradiso dei dormiglioni: ci sono solo ville nella pineta, due bar, due pizzerie e i bagni tutti in fila lungo la litoranea. Non volendo scandalizzare mia suocera e traumatizzare mio figlio non mi sono suicidata seduta stante.

Arriviamo che c’è un bel sole. Compriamo un po’ di piadine per il pranzo e ci accomodiamo nel patio. Tempo di finire le piadine, si rannuvola. E comincia a piovere. E durante le nostre due settimane di vacanza smetterà solo per due mezze giornate, che coincidono con quelle in cui vediamo il mare. La temperatura, a ferragosto, è quella di un Capodanno in Calabria: col maglione si sta bene. Un paio di volte abbiamo anche acceso i termosifoni.

Ci raggiunge mia sorella, ansiosa di passare un periodo un po’ più lungo delle usuali 36 ore con il nipote. E così le nostre serate diventano molto più divertenti, in tre a chiacchierare o a leggere nel patio, invece che solo in due, visto che la nonna e il nipote a un certo punto si ritirano. Saggiamente, fra l’altro: perché quell’anno Marina Romea era infestata dalle zanzare. Tigre al mattino, normali la sera. Fameliche, assetate, assatanate, si ficcavano sotto i jeans le più piccole e pungevano attraverso le più grandi. Gabriele strillava e scappava per tutto il giardino, ridotto a una maschera inguardabile.

Quindi la giornata tipo era:
- sveglia alle 8 (mica perché siamo mattinieri, ma perché Gabriele a quell’ora ha fame)
- accensione di zampirone nel patio (operazione che si ripete più volte nel corso della giornata, unitamente allo spargimento di autan su ogni centimetro di pelle scoperta)
- colazione
- vestizione (jeans, t-shirt e maglione, il giorno più bello è stato quando ho trovato un pile in un armadio)
- lettura nel patio
- preparazione pranzo
- pranzo
- sonnellino
- lettura nel patio
- preparazione cena
- cena
- nanna per nonna e nipote, lettura per gli altri

Insomma, una bella roba.

Così, un paio di giorni fa, mio marito mi fa: “Che facciamo per le vacanze?”
Io: “Quali vacanze?”
Lui: “Quest’estate”
Io: “Ma siamo a febbraio”
Lui: “Sì, ma pensavo che potremmo sentire se è libera la casa di Marina Romea”
Io: “…”
Lui: “Beh, perché c’era cattivo tempo, se no…”
Io: “…”
Lui: “Potremmo invitare anche i nonni, qualche sera ci fanno da baby sitter…”
Io: “Sì”
Lui: “…”
Io: “E se invece andassimo a New York a vedere il concerto dei Police?”

mercoledì, febbraio 14, 2007

Buon S. Valentino!

E chi che è una festa troppo commerciale, e chi che c’è la strage delle rose, e chi che mica ci vuole una festa per ricordarsi, eccetera eccetera eccetera. E allora! Vi volete smollare un po’ o no? Quante occasioni avete voi, davvero, per festeggiare? A parte le feste comandate, intendo. Festeggiate perché avete cambiato taglio di capelli? O perché vostro figlio ha per la prima volta pronunciato la “erre”? O perché il lui di casa ha riempito la lavastoviglie? Ovvio che no. Questi sono semplici accadimenti della vita, mica cose da festeggiare, benché in sé siano degne di nota. E allora dai oggi, dai domani, le occasioni per le quali gioire, delle quali rendersi conto con più attenzione, diventano davvero poche: una nascita (festa enorme), un matrimonio (festa grande), un aumento di stipendio (cena per due), una vincita alla lotteria (dipende dall’entità, si va dal brindisi al caffé in terapia intensiva coronarica). Ho capito, ma quante volte capitano questi eventi nella vita? Uno, tre, cinque? E una persona può non cedere al grigiore avendo in prospettiva solo una, tre, cinque occasioni nella vita di fare festa?

Nonononono, S. Valentino va festeggiato. Come Natale, la festa del papà, il Primo Maggio. La festa della Donna, quella ideologicamente mi rimane un po’ sullo stomaco, devo ancora risolverla, inserendola nel giusto quadro antropologico di riferimento, per cui magari ci ritorniamo a tempo debito.

Festeggiamo S. Valentino in qualunque modo, ma festeggiamolo. Non facciamo sempre quelli superiori a queste espressioni di mediocrità che sono le ricorrenze popolari e le feste comandate. Scendiamo dal piedistallo e abbiamo il coraggio di sorridere. Tanto per il resto non è che ci sia tutto ‘sto granché da sganasciarsi.

martedì, febbraio 13, 2007

Quando dico Dico

Quando dico Dico so già che sono su un terreno minato. Il fatto è che quando dico Dico io sono parecchio confusa, e cerco di spiegarmi, così magari alla fine tutto risulta più chiaro anche a me.

Io e il mio attuale marito abbiamo convissuto per due anni prima di sposarci, e sì, ci sentivamo una famiglia, anzi lo eravamo. All’epoca vivevamo ancora nella casa nomade, e facevamo cose da single ma in coppia, insomma tutto parecchio rutilante e sempre in movimento, ma ciò non toglie che ci sentivamo una famiglia. Finché una sera, non so né per come né perché, lui mi ha detto, semplicemente: “Sposiamoci”. Io ho pensato che scherzasse, e gli ho di sì, ridendo. La mattina dopo però mi è sorto il dubbio che invece dicesse sul serio. Ci ho pensato tutto il giorno, e quella sera, facendo l’indifferente e prendendola alla larga (perché che figura ci faccio se lui davvero scherzava?) gliel’ho chiesto, e lui mi ha confermato che sì, era serio, mi aveva davvero proposto di sposarci (che non è esattamente “proposto di sposarlo”). Non ci è venuto neanche in mente di chiederci perché, ma mi sento di escludere che fosse per questioni fiscali o patrimoniali o sanitarie o quant’altro. Fatto sta che a quel punto ci sentivamo una famiglia lo stesso, ma un po’ di più, con la casa nomade e le cose da single ma in coppia e tutto il resto. Immagino che, anche se ci fossero stati i Pacs, o i Dico, o i Chessoio, ci saremmo sposati lo stesso. Scelte.

Ora, io spero con forza che i Dico passino, prima di tutto per assistere alla vittoria della Rosy Bindi che si mette contro Sua Santità (mi sento solidale con lei, anzi, la ammiro proprio, non c’è alcuna ironia).
Lo spero, a dir la verità, soprattutto per le coppie omosessuali, altrimenti condannate a rimanere cittadini di serie B per l’esclusione da diritti sacrosanti quali quello di assistere il proprio compagno/a, e perché no, quello di ereditarne i beni. Lo spero, per le stesse ragioni, per le coppie di fatto (due sorelle, zia e nipote, ecc. ecc.), che pur vivendo insieme da una vita si vedono negare quegli stessi diritti. Mi è abbastanza indifferente, invece, per le coppie di conviventi etero, e per un motivo molto semplice: loro hanno un modo per acquisire questi diritti, e i casi in cui non è possibile il matrimonio sono estremamente rari (un divorzio che non arriva, mi viene in mente, qualcuno ne ha altri?), e dunque possono, in qualsiasi momento, passare dall’altra parte della barricata.
Lo ripeto, giusto perché non ho intenzione di passare per la papista che non sono: io ho convissuto, molti miei amici convivono, alcuni di loro hanno figli, e non le considero famiglie diverse dalla mia. Dirò di più: nonostante sia una cosa sancita dalla Costituzione, non capisco il motivo per cui la famiglia debba essere esclusivamente quella basata sul matrimonio (a parte la questione della poligamia, naturalmente, ma allora questa diventa una norma di carattere culturale).

Però vorrei che qualcuno mi spiegasse la posizione delle coppie conviventi più oltranziste. Mi spiego meglio. Sentita in TV (L’Infedele, la scorsa puntata): “Noi che non siamo sposati dobbiamo rinnovare quotidianamente la nostra promessa, mica la facciamo una volta per tutte come quelli che si sposano”.
Allora io devo aver saltato un passaggio, perché non mi è stato messo nessun chip della fedeltà-e-amore-eterno quando mi sono sposata. È come dire che dopo il matrimonio le donne ingrassano. Certo, tutte possono ingrassare, più o meno, ma è dopo una certa età, non dopo il matrimonio, quello succedeva negli anni 50.
Poi la signora (perché dopo i 18 si è tutte signore, mica per via dell’anello) continua: “Un matrimonio dura in media 4 anni, le nostre unioni possono durare una vita”.
Auguri, me ne compiaccio. Ma ti ascolti quando parli?

Qualcuno può essere così gentile da spiegarmi che cosa significa? Qual è l’argomentazione? Qual è la differenza tra il matrimonio e un patto che garantisce gli stessi diritti del matrimonio? Una firma è una firma, nessuno obbliga nessuno a dire sì davanti a un prete. Qual è il punto?

giovedì, febbraio 08, 2007

Citofoni & comunisti

Pare che il mio citofono abbia ripreso a funzionare. Il che è un bel vantaggio, perché non è divertente dover andare giù a prendere le persone dirette a casa mia. Soprattutto è un bel vantaggio poter ricominciare a fare la spesa online: senza citofono non si può, perché chi consegna non può telefonare (al contrario degli amici).

C’è solo una persona che, citofono o non citofono, è sempre arrivata davanti alla mia porta: Antonio, un ragazzo del gruppo leninista che ha sede vicino casa, e che ogni mese, da ormai quasi quattro anni, mi porta Lotta Comunista, il loro giornale. Non ho mai capito come facesse, lui, ad entrare sempre. Un inciso ideologico: trovavo i leninisti fuori di testa già quando ero all’università (durante un’occupazione continuavano a trasmettere letture dalle opere di Lenin per 12 ore al giorno attraverso degli altoparlanti lungo tutta via Zamboni: faceva molto Grande Fratello, quello di Orwell, e quindi ho deciso che solo dei fuori di testa potevano concepire una tale cavolata), e col tempo la mia posizione in merito non è cambiata. Dicono cose anche interessanti, a volte, peccato che non facciano mai niente. Quindi fuori dalla mia agenda. E poi trovo Lotta Comunista un giornale illeggibile. Pesante, contorto, troppe risposte definitive per chi, come i suoi editori, si fabbrica da solo anche le domande. E però ho iniziato a comprarlo, perché Antonio mi stava simpatico, e soprattutto perché per un breve e drammatico momento della mia esistenza era praticamente l’unico adulto con cui riuscissi ad avere una conversazione che non contemplasse tra i suoi topic pannolini e pappe e cacche molli.

Antonio è comparso alla mia porta durante il mio periodo di maternità. Sola a casa col piccoletto, grande innamoramento ma carenza di argomenti, per giunta era inverno e quindi non si poteva neanche uscire granché. Col marito che tornava dal lavoro a ore folli non è che fosse un gran vivere. La chiacchierata sui massimi sistemi dava una tregua, per quanto breve, alla depressione che avanzava. Antonio rimaneva sempre sulla porta, e lì, tutti e due in piedi, potevamo, all’epoca, andare avanti anche per un’ora a parlare. Io gli ho subito esposto la mia posizione in merito – compresa la storia dei matti di via Zamboni -, ma lui ha detto che non importava, che gli faceva piacere lo stesso.

Una sera è successa una cosa imbarazzante assai. Gabriele era occupato a mangiare, Alberto era in ufficio e io, visto che la serata era ancora lunga, mi ero aperta una birra. E ne avevo generosamente attinto, a quanto pare, perché, arrivata la citofonata di Antonio, sono andata ad aprirgli il portone con più entusiasmo del solito. E intanto che lui saliva (non essendo allenato, è più lento di me a fare i 5 piani) ho continuato ad attingere, mentre mettevo su la cena. Così, quando è arrivato, per la prima (ed unica) volta l’ho invitato ad entrare in cucina.

Io: “Ti dispiace se intanto continuo a cucinare?”
Antonio: “Figurati, non voglio farti perdere tem…”
Io: “Vuoi una birra?” (stappo prima che lui mi risponda)
Antonio: “… ehm… grazie, non è…”
Io: “Allora, qual è il grande tema del mese?”
Antonio: “Sì. Questo mese c’è un articolo interessante sulle elezioni, esponiamo le nostre tesi…”
Io: “Che c’entrate voi con le elezioni? Non siete astensionisti? Anzi, guarda, è un sacco che te lo devo dire, questa cosa qua a me fa proprio schifo, che testa si deve avere per essere astensionisti? Come vi viene in mente??? Volete riconsegnare l’Italia alla destra?????? E che destra!”
Antonio: “No, non è che…”
Io: “Non avete alcuna giustificazione! Siete degli irresponsabili! E ne andate anche fieri!”
Antonio (cominciando a sudare): “Certo, perché la nostra attività…”
Io: “Attività ‘sta cippa! Attivo è chi fa delle cose, mica chi se le racconta e basta! La birra”
Antonio: “…?”
Io: “La birra, non bevi? È vero, non ti ho dato il bicchiere. Te la versi da solo, vero?”
Antonio: “Non ti preoccupare del bicchiere… comunque dicevo che…”
Io: “Sono io che dicevo. E dicevo che francamente vi considero un branco di ragazzini viziati, tutto il tempo a blaterare, e la situazione internazionale, e il socialismo, e la sede di Parigi… Ma che cazzo ve ne fate di una sede a Parigi, si può sapere? E perché non se la pagano i parigini, ‘sta sede, invece di farsela finanziare da voi? Vedi che siete dei mammuzzoni inutili?” (ho detto proprio così, mammuzzoni inutili, ndr)
Antonio (ha i lucciconi negli occhi): “Invece no, ti sbagli, la nostra posizione è…”
Io: “La vostra posizione è a 90! Voi neanche esistete per il mondo! Chi fa esiste, chi parla e basta non serve a nessuno, neanche a se stesso! Si può sapere perché non bevi?”

(Antonio vorrebbe scappare ma non sa come fare. Intanto Gabriele ci guarda tutto contento dal suo seggiolino sospeso al tavolo. Uno show così neanche a Un posto al sole l’aveva mai visto).

Antonio: “No, sono a stomaco vuot… Senti, facciamo così, io ora vado che si è fatto tardi, però un giorno tu vieni in sede, ti faccio parlare con uno degli anziani…”
Io: “Uno degli anziani??? E perché, ti sembra che possa essere interessata? Cos’è, mandano in giro i giovani e poi quando non sapete cosa dire ci spedite dai vecchi?”

(Antonio si chiude il cappotto. È tutto sudato, cammina all’indietro cercando di guadagnare la porta. Probabilmente pensa che sto per picchiarlo. Gabriele se la ride beatamente, guarda il nostro ospite e batte le mani).

Io: “Te ne vai davvero? Sì, in effetti è un po’ tardi… E io non ho ancora cucinato… Comunque lo sai che non riesco a venire da voi, il bimbo dove lo lascio?”
Antonio: “Portalo con te. Ora però devo andare, devo proprio andare. Vado, eh? Ci vediamo il mese prossimo. Ciao!”

È fuori in un baleno. Non mi ha neanche lasciato il giornale. Pazienza, me lo porterà la prossima volta, tanto lo uso per lavarci i vetri.
Gabriele sorride felice. Che sagome, ‘sti comunisti!

lunedì, febbraio 05, 2007

Splendidi quarantenni

La musica è quella di una quindicina di anni fa.

Al Soul-to-Soul, disco-bar di Brera, uno dei primi disco-bar, parecchio esclusivo, non foss’altro che perché ci voleva una tessera che valeva un anno, sì, ma costava 30.000 lire, e poi si pagava anche l’ingresso, che non era regalato, e le consumazioni erano più care che altrove. Per questo non l’amavamo tanto, noi del gruppone.

Oppure ai Magazzini Generali, appena aperto. Quello invece sì che ci piaceva un sacco, pur non essendo discotecari. Perché c’era Demo Morselli con la sua band, Demo che ancora non era andato a Canale 5 e faceva battere il cuore a tutte le ragazze. Quando eri nei pressi dei Magazzini arrivava da dentro questa musica che ti sembrava che stesse suonando la Big Band di Glenn Miller, e poi entravi e sul palco c’erano una trentina di talenti del jazz, che per una sera la settimana si divertivano e mettevano in piedi un repertorio funky, soul, pop che ti faceva sognare, e ti faceva ballare, e ti faceva cantare, e non avresti smesso mai. E infatti smettevi parecchio, parecchio tardi.

Il gruppone era uno strano insieme disomogeneo di emigranti e indigeni, che in comune non avevano granché (a parte il debole per Morselli e per una certa musica), ma che si muovevano sempre tutti insieme. Il problema, la maggior parte delle volte, era che il locale non fosse abbastanza grande per contenerci tutti. In effetti siamo arrivati a essere una trentina e forse più. Qualcuno lavorava da poco, altri, come me, facevano un master, altri ancora studiavano, bocconiani piuttosto atipici.

Perciò sabato, quando siamo andati a Brescia per i 40 anni di uno dei leader carismatici del gruppone, io e Giuseppe, altro superstite di quei giorni spensierati, ci chiedevamo se avremmo trovato qualcuno: ne è comparso solo uno, Max, che da allora non è cambiato di una virgola, non un capello in meno, non un chilo in più.

La musica però era la stessa. Il gruppo apre con un aggressivo Disco Inferno, anche se inciampa un po’ nei coretti – la vocalist è giù di voce, e a poco serve che si appelli al fonico: noi che abbiamo visto Demo in azione sappiamo che si può fare di meglio, e che il fonico non c’entra. E poi via con i grandi classici 70-80, quelli per intenderci che erano vecchi già quindici anni fa, ma che mettono un sacco di allegria e farebbero ballare anche le rocce.

Ma l’apoteosi è (ta-daaa!) quando i fiati attaccano una intro inconfondibile, e tutti si alzano e prendono posto davanti al palco, tutti in fila in un proto-ballo-di-gruppo, e ti sembra di vederli travestiti chi da poliziotto chi da indiano, perché, signori miei, c’è YMCA, e il rito collettivo si compie. Io ho una spalla mezzo rotta ma chi se ne frega, vuoi mettere YMCA, che c’è voluto un attimo a imparare tutte le mosse e ora mi sta addosso assai meglio della Macarena, e il Menejto, e chi più ne ha più ne metta. E si alzano braccia non più tonicissime, e si dimenano fianchi non più puberi e in alcuni casi già riprodottisi, e si battono mani, tutti insieme, che non lo si faceva più da un sacco. E su queste note si interrompono i discorsi su bambini e cambi di lavoro e ricerche di casa e suocere. E su queste note ci scopriamo tutti splendidi quarantenni, magari con lo sguardo meno incantato, ma con la consapevolezza, fortissima, che, almeno per questa sera, la vita sì che può iniziare a quarant’anni.

venerdì, febbraio 02, 2007

La ruvidezza di certe valutazioni

Update: la carta igienica ruvida è sparita. I casi sono due: o qualche posteriore molto in alto ha fatto le sue (giuste) rimostranze, o è stato appena dimostrato il potere dei blog :P

Qualche giorno fa, Titti raccontava in questo post di aver trovato un fossile al supermercato: il caffè di cicoria. Le sue osservazioni erano orientate al marketing, evidentemente, ma oggi ho scoperto una cosa che anch'io consideravo un fossile, e le considerazioni che mi vengono in mente sono più che altro di costume: nel bagno dell'ufficio c'è la carta igienica ruvida.

Io la carta igienica ruvida me la ricordo a casa di mia nonna, che la prendeva rosa ma c'era anche in verdino, credo; e mi ricordo anche di un periodo in cui nei negozi si poteva scegliere tra le due varietà (ruvida e morbida), ma poi, a partire da un momento che non saprei collocare nel tempo, ho sempre visto solo la morbida. Allora che cos'è questa storia? Trattasi di una fornitura ad hoc per la mia azienda? Perché se così fosse, allora la medesima sarebbe denunciabile per crudeltà mentale, visto che in questi giorni si discutono le valutazioni di tutti i dipendenti e non è che uno si senta proprio avvolto da dieci piani di morbidezza... Insomma, non so come esprimere il concetto senza ricorrere a metafore un po' forti, per cui mi fermerò qui.

Però c'è un'altra coincidenza che riguarda le valutazioni: si fanno sempre nel periodo dei saldi. In poche parole, intanto che ti brasi allegramente la carta di credito, in una stanza si sta decidendo se d'ora in avanti avrai ancora un conto in banca. E ancora: i negozi svuotano il magazzino, l'azienda pure.

C'è qualcosa di triste e di umiliante in tutto questo. Chi ha studiato per vent'anni non dovrebbe essere ancora giudicato, subire due esami all'anno, avere i voti. Chi ha studiato per vent'anni, tutt'al più, dovrebbe essere chiamato a rispondere delle cose che ha fatto o non ha fatto man mano che le cose succedono, e non processato in contumacia da un consesso di persone (stimabilissime per la maggior parte, per carità) che qualche volta neanche lo hanno mai visto in faccia.

E chi ha studiato per vent'anni, in ogni caso, non dovrebbe andare a fare pipì e trovare la carta igienica ruvida.