- Gabri, mi passi quei libri?
- Quali, mamma?
- Quelli sul primo scaffale. Passami prima tutti quelli con la copertina d’oro.
- Va bene. Ecco…
E Gabriele mi passa un libro dopo l’altro, io man mano li spolvero e li metto in una scatola di cartone. Avevo deciso di contarli, i libri, ma al ventesimo mi sono fermata: non ero neanche a metà scaffale, uno di quelli piccoli, della cucina, e in tutto ci saranno una trentina di ripiani, molti dei quali ospitano libri in seconda, tripla fila…
- Gabriele, adesso tu tieni molto bene quel lembo della carta, così io intanto la taglio…
- Ma scoppia!
- E sì (ridiamo sgangheratamente all’idea della carta che ci scoppia tra le mani)… Quando finiamo di mettere via i bicchieri te la do tutta, la carta che avanza, così scoppiamo tutte le bolle!
Questa è la parte più delicata: un pensile pieno di bicchieri di cristallo, che si rompono solo a guardarli. Prima di andare in ufficio (“Ma anche questo sabato?” “No, per la precisione anche domenica…” “Senti, ma non ti sembra di esagerare un po’?” “…” “…”) Alberto è andato a prendere ancora una decina di scatoloni e un enorme rotolo di carta con le bolle, destinata a salvare la cristalleria di casa. E ora io e Gabriele ci divertiamo un sacco: tagliamo la carta, ne facciamo dei fogli della misura giusta per metterci dentro un bicchiere per volta, poi lui mi passa i fogli, io incarto e metto negli scatoloni. Ho iniziato questo lavoro dopo aver liberato tre o quattro scaffali della libreria, giusto per ricominciare a respirare, visto che la polvere cominciava a darmi noia.
E il sabato va avanti così, finché una coppia di amici-con-bambino non mi strappa alla polvere e mi porta a provare un ristorante giapponese che Copyman mi ha consigliato tempo fa (Copy, se ci sei: buono il rapporto qualità/prezzo, ma personalmente continuo a preferire la sciura di via Pomponazzi… Comunque nel gruppo sono l’unica che la pensa così, per cui grazie della dritta!), e per tirarmi su mi riportano a casa con cannoli e cassate siciliane.
E la domenica più o meno va avanti così anche lei. A movimentare il tutto, solo il pranzo da Mac Donald e un caffé con i miei amici che si sposano fra tre settimane. Ai quali sto mostrando il lato più oscuro del matrimonio. Certa che ciò non influirà sulla loro decisione, non posso fare a meno di sentirmi un po’ in colpa.
Non sono certa di sopravvivere. Ma se ce la faccio, ogni tanto una riga, solo una per dire che sono viva, cerco di scriverla. E mi ridò un ordine.
lunedì, maggio 28, 2007
mercoledì, maggio 23, 2007
Una mano di bianco
Ci sono post che nascono così, da un titolo. Dietro, poi, sai benissimo che c’è tutto un mondo, ed è per quello che è venuto fuori il titolo: che è un mantra, si potrebbe dire. Questo è uno di quei post.
Una mano di bianco è quella che sto dando alla mia casa. Esecuzione letterale, peraltro, dal momento che, quando ci sono entrata, ho voluto ogni stanza di un colore diverso. Altri tempi, altro umore, altri spazi. Adesso non vedo l’ora che mi venga riconsegnata immacolata come un lenzuolo, per vedere ampiezza anche dove non ce n’è, interstizi luminosi anche tra le migliaia di suppellettili accumulate negli anni (e parzialmente eliminate per questa occasione, va detto).
L’unico modo in cui concepisco la mano di bianco è questo: quando significa rifare, dare una nuova anima, segnare una svolta. Un po’ come quando ci si tagliano i capelli nei momenti di crisi, o quando ci si fa un tatuaggio. Diversamente no. Il mio essere tutto o niente, acceso o spento, sempre o mai, mi impedisce di amare le soluzioni transitorie, i compromessi con l’anima, tutte le occasioni in cui “un po’ per volta”. Un po’ per volta è già tutta la vita, i singoli task devono essere una volta e per sempre. Come nel lavoro. Fare male una cosa significa solo porre le basi per doverla rifare con il doppio della fatica. No grazie, non per me.
Mi piacerebbe che questa mano di bianco alla casa aprisse un nuovo capitolo. Una volta è successo, questa casa ha già cambiato la mia vita una volta: ho accettato un’allettante offerta di lavoro il giorno stesso in cui ho iniziato il trasloco. E da lì per qualche anno c’è stata una sorpresa al giorno, come se quei muri colorati emanassero chissà quale portentosa pozione magica. Finché non hanno iniziato a scurirsi, i muri, e le stanze a riempirsi inesorabilmente, e tutti i vuoti sono spariti, riempiti di quotidianità, spesso soffocante, e la magia non ha avuto più modo di circolare, di raggiungere me e la mia famiglia.
Ecco, questa mano di bianco serve per far respirare di nuovo la casa, per aprire i suoi chakra, per lasciare che l’energia (sempre che ce ne sia) circoli ancora liberamente. E se no andrò a tagliarmi i capelli.
Una mano di bianco è quella che sto dando alla mia casa. Esecuzione letterale, peraltro, dal momento che, quando ci sono entrata, ho voluto ogni stanza di un colore diverso. Altri tempi, altro umore, altri spazi. Adesso non vedo l’ora che mi venga riconsegnata immacolata come un lenzuolo, per vedere ampiezza anche dove non ce n’è, interstizi luminosi anche tra le migliaia di suppellettili accumulate negli anni (e parzialmente eliminate per questa occasione, va detto).
L’unico modo in cui concepisco la mano di bianco è questo: quando significa rifare, dare una nuova anima, segnare una svolta. Un po’ come quando ci si tagliano i capelli nei momenti di crisi, o quando ci si fa un tatuaggio. Diversamente no. Il mio essere tutto o niente, acceso o spento, sempre o mai, mi impedisce di amare le soluzioni transitorie, i compromessi con l’anima, tutte le occasioni in cui “un po’ per volta”. Un po’ per volta è già tutta la vita, i singoli task devono essere una volta e per sempre. Come nel lavoro. Fare male una cosa significa solo porre le basi per doverla rifare con il doppio della fatica. No grazie, non per me.
Mi piacerebbe che questa mano di bianco alla casa aprisse un nuovo capitolo. Una volta è successo, questa casa ha già cambiato la mia vita una volta: ho accettato un’allettante offerta di lavoro il giorno stesso in cui ho iniziato il trasloco. E da lì per qualche anno c’è stata una sorpresa al giorno, come se quei muri colorati emanassero chissà quale portentosa pozione magica. Finché non hanno iniziato a scurirsi, i muri, e le stanze a riempirsi inesorabilmente, e tutti i vuoti sono spariti, riempiti di quotidianità, spesso soffocante, e la magia non ha avuto più modo di circolare, di raggiungere me e la mia famiglia.
Ecco, questa mano di bianco serve per far respirare di nuovo la casa, per aprire i suoi chakra, per lasciare che l’energia (sempre che ce ne sia) circoli ancora liberamente. E se no andrò a tagliarmi i capelli.
giovedì, maggio 17, 2007
A Simone che sta per diventare papà
Simone è un mio collega. Ha trent’anni (cosa che lo aiuterà molto a fare carriera) ed è molto bravo (cosa che non necessariamente lo aiuterà a fare carriera), e soprattutto sta per diventare papà.
Per le mamme c’è un ricchissima letteratura che ti dice cosa fare e cosa non fare quando arriva un bebé a scapigliarti la vita; molto meno per i papà. Lungi da me l’idea di colmare questa carenza di informazione. Vorrei solo dargli qualche insight da parte di una mamma.
Caro Simone,
abbiamo chiacchierato spesso di cosa significhi diventare genitori, ma so che ci sono cose che non hanno alcun valore quando riportate da altri, perché essere genitori è un’esperienza talmente personale che ognuno la vive in modo diverso. Però volevo dirti due cose così, da amica, anzi da mamma, che non riuscirò a dirti durante le pause pranzo e men che meno alla macchinetta del caffé. Tu però prendile per quello che sono: la trascrizione sotto forma di consiglio, del punto di vista di una che si è fatta cogliere impreparata dall’arrivo di una persona nuova in casa, con conseguenze non sempre esaltanti.
Quando arriverà il tuo bambino, succederà una cosa strana: tua moglie, quella che è stata la tua fidanzata, la tua amante, ecc. ecc., di colpo diventerà un’altra cosa, la madre di tuo figlio. Ecco, questa cosa falla durare il minimo indispensabile, il tempo di farle un regalo. Consono, mi raccomando. Poi basta, che torni ad essere tua moglie, e tu suo marito. E guardala, non lasciare che sia sola ad affrontare le cose straordinarie e catastrofiche (nel senso etimologico, di profondo cambiamento, di rottura) che avverranno nella sua testa, nel suo corpo, nella sua vita.
Forse ti sentirai trascurato, succede a molti neopapà. Non è che una mamma lo faccia apposta, è che c’è una persona che ha bisogno di lei per fare tutto e una che può fare da sola. Tu come ti regoleresti? Ma attento, perché lei non può fare da sola, anzi, non è giusto che faccia da sola. Una cosa che molti padri dimenticano in fretta sono i bei discorsi del periodo precedente la nascita, quando si dice che “il bambino si fa in due”. Beh, mi dispiace, ma dopo quasi sempre queste belle parole volano via. Fai in modo che non succeda anche a te. Fortunatamente tua moglie non fa il nostro mestiere, per cui riuscirà ad essere – mediamente – meno sotto pressione di te, sul lavoro. Il che non significa, però, che debba rinunciare alle sue aspirazioni e ai suoi interessi. A meno che tu non possa mantenerla (ammesso che a lei stia bene essere mantenuta), non chiederle di sacrificare la sua vita professionale per permetterti di procedere nella tua. Il figlio è di tutti e due.
Un’altra cosa che spesso accade, quando si diventa in tre sotto un tetto, è che di colpo si dà tutto per scontato, perché lei ci sarà sempre per suo figlio, e quindi anche per te. Beh, non è esattamente così. Il matrimonio e la maternità sono due passaggi bellissimi nella vita di una donna, ma possono diventare una prigione. Magari d’oro, ma sempre una gabbia, dove in alcuni momenti ti sembra di essere un criceto nella ruota. Quindi tienilo bene a mente: anche i criceti possono stufarsi, prendere su – eventualmente – i cricetini, e andare per la loro strada. Un figlio non è la garanzia di un rapporto di coppia eterno, è solo un rallentamento dei riflessi, per lo più temporaneo, che ti porta a rimandare, se ne hai, i progetti di latitanza. Rimandare, non cancellare.
Una cosa importantissima: lei e tuo figlio sono più importanti del tuo lavoro. Infinitamente più importanti. E quando ti capiterà di mettere avanti il lavoro – perché ti capiterà, stai tranquillo – assicurati almeno che loro possano fare a meno di te. Non costringerli ad aspettarti, se farai tardi la sera. Che se ne vadano in vacanza, se possono. Magari dai nonni, così è una vacanza anche per lei. Ma poi non dimenticarti di chiedere loro perdono.
Ecco, le vacanze sono un altro momento topico nella vita di una coppia con bimbo. Non servono a niente se non ti riposi, e se non ti diverti – addirittura! – almeno un poco. Quindi sceglietele con cura, usate i nonni, i fratelli, gli amici, insomma, fate che non siano la semplice trasposizione della vostra vita di sempre in una località di villeggiatura, per bella che sia. Se no tanto vale non farle.
Simone, vorrei dirti ancora un sacco di cose, ma credo di averti ammorbato abbastanza per il momento. Il resto lo scoprirai, lo scoprirete, da soli.
E adesso piantala di leggere cazzate e lavora!
Il tuo Senior
Per le mamme c’è un ricchissima letteratura che ti dice cosa fare e cosa non fare quando arriva un bebé a scapigliarti la vita; molto meno per i papà. Lungi da me l’idea di colmare questa carenza di informazione. Vorrei solo dargli qualche insight da parte di una mamma.
Caro Simone,
abbiamo chiacchierato spesso di cosa significhi diventare genitori, ma so che ci sono cose che non hanno alcun valore quando riportate da altri, perché essere genitori è un’esperienza talmente personale che ognuno la vive in modo diverso. Però volevo dirti due cose così, da amica, anzi da mamma, che non riuscirò a dirti durante le pause pranzo e men che meno alla macchinetta del caffé. Tu però prendile per quello che sono: la trascrizione sotto forma di consiglio, del punto di vista di una che si è fatta cogliere impreparata dall’arrivo di una persona nuova in casa, con conseguenze non sempre esaltanti.
Quando arriverà il tuo bambino, succederà una cosa strana: tua moglie, quella che è stata la tua fidanzata, la tua amante, ecc. ecc., di colpo diventerà un’altra cosa, la madre di tuo figlio. Ecco, questa cosa falla durare il minimo indispensabile, il tempo di farle un regalo. Consono, mi raccomando. Poi basta, che torni ad essere tua moglie, e tu suo marito. E guardala, non lasciare che sia sola ad affrontare le cose straordinarie e catastrofiche (nel senso etimologico, di profondo cambiamento, di rottura) che avverranno nella sua testa, nel suo corpo, nella sua vita.
Forse ti sentirai trascurato, succede a molti neopapà. Non è che una mamma lo faccia apposta, è che c’è una persona che ha bisogno di lei per fare tutto e una che può fare da sola. Tu come ti regoleresti? Ma attento, perché lei non può fare da sola, anzi, non è giusto che faccia da sola. Una cosa che molti padri dimenticano in fretta sono i bei discorsi del periodo precedente la nascita, quando si dice che “il bambino si fa in due”. Beh, mi dispiace, ma dopo quasi sempre queste belle parole volano via. Fai in modo che non succeda anche a te. Fortunatamente tua moglie non fa il nostro mestiere, per cui riuscirà ad essere – mediamente – meno sotto pressione di te, sul lavoro. Il che non significa, però, che debba rinunciare alle sue aspirazioni e ai suoi interessi. A meno che tu non possa mantenerla (ammesso che a lei stia bene essere mantenuta), non chiederle di sacrificare la sua vita professionale per permetterti di procedere nella tua. Il figlio è di tutti e due.
Un’altra cosa che spesso accade, quando si diventa in tre sotto un tetto, è che di colpo si dà tutto per scontato, perché lei ci sarà sempre per suo figlio, e quindi anche per te. Beh, non è esattamente così. Il matrimonio e la maternità sono due passaggi bellissimi nella vita di una donna, ma possono diventare una prigione. Magari d’oro, ma sempre una gabbia, dove in alcuni momenti ti sembra di essere un criceto nella ruota. Quindi tienilo bene a mente: anche i criceti possono stufarsi, prendere su – eventualmente – i cricetini, e andare per la loro strada. Un figlio non è la garanzia di un rapporto di coppia eterno, è solo un rallentamento dei riflessi, per lo più temporaneo, che ti porta a rimandare, se ne hai, i progetti di latitanza. Rimandare, non cancellare.
Una cosa importantissima: lei e tuo figlio sono più importanti del tuo lavoro. Infinitamente più importanti. E quando ti capiterà di mettere avanti il lavoro – perché ti capiterà, stai tranquillo – assicurati almeno che loro possano fare a meno di te. Non costringerli ad aspettarti, se farai tardi la sera. Che se ne vadano in vacanza, se possono. Magari dai nonni, così è una vacanza anche per lei. Ma poi non dimenticarti di chiedere loro perdono.
Ecco, le vacanze sono un altro momento topico nella vita di una coppia con bimbo. Non servono a niente se non ti riposi, e se non ti diverti – addirittura! – almeno un poco. Quindi sceglietele con cura, usate i nonni, i fratelli, gli amici, insomma, fate che non siano la semplice trasposizione della vostra vita di sempre in una località di villeggiatura, per bella che sia. Se no tanto vale non farle.
Simone, vorrei dirti ancora un sacco di cose, ma credo di averti ammorbato abbastanza per il momento. Il resto lo scoprirai, lo scoprirete, da soli.
E adesso piantala di leggere cazzate e lavora!
Il tuo Senior
lunedì, maggio 14, 2007
Annunci immobiliari
In stabile d’epoca
zona centrale, ad.ze metropolitana
attico e superattico
2 camere, sala, cucina abitabile, doppi servizi, ingresso soppalcabile, locale di servizio
palestra, aria condizionata
appena ristrutturato
Ecco, siccome oggi è un lunedì più lunedì del solito, ho scritto l’annuncio immobiliare, come lo farei io oggi se fossi un agente immobiliare, e se dovessi vendere la mia casa. Perché il lato bello di questo lunedì troppo lunedì è che ieri abbiamo finalmente spostato la nostra camera nella mansardina ex stanza degli ospiti. E quindi ora siamo i proprietari di quanto sopra. Più o meno. I dettagli in questo tipo di annunci non emergono se non alla visita dell'appartamento. Un dettaglio, per esempio, è che il tutto si manifesta in una metratura lillipuziana. Un altro dettaglio è che la palestra non è una stanza piena di macchine per tempestarsi di muscoli ma è costituita dai cinque piani senza ascensore. E così via.
Ma è tempo di prendere il buono, sennò si soccombe. E il buono è che i bidoni di giochi di mio figlio ora non invadono più "la sala", e che finalmente se qualcuno ha bisogno ha bisogno del bagno con urgenza può andare di sopra ed espletare con tranquillità.
Prendiamoci il buono.
zona centrale, ad.ze metropolitana
attico e superattico
2 camere, sala, cucina abitabile, doppi servizi, ingresso soppalcabile, locale di servizio
palestra, aria condizionata
appena ristrutturato
Ecco, siccome oggi è un lunedì più lunedì del solito, ho scritto l’annuncio immobiliare, come lo farei io oggi se fossi un agente immobiliare, e se dovessi vendere la mia casa. Perché il lato bello di questo lunedì troppo lunedì è che ieri abbiamo finalmente spostato la nostra camera nella mansardina ex stanza degli ospiti. E quindi ora siamo i proprietari di quanto sopra. Più o meno. I dettagli in questo tipo di annunci non emergono se non alla visita dell'appartamento. Un dettaglio, per esempio, è che il tutto si manifesta in una metratura lillipuziana. Un altro dettaglio è che la palestra non è una stanza piena di macchine per tempestarsi di muscoli ma è costituita dai cinque piani senza ascensore. E così via.
Ma è tempo di prendere il buono, sennò si soccombe. E il buono è che i bidoni di giochi di mio figlio ora non invadono più "la sala", e che finalmente se qualcuno ha bisogno ha bisogno del bagno con urgenza può andare di sopra ed espletare con tranquillità.
Prendiamoci il buono.
giovedì, maggio 10, 2007
Psicomaestre e ansia in corriera
Per favore, ditemi voi, che siete così saggi, come faccio a ritrovare l’equilibrio.
Sono un’ansiosa, lo ammetto. Mi è stata diagnosticata una gastrite da stress a 7 anni, e da allora me la porto dietro. Certo, in tutto questo tempo ho imparato a convivere con la cosa e a non apparire in pubblico col colorito verdino, la smorfia stampata sul viso e l’andatura ingobbita che caratterizza le persone che condividono con me questa simpatica modalità di esprimersi del nostro corpo. E però.
Oltre ad essere un’ansiosa, sono anche una che non ama l’atteggiamento di certi genitori che considerano geni i figli e idioti gli insegnanti che non li capiscono. Con questo spirito positivo sono andata al colloquio con le maestre di Gabriele.
Maestra L. (è la titolare della cattedra, se così si può dire): “Ah, Gabriele, bel caratterino!...”
Maestra P. (precaria nella stessa classe da 3 anni): “Inserito è inserito, eh? anche troppo…”
Maestra C. (precaria appena arrivata, avrà 19 anni): fa di sì con la testa, ripetutamente.
Io: “…”
Il discorso continua su temi leggeri per qualche minuto: è difficile far fare a Gabriele cose che non vuole fare o che non gli interessano, ha la sua baby-gang con cui fa un casino tremendo, devono dividerli. Ok. Fin qui si può sorridere. Ma poi…
Maestra L.: “Vede, il problema è che Gabriele è ancora fermo al gioco fisico…”
Maestra P.: “Non tiene l’attenzione per più di pochissimi minuti…”
Maestra C.: “Sì, sì!”
Maestra P.: “Non disegna ancora la figura umana!...”
Maestra L.: “Non ha interesse per le attività didattiche al di fuori del gioco…”
Maestra C.: “Sì, sì!”
Io sento di aver acquisito un poco dignitoso colorito terreo. Davanti a me ho Qui Quo e Qua che mi stanno massacrando e non posso fare niente, solo cercare di capire, mentre la mia sensazione di inadeguatezza rispetto al ruolo di madre mi sta sopraffacendo.
Approfitto di un attimo di tregua per spiegare che l’ultimo anno è stato parecchio pesante per la mia famiglia, che Gabriele ha reagito molto male all’ultimo ricovero di suo padre, credeva che fosse morto e che io gli stessi nascondendo la cosa, e insomma forse lui ha deciso di fermare il mondo attorno a sé perché così si sente più protetto. Mi rispondono che sì, può essere, ma manca l’ultima granata, prontamente lanciata dalla
Maestra L.: “Gabriele non si è evoluto, per me è lo stesso bambino che è entrato qui a settembre”.
A questo punto io vedo in un attimo tutti gli scenari possibili: disturbi dell’attenzione, poi dislessia, poi chissà. Di certo niente di buono. Forse dovrò trovarmi un lavoro part-time, così potrò accompagnarlo alle sedute di terapia…
“Del resto Gabriele è piccolino, ha solo 3 anni e mezzo, gli altri bambini sono più grandi”.
La voce della Maestra L. mi risveglia dal mio incubo.
“E quindi?”
“Magari quest’estate cambia”
Cerco di farmi dire cosa posso fare, che stimoli posso dargli, quali sono le cose a cui devo stare attenta. Cose così, insomma, quotidianità della pratica genitoriale. Alla quale io mi sento sempre più inadeguata.
Mi danno due consigli spiccioli (“gli faccia fare dei disegni, fate dei puzzle…”) e me ne vado. Ho promesso a Gabriele che passo al parco a prendere lui e la tata, così andiamo a casa insieme, oggi che è presto.
Arrivo al parco mentre un bimbo ha buttato a terra mio figlio e gli sta saltando sulla schiena. Lui piange come un pazzo, lo tiro su e la tata mi guarda con l’espressione di chi vorrebbe morire all’istante. Solo che in questo momento sono io che vorrei morire, e così il pestaggio mi sembra tutto sommato sopportabile.
Dopo questo siparietto, inizio a fare le mie indagini:
1. ne parlo alla tata, che mi accenna che hanno detto qualcosa del genere anche all’amico del cuore di Gabriele, ma non approfondisce; piuttosto mi consiglia di non preoccuparmi, che è ancora piccolo;
2. ne parlo a mia zia Eufemia, che oltre ad essere una balenga conclamata è anche un’insegnante elementare (ora in pensione) di chiara fama. Lei mi suggerisce, giusto per stare tranquilli, di fare una chiacchiera con la mia ex analista, solo per sapere se è il caso di preoccuparmi. Io chiamo la dott, ma intanto
3. approfitto della vacanza ravennate per parlarne con la cugina psichiatra, la quale come prima cosa scoppia a ridere e mi dice di cambiare scuola, poi approfondisce e mi spiega che è normale, e che lui sta elaborando il suo edipo, ecc. ecc. ecc.
4. vado dalla dottoressa, e dopo una lunga chiacchierata lei mi suggerisce di chiedere un altro incontro con la maestra, in modo da chiarire alcuni aspetti rimasti in sospeso (ad esempio, perché dopo tutte quelle cose decisamente allarmanti mi ha detto che “in fondo lui è piccolino”?) e approfondire una serie di aspetti del comportamento del piccolo che possano darmi delle indicazioni.
Un paio di giorni fa la tata mi racconta che ha parlato con i genitori di altri bambini, al parco. Salta fuori che su tutti i bambini con i cui accompagnatori ha potuto parlare, sono state dette cose simili a quelle dette su Gabriele, e in un paio di casi le osservazioni delle maestre erano ancora più pesanti, praticamente delle diagnosi. Per niente incoraggianti, peraltro. La cosa mi dà vieppiù da pensare. Possibile che in questa classe nessuno dei piccoli sia cresciuto “a norma”?
Ieri mattina mio marito accompagna Gabriele, entrando alle 9 (non per il prescuola, quindi, quando non ci sono le insegnanti della sua classe) e riuscendo a vedere la maestra. Come da programma, le chiede un colloquio. E lei cade dalle nuvole. Chiarisce che per lei non c’è problema, anche se bisognerà aspettare un po’, ma più che altro ci tiene a sottolineare che dal suo punto di vista non c’è niente da approfondire, Gabriele è assolutamente a posto e in linea con la sua età, e anzi le questioni dell’attenzione si sono appianate miracolosamente il giorno dopo il nostro colloquio, non si sa se per qualcosa che gli è stata detta a casa o così, come spesso accade ai bambini, senza un motivo, da un momento all’altro.
“In effetti, e ne ho parlato anche con P., mi era sembrato che sua moglie fosse piuttosto agitata dopo il nostro incontro, ma le garantisco che nulla di quello che ci siamo dette giustificava questa agitazione. Noi abbiamo solo riportato la situazione com’è, ma è chiaro che si tratta solo di una questione legata età del bambino”.
Insomma, una tempesta in un bicchiere d’acqua. E io che sono troppo ansiosa. Che non avevo capito che la questione era legata solo all’età del bambino. Che ho interpretato in senso catastrofistico il loro resoconto. “Informale”, ci tiene a specificare la maestra L. Sono io che sono talmente ansiosa da non riuscire neanche ad aggiornare il blog, perché ho la testa da un’altra parte.
Allora voi, amici miei, che siete così saggi, ditemi, cosa avreste fatto al mio posto? Avete un segreto per ascoltare cose del genere e mantenere la calma e dire “non c’è nessun problema”?
Sono un’ansiosa, lo ammetto. Mi è stata diagnosticata una gastrite da stress a 7 anni, e da allora me la porto dietro. Certo, in tutto questo tempo ho imparato a convivere con la cosa e a non apparire in pubblico col colorito verdino, la smorfia stampata sul viso e l’andatura ingobbita che caratterizza le persone che condividono con me questa simpatica modalità di esprimersi del nostro corpo. E però.
Oltre ad essere un’ansiosa, sono anche una che non ama l’atteggiamento di certi genitori che considerano geni i figli e idioti gli insegnanti che non li capiscono. Con questo spirito positivo sono andata al colloquio con le maestre di Gabriele.
Maestra L. (è la titolare della cattedra, se così si può dire): “Ah, Gabriele, bel caratterino!...”
Maestra P. (precaria nella stessa classe da 3 anni): “Inserito è inserito, eh? anche troppo…”
Maestra C. (precaria appena arrivata, avrà 19 anni): fa di sì con la testa, ripetutamente.
Io: “…”
Il discorso continua su temi leggeri per qualche minuto: è difficile far fare a Gabriele cose che non vuole fare o che non gli interessano, ha la sua baby-gang con cui fa un casino tremendo, devono dividerli. Ok. Fin qui si può sorridere. Ma poi…
Maestra L.: “Vede, il problema è che Gabriele è ancora fermo al gioco fisico…”
Maestra P.: “Non tiene l’attenzione per più di pochissimi minuti…”
Maestra C.: “Sì, sì!”
Maestra P.: “Non disegna ancora la figura umana!...”
Maestra L.: “Non ha interesse per le attività didattiche al di fuori del gioco…”
Maestra C.: “Sì, sì!”
Io sento di aver acquisito un poco dignitoso colorito terreo. Davanti a me ho Qui Quo e Qua che mi stanno massacrando e non posso fare niente, solo cercare di capire, mentre la mia sensazione di inadeguatezza rispetto al ruolo di madre mi sta sopraffacendo.
Approfitto di un attimo di tregua per spiegare che l’ultimo anno è stato parecchio pesante per la mia famiglia, che Gabriele ha reagito molto male all’ultimo ricovero di suo padre, credeva che fosse morto e che io gli stessi nascondendo la cosa, e insomma forse lui ha deciso di fermare il mondo attorno a sé perché così si sente più protetto. Mi rispondono che sì, può essere, ma manca l’ultima granata, prontamente lanciata dalla
Maestra L.: “Gabriele non si è evoluto, per me è lo stesso bambino che è entrato qui a settembre”.
A questo punto io vedo in un attimo tutti gli scenari possibili: disturbi dell’attenzione, poi dislessia, poi chissà. Di certo niente di buono. Forse dovrò trovarmi un lavoro part-time, così potrò accompagnarlo alle sedute di terapia…
“Del resto Gabriele è piccolino, ha solo 3 anni e mezzo, gli altri bambini sono più grandi”.
La voce della Maestra L. mi risveglia dal mio incubo.
“E quindi?”
“Magari quest’estate cambia”
Cerco di farmi dire cosa posso fare, che stimoli posso dargli, quali sono le cose a cui devo stare attenta. Cose così, insomma, quotidianità della pratica genitoriale. Alla quale io mi sento sempre più inadeguata.
Mi danno due consigli spiccioli (“gli faccia fare dei disegni, fate dei puzzle…”) e me ne vado. Ho promesso a Gabriele che passo al parco a prendere lui e la tata, così andiamo a casa insieme, oggi che è presto.
Arrivo al parco mentre un bimbo ha buttato a terra mio figlio e gli sta saltando sulla schiena. Lui piange come un pazzo, lo tiro su e la tata mi guarda con l’espressione di chi vorrebbe morire all’istante. Solo che in questo momento sono io che vorrei morire, e così il pestaggio mi sembra tutto sommato sopportabile.
Dopo questo siparietto, inizio a fare le mie indagini:
1. ne parlo alla tata, che mi accenna che hanno detto qualcosa del genere anche all’amico del cuore di Gabriele, ma non approfondisce; piuttosto mi consiglia di non preoccuparmi, che è ancora piccolo;
2. ne parlo a mia zia Eufemia, che oltre ad essere una balenga conclamata è anche un’insegnante elementare (ora in pensione) di chiara fama. Lei mi suggerisce, giusto per stare tranquilli, di fare una chiacchiera con la mia ex analista, solo per sapere se è il caso di preoccuparmi. Io chiamo la dott, ma intanto
3. approfitto della vacanza ravennate per parlarne con la cugina psichiatra, la quale come prima cosa scoppia a ridere e mi dice di cambiare scuola, poi approfondisce e mi spiega che è normale, e che lui sta elaborando il suo edipo, ecc. ecc. ecc.
4. vado dalla dottoressa, e dopo una lunga chiacchierata lei mi suggerisce di chiedere un altro incontro con la maestra, in modo da chiarire alcuni aspetti rimasti in sospeso (ad esempio, perché dopo tutte quelle cose decisamente allarmanti mi ha detto che “in fondo lui è piccolino”?) e approfondire una serie di aspetti del comportamento del piccolo che possano darmi delle indicazioni.
Un paio di giorni fa la tata mi racconta che ha parlato con i genitori di altri bambini, al parco. Salta fuori che su tutti i bambini con i cui accompagnatori ha potuto parlare, sono state dette cose simili a quelle dette su Gabriele, e in un paio di casi le osservazioni delle maestre erano ancora più pesanti, praticamente delle diagnosi. Per niente incoraggianti, peraltro. La cosa mi dà vieppiù da pensare. Possibile che in questa classe nessuno dei piccoli sia cresciuto “a norma”?
Ieri mattina mio marito accompagna Gabriele, entrando alle 9 (non per il prescuola, quindi, quando non ci sono le insegnanti della sua classe) e riuscendo a vedere la maestra. Come da programma, le chiede un colloquio. E lei cade dalle nuvole. Chiarisce che per lei non c’è problema, anche se bisognerà aspettare un po’, ma più che altro ci tiene a sottolineare che dal suo punto di vista non c’è niente da approfondire, Gabriele è assolutamente a posto e in linea con la sua età, e anzi le questioni dell’attenzione si sono appianate miracolosamente il giorno dopo il nostro colloquio, non si sa se per qualcosa che gli è stata detta a casa o così, come spesso accade ai bambini, senza un motivo, da un momento all’altro.
“In effetti, e ne ho parlato anche con P., mi era sembrato che sua moglie fosse piuttosto agitata dopo il nostro incontro, ma le garantisco che nulla di quello che ci siamo dette giustificava questa agitazione. Noi abbiamo solo riportato la situazione com’è, ma è chiaro che si tratta solo di una questione legata età del bambino”.
Insomma, una tempesta in un bicchiere d’acqua. E io che sono troppo ansiosa. Che non avevo capito che la questione era legata solo all’età del bambino. Che ho interpretato in senso catastrofistico il loro resoconto. “Informale”, ci tiene a specificare la maestra L. Sono io che sono talmente ansiosa da non riuscire neanche ad aggiornare il blog, perché ho la testa da un’altra parte.
Allora voi, amici miei, che siete così saggi, ditemi, cosa avreste fatto al mio posto? Avete un segreto per ascoltare cose del genere e mantenere la calma e dire “non c’è nessun problema”?
lunedì, maggio 07, 2007
Le cozze del Naviglio
Per fortuna c’è Labelladdormentata. Che gira l’Italia e ci mette attorno a un tavolo così ci guardiamo in faccia e scopriamo le nostre voci al di là dei reportages più o meno diaristici che ci vedono protagonisti.
La nostra seratina milanese è iniziata sotto la pioggia e nel traffico. Il fatto è che, per una congiunzione astrale che si ripete tutte le settimane, il venerdì è il giorno della settimana in cui c’è più casino per le strade, quella in cui i tempi di percorrenza vengono impietosamente incrementati. Se poi piove, come venerdì, la sosta in coda è assicurata. E se, oltre a tutto ciò, c’è lo sciopero dei mezzi, non rimane che affidarsi alla buona stella degli automobilisti per imboccare una qualsivoglia strada rotabile all’ora di punta. Ecco, ci siamo impantanate anche noi, impiegando tre quarti d’ora per fare al massimo un paio di chilometri, ma stavolta senza problemi, perché intanto ce la raccontavamo. Ho anche avvisato Anna Paola che Marcello (aka Copyman) era intrattabile: lui che di solito è così carino e simpatico, venerdì via ICQ era quasi possibile vederlo, verde e rabbioso, isterico. Poi la sera no, si era chetato, per fortuna.
Il resto è storia: ape e cena, e poi giro di accompagnamento. Durante il quale, mentre Labelladdormentata ci aggiorna su cosa ne ha fatto delle uova che le hanno regalato a Pasqua, Copy ci racconta la storia surreale di una pizza che gli è stata regalata, ancora da cuocere, e noi lì ad immaginarci questa povera pizza tutta sola nell’ufficio chiuso.
È che uno non riesce ad immaginarselo, se non ci si trova dentro, perché sembra una cosa da adolescenti o da scapoli in crisi di mezza età. Conoscere delle persone “in Internet” è una cosa che, nella testa di chi in Internet non ci va, fa rima con chat, al massimo, quando non sfora in attività illegali di varia pruriginosa natura. E invece vai a spiegarglielo, a queste persone, che non è così. Vàglielo a spiegare che bella cosa sono i blog. Dove tu leggi (più o meno) tutti i giorni gli scritti di qualcuno, inizi a conoscerlo, ad immaginarti quali commenti lascerà sulla tua pagina, a vederlo vivere attraverso la sua. E, se vuoi, una sera ti incontri. A mangiare cozze a Milano.
Grazie, Bella Addormentata, e alla prossima!
La nostra seratina milanese è iniziata sotto la pioggia e nel traffico. Il fatto è che, per una congiunzione astrale che si ripete tutte le settimane, il venerdì è il giorno della settimana in cui c’è più casino per le strade, quella in cui i tempi di percorrenza vengono impietosamente incrementati. Se poi piove, come venerdì, la sosta in coda è assicurata. E se, oltre a tutto ciò, c’è lo sciopero dei mezzi, non rimane che affidarsi alla buona stella degli automobilisti per imboccare una qualsivoglia strada rotabile all’ora di punta. Ecco, ci siamo impantanate anche noi, impiegando tre quarti d’ora per fare al massimo un paio di chilometri, ma stavolta senza problemi, perché intanto ce la raccontavamo. Ho anche avvisato Anna Paola che Marcello (aka Copyman) era intrattabile: lui che di solito è così carino e simpatico, venerdì via ICQ era quasi possibile vederlo, verde e rabbioso, isterico. Poi la sera no, si era chetato, per fortuna.
Il resto è storia: ape e cena, e poi giro di accompagnamento. Durante il quale, mentre Labelladdormentata ci aggiorna su cosa ne ha fatto delle uova che le hanno regalato a Pasqua, Copy ci racconta la storia surreale di una pizza che gli è stata regalata, ancora da cuocere, e noi lì ad immaginarci questa povera pizza tutta sola nell’ufficio chiuso.
È che uno non riesce ad immaginarselo, se non ci si trova dentro, perché sembra una cosa da adolescenti o da scapoli in crisi di mezza età. Conoscere delle persone “in Internet” è una cosa che, nella testa di chi in Internet non ci va, fa rima con chat, al massimo, quando non sfora in attività illegali di varia pruriginosa natura. E invece vai a spiegarglielo, a queste persone, che non è così. Vàglielo a spiegare che bella cosa sono i blog. Dove tu leggi (più o meno) tutti i giorni gli scritti di qualcuno, inizi a conoscerlo, ad immaginarti quali commenti lascerà sulla tua pagina, a vederlo vivere attraverso la sua. E, se vuoi, una sera ti incontri. A mangiare cozze a Milano.
Grazie, Bella Addormentata, e alla prossima!
giovedì, maggio 03, 2007
Copriti, che prendi freddo
Tempo fa laVale, che adoro, ha deciso di chiudere il suo blog. C’era stata un po’ di maretta nella sua azienda per certe cose che aveva scritto (la sto sintetizzando molto, giusto per capire) e che, a detta di qualcuno, potevano “danneggiare” l’azienda medesima. I commenti si sono sprecati: chi diceva che non poteva essere un problema pubblicare quel tipo di osservazioni, chi diceva che no, no che non va bene, perché se i clienti leggono che c’è casino nel tuo ufficio poi si demotivano e ti lasciano. Sempre sintetizzando molto.
Io ho osservato solo una cosa: poco dopo l’apertura del mio blog, un cliente della mia agenzia mi ha scoperto, e confesso che la prima cosa che ho pensato è stata “azz… speriamo che non ci siano conseguenze”; in realtà lui (che qui non linko, scusami sai, ma se no facciamo tanto a parlare di discrezione…), con cui ho lavorato per diversi anni, sa benissimo di cosa parlo quando alludo o riporto più o meno fedelmente, e comprende perfettamente, senza che la cosa abbia ripercussioni sulla sua relazione con la mia azienda. Il che mi sembra normale, a stare tra persone intelligenti. Del resto, preoccuparsi per un esodo di massa dei colleghi, o dichiarare di voler cambiare lavoro, sono cose più che comprensibili soprattutto se chi ti legge conosce la realtà di cui stai parlando e le sue implicazioni su chi ha vissuto un “prima” assai diverso dall’ora. Ciò detto, non oserei mai fare nomi e cognomi di colleghi e/o di clienti, ma questo attiene alla sfera della buona creanza.
Altro è quando parliamo del privato. Un’amica mi ha ripreso quando ho pubblicato il post sulla felicità: secondo lei mi sono scoperta troppo. E allora mi chiedo che tipo di coperta sia quella di cui parliamo. Perché quel post non riportava eventi, non parlava di persone né di cose, ma solo di stati d’animo, riflessioni sulle priorità. “Priorità” è una parola che non amo, perché troppo spesso l’ho sentita in contesti che non esiterei a definire offensivi. Del tipo: “Ora che sei mamma le tue priorità sono cambiate, e quindi…”, il che prelude sempre ad una clamorosa trombata, lavorativamente parlando. E però in alcuni casi ci sta: e a quanto pare esplicitare le proprie priorità su un blog può essere avvertito come uno scoprirsi eccessivo. Non la pensavo in questo modo quando ho scritto quel post, e non lo penso oggi. Se è vero che il blog è uno spazio personale, non vedo perché nascondersi. Se volessi solo costruirmi un’identità digitale alternativa a quella reale, entrerei su Second Life e mi costruirei una vita parallela, del tutto slegata da quella reale. Ma questo può essere solo un gioco, oppure lo chiamo onanismo.
Guardo i blog degli amici per vedere come si regolano. La Meringa ci fa seguire con passione le sue vicissitudini ormonali e non, e non mi sembra mai fuori luogo. Graziella lancia in mare una zattera per chiedere notizie a qualcuno che ci è già passato sui misteriosi dolori che affliggono la figlia, e non è fuori luogo. Poi ci sono gli spaccati di Maurice, di Popale e di Topozozo, che raramente sforano nel personale ma quando lo fanno sono imperdibili – tutt’altro che fuori luogo. E così Copyman, che pesca nei siparietti di varia umanità, cita e osserva, rendendoci partecipi, e solo di rado si lancia in avventure diaristiche che tutto sono fuorché fuori luogo. Stessa cosa per il Prof, Ruben, la Coniglia, Labelladdormentata. Idem per Antonio LdF, con il quale c’è anche una corrispondenza privata, ma la cui trasparenza sul blog (anzi, sui blog) è a volte perfino disarmante, ma non fuori luogo. E così gli altri, che non cito per brevità ma che sono nel mio cuore e nella mia agenda.
Nessuna dichiarazione, nessuna confessione è fuori luogo. Le vicende, i pensieri, le divagazioni di ciascuno degli abitanti di questo piccolo mondo sono un piccolo tesoro. Sono la possibilità di esprimersi in un ambiente neutrale (ma non neutro), aprendosi al confronto, mettendosi in gioco, scherzando magari, o ironizzando sui piccoli e grandi momenti che punteggiano l’esistenza. Una specie di terapia di gruppo in cui il gruppo si costituisce ogni giorno, ed è aperto ai nuovi membri e ci rimane male se qualcuno se ne va, se ci priva della sua interpretazione delle cose.
Quanto ci si può scoprire in un blog? Forse la domanda è mal posta, forse dovrebbe essere piuttosto: quanto si è disposti ad essere se stessi? Ve la giro, come compito a casa.
Io ho osservato solo una cosa: poco dopo l’apertura del mio blog, un cliente della mia agenzia mi ha scoperto, e confesso che la prima cosa che ho pensato è stata “azz… speriamo che non ci siano conseguenze”; in realtà lui (che qui non linko, scusami sai, ma se no facciamo tanto a parlare di discrezione…), con cui ho lavorato per diversi anni, sa benissimo di cosa parlo quando alludo o riporto più o meno fedelmente, e comprende perfettamente, senza che la cosa abbia ripercussioni sulla sua relazione con la mia azienda. Il che mi sembra normale, a stare tra persone intelligenti. Del resto, preoccuparsi per un esodo di massa dei colleghi, o dichiarare di voler cambiare lavoro, sono cose più che comprensibili soprattutto se chi ti legge conosce la realtà di cui stai parlando e le sue implicazioni su chi ha vissuto un “prima” assai diverso dall’ora. Ciò detto, non oserei mai fare nomi e cognomi di colleghi e/o di clienti, ma questo attiene alla sfera della buona creanza.
Altro è quando parliamo del privato. Un’amica mi ha ripreso quando ho pubblicato il post sulla felicità: secondo lei mi sono scoperta troppo. E allora mi chiedo che tipo di coperta sia quella di cui parliamo. Perché quel post non riportava eventi, non parlava di persone né di cose, ma solo di stati d’animo, riflessioni sulle priorità. “Priorità” è una parola che non amo, perché troppo spesso l’ho sentita in contesti che non esiterei a definire offensivi. Del tipo: “Ora che sei mamma le tue priorità sono cambiate, e quindi…”, il che prelude sempre ad una clamorosa trombata, lavorativamente parlando. E però in alcuni casi ci sta: e a quanto pare esplicitare le proprie priorità su un blog può essere avvertito come uno scoprirsi eccessivo. Non la pensavo in questo modo quando ho scritto quel post, e non lo penso oggi. Se è vero che il blog è uno spazio personale, non vedo perché nascondersi. Se volessi solo costruirmi un’identità digitale alternativa a quella reale, entrerei su Second Life e mi costruirei una vita parallela, del tutto slegata da quella reale. Ma questo può essere solo un gioco, oppure lo chiamo onanismo.
Guardo i blog degli amici per vedere come si regolano. La Meringa ci fa seguire con passione le sue vicissitudini ormonali e non, e non mi sembra mai fuori luogo. Graziella lancia in mare una zattera per chiedere notizie a qualcuno che ci è già passato sui misteriosi dolori che affliggono la figlia, e non è fuori luogo. Poi ci sono gli spaccati di Maurice, di Popale e di Topozozo, che raramente sforano nel personale ma quando lo fanno sono imperdibili – tutt’altro che fuori luogo. E così Copyman, che pesca nei siparietti di varia umanità, cita e osserva, rendendoci partecipi, e solo di rado si lancia in avventure diaristiche che tutto sono fuorché fuori luogo. Stessa cosa per il Prof, Ruben, la Coniglia, Labelladdormentata. Idem per Antonio LdF, con il quale c’è anche una corrispondenza privata, ma la cui trasparenza sul blog (anzi, sui blog) è a volte perfino disarmante, ma non fuori luogo. E così gli altri, che non cito per brevità ma che sono nel mio cuore e nella mia agenda.
Nessuna dichiarazione, nessuna confessione è fuori luogo. Le vicende, i pensieri, le divagazioni di ciascuno degli abitanti di questo piccolo mondo sono un piccolo tesoro. Sono la possibilità di esprimersi in un ambiente neutrale (ma non neutro), aprendosi al confronto, mettendosi in gioco, scherzando magari, o ironizzando sui piccoli e grandi momenti che punteggiano l’esistenza. Una specie di terapia di gruppo in cui il gruppo si costituisce ogni giorno, ed è aperto ai nuovi membri e ci rimane male se qualcuno se ne va, se ci priva della sua interpretazione delle cose.
Quanto ci si può scoprire in un blog? Forse la domanda è mal posta, forse dovrebbe essere piuttosto: quanto si è disposti ad essere se stessi? Ve la giro, come compito a casa.
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