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martedì, maggio 31, 2011

Sapessi com’è strano svegliarsi stamattina a Milano

“Papà, che significa destra e sinistra?”

Avevo più o meno l’età di Gabriele. Mio padre e i miei zii facevano politica attiva, a vari livelli e in vari modi; mio nonno ci raccontava con un misto di compiacimento e infinita tristezza di quando era nel sindacato e i fascisti non lo facevano lavorare; i miei cugini mi trascinavano ai comizi in piazza per le amministrative del loro paesino, e mi insegnavano gli slogan da scandire. E a 11 anni i miei insegnanti di prima media mi hanno portato in manifestazione con uno striscione più grande di me.

Tutti insieme hanno fatto la mia educazione politica. Mi hanno insegnato i valori dell’impegno civile, del lavoro, della partecipazione. Mi hanno insegnato che cosa significa credere in qualcosa, mi hanno insegnato il senso critico.

Più tardi sono venute le canzoni di Guccini e di Gaber. A darmi uno spunto in più per esercitarlo, quel senso critico.

La cosa che mi sconcertava di più, fino a qualche tempo fa, era questa: come farò a trasferire questi valori a mio figlio? Come farò, se questi valori non li vedo da nessuna parte?

Ma anche: sono fatta male io? Se non mi avessero insegnato lo spirito critico sarei amministratore delegato della Fiat o delle Ferrovie dello Stato?

E poi è arrivata questa campagna elettorale. Come quelle di quando ero bambina, che non mi pareva vero. E ho raccontato, spiegato.

“Mamma, chi vince comanda?”
“No, Gabri, chi vince governa”

Forse siamo ancora in tempo: per trasferire valori, per trovarceli attorno, per dare e citare esempi, per esercitare il nostro spirito critico e insegnarlo ai nostri figli. Che se diventeranno amministratori delegati di qualcosa lo dovranno anche a questo. Forse. Spero.

Abito a Milano da 17 anni, e stamattina per la prima volta mi sono sentita milanese. Meridionale, ma milanese.

Con in testa due canzoni: la libertà di Gaber e l'inno nazionale. Chissà come mai.

Grazie sindaco, da una che ci credeva ma che si sentiva stupida a farlo.

martedì, febbraio 01, 2011

Ho visto la democrazia

Ho partecipato alla mia prima manifestazione alla tenera età di 11 anni. Frequentavo la scuola media del Conservatorio, e una proposta di legge (legge Pedini, si chiamava) metteva seriamente in pericolo i Conservatori. Non ricordo come, è passato un sacco di tempo. Mi ricordo però questo corteo in via Pretoria e noi di prima che portavamo uno striscione (scritto sul parquet di una delle aule di danza, appoggiando le bombolette sullo Stainway Concert Grand) con su scritto “Non state lì a guardare, venite a protestare”. Ovviamente non si aggiunse nessuno. A chi può mai fregare di un Conservatorio di provincia?

Fatto sta che quello fu il mio primo contatto con la politica “vissuta”. Più tardi, al liceo e all’università, ce ne furono molti altri, assai più intensi (nell’archivio di Repubblica deve esserci ancora una foto in prima pagina con me e le due mie amiche in primo piano, all’epoca della Pantera. Ma chi se la ricorda più, la Pantera).

Però quella manifestazione è stata fondamentale per costruire il valore che da allora in avanti ho attribuito alla politica: se fosse successo qualcosa al Conservatorio, sarebbe successa anche a me. Quindi non potevo “stare lì a guardare”.

Per questo motivo non tollero le persone che dicono che la politica non gli interessa, o che non ci capiscono niente. Non può non interessarti, non è vero che non ci capisci niente, tutti ci capiscono perché tutti fanno delle scelte. La politica incide sulla tua vita, sulla vita dei tuoi figli, quella di tutti i giorni, non solo al momento di pagare le tasse o che so io. Politica è ogni singola decisione che prendi, nel lavoro, nella salute, nella famiglia.

Poi, a metà degli anni 90, ho mollato il colpo. Lasciata Bologna, il buio. E il disagio, che però si scontrava con i fatti della vita: il lavoro, la famiglia, il pupo. Le solite scuse. Che durano finché non senti che il tuo silenzio è connivenza.

A Milano ci sono state le primarie della sinistra, qualche settimana fa. Ho seguito un po’ i candidati, giusto per capire, e per la prima volta ho avuto la sensazione che qualcosa stesse cambiando. Insomma, dicevano cose sensate. Sembravano perfino delle brave persone. I presupposti perfetti per perdere, insomma, ma hai visto mai.

Ha vinto Giuliano Pisapia. E ha fatto subito una cosa. Ha aperto un’officina, un’officina per Milano. 11 gruppi tematici in cui i cittadini discutono e fanno proposte. Queste proposte andranno poi a formare il programma di Pisapia sindaco di Milano.

L’Officina per Milano ha messo insieme 1200 persone. 1200 milanesi hanno trovato il tempo, la concentrazione e la voglia di dare il loro contributo a un’idea di città che si è persa da tempo (io non sono di quei nostalgici che dicono che Milano non è come la vediamo adesso, non sono neanche milanese se non di adozione, e a dirla tutta quando ci sono arrivata, a Milano, dopo Bologna e Parigi, mi era sembrata proprio una sfiga. Però è la mia città). 1200 milanesi non hanno pensato: la politica non mi interessa, non ci capisco niente. 1200 milanesi hanno raggiunto la mia manifestazione per il conservatorio.

Ieri sera i gruppi hanno discusso i progetti. Nel sottogruppo in cui mi trovavo io c’erano Diletta, Marco, Roberto, Caterina, Elena e Emanuela. Nessuno ha ricevuto telefonate, nessuno ha neanche guardato il telefonino, nessuno ha alzato la voce, nessuno ha messo in difficoltà chi parlava in quel momento. Nella sessione plenaria uguale: gli interventi si arricchiscono, non si stroncano; le persone si ascoltano, non si lasciano parlare.

Ieri sera raccontavo tutte queste cose a mio marito e mi sono resa conto che mi sono commossa: il mio conservatorio è salvo, fintanto che.

Ho visto la democrazia, e mi è piaciuta.