lunedì, giugno 25, 2007

Domande e risposte

Vorrei avere tutte le risposte. Ma non le ho. Meno che meno in questo periodo di full immersion nella metafisica malausseniana (in francese. Trovo che nonostante l’ottima traduzione, in italiano si perda un po’ del carattere di questa galleria di personaggi così profondamente francesi, dal senso un po’ sfumato se interpretati fuori dalla lingua francese). Dunque, vorrei avere tutte le risposte ma sono intimamente convinta che sia molto più significativo il concatenarsi delle domande, se vogliamo arrivare a qualche simulacro di verità (e qui il lettore più addentro nella succitata metafisica avrà riconosciuto l’impronta di Pastor, l’ispettore che fa confessare anche i sassi).

Vorrei avere tutte le risposte per spiegarmi perché una mia collega è stata licenziata in tronco senza una motivazione plausibile e nessuno ha alzato un dito. Per meglio dire, nessuno ha sentito il bisogno di alzare un dito. Vorrei sapere cos’è che ci resi così refrattari alla difesa dei nostri diritti, cos’è che a un certo punto della Storia ha fatto sì che sulla nostra generazione calasse un velo – anzi una trapunta – di ignoranza di noi stessi e della nostra dignità, di persone e di professionisti.

Vorrei poter rispondere qualcosa quando guardandomi allo specchio mi renderò conto che è sempre qualcun altro che decide per me – per noi – e in generale è qualcuno la cui età è superiore a quella dei miei genitori. Dov’è finito l’impegno, dov’è la società civile? Ora come ora, con un piede nella fossa.

Vorrei avere tutte le risposte per il mio capo. Che mi lascia mano libera su un progetto e poi vorrebbe che io interpretassi quello che lui nella testa, senza dirmi di che si tratta, naturalmente. Ecco, vorrei potergli comunicare che cos’ha nella testa. (Che poi, detto fra noi, io lo saprei anche, che cos’ha nella testa, ma riferendoglielo andrei ad ingrossare le fila delle licenziate, in flagranza di reato: lesa maestà).

Vorrei avere tutte le risposte per mio figlio, quelle piccole e quelle grandi. Per esempio, tra quelle piccole, vorrei sapergli spiegare perché intanto che ha ancora sulla faccia le crosticine della varicella non può giocare in cortile con il bimbo del primo piano; vorrei spiegargli che sì, può andare a scuola perché non è più infettivo, ma con il bimbo del primo piano non ci può giocare, dal momento che appena la sua mamma l’ha visto è scappata lontano prendendo in braccio il piccoletto, come se avesse visto un fantasma, urlando “No, no, no, la varicella no, no!!!”. (Solo per chiarire: anch’io avrei evitato il contatto. Magari senza scene isteriche, però, che quelle sì che sono difficili da spiegare).

Io non le ho, tutte le risposte. Ho un sacco di domande, però. E in questo clima di grande efficienza e di enorme negligenza dell’efficacia, a volte mi chiedo – ecco, ancora domande – se per caso non dovrei inventarle lì per lì, le risposte. Spararle, a caso, prendendomi il rischio di non azzeccarle, qualche volta.

Per esempio dicendo alla mia collega che come fa a non ricordarsi della policy aziendale che vieta i capelli rossi? È stato ripetuto più e più volte: i rossi di pelo vengono licenziati in tronco.

Oppure potrei rispondermi che la generazione che ci ha preceduto ci ha consegnato nelle mani un’Italia (quasi) senza fame e (quasi) senza guerra, e anche solo per questo dovremmo esserle grati. E ci ha dato un’educazione ineccepibile. Motivo per cui non si va contro, e agli anziani si deve rispetto, sempre e comunque.

Al mio capo potrei inventare che quello che ha in mente è il più strepitoso progetto digitale dell’era 2.0, appena appena meno complesso di Second Life. Ne sarebbe molto orgoglioso e inizierebbe a dire in giro che Second Life l’ha inventata lui, in tempi non sospetti, nella sua cameretta di ragazzo, con il suo Commodore 64. Anche questa è una risposta, e lui se la darebbe senza scrupoli.

E a mio figlio potrei dire che non può andare a giocare con il piccolo vicino perché la sua mamma è una lupa mannara, e si trasforma quando qualcuno si avvicina al suo bambino, e non è per niente un bello spettacolo vederla mentre diventa gigantesca, e le si strappano i vestiti di dosso, e le vengono certi artigli che neanche le tigri sciabola, e inizia ad ululare. Insomma, meglio stare lontani.

Ecco, forse potrei fare così. Magari inizio. Poi vi farò sapere.

venerdì, giugno 22, 2007

Cronache dalla Lucania (inconsapevolmente) felix

Quarta e ultima puntata delle Cronache di un anno di scuola vissuto pericolosamente da una prof di inglese (estremamente) precaria. Grazie Vale, e comunque sappi che in questa parte della Rete ci sarà sempre posto per le tue storie dalla montagna!

Credevo di averle viste tutte durante l’anno scolastico a Pescopagano, e invece non erano finite le storie da raccontare. Nel mese di maggio ho avuto un incarico per supplenza a Melfi, non più famosa per le sue Constitutiones, affidate ormai alla sola memoria degli studiosi di storia, quanto per la Fiat. Anche stavolta un corso serale di terza media per adulti. Si moltiplicano i chilometri ma raddoppia lo stipendio. La classe non sembra mal messa, non quanto l’altra perlomeno. E l’aiuto sostanziale viene dal gruppo delle signore, miracolosamente in numero di quattro, attente, interessate, sveglie. I signori, invece, i soliti disoccupati cinquantenni che vengono a scuola perché il comune li paga.

Il mio terzo giorno di lezione vedo sbarcare in classe di gran carriera la preside di Rionero, responsabile di tutto l’ambaradan. Le è stato riferito un avvenimento spiacevole, indecoroso per un tempio come la scuola, incivile per le persone che la frequentano. Se l’accaduto rimarrà inconfessato, lei sospenderà il corso, manderà tutti a casa con disonore e, sostanzialmente, farà chiudere i rubinetti. L’episodio, ovviamente rimasto coperto dal segreto, è una vivace discussione tra alcuni dei miei allievi finito a botte nell’atrio del sacro tempio. Ignoto l’oggetto del contendere, ma pare che quel giorno il bar all’angolo avesse funzionato meglio del solito.
Il buon giorno si vede dal mattino.

Personaggi e interpreti
Pietro è seguito – sarebbe meglio dire sorvegliato - dall’assistenza sociale. Sua moglie, una donna che credo abbia meno della mia età, dal discutibile passato, ha avuto un numero imprecisato di figli che le sono stati sottratti e affidati ad altre famiglie. La signora, non appena scoperto che le insegnanti erano tutte donne, aveva impedito al marito di frequentare la scuola. Il risultato è stato il blocco dei pagamenti. Ma per una famiglia che mangia alla mensa dei senza tetto e con un bimbo a carico (l’unico che le hanno lasciato “per prova”) un tot al mese fa comodo. Dunque Pietro torna a scuola e l’assistente sociale controlla che sia presente tutti i giorni e per tutta la durata delle lezioni.
Gabriella, deliziosa trentanovenne con l’ambizione di aprire un bar tutto suo, aspetta il suo quinto figlio. In concomitanza con la lieta novella, confessatami in gran segreto durante una pausa sigaretta, scopro che è già nonna.
Antonio, uno dei quattro o cinque con questo nome, non frequenta quasi mai. Quando è in classe gioca con il cellulare e dopo un quarto d’ora di permanenza nel banco si fa venire mal di denti o mal di stomaco e va via. Forse torna più tardi o forse domani. Lui non porta né una penna né una delle preziose fotocopie fornite dalle solerti insegnanti (in questi corsi non esiste materiale didattico ufficiale e anche i programmi sono affidati al buon senso e alla forza fisica, spirituale e morale dei docenti). Alla fine dell’anno Antonio partecipa all’ultima verifica scritta di italiano (contorto nome del vecchio compito in classe). Un autentico J’accuse. L’insegnate di italiano ce l’ha con lui, quella di matematica gli urla sempre in faccia, quella di inglese (io) non lo caca proprio (cito testualmente).

Burocrazia
Arriva il momento di compilare le schede di ammissione. Le mie colleghe non intendono ammettere il suddetto Antonio all’esame di licenza. In un mese l’ho visto per circa tre mezz’ore: sono d’accordo con loro anche se penso a Pescopagano dove abbiamo ammesso tutti.
Finiscono le lezioni e comincia il turbinio di riunioni e scartoffie da compilare. Fissato il calendario degli esami scritti, vengo destinata a Melfi tutti e due i giorni previsti. E i miei folletti? Li lascio così? Dopo un anno di I am? Sai, è un problema di turni, voi di inglese e matematica avete due sedi ciascuno, dobbiamo distribuirvi.

Gli esami!
A malincuore, alle sette del mattino del giorno dedicato a Sant’Antonio mi metto in macchina alla volta di Melfi. Nel parcheggio della scuola Antonio, lo studente non ammesso. Le ammissioni sono affisse sulla porta della scuola. Faccio per uscire dalla macchina e sono tentata di rientrarci subito e sgommare il più lontano possibile. Novanta chili di peso, per l’occasione in completo blu, mi travolgono di parole tutt’altro che tenere. Cerco di motivare la nostra decisione con l’alto numero di assenze ma la bidella della scuola mi sottrae al massacro trascinandomi dentro la scuola per un braccio. La mia collega è già lì, letteralmente tramortita. È pallida, trema, è sull’orlo di una crisi di nervi. Lasciamolo sbraitare, andiamo in classe e quando arrivano gli altri cominciamo sto benedetto esame. Secondo me. Non la pensa così il preside. Assalito anche lui dal suddetto personaggio, chiama la polizia. Che interviene tempestiva e con i suoi migliori esponenti. Non nel senso di “migliori agenti” ma nel senso “abbiamo appena lasciato il concorso di Miss Italia e Mister Universo per portarvi soccorso”! Entrambi in borghese: lui alto, atletico, abbronzato, sorriso da Miami Vice; lei ancora più alta, bionda, pinocchietti bianchi, zatteroni con superzeppola, sembra Sybil Shepard, la compagna di Bruce Willlis in Moonlighting. Senza troppe cerimonie, ci invitano a trasferirci a Rionero al riparo dalle possibili ritorsioni. Caricati gli allievi nelle macchine, partiamo.

E Pietro? Non è ancora arrivato. Avvisiamo l’assistente sociale, ci penserà lei. Al nostro arrivo ci accoglie la preside-Tacher. Che è successo? Non potevate dirglielo prima invece di fargli trovare la sorpresa stamattina? Sì, e se ci picchiava? Se ci distruggeva le macchine? Allora potevate avvisare me. E che avresti fatto, genio? Avrei rimediato, intanto ora il mio collega preside di Melfi ha interdetto l’accesso alla scuola per i miei corsi. Problemi tuoi, cara Lady. Non contenta, si chiude nel suo studio con la mia collega, che ne esce in lacrime, frustrata nel suo ruolo di insegnante e di educatrice. Pietro non è arrivato ma dobbiamo cominciare l’esame. Il primo giorno è andato, ci vediamo domani.

Durante lo scritto di matematica, quando tutti stavano per consegnare, arriva Pietro, moglie e figlio nel passeggino al seguito. Quindi? Parla la moglie: deve fare l’esame. E ieri che fine hai fatto? Parla ancora la moglie: ieri l’assistente sociale ci ha avvisato alle 9. Ma tu sapevi… Vediamo che possiamo fare. Rapido consulto tra vice preside (la preside non è in un’altra commissione come previsto: è in ospedale in attesa di un intervento al femore che si è spezzata ieri mattina cadendo per le scale del suo studio dopo il cazziatone alla mia collega…), presidente di commissione e coordinatore. Pietro può fare lo scritto di matematica, quello di italiano lo farà con una prova suppletiva.

Nel frattempo, a Pescopagano festeggiano la fine degli scritti al ristorante di Angela!
Gli orali procedono, e si concludono, più o meno senza altri incidenti (le interrogazioni non le racconto perché conservo un minimo senso del pudore). Martedì a Rionero, oggi a Pescopagano dove finalmente ho festeggiato anch’io con la torta di Angela e la pizza di Maria.

mercoledì, giugno 20, 2007

Alcune cose che ho capito sull'organizzazione dei matrimoni

Mi sono sposata 6 anni fa, circa, a Potenza, pur abitando a Milano. Le motivazioni di questa scelta sono state diverse, ma a conti fatti ha avuto un bel po’ di risvolti positivi. Uno per tutti: nessuno si è lamentato del troppo caldo.

Il processo di organizzazione è stato estremamente efficiente ed efficace. Certo, non sono mancati gli scivoloni (tipo almeno due o tre persone che sono sgusciate fuori dalla lista degli invitati, e non per scelta ma per banale distrazione – due di loro non mi rivolgono più la parola, con un altro ogni volta che ci vediamo non posso fare a meno di pensarci, ma non ho mai avuto il coraggio di parlarne; morale, certe gaffe si pagano, profumatamente), ma in tre week end abbiamo chiuso tutto quello che c’era da chiudere sul posto, mentre da qui si coordinavano le operazioni di carattere burocratico (documenti, corso prematrimoniale, pubblicazioni… Ho dovuto anche fare la Cresima) e si elaborava un concept per il tutto.

A cose fatte mi sentivo pronta per intraprendere una brillante carriera di wedding planner. Cosa che probabilmente accomuna molte spose, del resto, ma il mio curriculum poteva vantare alcuni item decisamente notevoli:

  • Tre week end per fissare la data, trovare chiesa e ristorante, concordare il tutto con l’unico prete a cui avrei consentito di sposarmi, trovare le fedi, fissare un albergo per una quarantina di invitati non residenti, musica, fotografo, fiori, parrucchiere, estetista, lista nozze;
  • Solo un pomeriggio di permesso al lavoro per andare a visitare un atelier a cui tenevo molto (che poi si è rivelato una grande delusione, ma che fa); tutti gli altri visti in momenti liberi;
    Un pomeriggio per organizzare l’arrivo degli invitati, i tavoli, le ultime cose per la cena (comprese le macchine fotografiche usa e getta sparse sui tavoli, personalizzate a tono con i biglietti di ringraziamento che ho lasciato nelle camere dell’albergo, grazie alle quali alla fine mi sono ritrovata con un colossale servizio fotografico unofficial: una specie di flickr del matrimonio);
  • Ma soprattutto: due tavoli di amici ubriachi già alla prima portata, che hanno forzato i musicisti a rinunciare al repertorio “d’accompagnamento” per ballare e smaltire da subito. Fino a un’ora improbabile del mattino.

Mi mancava però ancora una consapevolezza, che oggi posso con orgoglio affermare di avere acquisito: per ogni matrimonio ci deve essere un addetto alla logistica. Uno che la sera prima (r)accolga gli invitati provenienti dai quattro angoli del mondo (“Mmm… ha preso il primo bivio al posto del secondo… cosa vede adesso a destra? Brutto affare, si fermi, vengo a prenderla, che macchina ha?”, oppure: “Insomma, non ti sei stampato la mail con la cartina. Allora, ti guido al telefono. Scusa sa, ma sto andando a prendere uno che si è perso”, o ancora: “Sposi, che ne dite se per stasera organizziamo un buffet qui in casa, così poi chi vuole va in albergo e gli altri possono uscire? Vi organizzo un catering da paura al volo”, e così via), che faccia da servizio d’ordine davanti alla chiesa (“Chiesa a macchina della sposa… fatevi ancora un giro, manca il testimone dello sposo, e c’ha lui gli anelli”, oppure: “Si può sapere che sta facendo la sposa??? Se ha cambiato idea lo dica subito, le acconciature si disfano dal caldo e lo sposo ha già preso 40 gocce di Lexotan…”, e così via), che coordini macchine disponibili e invitati appiedati (“La zia Rosina non nella cabrio, è troppo bassa, che, le scassiamo di nuovo il bacino?”, oppure: “Una macchina fumatori… sì, ce n’è una, il bimbo è a casa con la varicella, quindi ci sono due posti in più, e si fuma come animali”, o anche: “No, tu che conosci la strada vai in quella macchina dove sono tutti foresti… che fa che non li conosci, i matrimoni servono anche a fare amicizia, no?”, e così via), che faccia da guida locale ai parcheggi (“La multa? Avete preso tutti la multa??? Sette macchine??? Ma si può sapere perché non avete parcheggiato dove vi ho detto io!?”, oppure: “Vieni, vieni, vieni, ancora un pochino, BASTA! A sinistra adesso, piano…”, e così via).

Quella di addetto alla logistica è una funzione, non necessariamente ricoperta da una sola persona. Ad esempio, per sistemare con le due forcine rimaste il velo della sposa dopo che il paggetto ci si è arrotolato dentro, va meglio una signora, che è più pratica di forciname, e anche se non lo è si appoggia al suo corredo genetico per impararlo seduta stante; mentre per spostare due macchine che si sono piazzate davanti a quella dello zio ottuagenario dal prato antistante l’agriturismo va meglio un uomo, che non rischia di lasciarci i tacchi a spillo, nel prato suddetto.

Insomma, con questa nuova consapevolezza ho raggiunto la quadratura del cerchio di quella che potrebbe diventare la mia prossima professione. Nubendi d’Italia, sono qua. Smettete di sbattervi, che al vostro matrimonio ghe pensi mi!

lunedì, giugno 18, 2007

MilleMiglia in bianco

Lei: “A destra! A destra!”
L’autista: “Non posso!”
Lei: “Vacci lo stesso!”
Derapata, freccia, a destra.
Lui: “Azz… No, torna indietro, dovevamo andare dritti”
L’autista: “…”
Lei: “Ora, ora, gira, gira! Esci dal controviale!”

Dietro la Saab che balla la rumba attorno al semaforo di un cavalcavia, ci saranno sette o otto macchine, che a loro volta fanno quello che possono. Se ne possono sentire i commenti.

Audi: “E no, bello, se credi di lasciarmi qua ti sbagli. E tu (rivolta a una Punto che sbuca a destra e vorrebbe mettersi davanti a lei) stanne fuori, che c’entri tu?”
Quasi si baciano, l’Audi e la Punto. L’autista della Punto è più confuso che arrabbiato. Il suo sguardo vaga nell’ingorgo che sta raggiungendo dimensioni ragguardevoli, e si posa sugli abitanti delle macchine. Elegantissimi.

Lancia: “Ti sto attaccato al culo – ce l’ha con una Mazda per l’occasione priva di capote – non ci penso nemmeno a mollarti”

L’ingorgo è sempre più inestricabile, volano parole grosse, gestacci, imprecazioni, clacsonate che è una meraviglia. Del resto per essere una domenica pomeriggio, nel pieno centro di Milano, c’è da dire che la situazione è notevole. Finché la Saab riparte con una sgommata, e come per incanto tutte la seguono.

Io: “Miiiiii, se è seduta, ‘sta macchina!”
Mia sorella: “Che significa?”
Io: “Che non si muove. Zero ripresa. Un bradipo. Guarda (quarta, terza, accelero, lei si muove ma non è sufficiente per guadagnare i 20 metri che ci separano dalla macchina che ci precede). Capito il problema?” (terza, seconda, terza, quarta).
Mia sorella: “…”

Imbocchiamo corso Sempione più assatanati che mai. Il problema è che non tutti sono riconoscibili, quindi ciascuno di noi si sceglie un compagno e gli sta addosso. Se qualcun altro si frappone fra due macchine, la lotta per buttarlo fuori è priva di ogni regola, del codice della strada come della buona educazione.

Mi affianca uno ad un semaforo rosso. È F. Abbassa il finestrino. Faccio altrettanto.
F: “Sto seguendo T. Lei conosce bene la strada, quindi non la mollo”
Io: “Io sto dietro a G. Anche lui la conosce…”
Il verde ci impedisce di continuare la conversazione. Partiamo come se fosse questione di vita o di morte. Ora siamo, nell’ordine: G (che conosce la strada e che io sto seguendo), T (che conosce la strada ed è l’inseguito di F), io, F. T non mi riconosce, accosta per farmi passare e tornare in contatto con F, che però non ha fretta. Il balletto dura tre o quattrocento metri, poi do gas, supero, mi ricongiungo a G. che passa col giallo una volta di troppo, lasciandomi ferma dietro di lui. Imbocco l’autostrada per ultima, perché il convoglio che ci viaggiava nei pressi ha preso una scorciatoia. Quindi corro, corro come una forsennata. Ecco la colonna, benissimo, ora la risalgo. Alla velocità della luce sono in testa. Mi fermo solo quando sono alla prima macchina, la Saab con l’autista. Mi metto dietro di lei e torno a velocità più umane.

Una trentina di chilometri più tardi scendiamo dalle auto nello splendido parcheggio della cascina che i miei amici hanno scelto per il banchetto nuziale. Tiriamo un sospiro di sollievo. Non ero mai stata a un matrimonio con MilleMiglia.

mercoledì, giugno 13, 2007

Cuore di mamma

“Non vi sposate! Mai! Trombate a destra e a manca, serene e sempre ben protette, che non vi venga in mente di farvi ingravidare. Ma non trombate con uno solo, eh? Che sennò poi vi innamorate, o si innamora lui, e alla fine siete punto e daccapo. Poi vorrete/vorrà un matrimonio, la lista nozze, i genitori in lacrime e tutto il resto, e poi sicuramente vi verrà voglia di un figlio. E siete fregate. Datela in giro e basta.”

Le tre bionde (strano come ultimamente i miei post abbiano sempre qualcosa a che fare con trii di bionde) mi guardano con gli occhi da lemuri. Loro sono giovani, oltre ad essere bionde, giovani e single. In quella fase della vita in cui l’ansia di essere coppia non ha quasi più nulla a che fare con le romanticherie adolescenziali. Il compagno è qualcuno per sempre, in quella fase della vita, e soprattutto è facilmente trasformabile nel padre dei vostri figli. Perché questo amore per l’Amore risulta pesantemente da un gioco della chimica: gli ormoni in subbuglio reclamano la loro parte e chiedono a gran voce una chance. Gli occhi da lemuri sono l’espressione tangibile degli ormoni spaventati a morte.

Le bionde: “Dove stai andando?”
Io: “Alla festa della scuola. C’è anche la recita”
Le bionde: “Beeeello! Che cariiiiiini! Sarà divertente!”
Io: “Come un’assemblea condominiale”

Loro sorridono, non sapendo bene cosa dire. Io guadagno l’uscita dell’ufficio e a grandi falcate mi dirigo al baretto subito sotto, dove Alberto, come sempre in ritardo, mi raggiungerà. Ordino un panino freddo: i panini freddi sono una delle cose che odio di più al mondo, insieme alle assemblee condominiali. In fondo tutto questo malumore, e la sparata conseguente, nasce proprio dal ritardo di Alberto. Per una volta avrei voluto che la nostra famiglia fosse un po’ più Mulino Bianco. Tranquilli e rilassati, lontani dalla Beirut quotidiana di corse, telefoni, corse, prendi-qua-porta-là, e di nuovo corse. Invece il papà-non-mulino-bianco è arrivato troppo tardi per mangiare. Giusto il tempo di passare a casa a prelevare la nonna e via, a scuola in derapata.

Entriamo nel teatro della scuola. Fa un caldo torrido, la folla di genitori e nonni si accalca educatamente. Forse stavolta non ci saranno risse per fare foto e film. Un marcantonio di dimensioni gulliveriane si piazza davanti ad Alberto, che vedo sul punto di avere una sclera degna di miglior causa. Le maestre hanno pensato a tutto. La sala è invasa dalla musica. With or without you. Gli U2 mi scuotono un po’. Poi silenzio (si fa per dire). E i piccolini, con i loro jeans e le loro magliette autodipinte si alzano tutti in piedi, disordinatamente, girati un po’ di qua e un po’ di là, chi saluta, chi, depredato del suo sonnellino pomeridiano, sbadiglia. Sento i lucciconi, in un punto preciso degli occhi, in alto, sotto, dentro l’arcata sopraccigliare. Ce la posso fare.

Le formichine (il gruppo dei più piccoli si chiama così) attaccano a cantare. Eccola, una delle canzoni che Gabriele ultimamente ci rifila in continuazione, nel suo juke box ancora fresco di stampa ma aperto a tutte le possibilità. E sulle note di Tiziano Ferro, di Ligabue, dei Queen, la sottoscritta si scioglie. In lacrime senza speranze di essere fermate (del resto la musica dal vivo mi fa sempre quest'effetto; perché stavolta sarebbe dovuto essere diverso?). Senza peraltro riuscire a vederlo, il pargolo, in tutto il casino che c’è. Io piango e piango e piango. Per mezz’ora, cicca e spanna, e mio cuore di mamma mi stordisce.

La prossima volta che vado a un’assemblea condominiale me ne ricorderò.

lunedì, giugno 11, 2007

Polterabend L

Ci siamo. Sabato la mia amica si sposa. E potevano forse, le sue amiche, sottrarsi all'addio al nubilato? Neanche per sogno. E poi io avevo un sassolino nella scarpa di cui liberarmi. Non sono stata all’altezza, ma del resto non era cosa facile, essendo stato il mio addio al nubilato un prodigio di coordinamento e creatività malefica.

Ed ecco il sassolino. Si era creata, all’epoca del mio matrimonio, una pericolosissima alleanza tra le tre bionde del mio seguito: L., appunto, che sta per perdere il suo stato di donna che vive nel peccato, E., che nel peccato continua beatamente a viverci, ma non per questo è meno attiva sul fronte del rendere felici le amiche che fanno scelte diverse dalla sua, e infine D., famigerata svampita, la prima persona frequentata a Milano, profetessa di quanto sarebbe accaduto con Alberto in tempi non sospetti, e in parte anche per questo mia testimone di nozze.

(Qui è d’obbligo aprire una parentesi. D. è una persona assai particolare. Ci siamo amate e ignorate a stretto giro, nel corso degli anni. Nel momento in cui ci frequentavamo di più abbiamo condiviso un simil-fidanzato, convinto che non sapessimo niente l’una dell’altra, con conseguenze – sul piano del gossip o auto-gossip, se si può dire – che si possono facilmente immaginare. I nostri trascorsi, tuttavia, non le hanno impedito di sparire dalla mia vita, facendovi ogni tanto irruzione con uno stralunato SMS che recita più o meno sempre la stessa cosa: “G, non ci puoi credere! Mi stanno succedendo un sacco di cose, quando torno dall’India ci dobbiamo assolutamente vedere! Baci D”. Ecco, all’incirca ogni 4-5 mesi succede questa cosa – l’India è naturalmente solo una delle mete esotiche da cui si fa viva. Da un paio d’anni ho smesso di rispondere, visto che dopo l’SMS non riesco comunque più a parlarle. Peccato.)

Le tre bionde, per la prima volta insieme, si erano rivelate un cocktail esplosivo. Perché la sera convenuta successe quanto segue. Mi viene dato un appuntamento davanti a un locale da aperitivo fighetto, dove, oltre alle bionde, trovo altre 6 o 7 sgallettate. Si fa l’aperitivo fighetto. Insistono per farmi calare anche il terzo Negroni (all’epoca ce la facevo). Nel frattempo loro, a turno, si mettevano al telefonino per brevi comunicazioni, con fare da servizio d’ordine (stesso atteggiamento, stessa segretezza, stessa esibizione di efficienza: mancavano solo gli occhiali da sole), e si scambiavano occhiate da giocatori di briscola. La cosa continua per tutta la durata della tappa successiva: un sexy shop sfigatissimo (scopro dopo che una delle telefonate avvertiva che quello in cui avevano deciso di portarmi era chiuso), dove dopo un rapido giro mi mettono in mano un ricordino della serata. Che non è ancora finita, però. D. mi prende per un braccio e mi tira fuori: “Via, via, non c’è più tempo, via!”. E mi ficcano in macchina, partendo con una sgommata nella notte milanese.

Non mi è dato di conoscere la meta della folle corsa, ovviamente, perciò mi ritrovo, un po’ stordita, sulla porta del Lili la Tigresse, un night all’epoca famoso per la lap dance, e, sempre al telefonino, mi trascinano dentro. C’è un tizio disteso sul bancone vicino a uno dei pali; occupato, il palo, da una pitonessa con cosce da costrictor in strass e paillettes che sventola come un trofeo la mutanda di lui, miracolosamente in bilico sulle zeppe che, da altitudini insondabili, sorreggono la di lei patata (si può dire patata in un blog?) a una distanza allarmante dalla faccia del cazzone ai suoi piedi. “Madonna mia, che cazzone!” penso infatti come prima cosa. Poi mi avvicino. Il cazzone è il mio futuro marito. Non riesco a staccargli gli occhi di dosso, e lui, ridanciano, mi guarda e mi riconosce. Si rivolge alla pitonessa: “Ehm… ti presento… mia moglie”. La pitonessa diventa bordò solo per un attimo, poi con grande presenza di spirito mi guarda e fa: “Piacere, Silvia”. E si abbassa ulteriormente sulle ginocchia per stringermi la mano.

Dietro di me c’è un boato da stadio o da concerto del Primo Maggio. Le mie amiche si sono moltiplicate: ora anche tutti i maschietti sono lì, che guardano la scenetta e ridono come matti, e fanno il tifo per me, per Alberto, per Silvia (“Piacere…”), che ancora non è scesa dalla faccia del mio fidanzato ma che ci tiene a farmi sapere che le mutande gliele ha tolte senza toccargli i pantaloni, tagliandole con un paio di forbici (tecnica interessante, ma lì per lì non mi viene voglia di approfondire).

Il resto è storia. Fatto sta che, nella testa della mia nubenda di questo giro, io non aspettavo altro che un’occasione di vendetta. Complici gli anni, il momento di superlavoro e uno stato d’animo non proprio festaiolo, vendetta non c’è stata.

In sintesi, l’abbiamo portata a vendere preservativi colorati al gusto tropicale sui navigli, e, una volta finita la mercanzia, costretta a farsi firmare la maglietta da tutti i maschi della zona. Abbiamo permesso al fidanzato (e ai suoi amichetti) di raggiungerci mentre lei vendava l'ultimo condom a uno con la maglietta da Superman che, intanto, le si dichiarava sul cuore "Ciuppa ciuppa". L’innocenza, insomma.

venerdì, giugno 08, 2007

Tempo per pensare

Ecco, sono stata assente da questi schermi per un sacco di tempo. Ma ci ho pensato spesso. Del resto, chiuso (oddio, più che altro socchiuso) il discorso degli scatoloni ho fatto poco altro. In ufficio sono in apnea, non riesco a staccare neanche 5 minuti, e Simone, mio fido secondo in questa folle corsa, ha partorito stanotte, per cui sono sola nel rush finale. Poco male, ce la posso fare, auguri di cuore al piccolo Matteo e alla sua mamma e al suo papà.

Fondamentalmente, però, ho pensato. Spenta la TV, banditi i giornali, raggiunto il grado zero della vita sociale, ho pensato molto. Normalmente non è un’attività che mi prenda così tanto tempo ed energie, ma questa volta sì.

Il mio pensare ha avuto il suo culmine durante due giornate di formazione fatte all’inizio di questa settimana, che avrebbero dovuto insegnare a me e ai miei colleghi ad essere manager migliori. Più efficaci che efficienti. Più o meno. Il mio obiettivo personale era rivedere la docente, che già un volta era stata in questo ruolo, molti anni fa, al master; e poi, non meno importante, starmene per due giorni lontana per quanto possibile dalla bolgia infernale. Il primo è stato raggiunto, il secondo no. In compenso ho capito molte cose.

È che questa donna, incontrata dopo 14 anni, mi ha rivoltata come un calzino, mettendomi davanti alle mie responsabilità. Per una volta non le responsabilità verso la famiglia, il lavoro e quant’altro, ma le responsabilità verso me stessa; andando a toccare nervi scoperti che non credevo fossero così scoperti, in alcuni casi nervi che non credevo neanche di possedere. Questa donna dalla presenza scenica possente, elegante e che si intuisce decisa, forte, consapevole (ho pensato più volte che mi piacerebbe essere come lei, e non mi capita quasi mai di pensarlo, di nessuno. Mi va piuttosto bene essere me), questa donna qui, insomma, mi ha scaraventato in una crisi profondissima. Durante i due giorni di corso è stato il mio corpo a reagire: sono stata malissimo, pensavo di covare un’influenza cattiva o chissà che altro. E invece era solo un modo per reclamare attenzione. Quindi, i giorni successivi sono serviti a fare chiarezza, a sgombrare per quanto possibile le macerie (ah! di nuovo sgombrare!) e pensare alla ricostruzione. Come dopo un terremoto, uno tzunami, un’alluvione, il crollo di una diga, una frana. La ricostruzione, intendiamoci, è ben lungi dal partire, diciamo che sto facendo il budget.

Ecco perché non ho scritto, in questi giorni: ero troppo rivolta a me stessa per mettere fuori qualcosa.

Adesso però si torna al mondo, alla scrittura e agli amici. E a questa donna va un pensiero grato: parlare con lei è stato come sentir parlare il mio specchio, oggettivare una situazione che fino ad ora vivevo come una sterile costruzione della mia testa.

E per siglare il ritorno, stasera vado a ballare e domani mi faccio i colpi di sole!