giovedì, settembre 27, 2007

Cornuta e mazziata

Ieri sera la Tata mi ha detto, senza farmi pesare il fatto che mi stava rimproverando, che sarebbe carino se io e/o mio marito riuscissimo a passare almeno una sera la settimana con il bambino. Io torno a casa verso le 8, di solito. E le 8 sono sera, tecnicamente.

(Mio marito lo mettiamo tra parentesi, perché è ovvio che lei lo ha nominato solo per mantenere una parvenza di politically correct).

"Una sera" significa in realtà un pomeriggio. Lei dice "di sera" ma vorrebbe dire che almeno una volta la settimana dovrei andare a prenderlo a scuola. Alle 4, altro che sera. "Perché lui vede le altre mamme, al parco". Sì, al parco.

Il peggior nemico delle donne sono le altre donne.

martedì, settembre 25, 2007

Anch’io in catena!

Labelladdormentata mi nomina in un meme molto carino e io non posso sottrarmi :)
Pesco le regole da Maurice, perché la dottoressa se ne è dimenticata, ed eccole qui (cito testualmente): “bisogna parlare di otto fatti a caso che riguardino se stessi in un post dedicato, scegliere altre otto persone da taggare e dire loro che sono taggate (e, ovviamente, ricordarsi di postare le regole!)”.

Olè, cominciamo.

1: ho il senso di orientamento di una trottola ubriaca. Mi perdo ovunque e in continuazione. Se però sto trasportando qualcuno cerco di fare in modo che chi è con me non se ne accorga, comportandomi con molta nonchalance. A volte mi riesce, a volte no. Una volta ero a Potenza e, con Alberto, eravamo diretti non so più dove. Guidavo io, essendo autoctona. A un certo punto mi trovo davanti un nuovo svincolo (Potenza è piena di svincoli ovunque, puoi girare tutta la città andando su e giù per i cavalcavia, e continuano a costruirne di nuovi. Questo non aiuta uno che si era perso il giorno il cui distribuivano il senso dell’orientamento), e senza dare a vedere che non avevo la minima idea di dove conducesse, lo imbocco senza pensarci due volte. E inizio a girarci, sempre chiacchierando. Primo giro: non so dove siamo. Secondo giro: buio totale. Non c’è verso di trovare la mia uscita, e continuo a far finta di niente, esplorando a caso le molteplici possibilità di girare a destra e a sinistra senza mai scendere dal ponte. Al terzo giro (era già passato un quarto d’ora) Alberto mi fa: “Scusa, ma questo cartello non l’abbiamo già passato tre volte?”, e io: “Nooooo, è che ce ne sono un sacco uguali, queste strade si somigliano tutte!”. Dopo mezz’ora abbiamo lasciato lo svincolo. Io non ci sono mai più andata. Se devo raggiungere una di quelle zone mi faccio accompagnare da mia sorella.

2: per un periodo della mia vita avrei voluto fare l’attrice. A 16 anni ho fatto un corso di recitazione, cui non c’è stato seguito, e poi, durante l’università, ho partecipato a diversi laboratori teatrali. Con esiti terrificanti. Però ho fatto I Giganti della Montagna (cosa che in pochi possono dire). Io facevo parte del coro delle streghe.

3: ho rifiutato un lavoro a Parigi. È andata così. Il mio ultimo giorno di lavoro nell’agenzia di pubblicità più figa del mondo, il mio gruppo e il cliente mi portano fuori a pranzo in un ristorante ancora più figo dell’agenzia, mi riempiono di regali, lacrime e saluti. Alla fine del pranzo il cliente (un orco) mi dice che il suo assistente finisce il giorno dopo. Se voglio, il suo posto è mio, ma ho 30 secondi per decidere. Io mi vedo la situazione: il giorno dopo scade anche il mio contratto di casa, quindi non so dove andare (ok che Parigi è piena di ponti, ma poi come ti presenti in ufficio tutta stazzonata?), il futuro capo è, appunto, un orco, anche vagamente psicolabile, lo stipendio è da fame, io non vado a casa da 6 mesi e altre considerazioni di questo genere. Lo ringrazio molto della proposta ma in 30 secondi non ci riesco proprio, a decidere. Naturalmente mi pento subito. Due giorni dopo, da casa, lo chiamo per dirgli che sono pronta a tornare (pare che alcuni ponti siano particolarmente confortevoli), ma non mi risponde. Interpello la mia ex collega dell’agenzia e lei, oltre a complimentarsi con me per la coraggiosa scelta, visto il personaggio, mi comunica che lui se n’è andato. Quindi addio posto. A volte mi chiedo ancora come sarebbe andata a finire se avessi detto subito di sì.

4: detesto i quotidiani. Perché ti dicono un quarto di quello che succede davvero, e se arrivi a metà di una vicenda non saprai mai cosa è successo - dall'inizio. Perché sono lontani dalla realtà e vicini alle poltrone che rappresentano, direttamente o indirettamente. E perché, cosa non da poco, perché sono difficili da sfogliare e sporcano le mani.

5: da piccola (molto piccola, facciamo 2 o 3 anni) mi svegliavo nel cuore della notte, andavo nel lettone e dicevo: “Mamma, cantiamo una canzone?”, e iniziavo a cantare. Il vicinato ne era felice, e anche i miei.

(ehi, è impegnativo ‘sto meme!)

6: ho messo in piedi, con una collega, il nido aziendale, iniziando a lavorare due mesi prima del mio rientro in ufficio. C’era una nursery, all’epoca, tenuta dalla ex tata degli ex proprietari (che avevano pensato bene di metterla sul libro paga dell’azienda piuttosto che sul loro), ma la nuova gestione aveva deciso di dismetterla perché creava troppe responsabilità all’azienda. Così per due mesi ho fatto chilometri di telefonate in comune per capire come funzionava la normativa sugli asili aziendali, ho passato ore in compagnia di un simpatico commercialista (con un passato da musicista: aveva lavorato con Orietta Berti, Rita Pavone e un sacco di altri mostri sacri per i quali faceva il turnista) per mettere in piedi l’associazione dei genitori che avrebbe poi gestito il tutto, ho reclutato fornitori per tutti i servizi connessi. Da quattro anni il nido è una realtà, le mie colleghe possono rientrare al lavoro appena i bimbi sono svezzati (ma ne usufruiscono anche molti papà) e ogni anno assistiamo a scene imbarazzanti per le liste d’attesa. E ho deciso che non farò mai questo mestiere.

7: non sono una sportiva. I miei genitori hanno provato a farmi praticare un sacco di sport, ma sono proprio negata. L’ennesimo maestro di tennis, alla terza lezione, mi ha detto che forse era meglio provare con qualcos’altro, che, so, i cavalli, per esempio. Però ho la patente nautica.

8: non ho il pollice verde. Le piante mi piacciono moltissimo ma le faccio morire, sempre. Una volta, quando ero all’università, ho fatto morire un’agave.

Ecco, fatto. Non che sia stato facile.

Allora passo la palla a Chiara, Gallinavecchia, Popale, Brigida, Kabalino, Fabdo, Alice, Topozozo (un po’ di vecchi amici, un po’ di nuovi…).

Ciao ciao!

giovedì, settembre 20, 2007

Vite allagate

Non sia mai detto che uno non sconti pesantemente le cose belle che ha fatto. Così, a parte una serie di contrattempi che hanno triplicato il budget del nostro favoloso (e ormai famigerato) week end parigino (contrattempi che non riferirò perché mi vergogno troppo), basti al mio affezionato pubblico la puntata finale.

Esterno giorno
Aeroporto di Orio al Serio, arrivi
Lunedì, ore 12.00

Io (al telefono): “Tata? Ciao, siamo arrivati! Siamo appena atterrati, ora andiamo a prendere la macchina. Tra un paio d’ore puoi venire a prenderti Gabri, così noi andiamo al lavoro”
Tata: “Ciao, Giuliana. Ah ma siete a casa?”
Io: “No, tata, siamo in aeroporto”
Tata: “Ah, va bene. Allora fra un po’ vengo”
Io: “Tra un paio d’ore, tata. Tempo che ci facciamo una doccia, mangiamo qualcosa…”
Tata: “Senti, ehm…”
Io: “Dimmi, c’è qualcosa che non va?”
Tata: “No, ti volevo dire… Sabato mi sono permessa di salire da te… Perché la Vicina mi ha chiamato e mi ha detto che c’era una macchia di umidità nelle scale…”
Io: “…”
Tata: “E insomma sono venuta su col Tato (suo marito) e abbiamo visto che c’è una macchia anche nel tuo ingresso, e che l’acqua viene dal bagno di sopra”
Io: “Ah. E…”
Tata: “Il Tato ha chiuso l’acqua, sopra e sotto. Quindi ora che arrivate a casa sappiate che l’acqua è chiusa”
Io: “Ah. Va bene… Grazie… Ringrazia anche il Tato… Ci sentiamo più tardi… Ciao, Tata”.

Esterno giorno
In macchina, sull’autostrada verso Milano
Lunedì, ore 12.15

Io: “…E insomma, la Tata e il Tato hanno chiuso l’acqua. Sopra e sotto. Speriamo che non ci sia un macello…”
Alberto: “Speriamo”
Gabriele: “Ma adesso andiamo a casa? Perché non andiamo di nuovo a Parigi?”

Interno giorno
Casa, ingresso
Lunedì, ore 13.10

Alberto: “Apro l’acqua, poi vado a vedere di sopra”
Io: “Ok, io vado in bagno, arrivo subito”

Urletti dal piano di sopra. Zampette sulle scale. Gabriele è davanti alla porta del bagno.

Gabri (urlando): “Mammaaaaaaaaa!!!! Vieni a vedereeeeee!!!”
Alberto (urlando ma meno): “Gabri, lascia stare la mamma. Poi verrà”
Gabri (ancora più forte): “MAMMAAAA!!! C’è tutta l’acqua a terra!!! C’è un lago!!!”

Esco dal bagno. Gabriele è eccitatissimo, mi tira su per le scale. Intanto bussano alla porta.

Io: “Avanti, è aperto!”
Tata: “Ciaaaooo! Siete tornaaati!”
Io: “Sì, siamo tornati. Vado a vedere di sopra, scusami un attimo”
Gabri: “Tata, lo sai che sopra c’è l’acqua a terra? Un sacco, è un lago!”
Tata: “Ma no, Gabri, l’abbiamo chiusa, l’acqua…”

Bussano ancora alla porta. Entra il cane della vicina-nonna. Entra la vicina-nonna.

Vicina: “Ciaaaooo!!! Siete tornati!!!”
Gabri: “Nonna, lo sai che sopra c’è l’acqua a terra? Un sacco, è un lago!”
Vicina: “Ma no, Gabri, l’abbiamo chiusa, l’acqua…”
Gabri: “Nooo, vi ho detto che c’è l’acqua!”

Interno giorno
Casa, mansarda
Lunedì, ore 13.20

Io: “Cazzo”
Alberto: “Cazzo”
Io: “Ma da dove cazzo è entrata?”
Alberto: “E che cazzo ne so?”
Io: “Miiiii… Io asciugo, tu chiama l’idraulico per il tubo e M. (l’uomo della ristrutturazione, ndr) per il tetto. Tanto qua è il tetto”

Ecco, io l’ho pagata così. Oggi pomeriggio dovrebbe venire il signore del tubo. Sono senza acqua calda da lunedì. Lavarsi è un piacere, la mattina. Anche la sera, a pensarci bene. Ieri invece è venuto quello del tetto. Un piccolo risarcimento: era lo zingaro di Chocolat ;)

martedì, settembre 18, 2007

Sentirsi a casa

La prima volta che ho messo piede a Parigi era l’inverno del 1991. La guerra del Golfo era appena iniziata, la CNN imperversava con le sue sigle da spettacolo preserale, io ero di stanza a Rennes, in Bretagna, e molti dei miei amici si aspettavano di essere richiamati da un momento all’altro, chi perché francese, chi perché arabo. In questo clima pesante e ipermilitarizzato Parigi era bruttissima: grigia, fredda, piena di soldati ovunque. E i soldati francesi non somigliavano agli italiani, si aggiravano per le strade armati fino ai denti e minacciosi e duri, e forse spaventati, anche, a far compagnia alla polizia in tenuta antisommossa, che piantonava tutto, dalle stazioni del métro ai Boulevard, dalle piazze a ogni singolo cestino della spazzatura.

Avevo passato la prima notte in una pensione che mi era stata indicata da una ragazza all’Università, e non mi era stato possibile chiudere occhio: la pensione era fetida, il bagno comune, al piano, inavvicinabile, la camera talmente sporca che avevo dormito col cappotto per mettere una barriera tra me le macchie incomprensibili che adornavano il copriletto (per nulla al mondo l’avrei usato, il letto).

Però, fin dal mio sbarco alla Gare Montparnasse, mi ero sentita a casa. C’era qualcosa in quella città che mi sembrava di conoscere da sempre, nonostante il mio francese ancora incerto (per inciso, non ho mai incontrato un francese scortese, di quelli che “fanno finta di non capirti se non parli la loro lingua”) e la novità per la quale ci ero andata.

Il soggiorno successivo è stato di lavoro: agenzia di pubblicità, sette piani schiantati in faccia all’Arc de Triomphe, altissimo rischio di innescare il meccanismo métro-boulot-dodo che attanaglia i parigini. Il primo giorno, arrivata sotto l’agenzia, ho chiamato mia madre, e non riuscivo a parlarle perché non potevo smettere di piangere, dalla felicità. È stato un anno duro da molti punti di vista, ma mi sono sentita a casa. La sera uscendo dal lavoro facevo una passeggiata e tutta la stanchezza se ne andava via, annegata nella bellezza di questa città che mi era già entrata dentro prima ancora di conoscerla.

Questo week end non doveva essere altro che un week end da turisti (non ho fatto molto la turista a Parigi, pur avendo visitato quasi tutti i posti turistici: lo spirito è sempre stato diverso): salire sulla Tour Eiffel, prendere il Bateau Mouche, portare Gabriele alla Cité des Sciences, cose così. Invece è stato proprio Gabriele a dargli un aspetto diverso. Perché lui si è sentito a casa. Nonostante la sua scarsa attitudine al cambiamento, che dopo un po’ gli fa venire voglia di tornare a Milano, alla sua casa, ai suoi giochi (come tutti i bambini); nonostante tutto questo lui non smetteva mai di mangiarsi con gli occhi tutti i posti per i quali siamo passati, e ogni volta spostarsi era un dramma, e ogni nuova scoperta una festa.

E quando siamo entrati in aereo per tornare a Milano, lui ha iniziato a piangere, di quel pianto disperato che ti strappa il cuore, perché non è rumoroso ma è profondissimo, e continuava a dire: “Non voglio tornare a Milano, voglio abitare a Parigi”. E io provavo a consolarlo, senza riuscirci troppo, perché il problema vero era che io stavo pensando esattamente la stessa cosa.

giovedì, settembre 13, 2007

Parigi, o cara

Mi sono guardata allo specchio e ho deciso che era necessario fare una coda. Mi è venuta in mente la pubblicità di Fructis Garnier, quella che dice “addio alla coda del secondo giorno”. Io avrei detto “addio alla coda del giorno dopo”, fossi stata il copy. La coda del giorno dopo secondo me è più incisiva, anche se, anzi, proprio perché, rimanda ad altre operazioni “del giorno dopo” a carattere di emergenza. Ma magari il copy l’aveva proposta, e gliel’hanno bocciata proprio perché ricordava. Oppure perché dicendo “del secondo giorno” si dà per scontato che una con un metro di capelli in testa dovrebbe sentirsi in colpa se non se li lava tutti i giorni. Insomma, decido che gliel’hanno bocciata, non può non averla proposta.

E subito dopo il copy-delirio mi viene in mente l’aria della Traviata Parigi, o cara, che fa “Parigi, o cara, noi lascerem…”: Alfredo consola una morente Violetta dicendole che si allontaneranno da Parigi, cambieranno vita, lei non sarà più costretta a fare il mestieraccio che fa e “la tua salute rifiorirà”. Ecco.

Il fatto è che la mia coda ha carattere non solo di emergenza tricologia, stamattina, ma proprio di manifestazione esteriore di tristezza (da esprimersi attraverso la mortificazione del corpo). Tristezza così triste che non riesco neanche ad arrabbiarmi. Gabriele non sta bene. Niente di grave, per carità. Gabriele è raffreddatissimo. Più che raffreddatissimo, ieri sera, con la temperatura fissa sui 37° (che in un adulto dici chissene, ma in una bambino fa presto ad andar su). Sono indecisa se curarlo o spezzargli le gambine. A parte l’extra budget alla baby sitter che ciò comporta, stavolta c’è una cosa molto più importante in gioco: un week end a Parigi, con partenza domani sera e rientro lunedì a mezzogiorno.

È stata una sorpresa di mio marito, che mesi fa ha approfittato di un’offerta di Ryan Air (voli a 1 cent). Tutti contenti, con grande fatica riusciamo a trovare un albergo, e finalmente, lunedì ci diciamo che a questa settimana si può sopravvivere, visto che venerdì sera saremo in volo. Ecco, l’abbiamo rifatto: tutti contenti per una vacanza, per breve che sia. Eppure avevo promesso di non farlo mai più. E quindi, puntualmente, sono stata punita.

Non mi rimane che sperare che in questa trentina di ore che ci separano dal volo “la sua salute rifiorirà”.

Eccheccazzo, però!

lunedì, settembre 10, 2007

V-Day, V-Day

La famiglia-in-corriera va al V-Day. Ovviamente arriva in ritardo, quando i moduli da firmare sono finiti da ore, e dopo un po’ di ciondolamento nell’affollata piazza si decide di portare il pupo al Castello. Giretto, poi al parco. Birretta al baretto della festa di Rifondazione, e il discorso va inevitabilmente in politica, ma con toni da tolsciò.

Io: “A me la cosa che mi sta veramente sul c… della sinistra italiana è che è fottuta nella sua stessa identità: i vertici sono indistinguibili dai soci di Confindustria oppure fanno i radical-chic, mentre la base si veste e si comporta come una massa di fattoni reduci degli anni 70. Non li sopporto”

Intanto è comparso un volantino, il Manifesto per la riforma della politica. Il tono da salottiero si fa solo un po’ più cattivo, e l’attenzione si focalizza sull’obiettivo di “restituire dignità alla Politica, intesa come servizio al Paese, di rilanciare democrazia ed economia, dopo anni di decadenza, attraverso la partecipazione dei cittadini, il controllo sul potere politico e l'impegno diretto nella gestione della cosa pubblica.”

A questo punto le note di stile, per così dire, non sono più sufficienti.

Alberto: “Destra e sinistra non c’entrano, bisogna pensare in modo trasversale. Chi amministra la Cosa Pubblica si assume una responsabilità che dovrebbe essere controllata direttamente dai cittadini, e a fronte di comportamenti non adeguati, pagare per mano dei cittadini stessi. Non certo alla maniera dei terroristi, o come le Brigate Rosse. Molto più semplicemente, se tratti la Cosa Pubblica come se fosse privata, qualunque privato cittadino può venire da te e spezzarti le gambine. Fisicamente. Se sai che ti può succedere una cosa del genere, di sicuro ci stai più attento. […]”

Io: “Ammesso che la tua ipotesi sia reale, e ovviamente non lo è, io non credo che si riuscirebbe mai a realizzarla. Il problema dell’Italia è nella testa degli italiani, nella testa della nostra generazione. Non siamo capaci neanche di far rispettare i nostri diritti nel microcosmo dell’azienda, come vuoi che ci rendiamo conto di quando ci rubano la democrazia?”

Alberto: “Stai mischiando cose che non c’entrano. […] Se un amministratore gioca con la sanità, con l’istruzione, con i soldi dei cittadini, io voglio poter intervenire. Il tuo è un atteggiamento da girotondina. La massa non esiste.”

Io: “Non sto mica parlando di massa, è che i cittadini hanno rinunciato alla democrazia, e quindi…”

Alberto: “Ma quali cittadini e quale democrazia…”

[n.d.r: le posizioni politiche di mio marito e le mie non sono tagliate con l’accetta così come emerge da queste poche battute. La discussione era più che altro nata da un’ipotesi del tutto teorica, e su questa si è crogiolata nella frescura del tramonto al Castello]

Torniamo a casa. Entrati nel portone, Gabriele inizia a lamentarsi perché vuole che lo porti in braccio. Io lo lascio strillare e alla fine lui sale da solo, frignando.

Alberto: “Che aveva Gabriele da strillare?”
Io: “Voleva che lo portassi in braccio”
Alberto: “Ah. E tu non hai aperto un tavolo di negoziazione, indetto un girotondo?”
Io: “…”

giovedì, settembre 06, 2007

1 anno di MiC

Mamma in Corriera compie un anno!

In quest’anno ci sono stati alti e bassi, momenti di grande produttività e momenti di stasi, post belli e post brutti, ma in fondo il solo fatto di non aver mollato è già un dato positivo. Tanto più che mollare è sempre più difficile.

Col tempo ho iniziato a vivere certe situazioni pensandole in forma scritta, per così dire: una modalità del pensiero che mette già in ordine, rimugina, costruisce, per essere poi trasferita direttamente qui dentro. Cosa che raramente accade, a onor del vero, ma che è bella da provare.

È d’uopo ringraziare tutti quelli che sono passati di qua, e in particolare quelli che hanno lasciato una traccia. Alcuni di loro mi sono abituata a considerarli amici, e loro lo sanno. Mi immagino i loro commenti man mano che le cose succedono, e di volta in volta mi piace pensare a cosa ne direbbero.

Ad esempio: sto facendo la coda in posta e una vecchietta mi salta davanti: che farebbe Annachiara, energica e dalla lingua puntuta com’è? E Graziella come descriverebbe questo paesaggio così bello da essere commovente, sul quale mio figlio si è appena impastato addosso una pizza grande come la sua maglietta? Oppure: per questo tipo di acciacchi ci vorrebbe proprio La Bella Addormentata, lei sì che mi rimetterebbe in piedi. Titti vive praticamente nella scrivania di fronte a me, con la sua lucidità e la sua saggezza, mentre Antonio si affaccia ogni tanto alla porta per farmi cucù e ricordarmi che c’è sempre un’alternativa. Topozozo mi riporta alla realtà con il suo sguardo un po’ ruvido, mentre la Coniglia mi fa pensare con nostalgia a quando avevo la sua età. Chiara invece ha questa vita un po’ loft newyorkese un po’ mulino bianco, che mi fa ridere un sacco. E poi c’è Copyman con la maledizione di ICQ che ci perseguita entrambi da qualche tempo e ci condanna alla modalità fermo posta. Ma come non desiderare di andare almeno una volta da Maurice, a mangiare ma anche a parlare, perché tanto lui di parlare non si stanca mai. E poi, ciliegina sulla torta, pOpale, che mi ha insegnato un metodo di sopravvivenza allae riunioni assolutamente esclusivo: immaginarsi i partecipanti in mutande (dovresti vedere quelle del mio AD!).

Eccoli, in ordine sparso e senza voler essere esaustiva, alcuni dei miei amicicci di blog, come li chiama mio marito: tutte persone che prima non c’erano nella mia vita, e che non avrei mai avuto la fortuna di conoscere se un anno fa non avessi preso il coraggio a due mani e non avessi detto “Proviamo”.

Perciò, in quest’epoca per me di compleanni, buon compleanno Mamma in Corriera!

Addio Maestro

Ho frequentato il Conservatorio per molti anni. Col senno di poi, posso definirlo un’istituzione solo di poco più evoluta di un collegio di Carmelitane Scalze. Quando sei dentro neanche te ne accorgi, tanto sei convinto che non ci sia un altro modo di imparare la Musica, anzi, che non ci sia quasi un’altra Musica. Ho imparato molte cose e ne ho dimenticate altrettante, ma quell’atmosfera no, non si dimentica.

Per questo quando è arrivato questo tenore che pretendeva di fare il democratico, all’inizio ero piuttosto perplessa: l’Opera non è questo, l’Opera è una cosa seria. Non posso dire di essere un’appassionata di opera. Ci vado volentieri, se trovo qualcuno che mi accompagna, e tra i miei CD ci sono l’Aida, Le Nozze di Figaro, la Carmen e qualcos’altro. Tutto vissuto in modo piuttosto superficiale, ma senza concessioni all’eccessiva familiarità, quasi che fosse da maleducati.

Poi però, com’era ovvio, mi sono dovuta rimangiare tutto.

Grazie, Big Luciano, grazie di essere diventato una star come Madonna. Grazie soprattutto perché hai infranto un sacco di tabù. Dopo di te, forse, nessuno sarà più cieco com’ero io.

lunedì, settembre 03, 2007

Ghirada BarCamp, dove c’è (anche) un bambino

Alessandro Carrera è stato per me una specie di angelo custode durante una delle mie attività più interessanti negli ultimi anni. Perciò quando mi ha parlato del Ghirada BarCamp, che si accingeva ad organizzare, io ho subito aderito entusiasticamente. Con un dubbio: e il pupo a chi lo lascio, soprattutto se voglio seguire tutti e due i giorni? Semplice: babysitter per figli di camper, ed è nata l’idea del BabyBarCamp, lì per lì.

Insomma, sabato 22 e domenica 23 la famiglia-in-corriera sarà in Veneto al gran completo. Le premesse sono come sempre golose (almeno quanto quella dello spritz offerto dall’organizzazione ;)), e di certo sarà un’occasione perfetta per conoscere o rivedere persone che si incontrano troppo di rado.

Ah, il Ghirada BarCamp ha un’altra particolarità: lo sport. Oltre agli interventi dei camper, infatti, sono previsti tornei di vari sport e – udite udite – la possibilità di stravaccarsi in piscina. In altre parole, mens sana in corpore sano. Non male come programma, no?

Saturno nel segno

Vergine (23 agosto - 22 settembre)

"La storia non ha mai offerto troppe opportunità di fare molte cose che non vale la pena di fare", ha scritto il romanziere William Gaddis. Nelle prossime settimane ti consiglio di tenere a mente questa considerazione. Anche se riceverai una marea di inviti, solo alcuni saranno intimamente collegati al tuo scopo principale su questa Terra. Ma si riveleranno così sorprendentemente utili da migliorare la tua vita. Ti prego, rifiuta tutti gli altri inviti e accetta i migliori con il cuore pieno di entusiasmo e la mente fluida come un ruscello di montagna.”

Ecco, questo è il mio oroscopo di questa settimana. Quello di Rob Brezsny, preso ogni venerdì dall’Internazionale, l’unico che mi ispiri veramente, forse perché più che un oroscopo è una vera lettura.

Fatto sta che da ieri Saturno è nel mio segno, e da quattro giorni ho 40 anni.

Facciamo 2+2: Saturno porta cambiamenti radicali (per favore, nessuno mi faccia notare che spesso sono negativi), e da più fonti apprendo che la vita comincia a 40 anni. A questo punto, sono quattro giorni che mi stupisco di svegliarmi sempre nello stesso letto, prendere sempre la stessa metropolitana, sedermi alla stessa scrivania dello stesso ufficio. Per cui la prendo con filosofia: se ci vogliono fino a 48 ore per la propagazione di un DNS in rete, suppongono che ce ne vogliano ben di più perché un pianeta lento faccia sentire i suoi influssi.

Un effetto collaterale di tutto ciò però c’è stato: non sono riuscita ad aggiornare il blog. Non che non avessi niente da scrivere. Credo che lentamente riprenderò le fila della mia improbabile linea editoriale e tornerò su qualcuna delle riflessioni fin qui neglette. Oppure la cambierò, la linea editoriale.

In ogni caso: bentornati dalle vacanze, per chi c’è stato, e buon inizio di un nuovo anno!