Seconda puntata del decalogo dell'aspirante CT da bar. Lo so, sto diventando pesante...
Questa volta parliamo delle voci 4 e 5:
4) L’emergenza si paga. Con soldi, non lacrime-sudore-e-sangue
5) “Tu non sei la cura, non sei la malattia, ma forse sei solo un fastidioso effetto collaterale del sonno della ragione”*: lo scaricabarile non va più di moda
* cit. da Svaroschi
L’emergenza si paga. Con soldi, non lacrime-sudore-e-sangue
Chi non si è mai trovato a dover consegnare una cosa “per ieri”? è la quotidianità di molti, niente da dire. Soprattutto nelle agenzie, dove clienti storditi, ma anche no, ti fanno sapere la sera alle 7 che il giorno dopo devono presentare qualcosa di vitale a qualcuno di fondamentale per il loro futuro professionale. E tu che fai? Ti metti lì e fai buon viso a cattivo gioco. Ok. Va bene. Succede.
Magari anche spesso. Però, c’è un però. Il lavoro fuori orario e fuori da ogni pianificazione è lavoro che costa il doppio a chi lo fa, e che spesso viene ceduto gratuitamente a chi lo riceve.
Quando lavoravo a Parigi c'era una sana abitudine: alle 18.10 tutti fuori dalle balle. Ero in agenzia di pubblicità, chiariamo, non in un ufficio pubblico. Anzi, nella più grande agenzia francese e la seconda in Europa. A volte però capitava che ci fosse un'emergenza. In genere causata dalle agenzie italiane. E siccome di loro me ne occupavo io (il mio capo mi ha accolto dicendo: "Ecco, ora che sei qua non voglio più sentire gli italiani. Parlaci tu, io non lo capisco, ragionano in un modo assurdo, e sono sempre in emergenza"), ero io che dovevo rimanere oltre l'orario se tardavano. La soddisfazione era però che pagavano, ah se pagavano! E caro, anche!
E quindi, se io fossi CT, scriverei nel contratto con miei clienti:
“Siamo in grado di gestire le emergenze, a due condizioni:
1) Che si tratti effettivamente di emergenze. Non anticiperemo lavori già pianificati se non è provato che essi siano essenziali [diciamoci la verità, la maggior parte delle emergenze sono cose che possono benissimo essere rimandate di un giorno o due; d’altro canto, la maggior parte delle cosiddette emergenze è solo un tentativo di placare l’ansia del cliente, o del manager, o di chiunque sia a chiedere un intervento, appunto, di emergenza];
2) Le emergenze hanno un costo. Consideriamo emergenza la riduzione dei tempi previsti per lo svolgimento di un lavoro o la richiesta di lavoro non pianificato, o tutte le fattispecie qui non elencate che richiedano l'uso del termine in questione. Per ogni lavoro la cui consegna è richiesta in anticipo sui tempi previsti, è richiesto un sovrapprezzo pari al costo originario del lavoro + il 150%. Nel caso di lavori non pianificati, il costo dei medesimi sarà calcolato di volta in volta; in ogni caso non sarà inferiore al costo normale per il lavoro richiesto + il 150%.”
E le persone? Che ne è delle persone che devono lavorare in emergenza? Beh, questo è facile, basta pagare il lavoro in più o, se non è possibile (ad esempio per le persone la cui posizione contrattuale non prevede lo straordinario) prevedere ferie compensative, premi di produzione, ecc. ecc.
Ho come la sensazione che le emergenze calerebbero drasticamente.
“Tu non sei la cura, non sei la malattia, ma forse sei solo un fastidioso effetto collaterale del sonno della ragione”: lo scaricabarile non va più di moda
Quando le cose si mettono male, la situazione si lascia marcire. E quando la situazione è marcita, si sposta il focus dalle cause reali a uno dei suoi effetti collaterali, che sia facilmente identificabile attraverso nomi e cognomi.
Faccio un esempio: il turn over si fa altissimo, le persone vanno via a frotte, non si fa in tempo a prendere gente nuova per far fronte ai progetti in corso, che dopo un po’ vanno alla deriva. Quando i clienti si fanno sentire, si indice una bella riunione di tutta l’azienda, in cui si dice che il problema è che ultimamente la qualità dei progetti è calata, per colpa del gruppo X o Y. Se qualcuno fa notare che si fa fatica a lavorare bene mentre tutti scappano via, l’azienda risponde che il turn over è fisiologico.
A me suona di scaricabarile. È evidente che c’è un problema, ed è altrettanto evidente che non risiede né nel gruppo X né nel gruppo Y.
Ecco, non è fashion, non va di moda. Puzza anche un po’, questo modo di agire. Dov’è la trasparenza di cui tutti si riempiono la bocca? Dietro cosa si nasconde la miopia di questo management? Paura, il più delle volte, che innesca connivenze mortali.
Se io fossi CT, il mio management dovrebbe assumersi le sue responsabilità fino in fondo. Siamo in ritardo con un progetto? Non provare a dirmi che le persone hanno lavorato poco, o male, o che so. E se è stato così, vai a vedere perché. Le hai scelte tu, se non vanno bene è una tua responsabilità. Lo so che ora come prima cosa, uscito da questa stanza, andrai da loro a cazziarle, e siccome non voglio che succeda vengo con te. E ci parlo con questi qua, così vediamo che cosa è successo e facciamo in modo che non si ripeta. Se è possibile. Il pesce puzza dalla testa.
Un’altra cosa: che non venga in mente a nessuno di cercare il responsabile prima di aver pensato a una soluzione. Quando si lavora capita di fare delle cavolate, ma siccome capita a tutti non è il caso di crocifiggere uno, magari solo perché è l’ultima ruota del carro.
Augh. L'aspirante CT ha parlato.
venerdì, marzo 28, 2008
giovedì, marzo 20, 2008
Siamo tutti CT - Prima puntata
Decalogo semiserio per aspiranti Commissari Tecnici e/o Direttori Generali
La forza della nazionale (di calcio) scorre potente anche in azienda. A fronte dei problemi più o meno quotidiani, più o meno straordinari, più o meno incancreniti, della propria azienda, ci sentiamo tutti CT. E dissertiamo interminabilmente delle soluzioni possibili. Proprio come al Bar dello Sport.
E chi sono io per esimermi dall’esercizio di uno sport mai passato di moda? Se io fossi CT – che mi piace di più di Direttore Generale – applicherei il mio personale decalogo. Siccome è una cosa piuttosto impegnativa, però, lo pubblicherò un po' alla volta.
1) Energie rinnovabili o le persone non sono risorse
2) Nonsolocottimo o il valore delle persone non è misurabile solo in termini di tempo
3) Edit your profile o tutte le persone hanno qualcosa da dare
Energie rinnovabili o le persone non sono risorse
risórsa
s.f.
AU
1 mezzo, espediente con cui è possibile provvedere a un bisogno, a una necessità: risorse abbondanti, scarse; risorse materiali, economiche; disporre di molte risorse dote, morale o intellettuale, o abilità a cui una persona può fare ricorso nell’affrontare le situazioni: risorse dell’ingegno, della fantasia, dell’esperienza; persona di grandi risorse, piena di risorse, che ha grandi capacità e spirito d’iniziativa o è molto abile nel trarsi d’impaccio
2 insieme dei mezzi e delle disponibilità produttive, che costituiscono fonte di ricchezza: il turismo è la principale r. della regione, questo podere è una grande r.; risorse alimentari, energetiche, petrolifere; un paese dalle enormi risorse
3 TS biol., spec. al pl., in un ambiente naturale, disponibilità di energia biologica che, assunta dalle singole specie sotto forma di cibo, soddisfa le loro esigenze alimentari
4 TS inform., ciascuno degli elementi che costituiscono un sistema, come per es. l’unità centrale, le memorie, le periferiche, ecc.
Polirematiche
risorse forestali loc.s.f.pl. CO ministero delle risorse agricole alimentari e forestali risorse naturali loc.s.f.pl. TS econ., complesso degli elementi materiali e delle fonti energetiche dell’ambiente che vengono sfruttate dall’uomo per soddisfare i propri bisogni e per produrre ricchezza risorse rinnovabili loc.s.f.pl. TS econ., l’insieme delle fonti energetiche non soggette a esaurimento, come per esempio l’energia solare e l’energia eolica risorse umane loc.s.f.pl. TS econ., risorse costituite dal lavoro umano e contrapposte a quelle naturali.
Le persone hanno una vita, famiglie, case, amici. Le risorse umane hanno una job description.
Le persone parlano, ridono, amano, sudano, hanno delle opinioni. Le risorse umane fanno.
Le persone hanno dei diritti. Le risorse umane hanno doveri.
Le persone sognano, si proiettano in un qualche futuro, si vedono per come saranno tra dieci anni. Le risorse umane vivono solo il presente.
Le persone hanno senso critico. Le risorse umane sono lobotomizzate.
Le persone parlano come mangiano, e anche se non mangiano parlano lo stesso. Le risorse umane non è detto che mangino, ma di sicuro parlano solo per dire sì.
Le persone sono simpatiche o antipatiche, affabili o scontrose, amabili o odiose. Le risorse umane sono e basta.
Le persone sono curiose, vogliono delle spiegazioni, si guardano attorno, si confrontano. Le risorse umane bevono alla fonte della comunicazione istituzionale.
Le persone usano il 10% del loro cervello. Le risorse umane l’1%.
Le persone pensano, riflettono ed elaborano. Le risorse umane eseguono.
Le persone sono diverse fra loro. Le risorse umane sono intercambiabili.
Le persone sentono. Le risorse umane sono emotivamente ignoranti.
Le persone si misurano in termini di qualità. Le risorse umane si misurano in termini di quantità.
Le persone sono energie rinnovabili, infinite. Le risorse umane, checché se ne dica, sono finite.
Se io fossi CT vorrei delle persone. Le risorse umane se le prenda qualcun altro. Il Responsabile delle Medesime, per esempio.
Nonsolocottimo o il valore delle persone non è misurabile solo in termini di tempo.
C’è un malcostume comune all’Italia e ad alcuni Paesi orientali che vuole che il valore delle persone sia giudicato in base al tempo trascorso alla scrivania. Nessuno si muova se il capo non è andato a casa. E se il capo soffre di insonnia o la moglie lo ha sbattuto fuori casa, tanto peggio: si vada ai materassi*.
Naturalmente non c’è nessuna relazione tra la quantità di ore lavorate e la qualità del lavoro svolto. O meglio: a volte è necessario lavorare un numero di ore superiore a quello sindacale, ma se diventa lo standard significa che qualcosa non funziona a priori (ci sono meno persone di quelle che servono, c’è molta dispersione nel lavoro, troppe pause caffè, troppo tempo da dedicare agli aspetti “politici” del lavoro rispetto a quelli operativi, e così via). Quando questi vizi di forma diventano sistema, il sistema si involve e le persone pure. Quando questi vizi di forma diventano di sostanza, il rischio aumenta: se le persone lavorano per troppe ore, presumibilmente non saranno pagate per gli straordinari; se l’azienda non deve pagare un gran numero di ore lavorate, risparmia un sacco di soldi. È a questo punto che l’azienda chiederà sempre più spesso di lavorare di più: un’ora non pagata è un’ora risparmiata. E il fatturato respira. Il fatto che le persone smettano di respirare non è un problema: sono più stanchi? Renderanno meno, ma basta tenerli lì più a lungo. Quando non avranno altro che il loro lavoro, a cui dedicarsi, sarà realizzato il sogno dei Direttori delle Risorse Umane.
Se io fossi CT non saprei cosa farmene di cottimisti lessi nel cuore della notte, preferirei persone sveglie e attive fino alle 5 del pomeriggio, e poi che vadano tutti a imparare qualcosa fuori dai maroni, a vivere. Magari il mio Direttore delle Risorse Umane non vedrà realizzato il suo sogno, ma le mie persone saranno felici – rispetto al lavoro, almeno – e le persone felici lavorano meglio. Magari costerò un po’ di più ai miei clienti, ma il servizio che gli offrirò sarà necessariamente superiore. Magari i progetti mi costeranno di più, ma dentro ci sarà l’esperienza che le mie persone avranno avuto modo di fare fuori, e quindi saranno più avanti dei progetti di tutti gli altri, soprattutto più avanti dei progetti fatti ai materassi.
Edit your profile o tutte le persone hanno qualcosa da dare.
Questa è una cosa molto seria, si parla di valorizzazione delle persone. Essere definiti da una job description significa spesso rimanervi intrappolati, senza che il mondo esterno venga mai a conoscenza di quello che sappiamo e sappiamo fare, delle nostre passioni, delle nostre aspirazioni, delle nostre inclinazioni, dei nostri interessi. E così si perdono un sacco di buone occasioni. Ad esempio, mettere un sommelier a lavorare su un progetto in cui si parla di vino è assai più fruttuoso che metterci un astemio o uno che scegli il vino in base al nome o all’etichetta, non foss’altro che perché il sommelier potrà avere una relazione con il cliente molto più intensa e basata su competenze specifiche.
In realtà, si potrebbe andare anche oltre: perché non usare una persona interna per fare formazione su argomenti particolari? Che so, un corso di crescita personale tenuto dal collega che studia queste tematiche da anni, ma lo fa per conto suo; una serie di incontri di musicoterapia per stemperare il clima nei momenti più pesanti; uno shatzuka che dedichi una pausa pranzo alla settimana a massaggiare i colleghi. Insomma, se uno ha un talento, perché non permettergli di esprimerlo anche in azienda? Per il bene comune, oltretutto.
Ma, tornando all’esempio del vino, come faccio a sapere che Tizio è sommelier e Caio è astemio? Un primo modo è chiederglielo. Anche così, direttamente, con una mail del tipo: “Abbiamo un nuovo cliente che fa vini in California e vuole entrare sul mercato italiano col botto. Qualcuno di voi è sommelier o intenditore di vini, e magari parla anche inglese? Astenersi astemi, il cliente offre fin da ora una degustazione di benvenuto al team di progetto, che si terrà presso la cantina Tal de’ Tali non appena avremo un team”. E se non sono vini, sarà qualcos’altro: tutti i progetti hanno un aspetto appetibile per qualcuno.
In alternativa, anzi, preferibilmente, chiederei a tutte le persone della mia azienda di aprire un loro profilo su un social network in cui ci si possa taggare, uno come Spock, ad esempio. In questo modo avrei tag per tutti, e tutti potrebbero mettere in evidenza le cose che vogliono che si sappiano di loro. Naturalmente non obbligherei nessuno, non sono mica il Grande Fratello. Ai “non taggati” invierei la mail di cui sopra, ma mi dispiacerebbe molto se ci fosse fra di loro uno shatzuka e non ce lo facesse sapere…
Se io fossi CT metterei in piedi tutto ‘sto casino, pur sapendo di alienarmi definitivamente la simpatia del Responsabile delle Risorse Umane, che di sicuro si sentirebbe un po’ ridicolo ed eccessivamente giovanilista nel raccontare queste pugnette di tag e mica tag alla gente che incontra per i colloqui di assunzione. Prendere o lasciare. Qui si lavora così. E da oggi cambi pure etichetta, e ti chiami “Responsabile delle Persone”.
* Andare ai materassi significa trascorrere le notti al lavoro, pratica comune in molte aziende e vissuta generalmente con grande orgoglio.
Ah, buona Pasqua!
martedì, marzo 18, 2008
Diario di scuola
"Diario di scuola" affronta il grande tema della scuola dal punto di vista degli alunni. In verità dicendo "alunni" si dice qualcosa di troppo vago: qui è in gioco il punto di vista degli "sfaticati", dei "fannulloni", degli "scavezzacollo", dei "cattivi soggetti", insomma di quelli che vanno male a scuola. Pennac, ex scaldabanco lui stesso, studia questa figura popolare e ampiamente diffusa dandogli nobiltà, restituendogli anche il peso d'angoscia e di dolore che gli appartiene. Il libro mescola ricordi autobiografici e riflessioni sulla pedagogia, sulle universali disfunzioni dell'istituto scolastico, sul ruolo dei genitori e della famiglia, sulla devastazione introdotta dal giovanilismo, sul ruolo della televisione e di tutte le declinazioni dei media contemporanei. E da questo rovistare nel "mal di scuola" che attraversa con vitalissima continuità i vagabondaggi narrativi di Pennac vediamo anche spuntare una non mai sedata sete di sapere e d'imparare che contrariamente ai più triti luoghi comuni, anima - secondo Pennac - i giovani di oggi come quelli di ieri. Con la solita verve, l'autore della saga dei Malaussène movimenta riflessioni e affondi teorici con episodi buffi o toccanti, e colloca la nozione di amore, così ferocemente avversata, al centro della relazione pedagogica.
Dei "somari" si parla molto, ma come fenomeno sociologico. Pennac invece ne parla come di persone, il che è veramente apprezzabile (forse perché lui si autoannovera nella fitta schiera? non è detto, Pennac è uomo di cuore, sarebbero persone comunque).
Fatto sta che l'idea che la scuola sia fatta dagli insegnanti mi sembra, in questo momento, piuttosto rivoluzionaria, e che si possa leggere lo "zero" come un guscio da cui aiutare gli studenti a uscire, beh, questo lo trovo fantastico. E altrettanto si dica per l'analisi del bambino-cliente: questo farà piuttosto male a chi "fa il marketing di mestiere", ma è la prima volta che le frasi sull'argomento non mi rimbalzano in testa con il gusto delle cose già sentite, magari in tv, magari a Porta a Porta.
Da leggere assolutamente se si è insegnanti (chissene se si è precari, un po' di saggezza non ha mai fatto male a nessuno), con attenzione se si è genitori (chissene se i propri figli non sono somari, almeno si saprà quanto si è "normali" ai colloqui con gli insegnanti), con gusto se si è ex somari. Ma anche no.
lunedì, marzo 17, 2008
Tutta colpa del vestito
Lo so, è che ho questo maledetto vizio di procrastinare. E quindi ho aspettato l’ultimo momento per decidere cosa mettermi per la festa dei 40 anni della mia amica Ale. E rimandare è stato fatale.
C’è anche un’altra cosa, a dire il vero: quando le cose cominciano bene, difficilmente finiranno altrettanto bene. Da sempre. Ed era cominciato veramente bene, il week end, con marito e figlio in trasferta dalla nonna inferma, ma solo per la mattina, e io con tutto quel tempo per me. Parrucchiere, giro per comprare il regalo (ero talmente di buonumore che sono andata a comprarlo sotto il mio ufficio, il regalo. Silvano il barista tabaccaio mi ha chiesto come mai ero lì di sabato, e se c’era qualcun altro. Un mago del CRM, Silvano: lui e tutte le persone che lavorano con lui conoscono per nome tutti i clienti. Un’orgia di democrazia, questo baretto, in cui il caffè sa di risciacquatura per me come per il mio amministratore delegato, e i “piattini” del pranzo sono tristi per tutti, indistintamente. Ma su questo tripudio di desolazione risplende il dimenticato piacere di sentirsi chiamare per nome: “Giulia, ti faccio una spremutina, stamattina, che dici?”, e poi: “Michele, ho una nuova brioche, con la crema di latte, la vuoi provare? Te la riscaldo in un attimo”, e così via). Ricerca, vana, di un posto dove farmi fare anche le mani e le sopracciglia. Mi sentivo così, ricca, non di soldi ma di tempo. Condizione rara e preziosa.
Poi, al pomeriggio, la situazione è precipitata. Hanno rubato degli assegni alla nonna. Sento mio marito in défaillance (tutti sarebbero in défaillance se da dieci giorni continuassero ad andare su e giù da Milano alla bassa con in mezzo un sacco di cose da fare: e senti i medici, e cerca la badante, e compra la lavatrice che si è rotta, ecc. ecc. ecc.). Ci sono momenti in cui bisogna stare vicino al proprio uomo. Questo momento era sabato pomeriggio.
Cerca il treno, avvisa la babysitter già prenotata per la splendida serata che ci si prospettava, avvisa l’amica Ale che non potremo essere presenti (perdonami, Ale, non ho potuto neanche spiegarti tutto, ma era troppo lungo e tu troppo presa dall’imminenza dei festeggiamenti. E soprattutto io troppo incredula, e triste, e ansiosa di prendere il treno per andare a dare un supporto alla mia famiglia). Esci di casa. Salta in treno. Arriva a destinazione, dove il piccolo per fortuna è del consueto buonumore, e il grande è invece impegnato al telefono con il nostro amico bancario per sentire cosa si può fare.
Ecco, uno rimanda il momento in cui sceglierà un vestito e poi si ritrova a cento chilometri dalla festa. A passare un sabato sera concitato e insieme silenzioso, di quel silenzio pesante, denso di tristezza e frustrazione e stanchezza e ansia perché il bambino non dovrebbe essere lì, non dovrebbe aver ascoltato le cose che ha ascoltato.
E poi una domenica delle Palme nella stazione dei Carabinieri per perfezionare una denuncia già fatta la sera prima. Il perfezionamento ha molti risvolti comici. Alla fine il risultato di due ore e spacca di elaborazione è un testo che capisci solo se l’hai scritto, o se sei un carabiniere o un magistrato abituato alla frequentazione di questa prosa.
Torniamo a Milano in tempo per beccarci la grandinata. Gabriele esce dalla macchina e vomita. (Lui soffre il mal d’auto anche se noi continuiamo a negarlo, e ci dimentichiamo sempre di mettergli i braccialetti). La camera da letto è allagata. Uscita in fretta e furia, ho controllato e chiuso tutte le finestre, tranne l’abbaino della mansarda. Bene.
Ceniamo. Gabriele inizia a vomitare come un geyser. Fantastico.
Volevo vedermi Montalbano, e anche Report, ieri sera. Invece mi sono addormentata.
Ale, facciamo così. Il vestito per la tua festa dei 50 anni lo scelgo subito, lo scelgo stasera stessa, così non si potrà dire che con la scusa di non ipotecare almeno un po’ il futuro, alla fine ce lo fottiamo direttamente.
C’è anche un’altra cosa, a dire il vero: quando le cose cominciano bene, difficilmente finiranno altrettanto bene. Da sempre. Ed era cominciato veramente bene, il week end, con marito e figlio in trasferta dalla nonna inferma, ma solo per la mattina, e io con tutto quel tempo per me. Parrucchiere, giro per comprare il regalo (ero talmente di buonumore che sono andata a comprarlo sotto il mio ufficio, il regalo. Silvano il barista tabaccaio mi ha chiesto come mai ero lì di sabato, e se c’era qualcun altro. Un mago del CRM, Silvano: lui e tutte le persone che lavorano con lui conoscono per nome tutti i clienti. Un’orgia di democrazia, questo baretto, in cui il caffè sa di risciacquatura per me come per il mio amministratore delegato, e i “piattini” del pranzo sono tristi per tutti, indistintamente. Ma su questo tripudio di desolazione risplende il dimenticato piacere di sentirsi chiamare per nome: “Giulia, ti faccio una spremutina, stamattina, che dici?”, e poi: “Michele, ho una nuova brioche, con la crema di latte, la vuoi provare? Te la riscaldo in un attimo”, e così via). Ricerca, vana, di un posto dove farmi fare anche le mani e le sopracciglia. Mi sentivo così, ricca, non di soldi ma di tempo. Condizione rara e preziosa.
Poi, al pomeriggio, la situazione è precipitata. Hanno rubato degli assegni alla nonna. Sento mio marito in défaillance (tutti sarebbero in défaillance se da dieci giorni continuassero ad andare su e giù da Milano alla bassa con in mezzo un sacco di cose da fare: e senti i medici, e cerca la badante, e compra la lavatrice che si è rotta, ecc. ecc. ecc.). Ci sono momenti in cui bisogna stare vicino al proprio uomo. Questo momento era sabato pomeriggio.
Cerca il treno, avvisa la babysitter già prenotata per la splendida serata che ci si prospettava, avvisa l’amica Ale che non potremo essere presenti (perdonami, Ale, non ho potuto neanche spiegarti tutto, ma era troppo lungo e tu troppo presa dall’imminenza dei festeggiamenti. E soprattutto io troppo incredula, e triste, e ansiosa di prendere il treno per andare a dare un supporto alla mia famiglia). Esci di casa. Salta in treno. Arriva a destinazione, dove il piccolo per fortuna è del consueto buonumore, e il grande è invece impegnato al telefono con il nostro amico bancario per sentire cosa si può fare.
Ecco, uno rimanda il momento in cui sceglierà un vestito e poi si ritrova a cento chilometri dalla festa. A passare un sabato sera concitato e insieme silenzioso, di quel silenzio pesante, denso di tristezza e frustrazione e stanchezza e ansia perché il bambino non dovrebbe essere lì, non dovrebbe aver ascoltato le cose che ha ascoltato.
E poi una domenica delle Palme nella stazione dei Carabinieri per perfezionare una denuncia già fatta la sera prima. Il perfezionamento ha molti risvolti comici. Alla fine il risultato di due ore e spacca di elaborazione è un testo che capisci solo se l’hai scritto, o se sei un carabiniere o un magistrato abituato alla frequentazione di questa prosa.
Torniamo a Milano in tempo per beccarci la grandinata. Gabriele esce dalla macchina e vomita. (Lui soffre il mal d’auto anche se noi continuiamo a negarlo, e ci dimentichiamo sempre di mettergli i braccialetti). La camera da letto è allagata. Uscita in fretta e furia, ho controllato e chiuso tutte le finestre, tranne l’abbaino della mansarda. Bene.
Ceniamo. Gabriele inizia a vomitare come un geyser. Fantastico.
Volevo vedermi Montalbano, e anche Report, ieri sera. Invece mi sono addormentata.
Ale, facciamo così. Il vestito per la tua festa dei 50 anni lo scelgo subito, lo scelgo stasera stessa, così non si potrà dire che con la scusa di non ipotecare almeno un po’ il futuro, alla fine ce lo fottiamo direttamente.
venerdì, marzo 14, 2008
Senso critico
"Scusa, cosa se ne fanno questi di un DB di utenti profilati?"
"Che domanda è? Noi facciamo questo di mestiere, il marketing relazionale"
"Ok, ma questa azienda in particolare non può farci proprio niente con un DB di marketing..."
"..."
"..."
"Se io potessi farmi operare al cervello e estirpare il senso critico, diventerei amministratore delegato"
VARIAZIONE N.1
"... e così potremo costruire un DB di utenti profilati estremamente... profilati"
"... e quindi?"
"Come sarebbe 'e quindi?'. Per costruire una relazione tra l'azienda e i suoi consumatori"
"No, è che mi chiedevo: a te, sinceramente, te ne frega qualcosa di avere una relazione con un'azienda?"
"..."
VARIAZIONE N.2
"... in questo modo costruiremo una relazione tra l'azienda e i suoi consumatori"
"Senti, ma, sinceramente, tu vorresti avere una relazione con un'azienda?"
"..."
"Cioè, se proprio volessi una relazione, la vorrei al massimo col mio parrucchiere, col mio estetista, che so..."
"Io vorrei una relazione con il mio partner. E mi starebbe parecchio sul culo se la mia partner volesse una relazione con il suo parrucchiere..."
"Che domanda è? Noi facciamo questo di mestiere, il marketing relazionale"
"Ok, ma questa azienda in particolare non può farci proprio niente con un DB di marketing..."
"..."
"..."
"Se io potessi farmi operare al cervello e estirpare il senso critico, diventerei amministratore delegato"
VARIAZIONE N.1
"... e così potremo costruire un DB di utenti profilati estremamente... profilati"
"... e quindi?"
"Come sarebbe 'e quindi?'. Per costruire una relazione tra l'azienda e i suoi consumatori"
"No, è che mi chiedevo: a te, sinceramente, te ne frega qualcosa di avere una relazione con un'azienda?"
"..."
VARIAZIONE N.2
"... in questo modo costruiremo una relazione tra l'azienda e i suoi consumatori"
"Senti, ma, sinceramente, tu vorresti avere una relazione con un'azienda?"
"..."
"Cioè, se proprio volessi una relazione, la vorrei al massimo col mio parrucchiere, col mio estetista, che so..."
"Io vorrei una relazione con il mio partner. E mi starebbe parecchio sul culo se la mia partner volesse una relazione con il suo parrucchiere..."
martedì, marzo 11, 2008
I complimenti del Manager
Il lunedì mattina è già uno strazio. A credere nei segni, la pioggia acida che scrosta le auto non prelude a una settimana brillante. E sì che Il Manager è appena tornato da una settimana di vacanza, ricco di ottimismo nonostante abbia fallito il suo obiettivo principale: pensare a cosa vuole fare da grande. Troppo impegnato con computer e telefonino. Però una cosa sì, che gli è riuscita: niente antidepressivi, sulla spiaggia. E ora questa grande vittoria se la vorrebbe portare dietro. Facciamo niente pasticche per un mese. No, impossibile, meglio due settimane. Sì, due settimane si può fare. Al limite domenica si fa un bilancio e si vede.
150 email nella casella di posta. Merda. E dire che si è smazzato un sacco di roba mentre era in vacanza. Il Manager inizia a provare la vaga sensazione di disagio che prelude a giornate in cui si prenderà solo mazzate. Legge una email, è di Art. c’è una jpg in allegato. Manager scrive. Vorrebbe dire che non gliene frega niente, ma invece fa un lungo elenco delle cose che secondo lui non vanno ancora, riepiloga brief, cita meeting report, suggerisce. Insomma, stronca. Con garbo. In fondo è uno dei buoni, lui.
Anche per lei la giornata è iniziata da schifo. Deve essere la pioggia, fa diventare tutto grigio. E poi ha appena detto addio alle sue, di vacanze. C’è poco da stare allegri, porco di qua e porco di là. Lei di email ne ha meno, e quella di Art l’ha vista subito, ma ha deciso di rispondere dopo aver letto anche le altre. E quindi quando sta per farlo arriva quella del Manager. “Il rientro gli ha preso male”, si dice mentre scrive la sua risposta. È vero, nell’immagine ci sono delle cose che non vanno, ma c’è modo e modo per dirlo.
La mail successiva è di Art, e arriva come una fucilata. “Dobbiamo vederci, tutti. Alle 14.30. Art”. Ok, e che problema c’è. A parte che il cliente si aspetta questa roba per la settimana scorsa.
Alle 14.30 Art cerca di mantenere un certo aplomb, ma si vede che è alterato. Prende la parola per primo.
“Manager, io non ce l’ho con te, non solo con te. Ce l’ho con tutti voi. Ogni volta che vedete qualcosa siete capaci solo di distruggere, non ho mai sentito nessuno di voi dire ‘hai fatto un buon lavoro’, eppure dovreste saperlo, che prima di mandarvi qualcosa dobbiamo essere sicuri e soddisfatti”
Manager: “Sì, lo so, scusa, è che non c’è mai tempo…”
Art (visibilmente alterato): “Il tempo? Ti prende tanto tempo dire ‘Hai fatto un buon lavoro. Ecco dove potresti migliorarlo’? Il tempo è solo una scusa!”
Manager: “Non c’è bisogno di alterarsi…”
Art (urlando): “Noi non lavoriamo con i numeri, il processo creativo è qualcosa che riguarda molto il mondo dell’emotività, come fate a non capire? E invece voi continuate con le vostre liste di cose che non vanno, come se si trattasse di righe di codice. Lo capisci che è come se ti dicessi: ‘TUO FIGLIO FA SCHIFO?’”
Cala il silenzio. Dura un sacco. Poi Manager decide che tocca a lui parlare.
“Sai, è che ho messo cancellato la mia parte emotiva da un po’, se no mi sarei buttato giù dalla finestra. E adesso scusatemi, vado a prendermi una pasticca, ho scelto il giorno sbagliato per smettere”.
Exit Manager.
Sipario.
Uno sparo squarcia il silenzio.
150 email nella casella di posta. Merda. E dire che si è smazzato un sacco di roba mentre era in vacanza. Il Manager inizia a provare la vaga sensazione di disagio che prelude a giornate in cui si prenderà solo mazzate. Legge una email, è di Art. c’è una jpg in allegato. Manager scrive. Vorrebbe dire che non gliene frega niente, ma invece fa un lungo elenco delle cose che secondo lui non vanno ancora, riepiloga brief, cita meeting report, suggerisce. Insomma, stronca. Con garbo. In fondo è uno dei buoni, lui.
Anche per lei la giornata è iniziata da schifo. Deve essere la pioggia, fa diventare tutto grigio. E poi ha appena detto addio alle sue, di vacanze. C’è poco da stare allegri, porco di qua e porco di là. Lei di email ne ha meno, e quella di Art l’ha vista subito, ma ha deciso di rispondere dopo aver letto anche le altre. E quindi quando sta per farlo arriva quella del Manager. “Il rientro gli ha preso male”, si dice mentre scrive la sua risposta. È vero, nell’immagine ci sono delle cose che non vanno, ma c’è modo e modo per dirlo.
La mail successiva è di Art, e arriva come una fucilata. “Dobbiamo vederci, tutti. Alle 14.30. Art”. Ok, e che problema c’è. A parte che il cliente si aspetta questa roba per la settimana scorsa.
Alle 14.30 Art cerca di mantenere un certo aplomb, ma si vede che è alterato. Prende la parola per primo.
“Manager, io non ce l’ho con te, non solo con te. Ce l’ho con tutti voi. Ogni volta che vedete qualcosa siete capaci solo di distruggere, non ho mai sentito nessuno di voi dire ‘hai fatto un buon lavoro’, eppure dovreste saperlo, che prima di mandarvi qualcosa dobbiamo essere sicuri e soddisfatti”
Manager: “Sì, lo so, scusa, è che non c’è mai tempo…”
Art (visibilmente alterato): “Il tempo? Ti prende tanto tempo dire ‘Hai fatto un buon lavoro. Ecco dove potresti migliorarlo’? Il tempo è solo una scusa!”
Manager: “Non c’è bisogno di alterarsi…”
Art (urlando): “Noi non lavoriamo con i numeri, il processo creativo è qualcosa che riguarda molto il mondo dell’emotività, come fate a non capire? E invece voi continuate con le vostre liste di cose che non vanno, come se si trattasse di righe di codice. Lo capisci che è come se ti dicessi: ‘TUO FIGLIO FA SCHIFO?’”
Cala il silenzio. Dura un sacco. Poi Manager decide che tocca a lui parlare.
“Sai, è che ho messo cancellato la mia parte emotiva da un po’, se no mi sarei buttato giù dalla finestra. E adesso scusatemi, vado a prendermi una pasticca, ho scelto il giorno sbagliato per smettere”.
Exit Manager.
Sipario.
Uno sparo squarcia il silenzio.
lunedì, marzo 10, 2008
Qualcosa di sbagliato
C’è qualcosa di profondamente sbagliato in questo lunedì piovoso.
C’è qualcosa di sbagliato, quando ti svegli e ti accorgi che l’ottimismo è finito e le prospettive di cambiamento si stanno sfaldando, nella tua testa, proprio quando sembravano a portata di mano.
C’è qualcosa di sbagliato nella quotidianità che si mangia tutto. Che si mangia il livello ideale.
Il mio livello ideale si è schiantato.
Contro una badante convocata in fretta e furia.
Contro una splendida signora di età avanzata che con lo sguardo ti racconta il suo dolore.
Contro il viso tirato del mio compagno, che non è il viso di chi ha passato un bel week end.
Contro il pianto notturno di mio figlio, forse troppo sensibile per affrontare quello che verrà.
Contro una valigia in più nel tritacarne della metropolitana alle 9 del mattino, tanto per cambiare in ritardo.
Contro le vacanze di mia cognata.
Contro la rassegnazione di un’imprenditrice del sud.
Contro il sorriso di una mamma che accompagnerà sua figlia in un viaggio difficile.
Contro un’amica in difficoltà.
Contro la mia mamma che non ce la fa più e il mio papà che si aggrappa con tutte le forze che gli sono rimaste alla vita come la conosceva, anche se ora non la riconosce più.
Contro le nonne e le bisnonne che maltrattano chi sta loro vicino solo perché non è questo che volevano dalla quarta età.
Contro la mia voglia di essere felice.
C’è qualcosa di sbagliato, quando ti svegli e ti accorgi che l’ottimismo è finito e le prospettive di cambiamento si stanno sfaldando, nella tua testa, proprio quando sembravano a portata di mano.
C’è qualcosa di sbagliato nella quotidianità che si mangia tutto. Che si mangia il livello ideale.
Il mio livello ideale si è schiantato.
Contro una badante convocata in fretta e furia.
Contro una splendida signora di età avanzata che con lo sguardo ti racconta il suo dolore.
Contro il viso tirato del mio compagno, che non è il viso di chi ha passato un bel week end.
Contro il pianto notturno di mio figlio, forse troppo sensibile per affrontare quello che verrà.
Contro una valigia in più nel tritacarne della metropolitana alle 9 del mattino, tanto per cambiare in ritardo.
Contro le vacanze di mia cognata.
Contro la rassegnazione di un’imprenditrice del sud.
Contro il sorriso di una mamma che accompagnerà sua figlia in un viaggio difficile.
Contro un’amica in difficoltà.
Contro la mia mamma che non ce la fa più e il mio papà che si aggrappa con tutte le forze che gli sono rimaste alla vita come la conosceva, anche se ora non la riconosce più.
Contro le nonne e le bisnonne che maltrattano chi sta loro vicino solo perché non è questo che volevano dalla quarta età.
Contro la mia voglia di essere felice.
giovedì, marzo 06, 2008
... E coca alle mamme!
Antefatto: Ago scrive su Mamme nella Rete un post sul Ritalin. Si scatenano i commenti, alcuni tra i quali mi sembrano fuori luogo:
"Basterebbe forse fermarsi a capire quali possono essere le necessità o le difficoltà di nostro figlio, basterebbe parlare e ascoltarsi.Il problema è che manca la voglia di prendersi carico della responsabilità d’esser GENITORE." dice betty.
"l’unico farmaco da somministrare ai nostri figli, sempre con maggior frequenza è IL TEMPO…", rilancia braccobaldo.
Dal mio punto di vista un business farmaceutico non c'entra niente con la responsabilità, ma ancora una volta vedo i genitori messi alla gogna. Da altri genitori. E mi sono rotta le palle. E mi sono incazzata. E ho scritto un post, che forse Mamme nella Rete non pubblicherà, ma che io riporto qui, perché davvero adesso chi è più bravo e più saggio deve dirmi come fare.
Il post è questo.
Dal momento che il Ritalin è diventato uno psicofarmaco, mi domando: non si potrebbe fare altrettanto con la coca? Da somministrare alle mamme, però, eventualmente ai papà, ma solo quelli single. Perché a volte ce ne sarebbe proprio bisogno.
Per dire. Quando sono andata in maternità sapevo già che sarei tornata abbastanza presto al lavoro, dal momento che avevo un “incarico di responsabilità” che ho coltivato fino all’ultimo momento. E infatti al compimento del sesto mese del piccolo sono tornata in pista (in realtà avevo impiegato i due mesi precedenti a mettere in piedi, con due colleghe, il nido aziendale, che ritengo tuttora uno dei miei progetti meglio riusciti). Per l’azienda, però, era già troppo tardi, mi era stato portato via tutto e, quando ho chiesto ragione di ciò, mi è stato risposto “Devi dimostrare di poter fare lo stesso di prima, per fare lo stesso lavoro”. In altre parole, bye bye carriera. Volevo morire, non ci potevo credere.
Poi, verso gli otto mesi, il bimbo si ammala. Il pediatra (quello privato, detto Mr. Centoeuro, ché tale è la parcella ad ogni visita, dal momento che quello della mutua fa solo diagnosi telefoniche), alla fine della visita, mi fa: “Sa, signora, i bambini così piccoli non dovrebbero andare al nido…”. Seconda botta. La diagnosi è fatta: non sei (più) buona come professionista, e non sei buona neanche come mamma.
Passa il tempo. Il lavoro va di male in peggio. Mi spiega una collega-amica-mamma che il presupposto dell’azienda è che quando partorisci spari fuori anche il cervello oltre al bambino e alla placenta, e quindi non c’è da stupirsi né da prendersela per niente di quello che accade dal rientro in poi. E in effetti tutte le volte che parlo con un/una collega le prime parole del mio interlocutore sono: “Io so che tu ora sei una mamma, e che le tue priorità sono cambiate…”, e dopo questa premessa mi parlano come se andassi all’asilo.
Nel frattempo, a casa, la tata mi fa notare che “Il piccolo sarebbe molto contento se, almeno una volta ogni due settimane, tu o tuo marito poteste andare a prenderlo a scuola…”, e, incidentalmente, che “Certo, tu hai dato la priorità alla carriera…”.
La diagnosi è confermata. Sono inadeguata. Come mamma e come lavoratrice. E, visto che non c’è molto altro, come persona. Per fortuna gli altri sanno quali sono le mie priorità.
Ecco, adesso me lo dovete spiegare, però. Mi dovete spiegare che cosa deve fare una che credeva che essere madre fosse una questione privata, e che invece si ritrova al centro di una lapidazione continua. Tutti si sentono in diritto e anzi in dovere di scagliare la prima pietra: i colleghi, gli insegnanti, la tata, i capi, e chi più ne ha più ne metta (le altre mamme sono della partita, naturalmente, e riescono ad essere le più feroci).
Giusto per chiarire, ecco la mia giornata-tipo: mi alzo alle 7, colazione per tutti, preparo il bimbo e vado in ufficio. Dalle 9 alle 19, quando, volente o nolente devo spegnere tutto per andare a casa, se no la tata mi si inalbera (e se la perdo sono dolori). Se il pupo ha mangiato bene, se no preparo da mangiare per lui e intanto che lui cena io faccio da mangiare per me e mio marito. E poi si gioca, si disegna, si chiacchiera di quello che è successo. Verso le 9 ceno, e alle 9.30 è l’ora della nanna: pigiama, pipì, denti, raccontami-una-storia, anzi-due, vorrei-il-latte, una-coccola, mi-sono-ricordato-una-cosa, ho-avuto-un’idea… Alle 10 stramazzo sul divano. Le cose che davo per scontate non esistono più: senza arrivare alle uscite dopo cena, si parla banalmente di farsi una doccia dopo il lavoro. Ma come faccio a rubare ancora 10 minuti a un bambino a cui ho tolto 10 ore del mio tempo per un dettaglio come il mio lavoro?
Conosco altre mamme che si sentono come me. Magari qualcuna non se la mena tanto, ma nella sostanza la questione non cambia. E allora ecco la mia proposta: distribuiamo coca gratis fuori dalle scuole. Alle mamme, però. Così magari saranno all’altezza.
"Basterebbe forse fermarsi a capire quali possono essere le necessità o le difficoltà di nostro figlio, basterebbe parlare e ascoltarsi.Il problema è che manca la voglia di prendersi carico della responsabilità d’esser GENITORE." dice betty.
"l’unico farmaco da somministrare ai nostri figli, sempre con maggior frequenza è IL TEMPO…", rilancia braccobaldo.
Dal mio punto di vista un business farmaceutico non c'entra niente con la responsabilità, ma ancora una volta vedo i genitori messi alla gogna. Da altri genitori. E mi sono rotta le palle. E mi sono incazzata. E ho scritto un post, che forse Mamme nella Rete non pubblicherà, ma che io riporto qui, perché davvero adesso chi è più bravo e più saggio deve dirmi come fare.
Il post è questo.
Dal momento che il Ritalin è diventato uno psicofarmaco, mi domando: non si potrebbe fare altrettanto con la coca? Da somministrare alle mamme, però, eventualmente ai papà, ma solo quelli single. Perché a volte ce ne sarebbe proprio bisogno.
Per dire. Quando sono andata in maternità sapevo già che sarei tornata abbastanza presto al lavoro, dal momento che avevo un “incarico di responsabilità” che ho coltivato fino all’ultimo momento. E infatti al compimento del sesto mese del piccolo sono tornata in pista (in realtà avevo impiegato i due mesi precedenti a mettere in piedi, con due colleghe, il nido aziendale, che ritengo tuttora uno dei miei progetti meglio riusciti). Per l’azienda, però, era già troppo tardi, mi era stato portato via tutto e, quando ho chiesto ragione di ciò, mi è stato risposto “Devi dimostrare di poter fare lo stesso di prima, per fare lo stesso lavoro”. In altre parole, bye bye carriera. Volevo morire, non ci potevo credere.
Poi, verso gli otto mesi, il bimbo si ammala. Il pediatra (quello privato, detto Mr. Centoeuro, ché tale è la parcella ad ogni visita, dal momento che quello della mutua fa solo diagnosi telefoniche), alla fine della visita, mi fa: “Sa, signora, i bambini così piccoli non dovrebbero andare al nido…”. Seconda botta. La diagnosi è fatta: non sei (più) buona come professionista, e non sei buona neanche come mamma.
Passa il tempo. Il lavoro va di male in peggio. Mi spiega una collega-amica-mamma che il presupposto dell’azienda è che quando partorisci spari fuori anche il cervello oltre al bambino e alla placenta, e quindi non c’è da stupirsi né da prendersela per niente di quello che accade dal rientro in poi. E in effetti tutte le volte che parlo con un/una collega le prime parole del mio interlocutore sono: “Io so che tu ora sei una mamma, e che le tue priorità sono cambiate…”, e dopo questa premessa mi parlano come se andassi all’asilo.
Nel frattempo, a casa, la tata mi fa notare che “Il piccolo sarebbe molto contento se, almeno una volta ogni due settimane, tu o tuo marito poteste andare a prenderlo a scuola…”, e, incidentalmente, che “Certo, tu hai dato la priorità alla carriera…”.
La diagnosi è confermata. Sono inadeguata. Come mamma e come lavoratrice. E, visto che non c’è molto altro, come persona. Per fortuna gli altri sanno quali sono le mie priorità.
Ecco, adesso me lo dovete spiegare, però. Mi dovete spiegare che cosa deve fare una che credeva che essere madre fosse una questione privata, e che invece si ritrova al centro di una lapidazione continua. Tutti si sentono in diritto e anzi in dovere di scagliare la prima pietra: i colleghi, gli insegnanti, la tata, i capi, e chi più ne ha più ne metta (le altre mamme sono della partita, naturalmente, e riescono ad essere le più feroci).
Giusto per chiarire, ecco la mia giornata-tipo: mi alzo alle 7, colazione per tutti, preparo il bimbo e vado in ufficio. Dalle 9 alle 19, quando, volente o nolente devo spegnere tutto per andare a casa, se no la tata mi si inalbera (e se la perdo sono dolori). Se il pupo ha mangiato bene, se no preparo da mangiare per lui e intanto che lui cena io faccio da mangiare per me e mio marito. E poi si gioca, si disegna, si chiacchiera di quello che è successo. Verso le 9 ceno, e alle 9.30 è l’ora della nanna: pigiama, pipì, denti, raccontami-una-storia, anzi-due, vorrei-il-latte, una-coccola, mi-sono-ricordato-una-cosa, ho-avuto-un’idea… Alle 10 stramazzo sul divano. Le cose che davo per scontate non esistono più: senza arrivare alle uscite dopo cena, si parla banalmente di farsi una doccia dopo il lavoro. Ma come faccio a rubare ancora 10 minuti a un bambino a cui ho tolto 10 ore del mio tempo per un dettaglio come il mio lavoro?
Conosco altre mamme che si sentono come me. Magari qualcuna non se la mena tanto, ma nella sostanza la questione non cambia. E allora ecco la mia proposta: distribuiamo coca gratis fuori dalle scuole. Alle mamme, però. Così magari saranno all’altezza.
mercoledì, marzo 05, 2008
La grammatica di Dio
Un cane troppo fedele che torna sempre come un boomerang dal padrone che lo vuole abbandonare, un potentissimo manager pronto a tutto pur di riunire i Beatles per un concerto; un terzino fantasioso e romantico su uno spelacchiato campo di periferia; un arrogante e irredimibile uomo d'affari; un frate che sceglie il silenzio per sentirsi più vicino a Dio ma viene vinto dalla bellezza di una muta; una perfida vecchietta divorata dall'invidia e dal livore sono solo alcuni dei protagonisti di questa raccolta di racconti, nella quale Benni mostra il lato più curioso, imprevedibile e misterioso della vita.
Ho letto tutti i libri di Benni. Lo adoro, per dirla col linguaggio delle stelline. Stavolta però mi ha messo addosso una tristezza, ma una tristezza, che mi ha fatto a più riprese chiede che cavolo c'entrasse l'allegria del sottotitolo - che ci sia stato un errore nell'impaginazione della copertina e siccome era già andata in stampa non se la sono sentita di modificare la grafica e hanno lasciato là com'era?
Da leggere se si è di quelle persone che cercano sempre di andare al di là dei fenomeni per mettere insieme almeno uno straccio di analisi. Da leggere se si è di quelle persone che invece rimangono così basite dai fenomeni da non riuscire proprio a vedere oltre. Da leggere se si è di quelle persone che hanno un'idea molto chiara e dei fenomeni e delle cause, giusto per farsele scompigliare un po', le idee.
Accompagnato da free jazz, da servire ghiacciato, avendo cura che si senta in sottofondo il rumore dei cubetti di ghiaccio mentre vengono tritati.
martedì, marzo 04, 2008
Che fatica la primavera
Domenica mattina. C’è un tempo spettacolare. È deciso: si va al Parco delle Cornelle. E ci portiamo anche il figlio dei nostri amici, 6 anni, grande amico di Gabriele. La sua mamma è stata per anni il mio incubo come Casalinga Perfetta, e poi, come era giusto, è diventata La Mamma Perfetta.
MP: “Guarda che ho messo delle cose nello zainetto del Nano”
Io: “Che cosa?”
MP: “Due succhi per merenda e carote per le capre”
Io (soprappensiero): “Ok, ciao, buona giornata”
MP: “Buona giornata!”
Io: “Nano, che significa carote per le capre?”
Nano: “Al parco ci sono le capre, ho portato le carote per fargliele mangiare”
Io: “Siamo sicuri che si possa dare da mangiare agli animali?”
Nano: “…”
Naturalmente all’ingresso del parco c’è un cartello grosso come uno striscione da stadio che dice che chi dà da mangiare agli animali verrà subito estromesso dal medesimo.
Io: "Guarda, nano, leggi là"
Nano: "E' se-ve-ra-me-nte vie-ta-to dare da ma-ngia-re agli animali. Ehi, ma le carote?"
Io: "Le riporteremo alla tua mamma per farcisi un impacco"
Nano: "..."
Dopo 10 minuti il caldo è diventato insopportabile. Ci togliamo giacche e maglioni, e ci carichiamo. Io ho il mio fido zainetto, che non so perché pesa 4 kg, il mio giaccone invernale, la giacca a vento e il maglione del nano, il mio maglioncino legato in vita. Alberto porta la borsa della videocamera, la sua giacca a vento, la giacca a vento e la felpa di Gabriele e lo zainetto del Nano. Che pesa uno sproposito, ma non è stato ancora aperto.
Ci raggiungono altri amici e si chiacchiera amabilmente mangiando hot dog e patatine fritte – praticamente è la versione OktoberFest di una gita al parco. Il Nano ha sete. Prende dal suo zainetto una bottiglietta d’acqua. Un quarto d’ora più tardi il Nano deve andare in bagno. Apre lo zainetto e tira fuori un sacchetto.
“Che c’è in quel sacchetto?”
La mia amica è per il momento children free, quindi non può sapere certe cose.
“Credo che siano salviettine igienizzanti, oppure sono quei cosi di carta che si appoggiano sull’asse del water quando si è fuori”
“Ma quando i bambini vanno fuori usano tutte ‘ste cose? Io la facevo all’aria aperta…”
“Beh, questo bambino ha una mamma molto scrupolosa” (e si vede benissimo che io ho iniziato a sentirmi una merda perché a una cosa del genere non avrei mai pensato).
“Ma che c’è in quello zainetto? Alberto diceva che è pesante…”
“Non so, vediamo…”
Apro lo zainetto. A parte l’acqua e i cosi di carta (che risulteranno inutilizzabili visto che ci sono i gabinetti alla turca) lo zainetto contiene:
MP: “Guarda che ho messo delle cose nello zainetto del Nano”
Io: “Che cosa?”
MP: “Due succhi per merenda e carote per le capre”
Io (soprappensiero): “Ok, ciao, buona giornata”
MP: “Buona giornata!”
Io: “Nano, che significa carote per le capre?”
Nano: “Al parco ci sono le capre, ho portato le carote per fargliele mangiare”
Io: “Siamo sicuri che si possa dare da mangiare agli animali?”
Nano: “…”
Naturalmente all’ingresso del parco c’è un cartello grosso come uno striscione da stadio che dice che chi dà da mangiare agli animali verrà subito estromesso dal medesimo.
Io: "Guarda, nano, leggi là"
Nano: "E' se-ve-ra-me-nte vie-ta-to dare da ma-ngia-re agli animali. Ehi, ma le carote?"
Io: "Le riporteremo alla tua mamma per farcisi un impacco"
Nano: "..."
Dopo 10 minuti il caldo è diventato insopportabile. Ci togliamo giacche e maglioni, e ci carichiamo. Io ho il mio fido zainetto, che non so perché pesa 4 kg, il mio giaccone invernale, la giacca a vento e il maglione del nano, il mio maglioncino legato in vita. Alberto porta la borsa della videocamera, la sua giacca a vento, la giacca a vento e la felpa di Gabriele e lo zainetto del Nano. Che pesa uno sproposito, ma non è stato ancora aperto.
Ci raggiungono altri amici e si chiacchiera amabilmente mangiando hot dog e patatine fritte – praticamente è la versione OktoberFest di una gita al parco. Il Nano ha sete. Prende dal suo zainetto una bottiglietta d’acqua. Un quarto d’ora più tardi il Nano deve andare in bagno. Apre lo zainetto e tira fuori un sacchetto.
“Che c’è in quel sacchetto?”
La mia amica è per il momento children free, quindi non può sapere certe cose.
“Credo che siano salviettine igienizzanti, oppure sono quei cosi di carta che si appoggiano sull’asse del water quando si è fuori”
“Ma quando i bambini vanno fuori usano tutte ‘ste cose? Io la facevo all’aria aperta…”
“Beh, questo bambino ha una mamma molto scrupolosa” (e si vede benissimo che io ho iniziato a sentirmi una merda perché a una cosa del genere non avrei mai pensato).
“Ma che c’è in quello zainetto? Alberto diceva che è pesante…”
“Non so, vediamo…”
Apro lo zainetto. A parte l’acqua e i cosi di carta (che risulteranno inutilizzabili visto che ci sono i gabinetti alla turca) lo zainetto contiene:
- due succhi di frutta,
- due barrette di cioccolato,
- due pacchetti di crackers,
- una macchina fotografica usa e getta e
- un sacchetto di carote. A occhio e croce un chilo, carota più carota meno.
Peso totale dello zainetto: due chili e mezzo circa.
Chiudo lo zainetto e lo riconsegno a Alberto, tentata di lasciare le carote nel primo cestino dei rifiuti. Ma il cibo non si butta via, e quindi riprendiamo il nostro assetto da sherpa e riprendiamo il cammino tra leoni, tigri, giraffe e alligatori.
Spero che la primavera prosegua più leggermente di come è iniziata.
lunedì, marzo 03, 2008
Lettera aperta a Vespa
Naturalmente la faccenda di Vespa & Co. non poteva finire qui.
Riporto qui la lettera aperta a lui dedicata, da un'iniziativa di Stefano Quintarelli. Non senza polemiche (Gatto Nero, ad esempio, è proprio incazzato, ma anche Mantellini e Mauro Lupi hanno i loro dubbi, peraltro condivisibili), ma che fa, è il bello della diretta.
Qui per firmare.
Ed ecco la lettera.
Egregio Dott. Vespa,
Internet raggiunge nel mondo oltre un miliardo di utenti e in Italia circa 24 milioni di persone. Ogni giorno nascono circa 120.000 blog, per un totale di oltre 100 milioni di blog in tutto il mondo. Nel solo 2007, 44 milioni di persone si sono avvicinate con un ruolo partecipativo al più grande fenomeno sociale, culturale e democratico della storia recente.
In molti paesi autoritari i blogger difendono la libertà d'espressione e la democrazia sfidando la repressione e, talora, andando in prigione per questo. Nei paesi democratici i blogger estendono la libera circolazione delle idee, la comunicazione comunitaria e in definitiva la partecipazione alla vita sociale.
Il blog è diventato uno strumento di comunicazione di massa; piu' del 25% della popolazione del Canada e del 20% di quella del Regno Unito partecipano a "reti sociali" basate su Internet. In Italia si stimano oltre mezzo milione di blogger, in maggioranza non adolescenti ma giovani e adulti. Sono noti blogger anche alcuni esponenti politici italiani (ricordiamo tra i vari l'on. Gentiloni, l'on. Di Pietro, l'on. Letta, l'on Pecoraro Scanio, l'on Lanzillotta, l'on Storace, l'on. Santachè, ...), inclusi candidati premier alle prossime elezioni, e ben un terzo dei parlamentari britannici (incluso il primo ministro).
Ci sembra che demonizzare i blog e il social networking, che sono fondamentalmente espressione di libertà, di democrazia e di socializzazione, sia negativo e antistorico. Ancora peggio è criminalizzare i blog - come cercano talora di fare i paesi autoritari per giustificare le loro censure - solo perchè alcuni - giovani o no - lo usano male. Ci sembra che la trasmissione da lei curata del 21 febbraio 2008, peraltro dedicata ad un altro tema, abbia purtroppo (crediamo involontariamente) generato un sospetto generalizzato verso i blog e il social networking, se non addirittura verso la comunicazione via Internet. Sarebbe, a nostro parere, un errore grave analogo a quello di alcuni intellettuali aristocratici che, tanto tempo fa, condannavano in blocco la televisione perchè ... fa male ai bambini e toglie anche del tempo prezioso agli adulti per leggere libri e giornali...
Internet, il social networking e i blog non sono solamente un fenomeno sociale, culturale e politico di enorme importanza. Sono anche diventati i servizi trainanti di un settore economico centrale e strategico per lo sviluppo economico delle economie avanzate: le telecomunicazioni. Le telecomunicazioni sono infatti da un lato un settore a sè stante - che di per sè porta ricchezza e occupazione qualificata e genera fenomeni finanziari economici di prima grandezza - e dall'altro sono un fattore propulsivo decisivo per l'economia nel suo complesso, e in particolare per la diffusione dell'innovazione presso le aziende e le famiglie.
La Commissaria UE Viviane Reding ha piu' volte ricordato che ben il 50% della crescita del PIL europeo e' legata allo sviluppo delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT), di cui Internet costituisce la spina dorsale. Anche il recente rapporto Attalì per lo sviluppo economico della Francia è pervaso da iniziative di impulso alle tecnologie della informazione e telecomunicazione.In Italia purtroppo l'economia cresce meno dei nostri omologhi europei anche perché le telecomunicazioni sono nelle posizioni di coda nelle graduatorie internazionali, come del resto lo è la televisione digitale (terrestre, via Internet e via satellite). La scarsa diffusione della banda larga è forse l'indice più significativo della nostra arretratezza nel settore decisivo delle tlc.
Secondo i recentissimi dati diffusi dall'organizzazione degli operatori TLC europei ECTA, il quadro italiano relativo alla banda larga è il seguente:
1. Diffusione della banda larga: L’Italia (16,5) si sta allontanando dalla media UE (19,8) ed è sempre più distante dai paesi comparabili come Francia, UK, Germania. Siamo lontanissimi, ovviamente, dai paesi nordici. Nell’Europa dei 15 siamo superati anche dall’Irlanda, e seguiti da vicino dal Portogallo. In sostanza, la banda larga in Italia è meno diffusa che in altri paesi, a prescindere da circostanze di omogeneità industriale e sociale.
2. Crescita della banda larga nel periodo settembre 2006-settembre 2007 : In Italia vi è stata una crescita del 3%, bassissima se paragonata con altri paesi comparabili, dove la crescita si attesta tra il 5% ed il 10%.
I dati italiani sono gravi non solo perché riflettono una situazione peggiore di altri paesi, ma anche perché indicano la difficoltà del Paese nel recuperare il gap. Anzi, la distanza con il resto d’Europea si va accentuando.Una corretta comunicazione sui mezzi di informazione di massa riguardo le tecnologie ICT potrebbe contribuire in modo importante ad avvicinare sempre più persone alle telecomunicazioni, ad Internet e all'informatica con ricadute positive per l'intero sistema.
Vorremmo sottolineare che Internet è oggi il principale sistema di comunicazione mondiale assieme alla rete telefonica fissa e cellulare, e rispetto a queste ultime è molto più esteso nelle funzionalità. Come la rete telefonica, Internet viene impiegato per comunicazioni lecite come per quelle illecite. La differenza è che le comunicazioni e le funzionalità di Internet sono nella grande maggioranza dei casi pubbliche e rendono così visibili anche gli usi banali, deviati o addirittura illegali e criminali che purtroppo, proprio per la loro maggiore visibilità in rete, vengono additati come peculiari solo di Internet. Mai nessuno però, giustamente, ha pensato di criminalizzare in maniera generica la rete telefonica, pur essendo noto, antico, esteso e grave l'uso illecito e criminoso delle reti fisse e mobili, come è testimoniato dalle intercettazioni telefoniche rese pubbliche in diverse occasioni.
Discutere pubblicamente dei problemi sociali che Internet inevitabilmente riflette e, fortunatamente, spesso svela al pubblico, è importante ma va fatto mettendo nella giusta relazione gli effetti e le loro cause ed evitando considerazioni semplicistiche e condanne aprioristiche del mezzo.Secondo noi è importante che non si criminalizzi la rete e che anzi se ne promuova l'uso e la diffusione estesa. La criminalizzazione di Internet tende a confondere gli effetti con le cause e non permette di affrontare adeguatamente i problemi negativi - sociali o criminali - che tutti desideriamo combattere. Una disinformazione su Internet non ne rallenterà la diffusione presso il pubblico competente ma ne frenerà l'adozione e la conoscenza proprio nel pubblico più bisognoso di informazione, spostando in là nel tempo l'occasione di far crescere questo Paese.
Viceversa, una corretta e approfondita informazione può contribuire decisivamente a massimizzare i benefici di Internet e a ridurre invece gli effetti negativi dei nuovi sistemi di comunicazione.
Fiduciosi che in futuro vorrà considerare anche i benefici di Internet e delle telecomunicazioni e non solo i problemi sociali, anche gravi, che essa rivela, le manifestiamo fin d'ora la nostra disponibilità a partecipare a un confronto su questi temi che a nostro parere sarebbe importante trattare in maniera approfondita e positiva in una delle prossime trasmissioni che a nostro parere sarebbe opportuno programmare e alla quale, se lei desidera, siamo pronti a dare il nostro contributo di esperienza e competenza.
Restiamo a sua disposizione per ogni eventuale chiarimento e approfondimento e nel frattempo Le porgiamo i nostri più cordiali saluti.
Marco Camisani Calzolari, Blogger, Imprenditore, Chairman Speakage
Gildo Campesato, Giornalista, Direttore del Corriere delle Comunicazioni
Mario Citelli, Blogger, Imprenditore, Direttore Beltel - Mensile di attualità per l'industria ICT
Lele Dainesi, Blogger, Giornalista, Executive Communication Cisco Systems Italy
Luca De Biase, Blogger, Giornalista, Caporedattore Nova24 - Settimanale di innovazione de Il Sole 24 ore
Juan Carlos De Martin, Blogger, Docente Politecnico di Torino - Responsabile italiano Creative Commons
Michele Ficara, Blogger, Imprenditore, Presidente Assodigitale - Associazione Italiana Industria Digitale
Paolo Forcellini, Imprenditore, Segretario Generale Consulta Digitale Assocomunicazione - Confindustria
Alfonso Fuggetta, Blogger, Docente Politecnico di Milano
Enrico Gasperini, Blogger, Imprenditore, Presidente Audiweb - Joint Industry Committee per la rilevazione delle audience online
Enrico Grazzini, Blogger, Analista, Collaboratore Corriere Economia - Settimanale Economico Corriere della Sera
Marco Montemagno, Imprenditore, Conduttore Reporter Diffuso - Sky TG24
Layla Pavone, Blogger, Dirigente, Presidente IAB Forum - Interactive Advertising Bureau
Marco Palombi, Blogger, Imprenditore, Fondatore 1st Generation Network - Associazione imprenditori di prima generazione
Stefano Quintarelli, Blogger, Imprenditore, Past president AIIP - Associazione Italiana Internet Provider
Francesco Sacco, Blogger, Docente e Managing Director EntER - Centro studi per l'imprenditorialità - Università Bocconi
Francesco Siliato, Blogger, Docente Economia dei Media - Politecnico di Milano
Gigi Tagliapietra, Blogger, Imprenditore, Presidente Clusit - Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica
Guido Tripaldi, Blogger, Imprenditore, Presidente Voipex - Consorzio per l'interoperabilità dei servizi Internet
Riporto qui la lettera aperta a lui dedicata, da un'iniziativa di Stefano Quintarelli. Non senza polemiche (Gatto Nero, ad esempio, è proprio incazzato, ma anche Mantellini e Mauro Lupi hanno i loro dubbi, peraltro condivisibili), ma che fa, è il bello della diretta.
Qui per firmare.
Ed ecco la lettera.
Egregio Dott. Vespa,
Internet raggiunge nel mondo oltre un miliardo di utenti e in Italia circa 24 milioni di persone. Ogni giorno nascono circa 120.000 blog, per un totale di oltre 100 milioni di blog in tutto il mondo. Nel solo 2007, 44 milioni di persone si sono avvicinate con un ruolo partecipativo al più grande fenomeno sociale, culturale e democratico della storia recente.
In molti paesi autoritari i blogger difendono la libertà d'espressione e la democrazia sfidando la repressione e, talora, andando in prigione per questo. Nei paesi democratici i blogger estendono la libera circolazione delle idee, la comunicazione comunitaria e in definitiva la partecipazione alla vita sociale.
Il blog è diventato uno strumento di comunicazione di massa; piu' del 25% della popolazione del Canada e del 20% di quella del Regno Unito partecipano a "reti sociali" basate su Internet. In Italia si stimano oltre mezzo milione di blogger, in maggioranza non adolescenti ma giovani e adulti. Sono noti blogger anche alcuni esponenti politici italiani (ricordiamo tra i vari l'on. Gentiloni, l'on. Di Pietro, l'on. Letta, l'on Pecoraro Scanio, l'on Lanzillotta, l'on Storace, l'on. Santachè, ...), inclusi candidati premier alle prossime elezioni, e ben un terzo dei parlamentari britannici (incluso il primo ministro).
Ci sembra che demonizzare i blog e il social networking, che sono fondamentalmente espressione di libertà, di democrazia e di socializzazione, sia negativo e antistorico. Ancora peggio è criminalizzare i blog - come cercano talora di fare i paesi autoritari per giustificare le loro censure - solo perchè alcuni - giovani o no - lo usano male. Ci sembra che la trasmissione da lei curata del 21 febbraio 2008, peraltro dedicata ad un altro tema, abbia purtroppo (crediamo involontariamente) generato un sospetto generalizzato verso i blog e il social networking, se non addirittura verso la comunicazione via Internet. Sarebbe, a nostro parere, un errore grave analogo a quello di alcuni intellettuali aristocratici che, tanto tempo fa, condannavano in blocco la televisione perchè ... fa male ai bambini e toglie anche del tempo prezioso agli adulti per leggere libri e giornali...
Internet, il social networking e i blog non sono solamente un fenomeno sociale, culturale e politico di enorme importanza. Sono anche diventati i servizi trainanti di un settore economico centrale e strategico per lo sviluppo economico delle economie avanzate: le telecomunicazioni. Le telecomunicazioni sono infatti da un lato un settore a sè stante - che di per sè porta ricchezza e occupazione qualificata e genera fenomeni finanziari economici di prima grandezza - e dall'altro sono un fattore propulsivo decisivo per l'economia nel suo complesso, e in particolare per la diffusione dell'innovazione presso le aziende e le famiglie.
La Commissaria UE Viviane Reding ha piu' volte ricordato che ben il 50% della crescita del PIL europeo e' legata allo sviluppo delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT), di cui Internet costituisce la spina dorsale. Anche il recente rapporto Attalì per lo sviluppo economico della Francia è pervaso da iniziative di impulso alle tecnologie della informazione e telecomunicazione.In Italia purtroppo l'economia cresce meno dei nostri omologhi europei anche perché le telecomunicazioni sono nelle posizioni di coda nelle graduatorie internazionali, come del resto lo è la televisione digitale (terrestre, via Internet e via satellite). La scarsa diffusione della banda larga è forse l'indice più significativo della nostra arretratezza nel settore decisivo delle tlc.
Secondo i recentissimi dati diffusi dall'organizzazione degli operatori TLC europei ECTA, il quadro italiano relativo alla banda larga è il seguente:
1. Diffusione della banda larga: L’Italia (16,5) si sta allontanando dalla media UE (19,8) ed è sempre più distante dai paesi comparabili come Francia, UK, Germania. Siamo lontanissimi, ovviamente, dai paesi nordici. Nell’Europa dei 15 siamo superati anche dall’Irlanda, e seguiti da vicino dal Portogallo. In sostanza, la banda larga in Italia è meno diffusa che in altri paesi, a prescindere da circostanze di omogeneità industriale e sociale.
2. Crescita della banda larga nel periodo settembre 2006-settembre 2007 : In Italia vi è stata una crescita del 3%, bassissima se paragonata con altri paesi comparabili, dove la crescita si attesta tra il 5% ed il 10%.
I dati italiani sono gravi non solo perché riflettono una situazione peggiore di altri paesi, ma anche perché indicano la difficoltà del Paese nel recuperare il gap. Anzi, la distanza con il resto d’Europea si va accentuando.Una corretta comunicazione sui mezzi di informazione di massa riguardo le tecnologie ICT potrebbe contribuire in modo importante ad avvicinare sempre più persone alle telecomunicazioni, ad Internet e all'informatica con ricadute positive per l'intero sistema.
Vorremmo sottolineare che Internet è oggi il principale sistema di comunicazione mondiale assieme alla rete telefonica fissa e cellulare, e rispetto a queste ultime è molto più esteso nelle funzionalità. Come la rete telefonica, Internet viene impiegato per comunicazioni lecite come per quelle illecite. La differenza è che le comunicazioni e le funzionalità di Internet sono nella grande maggioranza dei casi pubbliche e rendono così visibili anche gli usi banali, deviati o addirittura illegali e criminali che purtroppo, proprio per la loro maggiore visibilità in rete, vengono additati come peculiari solo di Internet. Mai nessuno però, giustamente, ha pensato di criminalizzare in maniera generica la rete telefonica, pur essendo noto, antico, esteso e grave l'uso illecito e criminoso delle reti fisse e mobili, come è testimoniato dalle intercettazioni telefoniche rese pubbliche in diverse occasioni.
Discutere pubblicamente dei problemi sociali che Internet inevitabilmente riflette e, fortunatamente, spesso svela al pubblico, è importante ma va fatto mettendo nella giusta relazione gli effetti e le loro cause ed evitando considerazioni semplicistiche e condanne aprioristiche del mezzo.Secondo noi è importante che non si criminalizzi la rete e che anzi se ne promuova l'uso e la diffusione estesa. La criminalizzazione di Internet tende a confondere gli effetti con le cause e non permette di affrontare adeguatamente i problemi negativi - sociali o criminali - che tutti desideriamo combattere. Una disinformazione su Internet non ne rallenterà la diffusione presso il pubblico competente ma ne frenerà l'adozione e la conoscenza proprio nel pubblico più bisognoso di informazione, spostando in là nel tempo l'occasione di far crescere questo Paese.
Viceversa, una corretta e approfondita informazione può contribuire decisivamente a massimizzare i benefici di Internet e a ridurre invece gli effetti negativi dei nuovi sistemi di comunicazione.
Fiduciosi che in futuro vorrà considerare anche i benefici di Internet e delle telecomunicazioni e non solo i problemi sociali, anche gravi, che essa rivela, le manifestiamo fin d'ora la nostra disponibilità a partecipare a un confronto su questi temi che a nostro parere sarebbe importante trattare in maniera approfondita e positiva in una delle prossime trasmissioni che a nostro parere sarebbe opportuno programmare e alla quale, se lei desidera, siamo pronti a dare il nostro contributo di esperienza e competenza.
Restiamo a sua disposizione per ogni eventuale chiarimento e approfondimento e nel frattempo Le porgiamo i nostri più cordiali saluti.
Marco Camisani Calzolari, Blogger, Imprenditore, Chairman Speakage
Gildo Campesato, Giornalista, Direttore del Corriere delle Comunicazioni
Mario Citelli, Blogger, Imprenditore, Direttore Beltel - Mensile di attualità per l'industria ICT
Lele Dainesi, Blogger, Giornalista, Executive Communication Cisco Systems Italy
Luca De Biase, Blogger, Giornalista, Caporedattore Nova24 - Settimanale di innovazione de Il Sole 24 ore
Juan Carlos De Martin, Blogger, Docente Politecnico di Torino - Responsabile italiano Creative Commons
Michele Ficara, Blogger, Imprenditore, Presidente Assodigitale - Associazione Italiana Industria Digitale
Paolo Forcellini, Imprenditore, Segretario Generale Consulta Digitale Assocomunicazione - Confindustria
Alfonso Fuggetta, Blogger, Docente Politecnico di Milano
Enrico Gasperini, Blogger, Imprenditore, Presidente Audiweb - Joint Industry Committee per la rilevazione delle audience online
Enrico Grazzini, Blogger, Analista, Collaboratore Corriere Economia - Settimanale Economico Corriere della Sera
Marco Montemagno, Imprenditore, Conduttore Reporter Diffuso - Sky TG24
Layla Pavone, Blogger, Dirigente, Presidente IAB Forum - Interactive Advertising Bureau
Marco Palombi, Blogger, Imprenditore, Fondatore 1st Generation Network - Associazione imprenditori di prima generazione
Stefano Quintarelli, Blogger, Imprenditore, Past president AIIP - Associazione Italiana Internet Provider
Francesco Sacco, Blogger, Docente e Managing Director EntER - Centro studi per l'imprenditorialità - Università Bocconi
Francesco Siliato, Blogger, Docente Economia dei Media - Politecnico di Milano
Gigi Tagliapietra, Blogger, Imprenditore, Presidente Clusit - Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica
Guido Tripaldi, Blogger, Imprenditore, Presidente Voipex - Consorzio per l'interoperabilità dei servizi Internet
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