Situazione: week end a 300 km da casa per la Cresima del nipote.
Personaggi e interpreti:
Il Cresimando
La Nipotina (sorella del Cresimando)
La Cugina (mamma del Cresimando)
Il Cugino (fratello della Cugina)
Gabriele
Alberto
Io
Arriviamo sabato pomeriggio, dopo aver impiegato 4 ore per fare 200 km (hai presente l’esodo di ferragosto? roba da dilettanti, rispetto al casino che c’era sabato in autostrada), e benedicendo la scelta di fare tappa dalla suocera per spezzare il viaggio e essere sicuri di non metterci in macchina a mezzogiorno. Ci aspetta una domenica pesante: cresima alle 10.30, pranzo in agriturismo, ritorno a Milano. Scopriamo dal Tg che UAU! si dorme un’ora in più. La Cugina, per essere sicura, cambia subito l’ora agli orologi che ha a tiro e punta la sveglia del cellulare alle 8.30 (“che dici, ce lo potremo permettere? Ma sì, và, siamo già tutti docciati…”). Alle 10 i bimbi sono a letto. Noi diamo fondo alle 2 birre cinesi e alla bottiglia di vino avanzate dalla cena. Alle 11 Alberto e la Cugina escono per un tardivo Bancomat, nonché per comprare le sigarette, e, ne sono certa, per una chiacchiera a due accompagnata dal bicchiere della staffa. E io… Quanto segue è la cronaca della mia nottata tra sabato e domenica, quella in cui gli italiani hanno dormito un’ora in più.
Ore 23. Vado a letto, Gabriele è anche lui nel lettone. Attacco a leggere Shopaholic and sister [come promesso mi dò alla Kinsella in lingua originale, ndr], ma mi addormento quasi subito col libro in mano e la luce accesa.
Ore 0.45. Mi sento scuotere, sarà Gabriele. Apro un occhio: è la Cugina. “Giuliana, dormi? Hai il libro aperto, scusa…”. Scuso, metto via il libro. “Metto in carica il cellulare, buonanotte.” “Buonanotte”. Exit Cugina.
Ore 1.00. Cought, cought, cought… Cavolo, la tosse no. E mò chi si addormenta?
Ore 1.30. “Mamma mamma… devo fare la pipì”. Ok, andiamo. Usciamo dalla camera e in corridoio incontriamo il Cresimando. Cresimando: “Che fate?”. Io: “Gabriele deve fare la pipì”. Cresimando: “Anch’io”. Il Cresimando entra in bagno, fa la pipì, esce e torna in camera. Exit Cresimando. Finalmente noi entriamo in bagno. Gabriele fa pipì. Quando siamo di nuovo sulla porta diretti in camera, Gabriele ha ancora un annuncio da fare: “Mi devo soffiare il naso”. Io: “Va bene, tieni” e gli porgo della carta igienica. Gabriele: “Nooo! Abbiamo i fazzoletti di carta!”. Io: “Lo so, Gabri, ma va benissimo anche questa”. Gabriele: “No-o. Li prendo io”. E va in camera a cercare il suo zainetto, dove ci sono i fazzoletti di carta. “Ecco, mamma, guarda”. Io: “Va bene, soffiamo il naso e torniamo a letto”. Soffiamo il naso e torniamo a letto.
Ore 2.15. Driiiiiiin, WOHF! driiiiiiiiii, WOHF! driiiiiiiiiiiiiiiiiin!!!! WOFH!!!! Dev’essere un sogno. Driiiiiiin, WOHF! Invece è il telefono. Driiiiiiin, WOHF! E il cane che gli canta dietro. Driiiiiiin, WOHF! “Al, mi sa che suona il telefono, ma tua Cugina non risponde…”. Alberto: “Beh, mica posso rispondere io…”. Driiiiiiin, WOHF! driiiiiiiiii, WOHF! driiiiiiiiiiiiiiiiiin!!!! WOFH!!!! “Al, mi sa che è meglio se rispondi, tanto sei di famiglia…”. Driiiiiiin, WOHF! Alberto risponde: “Come? Qui, al cancello? Ok, ti apro. No, non ti preoccupare, nessun problema, ecco, non lo sapevo che tua sorella stacca il telefono… sì sì, solo quando prevede di dormire un po’ di più…, ciao, ciao, ci vediamo domani mattina”. Alberto: “Era il Cugino, non riusciva ad aprire il cancello ed è chiuso fuori”. Cancello aperto. Si torna a dormire.
Ore 3.00. Mi sento toccare, sarà Gabriele. Apro un occhio: è la Nipotina. “Ma anche lo zio russa? Per favore, giralo su un fianco, che io non riesco a dormire… Sono andata sul divano della sala perché mia mamma russava, ma da lì si sente lo zio…”. Io: “Guarda, Nipo, che non c’è niente da fare. Anche su un fianco dura 7 secondi a non russare”. Nipotina: “Beh, insomma, provaci, io non riesco a dormire”. Exit Nipotina.
Ore 4.30. “Mamma mamma, mi fai il latte?”. “Ma come il latte, Gabri? È ancora buio, è notte…”. “No, voglio il latte, voglio fare colazione… Posso fare colazione per favore? [questa è una cosa che gli hanno insegnato. Se dice “posso” e “per favore” poi si sente autorizzato a qualunque bestialità, ndr]”. “No, Gabri, non puoi fare colazione a quest’ora. È notte e tutti dormono…”. Con voce impastata, un anticipo di Halloween, Alberto apre un occhio: “Che c’è Gabri?”. Alberto si è svegliato! Che stia male???!!! Io: “Al, va tutto bene?”. Alberto: “Umpf!”. Va tutto bene. Io: “Andiamo Gabri, prendiamo un bicchiere d’acqua e torniamo a dormire”. Gabriele: “Sì, però nel biberon”. Io: “Ok, nel biberon”. Andiamo in cucina. Incrociamo il Cresimando ma sembra un sonnambulo, manco ci saluta. La Nipotina non è più sul divano in sala, chissà dov’è andata. Beviamo e torniamo a letto.
Ore 6.40. “Mamma mamma posso avere il latte col cocciolato [sì, cocciolato, non è un refuso, è gabriellese, ndr] nel biberon, per favore?”. “Gabri, ma…”… Vabbè, che ne parliamo a fa’. “Sì”. Latte, senza cioccolato. Torniamo a letto.
Ore 7.30. DRIIIIIIIIN! DRIIIIIIIIN! DRIIIIIIIIN! Ahò ma che è???!!! La sveglia del cellulare della Cugina??? Ma non aveva cambiato l’orario? “E che ne so, si sarà sbagliata” “Ho capito che si è sbagliata, ma l’ha pure lasciato in carica qui!” “Stordita”. Questa volta non ce la posso fare. Ho l’occhio pallato, guardo il soffitto e rimpiango di aver messo piede sulla A1. Anzi, di essere uscita di casa. Anzi, di essere uscita dall’ufficio. Anzi… Gabriele dorme beato, con la testa incastrata nell’incavo del mio collo e i piedi nell’orecchio di Alberto. Proviamo a farci almeno una mezz’ora. Di sonno. Tutta filata.
Ore 8.10 “Amore, ti ho portato il caffé”. Il caffé a letto è una delle cose che amo di più al mondo, purtroppo non condivisa da mio marito. Perciò, quando lo fa, è perché davvero ha avuto un pensiero molto più che carino. “Grazie, amore!”. “C’è un po’ di latte perché non è decaffeinato”. Da qualche anno il caffé normale mi fa stare male. “Va bene, tanto ho un sonno…”. Alberto: “Guarda, ho dormito malissimo”. Io: “…”. Alberto: “Questi cuscini sono scomodissimi”. Io: “…”
Ecco. Per fortuna è cambiata l’ora, così abbiamo dormito di più.
lunedì, ottobre 30, 2006
giovedì, ottobre 26, 2006
Libri!
Prologo. Sia io che mio marito leggiamo parecchio, e Gabriele promette bene. Preciso meglio: io – confermata in questa convinzione dalle persone che frequento, lettori anch’esse – credevo di leggere molto; poi, quando ho conosciuto mio marito, ho scoperto che si poteva fare di più, molto di più. Morale: in casa non c’è più posto, i libri sono ovunque. Per mesi Gödel, Escher, Bach, Il Signore degli Anelli e l’opera completa di Shakespeare in lingua originale mi hanno fatto da comodino. Servivano per metterci sopra altri libri, sostanzialmente, e l’effetto di senso complessivo era di annullamento della dialettica contenitore/contenuto (o ospite/anfitrione); questo finché non ho avuto un vero comodino. Altri libri sono stipati nella fragilissima Bookworm Kartell, la libreria a “S”, che ti dà sempre l’impressione di essere lì lì per cedere. E a nulla vale l’annuale viaggio all’Ikea per ingrandire la nostra Ivar, tanto sappiamo che in capo a qualche mese sarà di nuovo insufficiente.
Abbiamo gusti diversi, io e Alberto, tanto che generalmente classifichiamo come “spazzatura da cesto” (i libri nel nostro bagno stanno sopra al cesto della biancheria sporca) le scelte dell’altro, senza complimenti e con grande dignità. Per fortuna ciò non ci ha mai impedito sporadiche ma gustose irruzioni nei reciproci territori dello spirito. E così, mentre lui si faceva affascinare (faticosamente, per questioni squisitamente linguistiche) da Camilleri, io cedevo alle lusinghe di Douglas Adams, facendo della Guida Galattica una delle mie letture cult. Per ogni Almudena Grandes passata a lui, c’era un Neil Gaiman per me. E così via, con in più la sorpresa, salvo poche eccezioni, di trovare nei reciproci inviti alla lettura delle vere perle per entrambi. Naturalmente non tutto viene condiviso: molte delle scelte di Alberto sono veramente spazzatura da cesto.
Fatto sta che in alcune situazioni ci compriamo dei libri a vicenda. L’ultima volta che ho comprato un libro a mio marito è stato quando si è ricoverato. Il mandato era: “Che sia bello grosso. Qui mi annoio un sacco…”. Così sono andata alla Feltrinelli e, per la prima volta da un sacco di tempo, mi ci sono fermata quasi due ore. E lì eccolo: col 15% di sconto (meno male, costa una fortuna! Io sono per le edizioni economiche, sai com’è, non ho spazio…) mi fa l’occhiolino questo Infinite Jest di David Foster Fallace, che non conosco. Sembra uno di quelli che piacciono a tutti e due, fanta-qualcosa ma più che altro costruzione di mondi possibili in un futuro non troppo lontano. Preso.
Beh, raramente io lascio i libri a metà. Anzi, ho il coraggio di farlo da un preciso momento: dopo aver letto Come un romanzo di Daniel Pennac, in cui ho riconosciuto come mio diritto il fatto di non poterne più. E da ieri sera ho preso coscienza che io, di questo libro, non ne posso proprio più. Mille e passa pagine di disturbo bipolare intriso di acido lisergico. Due palle, ho passato l’età. Ho chiesto ad Alberto come gli era sembrato, e lui mi ha risposto: “Sono riuscito a seguire solo un thread (a volte mio marito si esprime così, ndr), quello del drogato”. Appunto, il maniaco-depressivo.
E ora non so cosa leggere, vorrei qualcosa in inglese, leggero, giusto per riprendermi senza rinunciare al gusto di non capire un piffero alle prime pagine per poi andare come un treno a partire dalla metà del libro. Magari è la volta che mi sparo l’opera omnia della Kinsella.
Abbiamo gusti diversi, io e Alberto, tanto che generalmente classifichiamo come “spazzatura da cesto” (i libri nel nostro bagno stanno sopra al cesto della biancheria sporca) le scelte dell’altro, senza complimenti e con grande dignità. Per fortuna ciò non ci ha mai impedito sporadiche ma gustose irruzioni nei reciproci territori dello spirito. E così, mentre lui si faceva affascinare (faticosamente, per questioni squisitamente linguistiche) da Camilleri, io cedevo alle lusinghe di Douglas Adams, facendo della Guida Galattica una delle mie letture cult. Per ogni Almudena Grandes passata a lui, c’era un Neil Gaiman per me. E così via, con in più la sorpresa, salvo poche eccezioni, di trovare nei reciproci inviti alla lettura delle vere perle per entrambi. Naturalmente non tutto viene condiviso: molte delle scelte di Alberto sono veramente spazzatura da cesto.
Fatto sta che in alcune situazioni ci compriamo dei libri a vicenda. L’ultima volta che ho comprato un libro a mio marito è stato quando si è ricoverato. Il mandato era: “Che sia bello grosso. Qui mi annoio un sacco…”. Così sono andata alla Feltrinelli e, per la prima volta da un sacco di tempo, mi ci sono fermata quasi due ore. E lì eccolo: col 15% di sconto (meno male, costa una fortuna! Io sono per le edizioni economiche, sai com’è, non ho spazio…) mi fa l’occhiolino questo Infinite Jest di David Foster Fallace, che non conosco. Sembra uno di quelli che piacciono a tutti e due, fanta-qualcosa ma più che altro costruzione di mondi possibili in un futuro non troppo lontano. Preso.
Beh, raramente io lascio i libri a metà. Anzi, ho il coraggio di farlo da un preciso momento: dopo aver letto Come un romanzo di Daniel Pennac, in cui ho riconosciuto come mio diritto il fatto di non poterne più. E da ieri sera ho preso coscienza che io, di questo libro, non ne posso proprio più. Mille e passa pagine di disturbo bipolare intriso di acido lisergico. Due palle, ho passato l’età. Ho chiesto ad Alberto come gli era sembrato, e lui mi ha risposto: “Sono riuscito a seguire solo un thread (a volte mio marito si esprime così, ndr), quello del drogato”. Appunto, il maniaco-depressivo.
E ora non so cosa leggere, vorrei qualcosa in inglese, leggero, giusto per riprendermi senza rinunciare al gusto di non capire un piffero alle prime pagine per poi andare come un treno a partire dalla metà del libro. Magari è la volta che mi sparo l’opera omnia della Kinsella.
Progeria
Questo non è un vero post. È una richiesta di supporto.
La progeria è una malattia genetica molto rara, che colpisce 1 bambino su 8 (o forse 4) milioni e si manifesta con un invecchiamento precoce e irreversibile. In questo momento sono noti circa 50 bambini che ne soffrono, e che stanno invecchiando al ritmo frenetico di 10 anni per ogni anno solare.
Una mamma olandese vorrebbe riunire tutti i bambini europei malati di progeria in un incontro da tenersi entro Natale, e per farlo ha partecipato ad un concorso indetto da un giornale olandese: il desiderio più votato sarà finanziato dal giornale stesso. Per votare, cliccate qui. Finirete sulla pagina del desiderio: cliccate sulla manina bianca su bottone azzurro (non amo le istruzioni Ikea-style, ma a meno che non parliate/leggiate l’olandese, non si capisce niente!).
Per saperne di più sulla progeria, potete visitare il sito della Progeria Research Foundation, il blog di Luca Faccio, che parla dell’associazione italiana, e naturalmente Wikipedia (la versione italiana non è aggiornata).
Trattandosi di una malattia estremamente rara, la ricerca fa fatica ad essere finanziata. Nell’agosto scorso è stata trovata la proteina responsabile della mutazione genetica che provoca la malattia, e i primi risultati in laboratorio sono stati incoraggianti, ma ora bisogna far partire la sperimentazione, e ci vogliono 2 milioni di dollari. Ci stiamo organizzando per una raccolta fondi anche qui in Italia (dove siamo a conoscenza di 3 casi), cosa sulla quale questo blog sarà aggiornato. Naturalmente, se qualcuno avesse suggerimenti, spunti, idee, o anche spazi per organizzare concerti o mostre – a costo zero, chiaro… - sarà accolto a braccia aperte!
Grazie!
La progeria è una malattia genetica molto rara, che colpisce 1 bambino su 8 (o forse 4) milioni e si manifesta con un invecchiamento precoce e irreversibile. In questo momento sono noti circa 50 bambini che ne soffrono, e che stanno invecchiando al ritmo frenetico di 10 anni per ogni anno solare.
Una mamma olandese vorrebbe riunire tutti i bambini europei malati di progeria in un incontro da tenersi entro Natale, e per farlo ha partecipato ad un concorso indetto da un giornale olandese: il desiderio più votato sarà finanziato dal giornale stesso. Per votare, cliccate qui. Finirete sulla pagina del desiderio: cliccate sulla manina bianca su bottone azzurro (non amo le istruzioni Ikea-style, ma a meno che non parliate/leggiate l’olandese, non si capisce niente!).
Per saperne di più sulla progeria, potete visitare il sito della Progeria Research Foundation, il blog di Luca Faccio, che parla dell’associazione italiana, e naturalmente Wikipedia (la versione italiana non è aggiornata).
Trattandosi di una malattia estremamente rara, la ricerca fa fatica ad essere finanziata. Nell’agosto scorso è stata trovata la proteina responsabile della mutazione genetica che provoca la malattia, e i primi risultati in laboratorio sono stati incoraggianti, ma ora bisogna far partire la sperimentazione, e ci vogliono 2 milioni di dollari. Ci stiamo organizzando per una raccolta fondi anche qui in Italia (dove siamo a conoscenza di 3 casi), cosa sulla quale questo blog sarà aggiornato. Naturalmente, se qualcuno avesse suggerimenti, spunti, idee, o anche spazi per organizzare concerti o mostre – a costo zero, chiaro… - sarà accolto a braccia aperte!
Grazie!
mercoledì, ottobre 25, 2006
Ma ci sei o ci fai?
Sempre a proposito della “brava moglie”. Nei primi tempi della convivenza con il mio attuale marito, io, che sono una coscienziosa, l’ho avvisato che essere una brava moglie non è mai stata una mia priorità, e che di conseguenza non ho mai curato questo aspetto della mia vita. Lui mi ha fatto presente più volte di non avermi scelto per questo, esattamente come non mi ha scelto per i miei soldi (ahahahahahahah!).
Tuttavia, sono sempre stata (iper)sensibile alla cosa, vuoi per educazione, vuoi perché non sono di origine svedese, vuoi perché discendo da una stirpe doverista-penitanziale, per la quale la vita è sofferenza e sacrificio. E allora confrontarmi con il mondo delle mogli perfette e delle madri iperefficienti è sempre stato per me abbastanza pesante.
Un esempio per tutti. Questo mio nervo scoperto ha causato, più o meno a scadenze fisse, alcune non banali discussioni con il mio candido marito circa l’opportunità di continuare a frequentare una coppia di amici così composta: lui, il suo migliore amico fin dai tempi dell’università (lo chiameremo MA, Migliore Amico), lei, che sembra uscita da una pubblicità degli anni ‘60 per il dado da brodo, la Casalinga Perfetta (CP).
Ora, c’è una cosa da sapere. La mia casa è sempre stata molto frequentata. Perfino quando abitavo in un monolocale di 20 mq, con due piastre elettriche per cucinare, mettevo in piedi cene anche per 10 persone. Figuriamoci quando gli spazi (e i fornelli) si sono moltiplicati. Ma c’è sempre stata una condizione: i miei invitati non dovevano formalizzarsi troppo, perché il servizio è sempre stato molto easy, spesso self, e negli anni ho sviluppato un ricco ricettario di piatti unici, il cui evidente vantaggio è quello di non costringerti a sporcare - e quindi poi lavare - una montagna di stoviglie.
Invitare a cena MA e CP, invece, andava contro tutti i miei principi di ospitalità: CP faceva facce strane e accusatorie se il pasto non era composto da antipasto, primo, secondo, contorno, frutta e dolce. E la tavola doveva essere apparecchiata con due piatti, due forchette, due bicchieri, e così via (per ogni convitato, eh! mica in tutto). E all’epoca delle prime cene e delle prime discussioni non avevo né colf né lavastoviglie. In più allora io lavoravo un numero immorale di ore la settimana, e quindi dovevo mettere in piedi tutto questo ambaradan a partire dalle 9 (quando con uno strappo ero uscita prima dall’ufficio), con CP e MA che sarebbero arrivati da un momento all’altro. Uno stress.
La cosa si è aggravata quando CP è rimasta incinta. Per tutto il periodo della sua gravidanza siamo stati tenuti al corrente di ogni singolo movimento, controllo, esame, visita, ecografia, ecc. ecc. di quello che si annunciava come un nuovo Messia, Figlio dell’Unica Donna Fertile della terra. Due palle.
Poi è nato il bambino. No comment. CP diventa MP, Mamma Perfetta.
Col tempo per fortuna un po’ è cambiata. Oggi, se MP vuole il secondo bicchiere per il vino, si alza e se lo prende. E non mi ribalta più se sono andata a casa sua dimenticandomi di portare il bavaglino per il bimbo. E accetta anche proposte del tipo: “Portiamo i bimbi al Museo della Scienza e della Tecnica e mangiamo tutti da MacDonald’s!”. E insomma MP forse è un po’ meno perfetta e io un po’ più scafata.
Un altro tarlo è stato per un sacco di tempo il bagnetto. Ho scoperto abbastanza presto di non poter fare il bagnetto al bimbo da sola, a causa di vecchissimi problemi di schiena che avevo ormai dimenticato, e così, dopo aver rischiato di impastare la creatura a terra ai piedi della vasca, ho stabilito che di questa cosa si sarebbe occupato mio marito. Ovviamente, impossibile farlo tutti i giorni (lui ha continuato a lavorare un numero immorale di ore la settimana). Tragedia! A un bimbo nuovo nuovo non fai il bagnetto tutte le sere prima di cena!!!??? Scandalo!
No. Non glielo faccio. Perché non ce la faccio e anche perché lui (il bimbo) non lavora in miniera. Perché torno a casa sempre che per lui è ora di cena, e quindi o faccio da mangiare o lo metto a sguazzare nella vasca.
Sensi di colpa. Placati un pochino da una mia amica, mamma di due bimbe ora di 7 e 5 anni, direttore marketing di un’azienda gigante. Che mi fa: “Il bagnetto tutti i giorni? Ma tu sei pazza! Le mie figlie lo fanno una volta la settimana, e se sono malate saltano. Mica lavorano in miniera!”. Ecco! Ritorna l’argomento della miniera! Allora non sono una pazza! E io, che mi stavo distruggendo per questa ulteriore conferma della mia inadeguatezza come madre, ho ripreso fiato e almeno su questo punto ho iniziato a rilassarmi (sempre incalzata da MP, ma vabbè…).
Comunque, ecco, mi sento sempre un po’ a disagio di fronte alle altre mamme, che mi sembrano sempre migliori di me. E mi rendo anche conto di quanto io sia ambivalente rispetto a tutta questa questione. Insomma, una cosa è essere mamma e moglie, una cosa è fare la mamma e la moglie. Io mi sento sempre più vicina alla seconda, e mi sembra di essere profondamente in torto per questo. Ho sempre pensato che, diventando madri, di colpo si diventasse perfette, complete, con tutte le risposte e tutte le metodologie per tenere in piedi la famiglia. Non è vero. E chi dice il contrario me lo provi.
Tuttavia, sono sempre stata (iper)sensibile alla cosa, vuoi per educazione, vuoi perché non sono di origine svedese, vuoi perché discendo da una stirpe doverista-penitanziale, per la quale la vita è sofferenza e sacrificio. E allora confrontarmi con il mondo delle mogli perfette e delle madri iperefficienti è sempre stato per me abbastanza pesante.
Un esempio per tutti. Questo mio nervo scoperto ha causato, più o meno a scadenze fisse, alcune non banali discussioni con il mio candido marito circa l’opportunità di continuare a frequentare una coppia di amici così composta: lui, il suo migliore amico fin dai tempi dell’università (lo chiameremo MA, Migliore Amico), lei, che sembra uscita da una pubblicità degli anni ‘60 per il dado da brodo, la Casalinga Perfetta (CP).
Ora, c’è una cosa da sapere. La mia casa è sempre stata molto frequentata. Perfino quando abitavo in un monolocale di 20 mq, con due piastre elettriche per cucinare, mettevo in piedi cene anche per 10 persone. Figuriamoci quando gli spazi (e i fornelli) si sono moltiplicati. Ma c’è sempre stata una condizione: i miei invitati non dovevano formalizzarsi troppo, perché il servizio è sempre stato molto easy, spesso self, e negli anni ho sviluppato un ricco ricettario di piatti unici, il cui evidente vantaggio è quello di non costringerti a sporcare - e quindi poi lavare - una montagna di stoviglie.
Invitare a cena MA e CP, invece, andava contro tutti i miei principi di ospitalità: CP faceva facce strane e accusatorie se il pasto non era composto da antipasto, primo, secondo, contorno, frutta e dolce. E la tavola doveva essere apparecchiata con due piatti, due forchette, due bicchieri, e così via (per ogni convitato, eh! mica in tutto). E all’epoca delle prime cene e delle prime discussioni non avevo né colf né lavastoviglie. In più allora io lavoravo un numero immorale di ore la settimana, e quindi dovevo mettere in piedi tutto questo ambaradan a partire dalle 9 (quando con uno strappo ero uscita prima dall’ufficio), con CP e MA che sarebbero arrivati da un momento all’altro. Uno stress.
La cosa si è aggravata quando CP è rimasta incinta. Per tutto il periodo della sua gravidanza siamo stati tenuti al corrente di ogni singolo movimento, controllo, esame, visita, ecografia, ecc. ecc. di quello che si annunciava come un nuovo Messia, Figlio dell’Unica Donna Fertile della terra. Due palle.
Poi è nato il bambino. No comment. CP diventa MP, Mamma Perfetta.
Col tempo per fortuna un po’ è cambiata. Oggi, se MP vuole il secondo bicchiere per il vino, si alza e se lo prende. E non mi ribalta più se sono andata a casa sua dimenticandomi di portare il bavaglino per il bimbo. E accetta anche proposte del tipo: “Portiamo i bimbi al Museo della Scienza e della Tecnica e mangiamo tutti da MacDonald’s!”. E insomma MP forse è un po’ meno perfetta e io un po’ più scafata.
Un altro tarlo è stato per un sacco di tempo il bagnetto. Ho scoperto abbastanza presto di non poter fare il bagnetto al bimbo da sola, a causa di vecchissimi problemi di schiena che avevo ormai dimenticato, e così, dopo aver rischiato di impastare la creatura a terra ai piedi della vasca, ho stabilito che di questa cosa si sarebbe occupato mio marito. Ovviamente, impossibile farlo tutti i giorni (lui ha continuato a lavorare un numero immorale di ore la settimana). Tragedia! A un bimbo nuovo nuovo non fai il bagnetto tutte le sere prima di cena!!!??? Scandalo!
No. Non glielo faccio. Perché non ce la faccio e anche perché lui (il bimbo) non lavora in miniera. Perché torno a casa sempre che per lui è ora di cena, e quindi o faccio da mangiare o lo metto a sguazzare nella vasca.
Sensi di colpa. Placati un pochino da una mia amica, mamma di due bimbe ora di 7 e 5 anni, direttore marketing di un’azienda gigante. Che mi fa: “Il bagnetto tutti i giorni? Ma tu sei pazza! Le mie figlie lo fanno una volta la settimana, e se sono malate saltano. Mica lavorano in miniera!”. Ecco! Ritorna l’argomento della miniera! Allora non sono una pazza! E io, che mi stavo distruggendo per questa ulteriore conferma della mia inadeguatezza come madre, ho ripreso fiato e almeno su questo punto ho iniziato a rilassarmi (sempre incalzata da MP, ma vabbè…).
Comunque, ecco, mi sento sempre un po’ a disagio di fronte alle altre mamme, che mi sembrano sempre migliori di me. E mi rendo anche conto di quanto io sia ambivalente rispetto a tutta questa questione. Insomma, una cosa è essere mamma e moglie, una cosa è fare la mamma e la moglie. Io mi sento sempre più vicina alla seconda, e mi sembra di essere profondamente in torto per questo. Ho sempre pensato che, diventando madri, di colpo si diventasse perfette, complete, con tutte le risposte e tutte le metodologie per tenere in piedi la famiglia. Non è vero. E chi dice il contrario me lo provi.
Project Management per la famiglia
Ammetto di essere più brava al lavoro che in casa. E glielo avevo anche detto, a mio marito, che ero piuttosto lontano da quanto si definisce “una brava moglie”. Figuriamoci se posso essere “una brava mamma”.
Una brava mamma è sempre un project manager eccezionale: si palleggia marito, figli, casa e lavoro e manco al Cirque du Soleil. Non si ammala mai, non ha mai momenti di stanchezza, sa farsi ubbidire da tutte le sue risorse solo schioccando un dito. Tutto gira perfettamente come un orologio svizzero, di quelli con i rubini nei meccanismi.
Una brava mamma è sempre un project manager eccezionale: si palleggia marito, figli, casa e lavoro e manco al Cirque du Soleil. Non si ammala mai, non ha mai momenti di stanchezza, sa farsi ubbidire da tutte le sue risorse solo schioccando un dito. Tutto gira perfettamente come un orologio svizzero, di quelli con i rubini nei meccanismi.
Adesso, al mattino, a casa mia succede una cosa che al lavoro non permetterei mai: tutte le attività parallelizzabili vengono effettuate in sequenza.
Mi spiego. L’ideale sarebbe:
- T1
Una delle due risorse M e P (mamma e papà), diciamo M, si alza, mette su il caffé e prepara la colazione per G (Gabriele, che non è una risorsa, ma neanche un cliente, e quindi è G e basta)
P occupa il bagno
G fa colazione - T2
M entra in bagno
P si veste - T3
M si veste
G viene lavato - T4
M e P fanno colazione - T5
Si esce
Ma non va così. Va così:
- T1
Una delle due risorse M e P, diciamo M, si alza, mette su il caffé e prepara la colazione per G
P occupa il bagno
G si rifiuta di fare colazione - T2
M entra in bagno
P convince G a fare colazione
G fa colazione - T3
M tenta disperatamente di lavare G
P si veste - T4
G si rifiuta di lavarsi
M dà fuori di matto - T5
G viene lavato e vestito con la forza da M e P - T6
M si veste
P fa colazione - T7
Non è detto che M faccia colazione
P esce prima di M e G
G si rifiuta di uscire - T8
M trascina fuori G con la forza
Ed eccoci, M, P e G, che alle 9 del mattino siamo già boccheggianti come se fossero le 9 di sera. E la giornata deve ancora cominciare.
venerdì, ottobre 20, 2006
La tata pavona
E' ufficiale: mio figlio è una star.
Mercoledì è andato alla festa di compleanno di un suo compagno di scuola, da MacDonald's (Bengonzal in gabriellese, come un medicinale), accompagnato dalla tata. La quale ha fatto le presentazioni alle mamme degli altri mostri. Le quali hanno detto tutte, come un sol'uomo: "Ma allora è LUI il mitico Gabriele! I bambini ne parlano sempre!". IL MITICO GABRIELE!!!??? Accidenti, piccolo mio, hai fatto in fretta, non sia mai detto che non sviluppi un'adeguata intelligenza sociale. La tata faceva la ruota.
Poi, ieri pomeriggio, mi chiama - la tata - in ufficio, mentre mi trovavo in una interminabile conference call con un cliente. Normalmente avrei messo giù, ma per le tate vale il principio "no news, good news": se ti chiama, ci sono problemi. Per cui ho risposto, e lei mi ha detto, tutto d'un fiato: "Scusa se ti disturbo, ma ti volevo avvisare che la mamma di Giovanni (un altro amichetto, ndr) si è molto scusata perchè si era dimenticata di invitare Gabriele alla festa di compleanno dei suoi bambini, domani a... (una ludoteca). La festa è domani pomeriggio, se vuoi compro io il regalo, tu devi solo confermare, ti lascio un biglietto con il numero, sempre che tu voglia che io ce lo porti, alla festa....". Che dire? Ho tirato un sospiro di sollievo. La vita mondana di mio figlio, indipendente da me, è iniziata. E io non conosco neanche uno dei suoi amichetti, figuriamoci le mamme.
Per inciso: queste mamme, che da quanto mi dice la tata lavorano tutte, come fanno a partecipare alle feste di compleanno alle 4 del pomeriggio? E sostenere lì lunghe conversazioni tra mamme che lavorano sulla difficoltà di essere una mamma che lavora a Milano?
Ci dev'essere qualche segreto che ancora non ho scoperto, tipo quando hai un'auto da due anni e ti accorgi per caso che c'è un bottone che ti permette di regolare il supporto lombare dei sedili, con grande sollievo per la tua schiena. Solo che le mamme mie amiche, che tendo a considerare prima mie amiche e poi mamme, sono più o meno come me, e manco si sognano di andare da Bengonzal alle 4 di pomeriggio...
Mercoledì è andato alla festa di compleanno di un suo compagno di scuola, da MacDonald's (Bengonzal in gabriellese, come un medicinale), accompagnato dalla tata. La quale ha fatto le presentazioni alle mamme degli altri mostri. Le quali hanno detto tutte, come un sol'uomo: "Ma allora è LUI il mitico Gabriele! I bambini ne parlano sempre!". IL MITICO GABRIELE!!!??? Accidenti, piccolo mio, hai fatto in fretta, non sia mai detto che non sviluppi un'adeguata intelligenza sociale. La tata faceva la ruota.
Poi, ieri pomeriggio, mi chiama - la tata - in ufficio, mentre mi trovavo in una interminabile conference call con un cliente. Normalmente avrei messo giù, ma per le tate vale il principio "no news, good news": se ti chiama, ci sono problemi. Per cui ho risposto, e lei mi ha detto, tutto d'un fiato: "Scusa se ti disturbo, ma ti volevo avvisare che la mamma di Giovanni (un altro amichetto, ndr) si è molto scusata perchè si era dimenticata di invitare Gabriele alla festa di compleanno dei suoi bambini, domani a... (una ludoteca). La festa è domani pomeriggio, se vuoi compro io il regalo, tu devi solo confermare, ti lascio un biglietto con il numero, sempre che tu voglia che io ce lo porti, alla festa....". Che dire? Ho tirato un sospiro di sollievo. La vita mondana di mio figlio, indipendente da me, è iniziata. E io non conosco neanche uno dei suoi amichetti, figuriamoci le mamme.
Per inciso: queste mamme, che da quanto mi dice la tata lavorano tutte, come fanno a partecipare alle feste di compleanno alle 4 del pomeriggio? E sostenere lì lunghe conversazioni tra mamme che lavorano sulla difficoltà di essere una mamma che lavora a Milano?
Ci dev'essere qualche segreto che ancora non ho scoperto, tipo quando hai un'auto da due anni e ti accorgi per caso che c'è un bottone che ti permette di regolare il supporto lombare dei sedili, con grande sollievo per la tua schiena. Solo che le mamme mie amiche, che tendo a considerare prima mie amiche e poi mamme, sono più o meno come me, e manco si sognano di andare da Bengonzal alle 4 di pomeriggio...
martedì, ottobre 17, 2006
Usciamo!
Il mio amico Antonio, ex compagno di liceo, è un social network vivente. Riesce a tenere i contatti con una quantità spaventosa di persone, e spesso da questi contatti fa nascere qualcosa, presentando conoscenti, frequentando eventi, ecc. ecc. Non si può dire che sia un presenzialista, però. A volte sparisce per mesi, o anche per anni, e quando meno te lo aspetti, eccolo: ti chiama al telefono mentre sei nel bel mezzo di una riunione importante, ma non c’è verso, a lui non puoi rispondere semplicemente “Ti chiamo tra un po’”, così ti scusi invocando l’urgenza e ci parli lo stesso. Non che gli serva il telefono, a dir la verità: una notte io e Paola (altra compagna di liceo, e poi di università, e soprattutto di vita) ce lo siamo visto presentare nella nostra casetta bolognese priva di telefono alle 4 del mattino. Aveva voglia di farci un salutino, e il fatto di non avere il nostro indirizzo non aveva costituito un problema. Ci chiediamo ancora come abbia fatto.
Insomma, qualche mese fa vedo il suo nome sul cellulare che squilla: non ci posso credere, erano almeno quattro o cinque anni che non lo vedevo (ripensandoci, credo che non lo vedessi dal giorno del mio matrimonio, quando a sorpresa era comparso con un gruppo di altri amici a festeggiarmi a serata inoltrata…). Da lì, il resto viene da sé: ora vive a Milano, quindi ci dobbiamo assolutamente vedere. Cena, qualche telefonata, poi sere fa mi invita, per sabato, all’inaugurazione del negozio di lampade e design e fotografia di un suo amico. Lì per lì non capisco, poi naturalmente aderisco con entusiasmo.
Io ho una grande fortuna: un figlio mondano. Che a 2 anni si è fatto metà delle esposizioni del Fuori Salone, oltre naturalmente ai nostri eventi, cui ha partecipato con grande intensità. Figuriamoci adesso che di anni ne ha 3. Ama i buffet e il ristorante giapponese, dove ormai ordina da solo, salvo pescare dal piatto di tutti (a nulla sono valse le mie riserve sul pesce crudo e sulle uova di pesce, quelle grandi e arancioni, che lui adora…).
Così, dopo una giornata passata per concessionarie, ce ne andiamo belli belli a questa inaugurazione.
Il posto si chiama A&V Photobooks and More e si trova in via Ripamonti 20, a Milano (pare che il sito non sia ancora attivo). Uno dei due soci, Vincenzo (l’amico di Antonio) è un fotografo ritrattista, e la sua filosofia è semplice: “democratizzare” il ritratto, ricreare l’atelier fotografico di tanto tempo fa, quello in cui chiunque poteva entrare e farsi fare una foto, ma bella, “da fotografo”. Così ha messo su questo negozio sfizioso, dove da una parte c’è lo studio fotografico, il set, e dall’altra un’esposizione di lampade e altri oggetti di design, alcuni di circuiti commerciali conosciute, altri pezzi unici di artisti e designer.
La cosa che mi ha colpito di più è il concept del negozio: la luce come filo conduttore di tutte le attività che vi si svolgono.
In bocca al lupo!
A seguire, poteva forse mancare il giappo? Ma certo che no! E allora eccoci tutti al Konoka, ristorante giapponese, via Pomponazzi 9, sempre Milano. I proprietari sono cinesi, come spesso accade, ma l’atmosfera è jappo al 100%. L’ambiente è semplice e il servizio accurato: la proprietaria considera ogni cliente come un suo nipote, e lo tratta di conseguenza, consigliandolo, aiutandolo a scegliere, sollevandolo dall’imbarazzo quando pretende di mangiare un Nabeyaki Udon con le bacchette. Nella sua fascia di spesa è fra i più validi, con un ottimo rapporto qualità/prezzo e un’ampia scelta di piatti – oltre a sushi e sashimi, il menù offre un sacco di alternative.
Buon appetito!
Quindi, alè! Grazie Antonio ;-)
Insomma, qualche mese fa vedo il suo nome sul cellulare che squilla: non ci posso credere, erano almeno quattro o cinque anni che non lo vedevo (ripensandoci, credo che non lo vedessi dal giorno del mio matrimonio, quando a sorpresa era comparso con un gruppo di altri amici a festeggiarmi a serata inoltrata…). Da lì, il resto viene da sé: ora vive a Milano, quindi ci dobbiamo assolutamente vedere. Cena, qualche telefonata, poi sere fa mi invita, per sabato, all’inaugurazione del negozio di lampade e design e fotografia di un suo amico. Lì per lì non capisco, poi naturalmente aderisco con entusiasmo.
Io ho una grande fortuna: un figlio mondano. Che a 2 anni si è fatto metà delle esposizioni del Fuori Salone, oltre naturalmente ai nostri eventi, cui ha partecipato con grande intensità. Figuriamoci adesso che di anni ne ha 3. Ama i buffet e il ristorante giapponese, dove ormai ordina da solo, salvo pescare dal piatto di tutti (a nulla sono valse le mie riserve sul pesce crudo e sulle uova di pesce, quelle grandi e arancioni, che lui adora…).
Così, dopo una giornata passata per concessionarie, ce ne andiamo belli belli a questa inaugurazione.
Il posto si chiama A&V Photobooks and More e si trova in via Ripamonti 20, a Milano (pare che il sito non sia ancora attivo). Uno dei due soci, Vincenzo (l’amico di Antonio) è un fotografo ritrattista, e la sua filosofia è semplice: “democratizzare” il ritratto, ricreare l’atelier fotografico di tanto tempo fa, quello in cui chiunque poteva entrare e farsi fare una foto, ma bella, “da fotografo”. Così ha messo su questo negozio sfizioso, dove da una parte c’è lo studio fotografico, il set, e dall’altra un’esposizione di lampade e altri oggetti di design, alcuni di circuiti commerciali conosciute, altri pezzi unici di artisti e designer.
La cosa che mi ha colpito di più è il concept del negozio: la luce come filo conduttore di tutte le attività che vi si svolgono.
In bocca al lupo!
A seguire, poteva forse mancare il giappo? Ma certo che no! E allora eccoci tutti al Konoka, ristorante giapponese, via Pomponazzi 9, sempre Milano. I proprietari sono cinesi, come spesso accade, ma l’atmosfera è jappo al 100%. L’ambiente è semplice e il servizio accurato: la proprietaria considera ogni cliente come un suo nipote, e lo tratta di conseguenza, consigliandolo, aiutandolo a scegliere, sollevandolo dall’imbarazzo quando pretende di mangiare un Nabeyaki Udon con le bacchette. Nella sua fascia di spesa è fra i più validi, con un ottimo rapporto qualità/prezzo e un’ampia scelta di piatti – oltre a sushi e sashimi, il menù offre un sacco di alternative.
Buon appetito!
Quindi, alè! Grazie Antonio ;-)
Baby boom
Sere fa ho rivisto un vecchio film, Baby Boom, con Diane Keaton e Sam Shepard.
La trama è semplice: JC (Diane Keaton), all’apice della sua carriera di consulente organizzativa, riceve in eredità da un lontano parente… una bimba. Cerca di darla in adozione, ma alla fine cede e se la tiene. Il suo uomo se la dà a gambe. Lei arranca tra tate e scuole, e al lavoro le danno un out-out: o accetta clienti più piccoli e meno prestigiosi, o via. Lei via, si trasferisce in una villetta del Vermont (o era Wisconsin? O qualcos’altro? Boh!), dove vorrebbe dedicarsi solo a lei e alla bambina, e inizia ad inventarsi ricette di conserve da realizzare con i prodotti della sua tenuta. Conosce un veterinario (Sam Shepard), che in un primo momento schifa alla grande. I prodotti cominciano ad avere successo. Dopo la prima notte d’amore con il veterinario, che nel frattempo lei ha smesso di schifare, il suo vecchio capo la chiama: una grande azienda alimentare intende comprare la sua attività. Lei si precipita, pregustando la vittoria (vendetta?). L’offerta è effettivamente estremamente vantaggiosa, ma proprio quando sta per dire di sì, cambia idea e se ne torna dalla sua bimba. THE END
Mi sono venute in mente un po’ di cose, che qui elenco.
1) Se hai una bambina di circa 12 mesi, perché te la porti in ufficio? Sei scema? La prima cosa che dicono a una neomamma è: organizzati (la seconda è "arrangiati"). Cretina.
2) Il tuo uomo si dà. Un classico. Nella storia la bimba è un’eredità, ma spesso nella vita non lo è. La domanda è: perché le donne educano i loro figli, futuri uomini, a non prendersi responsabilità e a non rispettare niente che attenga, per convenzione, all’universo femminile? Intendo dire che gli uomini non imparano mai ad avere rispetto delle donne – corpo e cervello – anche se cresciuti da donne. Cambierà?
3) Se fosse stato un uomo a diventare di colpo papà, lo avrebbero segato come hanno fatto con JC?
La trama è semplice: JC (Diane Keaton), all’apice della sua carriera di consulente organizzativa, riceve in eredità da un lontano parente… una bimba. Cerca di darla in adozione, ma alla fine cede e se la tiene. Il suo uomo se la dà a gambe. Lei arranca tra tate e scuole, e al lavoro le danno un out-out: o accetta clienti più piccoli e meno prestigiosi, o via. Lei via, si trasferisce in una villetta del Vermont (o era Wisconsin? O qualcos’altro? Boh!), dove vorrebbe dedicarsi solo a lei e alla bambina, e inizia ad inventarsi ricette di conserve da realizzare con i prodotti della sua tenuta. Conosce un veterinario (Sam Shepard), che in un primo momento schifa alla grande. I prodotti cominciano ad avere successo. Dopo la prima notte d’amore con il veterinario, che nel frattempo lei ha smesso di schifare, il suo vecchio capo la chiama: una grande azienda alimentare intende comprare la sua attività. Lei si precipita, pregustando la vittoria (vendetta?). L’offerta è effettivamente estremamente vantaggiosa, ma proprio quando sta per dire di sì, cambia idea e se ne torna dalla sua bimba. THE END
Mi sono venute in mente un po’ di cose, che qui elenco.
1) Se hai una bambina di circa 12 mesi, perché te la porti in ufficio? Sei scema? La prima cosa che dicono a una neomamma è: organizzati (la seconda è "arrangiati"). Cretina.
2) Il tuo uomo si dà. Un classico. Nella storia la bimba è un’eredità, ma spesso nella vita non lo è. La domanda è: perché le donne educano i loro figli, futuri uomini, a non prendersi responsabilità e a non rispettare niente che attenga, per convenzione, all’universo femminile? Intendo dire che gli uomini non imparano mai ad avere rispetto delle donne – corpo e cervello – anche se cresciuti da donne. Cambierà?
3) Se fosse stato un uomo a diventare di colpo papà, lo avrebbero segato come hanno fatto con JC?
venerdì, ottobre 13, 2006
All'ingresso dello zoo
In questo periodo Gabriele entra a scuola (guai a chiamarlo asilo. È “la scuola materna”!) alle 9. Il che per me è un bel problema, dovendo essere alla stessa ora in ufficio e trovandosi la scuola in un punto collegato al centro solo con il tram, croce e delizia del trasporto pubblico. L’ho iscritto in questa scuola per due motivi:
1. mi veniva comoda per accompagnarlo, essendo di strada quando vado in ufficio in macchina, e
2. era l’unica in cui ci fosse posto.
In questo periodo, però, il motivo 1 è decaduto, visto che la macchina me l’hanno rubata e ancora non ne ho comprata un’altra.
Comunque. Faccio un po’ di considerazioni sulla fauna mattutina all’ingresso della scuola dell’infanzia (con la riforma Moratti si chiama così, pare non ci siano altri cambiamenti di rilievo, a parte per coloro che ci lavorano, molto più precari, meno numerosi e agitati).
Per la maggior parte ci sono mamme, che si dividono in due categorie: quelle che lavorano-e-basta e le supermamme.
Le mamme che lavorano-e-basta le riconosci perché sono tremendamente di fretta. Nella maggior parte dei casi si tratta di libere professioniste. Tutte donne che, dopo essere state inchiodate dietro a un passeggino, hanno ritenuto che per pagare il mutuo era il caso di continuare a prendere uno stipendio. Così hanno lasciato la loro occupazione in azienda e, se non ce l’avevano già, hanno messo in piedi un’attività in proprio, che si può gestire più facilmente, considerando le esigenze dei bambini. Ovviamente questa è una sciocchezza, perché anzi spesso finisci col lavorare il doppio, ma “lo fai per te, ed è tuttunaltrasoddisfazione!”, e in ogni caso te lo devi dire per sfuggire ai sensi di colpa sempre in agguato. Queste mamme qua sono eleganti ma non indossano il tailleur: il tailleur è un capo tradizionale, che va bene se hai 25 anni e sei lanciata nella scalata di un’azienda; se ne hai 35 – o più – e la scalata non è più tra le tue priorità, meglio adottare un look professionale sì, ma con un pizzico di libertà. Così mostrerai comunque la tua competenza e credibilità, e in più sarà come dire “anche con i bambini c’è vita”, e se la vita in questione è più larga di qualche centimetro, pazienza, l’importante è non avere l’aria frusta né frustrata.
Le supermamme sono molto simili nell’aspetto, ma si differenziano per una caratteristica fondamentale: l’impegno. Loro non sempre lavorano, ma si vestono come se; l’ingresso a scuola è un’occasione sociale da non perdere, visto che quello è il momento giusto per la loro campagna elettorale per il consiglio di scuola. Conoscono tutti i meccanismi più intimi dell’istituzione, danno del tu a insegnanti, direttrici (credo si chiami coordinatrice, a dir la verità) e bidelle, e si muovono in questo mondo di femmine perfettamente a loro agio, seguite dai loro figli perfetti, che sembrano usciti da una gara di dréssage per cagnolini di razza.
Poi c’è l’esercito delle tate, che è un gruppo sociale abbastanza particolare. Le tate legano solo con i bambini (che spesso sono gli unici a capirle), non osano neanche guardare le mamme, e parlano tra di loro solo se appartenenti alla stessa etnia – che, più esotica è, più facilita la relazione.
I papà, invece, rappresentano la merce più rara della scuola. Sono a disagio, si sentono di troppo in mezzo a tutte queste femmine. Cercano di fare in fretta, molto in fretta: depositano le creature con un bacio e scappano, via dalla pazza folla. Sono diretti in ufficio, chi in bici, chi con i mezzi; tutti hanno dovuto rinunciare alla moto, ma si capisce che in casa fanno i turni per accompagnare il pargolo e che la loro dimensione abituale di mobilità è lo scooter(one, nella maggioranza dei casi).
E poi i nonni. Simpatici, i nonni… Non li lascerebbero mai, i loro bimbetti, ma non possono fare dietrofront e portarseli a casa perché se no il figlio/la figlia se li mangiano.
Quando i bambini sono due gemelli, si raddoppia anche la scorta. Di solito la coppia accompagnatrice è formata da una mamma e un/una nonno/a, o da mamma e tata. Su questa categoria non si segnalano papà. Se invece sono due fratelli, ecco la rivincita dei papà. Arrivano in genere in bici o in macchina, e sono pratici e sbrigativi: il più grande si occupa del più piccolo, e loro sovrintendono.
A dir la verità, io in questo zoo non mi ci sento mica bene...
1. mi veniva comoda per accompagnarlo, essendo di strada quando vado in ufficio in macchina, e
2. era l’unica in cui ci fosse posto.
In questo periodo, però, il motivo 1 è decaduto, visto che la macchina me l’hanno rubata e ancora non ne ho comprata un’altra.
Comunque. Faccio un po’ di considerazioni sulla fauna mattutina all’ingresso della scuola dell’infanzia (con la riforma Moratti si chiama così, pare non ci siano altri cambiamenti di rilievo, a parte per coloro che ci lavorano, molto più precari, meno numerosi e agitati).
Per la maggior parte ci sono mamme, che si dividono in due categorie: quelle che lavorano-e-basta e le supermamme.
Le mamme che lavorano-e-basta le riconosci perché sono tremendamente di fretta. Nella maggior parte dei casi si tratta di libere professioniste. Tutte donne che, dopo essere state inchiodate dietro a un passeggino, hanno ritenuto che per pagare il mutuo era il caso di continuare a prendere uno stipendio. Così hanno lasciato la loro occupazione in azienda e, se non ce l’avevano già, hanno messo in piedi un’attività in proprio, che si può gestire più facilmente, considerando le esigenze dei bambini. Ovviamente questa è una sciocchezza, perché anzi spesso finisci col lavorare il doppio, ma “lo fai per te, ed è tuttunaltrasoddisfazione!”, e in ogni caso te lo devi dire per sfuggire ai sensi di colpa sempre in agguato. Queste mamme qua sono eleganti ma non indossano il tailleur: il tailleur è un capo tradizionale, che va bene se hai 25 anni e sei lanciata nella scalata di un’azienda; se ne hai 35 – o più – e la scalata non è più tra le tue priorità, meglio adottare un look professionale sì, ma con un pizzico di libertà. Così mostrerai comunque la tua competenza e credibilità, e in più sarà come dire “anche con i bambini c’è vita”, e se la vita in questione è più larga di qualche centimetro, pazienza, l’importante è non avere l’aria frusta né frustrata.
Le supermamme sono molto simili nell’aspetto, ma si differenziano per una caratteristica fondamentale: l’impegno. Loro non sempre lavorano, ma si vestono come se; l’ingresso a scuola è un’occasione sociale da non perdere, visto che quello è il momento giusto per la loro campagna elettorale per il consiglio di scuola. Conoscono tutti i meccanismi più intimi dell’istituzione, danno del tu a insegnanti, direttrici (credo si chiami coordinatrice, a dir la verità) e bidelle, e si muovono in questo mondo di femmine perfettamente a loro agio, seguite dai loro figli perfetti, che sembrano usciti da una gara di dréssage per cagnolini di razza.
Poi c’è l’esercito delle tate, che è un gruppo sociale abbastanza particolare. Le tate legano solo con i bambini (che spesso sono gli unici a capirle), non osano neanche guardare le mamme, e parlano tra di loro solo se appartenenti alla stessa etnia – che, più esotica è, più facilita la relazione.
I papà, invece, rappresentano la merce più rara della scuola. Sono a disagio, si sentono di troppo in mezzo a tutte queste femmine. Cercano di fare in fretta, molto in fretta: depositano le creature con un bacio e scappano, via dalla pazza folla. Sono diretti in ufficio, chi in bici, chi con i mezzi; tutti hanno dovuto rinunciare alla moto, ma si capisce che in casa fanno i turni per accompagnare il pargolo e che la loro dimensione abituale di mobilità è lo scooter(one, nella maggioranza dei casi).
E poi i nonni. Simpatici, i nonni… Non li lascerebbero mai, i loro bimbetti, ma non possono fare dietrofront e portarseli a casa perché se no il figlio/la figlia se li mangiano.
Quando i bambini sono due gemelli, si raddoppia anche la scorta. Di solito la coppia accompagnatrice è formata da una mamma e un/una nonno/a, o da mamma e tata. Su questa categoria non si segnalano papà. Se invece sono due fratelli, ecco la rivincita dei papà. Arrivano in genere in bici o in macchina, e sono pratici e sbrigativi: il più grande si occupa del più piccolo, e loro sovrintendono.
A dir la verità, io in questo zoo non mi ci sento mica bene...
lunedì, ottobre 09, 2006
Un po' di vita oltre il piramidone
E' più di un'ora che aspetto che il mio collega si liberi per vedere un lavoro che dobbiamo fare insieme. Nell'attesa ho navigato un po' di blog (potevo anche lavorare a qualcos'altro, ma abbiate pietà, è lunedì e non ho trascorso una bella settimana...). E ho letto i primi post, giusto per vedere come hanno iniziato gli altri.
Più di tutto ho capito una cosa: che sono rimasta indietro. Intanto che mi sollazzavo tra pappe e pannolini il web andava avanti, quasi a mia insaputa. Quasi perché in realtà qualcosa c'era già, in quel luglio 2003 strainfuocato e col pancione, ma non era ancora abbastanza. E nessuno mi ha avvertito!
Possibile che nessuno qui dentro se ne sia accorto? Che nessuno dei miei colleghi abbia aperto un blog? Sono davvero così sola nella blogosfera, pur essendo, nel mondo rotondo, circondata da persone che "fanno l'Internet di mestiere"?
Ho interrotto e siamo a domani. Con il mio collega siamo andati avanti fino alle 10, ieri sera, e quando sono arrivata a casa Gabriele dormiva già da un pezzo. Stamattina quando ha aperto gli occhi la prima cosa che ha detto è stata "Sei tornata, mamma!". Lo avrei stritolato di baci. Invece l'ho vestito e trascinato a scuola, sempre più convinta che sarebbe molto meglio se a scuola ce lo portasse la tata. Temo che il budget ne risentirebbe, però.
Comunque, tornando alle considerazioni di ieri sera, ecco, mi sento presa in giro. Professionalmente parlando, sulla mia testa c'è un piramidone da cui mi hanno spinto giù tanto tempo fa, piramidone la cui credibilità è per me sempre più diafana.
Ci vorrebbe un po' di vita, ci vorrebbe un'altra PretaportArt.
Più di tutto ho capito una cosa: che sono rimasta indietro. Intanto che mi sollazzavo tra pappe e pannolini il web andava avanti, quasi a mia insaputa. Quasi perché in realtà qualcosa c'era già, in quel luglio 2003 strainfuocato e col pancione, ma non era ancora abbastanza. E nessuno mi ha avvertito!
Possibile che nessuno qui dentro se ne sia accorto? Che nessuno dei miei colleghi abbia aperto un blog? Sono davvero così sola nella blogosfera, pur essendo, nel mondo rotondo, circondata da persone che "fanno l'Internet di mestiere"?
Ho interrotto e siamo a domani. Con il mio collega siamo andati avanti fino alle 10, ieri sera, e quando sono arrivata a casa Gabriele dormiva già da un pezzo. Stamattina quando ha aperto gli occhi la prima cosa che ha detto è stata "Sei tornata, mamma!". Lo avrei stritolato di baci. Invece l'ho vestito e trascinato a scuola, sempre più convinta che sarebbe molto meglio se a scuola ce lo portasse la tata. Temo che il budget ne risentirebbe, però.
Comunque, tornando alle considerazioni di ieri sera, ecco, mi sento presa in giro. Professionalmente parlando, sulla mia testa c'è un piramidone da cui mi hanno spinto giù tanto tempo fa, piramidone la cui credibilità è per me sempre più diafana.
Ci vorrebbe un po' di vita, ci vorrebbe un'altra PretaportArt.
giovedì, ottobre 05, 2006
VIP in tintoria
Ho conosciuto Victoria Cabello! Una vera VIP, e l'ho incontrata in tintoria! Per la verità sapevo benissimo che la tintoria della signora Marialuisa rientra nei suoi giri, per sua stessa ammissione e per ampia pubblicità della stessa tintora. Ma tant'è, a Milano capita.
Un luogo comune su Milano è quello per cui non conosci neanche il tuo vicino di casa. Per me non è così. Al contrario, qui si fa molta "vita di cortile", facilitata se ci sono bambini in casa.
Anni fa, Gabriele, che aveva allora circa 8 mesi, aveva preso una gastroenterite che, nonostante le attenzioni, non passava. Dovevamo tenere sotto controllo il suo peso, perché, se il calo dovuto al virus avesse superato il 10% del suo peso iniziale, avremmo dovuto portarlo in ospedale per la reidratazione. Inutile dire che la situazione era piuttosto pesante. Il bimbo non smetteva di esprimersi come Linda Blair ne L'Esorcista, e ogni sera, al rientro dal lavoro, c'era l'incubo della bilancia, con la prospettiva di dover correre in ospedale e magari rimanerci qualche giorno.
(Nel frattempo, in ufficio era in corso, ormai da due mesi, la vendetta aziendale che colpisce tutte le mamme appena rientrate. Cose brutte...).
Una sera il fatidico 10% fu raggiunto (ndr, il 10% a quell'età è meno di un chilo). La mia vicina, la nonna putativa di Gabriele, era venuta come sempre a vedere come andava, e, quando le dissi che forse era il caso di andare in ospedale, lei prese in mano la situazione. Sparì in casa, e un attimo dopo la sentii chiamare a gran voce dal balcone: "Dottoressaaaa! Dottoressaaaa!!!". Scena straniante, più facile da immaginarsi ambientata in un vicolo di Napoli (non me ne abbiano i napoletani, adoro parlare con i vicini dal balcone) che nel centro di Milano.
Dieci minuti più tardi la dottoressa, una pediatra di cui anche la mia vicina ignorava il nome, era a casa mia. Dopo avermi tranquillizzato, la dottoressa tornò anche nei giorni seguenti per vedere come procedeva, e così, grazie alla vita di cortile, Gabriele non andò in ospedale.
Nel tempo Gabriele ha sviluppato una vera vita sociale indipendente da noi - i suoi genitori - proprio nel cortile. Andava così: rientrati dall'asilo (e dal lavoro per me), Gabriele facevale sue prove tecniche di trasmissione vocale al balcone, facendo amicizia con tutti quelli che si affaciavano. Così, quando eravamo in giro o al supermercato, c'era sempre qualcuno - a noi perfettamente sconosciuto - che si fermava a salutare Gabriele e a fare due chiacchiere con lui. Credo che la passione di mio figlio per "la chiacchiera", come dice lui, sia nata per questo.
Non so se questa situazione sia comune, almeno a Milano, però mi piace, e mi fa sentire a casa. Mica male, no?
Un luogo comune su Milano è quello per cui non conosci neanche il tuo vicino di casa. Per me non è così. Al contrario, qui si fa molta "vita di cortile", facilitata se ci sono bambini in casa.
Anni fa, Gabriele, che aveva allora circa 8 mesi, aveva preso una gastroenterite che, nonostante le attenzioni, non passava. Dovevamo tenere sotto controllo il suo peso, perché, se il calo dovuto al virus avesse superato il 10% del suo peso iniziale, avremmo dovuto portarlo in ospedale per la reidratazione. Inutile dire che la situazione era piuttosto pesante. Il bimbo non smetteva di esprimersi come Linda Blair ne L'Esorcista, e ogni sera, al rientro dal lavoro, c'era l'incubo della bilancia, con la prospettiva di dover correre in ospedale e magari rimanerci qualche giorno.
(Nel frattempo, in ufficio era in corso, ormai da due mesi, la vendetta aziendale che colpisce tutte le mamme appena rientrate. Cose brutte...).
Una sera il fatidico 10% fu raggiunto (ndr, il 10% a quell'età è meno di un chilo). La mia vicina, la nonna putativa di Gabriele, era venuta come sempre a vedere come andava, e, quando le dissi che forse era il caso di andare in ospedale, lei prese in mano la situazione. Sparì in casa, e un attimo dopo la sentii chiamare a gran voce dal balcone: "Dottoressaaaa! Dottoressaaaa!!!". Scena straniante, più facile da immaginarsi ambientata in un vicolo di Napoli (non me ne abbiano i napoletani, adoro parlare con i vicini dal balcone) che nel centro di Milano.
Dieci minuti più tardi la dottoressa, una pediatra di cui anche la mia vicina ignorava il nome, era a casa mia. Dopo avermi tranquillizzato, la dottoressa tornò anche nei giorni seguenti per vedere come procedeva, e così, grazie alla vita di cortile, Gabriele non andò in ospedale.
Nel tempo Gabriele ha sviluppato una vera vita sociale indipendente da noi - i suoi genitori - proprio nel cortile. Andava così: rientrati dall'asilo (e dal lavoro per me), Gabriele facevale sue prove tecniche di trasmissione vocale al balcone, facendo amicizia con tutti quelli che si affaciavano. Così, quando eravamo in giro o al supermercato, c'era sempre qualcuno - a noi perfettamente sconosciuto - che si fermava a salutare Gabriele e a fare due chiacchiere con lui. Credo che la passione di mio figlio per "la chiacchiera", come dice lui, sia nata per questo.
Non so se questa situazione sia comune, almeno a Milano, però mi piace, e mi fa sentire a casa. Mica male, no?
mercoledì, ottobre 04, 2006
Logistics
Ci sono persone che affrontano la logistica senza neanche riconoscerla. Come la mia amica Simo, che si palleggia tate, nonne e colf con una disinvoltura invidiabile. Una alla volta, due o tre insieme, a volte nessuno, perchè ovviamente capita anche questo. Certo, spesso si incasina, ma almeno non se ne fa un problema. Io no. Per me deve essere tutto organizzato. La casa, il pupo, il lavoro: ogni cosa con il suo tempo e con le persone ad essa delegate. In questo ambito - ma solo in questo - il mio sogno è realizzare un ingranaggio da orologio svizzero. Anche quando il fato è avverso e la situazione è veramente complicata. Mi è capitato di lasciare mio figlio malato a casa:- dalle 8.30 alle 11 con la tata Alda- dalle 11 alle 15.30 con Simona, una babysitter "fornita" dal nido per le emergenze- dalle 15.30 in poi con la vicina di casa.Lui pare essersi divertito, con tutta questa varietà in una sola giornata. Per me invece non è stata una bella esperienza. Telefonavo alla fine e all'inizio di ogni turno, per dare istruzioni e sentire com'era andata. Una fatica pazzesca.In questi giorni ho una piccola emergenza logistica: mio marito è in ospedale per un piccolo intervento. Il che significa che io vado a trovarlo due volte al giorno, e il meccanismo è piuttosto
faticoso - fisicamente, per lo meno. Funziona così:
- 8.30: accompagno Gabriele a scuola, col triciclo perché lui si sente molto figo con il suo mezzo personale
- 9.00: torno a casa trascinandomi dietro il mezzo, che fa un fracasso pazzesco. Sulla strada del ritorno faccio qualche commissione, tipo prendere cose da portare in ospedale o fare la spesa- 10.30: parto per l'ospedale. In realtà non si potrebbe entrare al mattino, ma l'ospedale ha un bellissimo parco, dove posso comunque stare un po' con il mio paziente
- 13.00: mangio qualcosa, oppure no, dipende dal traffico che incontro tornando verso casa
- 13.45: riprendo Gabriele a scuola (oggi mi ha detto: "mamma, non andiamo subito a casa, facciamoci una chiacchiera fuori". Ecco, la mia comare di 3 anni) e vado a casa, dove entrambi stramazziamo
- 16.30: arriva la tata, breve passaggio di consegne e via verso l'ospedale
- 19.00: via verso casa di nuovo, dove tutto è più o meno come sempre.
N.B. per andare da casa all'ospedale impiego circa un'ora. Se fossi la Simo sarebbe diverso, lo so. Sarà un bene o un male?
faticoso - fisicamente, per lo meno. Funziona così:
- 8.30: accompagno Gabriele a scuola, col triciclo perché lui si sente molto figo con il suo mezzo personale
- 9.00: torno a casa trascinandomi dietro il mezzo, che fa un fracasso pazzesco. Sulla strada del ritorno faccio qualche commissione, tipo prendere cose da portare in ospedale o fare la spesa- 10.30: parto per l'ospedale. In realtà non si potrebbe entrare al mattino, ma l'ospedale ha un bellissimo parco, dove posso comunque stare un po' con il mio paziente
- 13.00: mangio qualcosa, oppure no, dipende dal traffico che incontro tornando verso casa
- 13.45: riprendo Gabriele a scuola (oggi mi ha detto: "mamma, non andiamo subito a casa, facciamoci una chiacchiera fuori". Ecco, la mia comare di 3 anni) e vado a casa, dove entrambi stramazziamo
- 16.30: arriva la tata, breve passaggio di consegne e via verso l'ospedale
- 19.00: via verso casa di nuovo, dove tutto è più o meno come sempre.
N.B. per andare da casa all'ospedale impiego circa un'ora. Se fossi la Simo sarebbe diverso, lo so. Sarà un bene o un male?
lunedì, ottobre 02, 2006
5 piani di CRM
Ieri, per la prima volta nella mia vita, ho fatto la parte del consumatore-che-ha-una-relazione-con-la-marca. Inopinatamente, perché a queste cose non ci ho mai creduto (pur facendole spesso credere ai miei clienti).
Comunque, ecco come andò. Abito in quello che le agenzie immobiliari definiscono "stabile vecchia Milano", non di ringhiera ma con 5 bei piani privi di ascensore - e anche della speranza di metterne uno. Perciò, appena sono nati i supermercati online, io sono diventata il cliente perfetto. Il mio eroe era Volendo.com, uno dei primi ad aprire questo servizio, più o meno nel 2001. E da allora non ho saltato mai. Al mattino o la sera tardi mi mettevo lì con la mia bella lista della spesa (quindicinale, in genere), e dopo mezz'ora ero certa che, a sera, qualcuno sarebbe salito per le scale di casa mia bestemmiando (giuro!), e quel qualcuno avrebbe portato la mia spesa.
Ho anche partecipato con passione al programma fedeltà di Volendo. Con la mia marea di punti ho preso un forno a microonde, l'inverno scorso.
Poi, a primavera, di colpo sparisce la raccolta punti. Poco male, mi dico, ho appena preso il forno, quindi punti non ne ho più tantissimi, e comunque tornerà, mica si azzerano i punti senza avvertire. I punti non tornano, e prima dell'estate il servizio chiude per restyling. Non prima di aver propinato, nell'ultimo periodo, un catalogo veramente triste: pacchi scorta di ogni genere di bene, prodotti a marca privata (la loro, Pellicano) e niente più promozioni.
A settembre riapre. Bene, mi dico, il purgatorio è finito. Mica tanto. Catalogo schifoso, niente promozioni, niente più punti fedeltà. E, cosa ben più grave, in tutta la settimana sono disponibili solo due o tre slot per la consegna. Che succede? I clienti sono decuplicati? Difficile... Magari stanno venendo fuori da una ristrutturazione pesante e devono ancora organizzare la logistica.
In ogni caso, io sono affezionata alla marca, le dò fiducia e faccio il mio ordine. Scelgo lo slot che va dalle 21 alle 22, dopo 3 giorni; è un po' in là, ma pazienza, io c'ho fiducia. Alle 21 mi chiamano dal call center, dice che saranno in ritardo. Ok, no problem, c'ho fiducia. Seguono altre due telefonate, l'ultima delle quali, alle 22.30, mi dice che entro mezz'ora arriverà la mia spesa. Non è vero. Il giorno dopo chiamo il numero verde, e mi rispondono che non sanno se la mia spesa è stata consegnata, io gli dico di no, loro mi propongono di riceverla la settimana successiva (dopo 6 giorni...). Ritiro la fiducia e li mando al diavolo.
Ieri ci ho riprovato. Catalogo da piangere, niente punti e niente slot. Potrei ricevere la spesa giovedì. Figurati. Così ho scritto un'email, volevo mettere in copia l'amministratore delegato, tanto quello che la riceve non farà un plissé. Nell'email ho raccontato perché avevo appena ordinato la mia spesa su spesaonline.it, che ho sempre snobbato. Non so come andrà, lo scoprirò stasera, ma intanto ho fatto la spesa.
Qualcuno risponderà? Non lo so, ma certo a fare il consumatore-che-ha-una-relazione-con-la-marca a volte ci si sente piuttosto bene.
Comunque, ecco come andò. Abito in quello che le agenzie immobiliari definiscono "stabile vecchia Milano", non di ringhiera ma con 5 bei piani privi di ascensore - e anche della speranza di metterne uno. Perciò, appena sono nati i supermercati online, io sono diventata il cliente perfetto. Il mio eroe era Volendo.com, uno dei primi ad aprire questo servizio, più o meno nel 2001. E da allora non ho saltato mai. Al mattino o la sera tardi mi mettevo lì con la mia bella lista della spesa (quindicinale, in genere), e dopo mezz'ora ero certa che, a sera, qualcuno sarebbe salito per le scale di casa mia bestemmiando (giuro!), e quel qualcuno avrebbe portato la mia spesa.
Ho anche partecipato con passione al programma fedeltà di Volendo. Con la mia marea di punti ho preso un forno a microonde, l'inverno scorso.
Poi, a primavera, di colpo sparisce la raccolta punti. Poco male, mi dico, ho appena preso il forno, quindi punti non ne ho più tantissimi, e comunque tornerà, mica si azzerano i punti senza avvertire. I punti non tornano, e prima dell'estate il servizio chiude per restyling. Non prima di aver propinato, nell'ultimo periodo, un catalogo veramente triste: pacchi scorta di ogni genere di bene, prodotti a marca privata (la loro, Pellicano) e niente più promozioni.
A settembre riapre. Bene, mi dico, il purgatorio è finito. Mica tanto. Catalogo schifoso, niente promozioni, niente più punti fedeltà. E, cosa ben più grave, in tutta la settimana sono disponibili solo due o tre slot per la consegna. Che succede? I clienti sono decuplicati? Difficile... Magari stanno venendo fuori da una ristrutturazione pesante e devono ancora organizzare la logistica.
In ogni caso, io sono affezionata alla marca, le dò fiducia e faccio il mio ordine. Scelgo lo slot che va dalle 21 alle 22, dopo 3 giorni; è un po' in là, ma pazienza, io c'ho fiducia. Alle 21 mi chiamano dal call center, dice che saranno in ritardo. Ok, no problem, c'ho fiducia. Seguono altre due telefonate, l'ultima delle quali, alle 22.30, mi dice che entro mezz'ora arriverà la mia spesa. Non è vero. Il giorno dopo chiamo il numero verde, e mi rispondono che non sanno se la mia spesa è stata consegnata, io gli dico di no, loro mi propongono di riceverla la settimana successiva (dopo 6 giorni...). Ritiro la fiducia e li mando al diavolo.
Ieri ci ho riprovato. Catalogo da piangere, niente punti e niente slot. Potrei ricevere la spesa giovedì. Figurati. Così ho scritto un'email, volevo mettere in copia l'amministratore delegato, tanto quello che la riceve non farà un plissé. Nell'email ho raccontato perché avevo appena ordinato la mia spesa su spesaonline.it, che ho sempre snobbato. Non so come andrà, lo scoprirò stasera, ma intanto ho fatto la spesa.
Qualcuno risponderà? Non lo so, ma certo a fare il consumatore-che-ha-una-relazione-con-la-marca a volte ci si sente piuttosto bene.
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